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S. Alfonso Maria de Liguori
Lettere

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385. AL MEDESIMO.

Gli raccomanda di tener segreta una sua disposizione, del cui adempimento lo ringrazia.

 

Viva Gesù, Maria e Giuseppe!

 

AIROLA, 12 GENNAIO 1763.

 

Ora la ringrazio di aver fatto apparecchiare le due chiese per le missioni.

Ma la prego di non dire ai Padri missionari che sia stato incocciamento mio il voler far fare la missione a due chiese, potendo bastare una, siccome si era fatta l'altra volta; perché i Padri avevano poca intenzione di far la missione in due chiese, per la difficoltà che incontravano di dover assegnare due predicatori e due istruttori, e per la gelosia che poteva nascere tra i due predicatori: onde se alcuno si mette a lodare questa loro ripugnanza, faranno le due missioni di mala voglia, e resteranno mal soddisfatti di me, che non li abbia fatto fare a modo loro; tanto più che anche a Durazzano, dove andranno appresso, io voglio lo stesso, che facciano le missioni a due chiese, perché similmente l'arcipretale di colà non è capace del popolo.


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Che se fanno le due missioni costì contro voglia, può essere che a Durazzano risolvano di far la missione ad una chiesa; del che io ne avrei molto disgusto, perché, D. Francesco mio, (torno a dire) quando la chiesa non è capace, la missione è quasi perduta.

Noi colla Congregazione nostra del SS. Redentore sempre facciamo così, di dividere le missioni, quando non vi è chiesa capace.

A principio sembrerà che basti la sola chiesa vostra, ma quando poi la missione s'infervora, come spero (mentre questi missionari sono bravi soggetti, parlano chiaro e tirano la gente), allora vedrete quanto sarà giovato il dividere la missione in due chiese.

Se poi la gente non volesse concorrere, questo sarà castigo de' peccati miei; ma Dio ne prenderà la mia buona intenzione, e V. S. ne avrà il merito dell'incomodo e dell'ubbidienza. E con ciò le benedico tutti gli incomodi e fastidi che V. S. ci avrà in questa missione.

Non signore, non vi è il canonico Sanbiase, ché ce lo avrei avvisato; basta dunque la camera sola per D. Giuseppe Jorio, col quale di nuovo la prego ad intendersela per tutti gli esercizî che si hanno da fare e, quel che più m'importa, per quelli che si hanno da lasciare.

Dio sa quanto io compatisco la persona vostra, mentre già vedo che V. S. costì non ha aiuto ed è solo; ma così vuole Dio, acciocché più meriti nella riforma e profitto di cotesta terra.

Io spero senza meno di venirvi a primavera. Per ora, infermo come mi sento ed in questi tempi così freddi, non mi fido di venire a cotesta terra, che è più fredda delle altre. Avrei voluto venire, come voleva D. Giuseppe Jorio, ma me lo hanno posto a scrupolo di coscienza per li catarri di petto di cui soglio patire, i quali mi riducono a morte; ma in questa primavera certamente verrò, se piace a Dio. La benedico e sono      

 

Affmo per servirla

 

ALFONSO MARIA vescovo di Sant'Agata.

 

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