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S. Alfonso Maria de Liguori
Lettere

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478. AL P. D. GASPARO CAIONE.

Il Santo con molta umiltà, per calmarlo, si giustifica di una misura presa a carico del fratello di lui,

 

Viva Gesù, Maria, Giuseppe!

 

SANT'AGATA, 19 SETTEMBRE 1765.

 

Don Gasparo mio, ho letta la vostra lettera e compatisco la passione della carne. Del resto, come V. R. mi scrive, vedo che mi tratta da imprudente e da ingiusto.

Per vedere se io sono stato tale, avremmo da parlare a voce, perché quel che avrei da dire non son cose di lettere. Potea però V. R., per l'esperienza che ha di me, [e sapendo] che non opero con furia né per passione, tanto più che nel caso consaputo non ci poteva entrare qualche mia passione, potea immaginarselo, dico, ch'io non ho operato alla carlona. E così non ho altro che dire.

Questo rospo da molto tempo mi lacerava il cuore, ed io sopportava lo scrupolo col pensiero di andare prima ad Arienzo, informarmi meglio, chiamarmelo ecc., come V. R. mi va istruendo nella sua lettera. Ma poi non ho potuto più resistere allo scrupolo di lasciar confessare il Signor suo fratello, lasciando confessare e guidar anime chi avea bisogno d'esser guidato.

Mi creda che l'andar in quella casa non era semplice divertirsi, ma vera pece secondo le tante notizie da me appurate, per cui non ho potuto più resistere allo scrupolo.

Non voglio credere che ci sia stato male, ma era pece. Del resto, in quanto alla stima, se l'ha perduta, l'ha voluta perdere esso; perché io segretamente, per mezzo dell'arciprete suo amico, l'ho fatto avvisare che si astenesse del confessionario finché io andavo ad Arienzo, come già poi domani vi vado; ma con tutto ciò pure gli ho data licenza, per la sua stima, di confessare una domenica sì, ed un'altra no. Se egli poi l'ha voluto pubblicare, come so che esso è andato dicendolo, io non vi ho colpa.


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Del resto, sappia che la cosa sua era pubblica in Arienzo, e da per tutto se ne parlava; ed è stato corretto ed ostinatamente ha voluto seguitare la tresca. Ora di chi si lamenta?

Certamente, se se ne va da Arienzo, fa una cosa ottima, perché si allontana esso dalla passione e libera me dello scrupolo; mentre se resta e seguita, io sarò obbligato in coscienza a passarne parte a' Superiori maggiori, giacché esso come religioso non è tenuto ad ubbidire a me.

Sapesse V. R. la pena e l'angustia che io ho avuta in questo fatto, non mi avrebbe scritto così. E sappia che neppure io mi son portato in ciò di testa propria: mi son consigliato con una persona proba e segreta, e così mi consigliò ch'io non poteva, senza scrupolo, farlo seguire a confessare.

La prego un'altra volta, prima di fare il decreto di condanna, di ordinare audiantur partes. Povero chi è vescovo!

Non è vero ch'io lo sapeva da sei mesi, come dice nella lettera; neppure, ch'io solo per un'ora gli ho dato licenza di confessare ogni quindici giorni. È vero sì, che questa licenza gliel'ho data solo per rimediare alla sua stima, e pure con qualche mia angustia di coscienza.

Ma sempre dirà V. R.: non era meglio chiamarselo e dirgli che, se ritornava a praticar in quella casa, io gli avrei levata la confessione? Sì signore, questo pensiero mi venne, ma non mi fidai di restar quieto di coscienza, con farlo seguitare a confessare; tanto più che intesi che quella persona si confessava da lui. Ad un altro prete, per una cosa simile, gli ho levata la confessione, e proibito affatto di accostarsi al confessionario.

D. Gasparo mio, che ho da fare? Di nuovo ho scritto al Papa se voleva accettare la mia rinunzia, ed il Papa ha voluto far niente. V. R. non può credere quanto mi lacerano le angustie di coscienza. Sempre tremo che non rimedio a tutto quel che potrei rimediare.

Onde torno a dire che, circa il vostro fratello, ho operato (ed anche col consiglio d'altri, come ho scritto,) per puro scrupolo di coscienza, e spero che V. R. mi voglia credere. Avesse


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voluto Dio che in questo caso vi avessi tenuto vicino, ed avessi potuto consigliar la cosa con voi stesso! Ma lo scrupolo mi rodeva, né mi credeva che vostro fratello, questa cosa ch'era segreta, esso stesso l'avesse voluto far pubblica.

Una delle cose, che mi pesava in questo fatto, era la pena che vi avrebbe avuta V. R.; ma mi ha bisognato ubbidire alla coscienza. E torno a dire che vostro fratello era stato avvertito, e con tutto ciò seguitava, e questo fu che mi pose più in sospetto.

Si assicuri dunque che a farlo mi sono inteso obbligato dalla coscienza.

La benedico e resto

 

Fratello ALFONSO MARIA del SS. Redentore

e vescovo di Sant'Agata.

 

[P. S. di propria mano del Santo.] D. Gasparo mio, si assicuri che se suo fratello era fratello mio, pure avrei fatto lo stesso.

 

Conforme all'originale che si conserva nel nostro archivio generalizio di Roma.




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