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S. Alfonso Maria de Liguori
Lettere

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801. AL SOMMO PONTEFICE PIO VI.

Espone lo stato di sua salute e domanda di essere esonerato dal vescovado.

[APRILE 1775.]

Beatissimo Padre,

Rappresento a V. Santità, come io fui fatto vescovo di S. Agata de' Goti, nel regno di Napoli, in età avanzata di sessanta sei anni. Ho tirato, coll'aiuto del Signore, per tredici anni a portare il carico del vescovado; ma al presente mi vedo inabile a più portarlo.

Mi ritrovo in età cadente, giacché nel mese di settembre entro negli anni ottanta. Oltre l'età, ho molte infermità che mi minacciano da vicino la morte. Patisco di mal di petto che più volte mi ha ridotto all'estremo; patisco di palpiti di cuore, per cui anche più volte mi son veduto prossimo a finir la vita. Di presente, patisco di più tal debolezza di testa, che spesso mi fa stare come uno stolido.

Oltre di questi mali, mi assaltano diversi accidenti pericolosi, ai quali debbo rimediare con salassi, vescicanti ed altri rimedi; onde tra questo tempo del mio vescovado, quattro volte ho preso il Viatico, e due volte l'Estrema Unzione.

A' riferiti, aggiungo altri mali che mi impediscono di adempire gli obblighi di vescovo.


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Mi è mancato notabilmente l'udito; sicché molto ne patiscono i miei sudditi che, volendo parlarmi in segreto, se non alzano la voce, non posso ascoltarli.

Mi si è avanzata la paralisia, in modo che non posso più scrivere un verso, e con istento fo la mia firma, ma così male che poco s'intende.

Son divenuto così cionco che più non posso dare un passo, e bisogna che due mi assistano per fare qualche moto.

Fo la vita mia o sopra del letto, o abbandonato sopra una sedia.

Non posso più tenere le ordinazioni, né più predicare; e quello che più importa, non posso più girare per la visita, e la diocesi ne patisce positivamente.

Posto ciò, ho stimato mio obbligo, vedendomi vicino alla morte, supplicare V. Santità ad accettare la rinunzia del mio vescovado, come fo positivamente con questa mia supplica; giacché, secondo lo stato in cui mi ritrovo, vedo che manco all'uffizio mio ed al governo delle mie pecorelle.

Spero certamente che, considerando la Santità Sua questo mio stato così miserabile, mi compatirà e mi consolerà nell'accettare la mia rinunzia, così per sollevare le mie pecorelle, essendo poco assistite da un pastore fatto inabile ad aiutarle, come anche per liberar me dagli scrupoli che mi tormentano, vedendomi inabile al governo.

Le fo sapere lo stato della mia chiesa.

La diocesi fa da trenta mila anime in circa.

La mensa ha di rendita annuale due mila e seicento ducati, più o meno, secondo il computo fatto dagli ultimi quattro anni sino al presente.

La cattedrale ha trentun canonici con cinque dignità.

Nella terra di Arienzo, vi è collegiata con altri venti quattro canonici.

Vi sono tre monasteri di clausura: in Sant'Agata, nella città d'Airola e nella terra di Arienzo, con due conservatori che anche mantengono l'ufficiatura.


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Aspetto con molta confidenza la grazia da V. Santità, insieme colla sua benedizione, affinché da oggi innanzi non pensi ad altro, che ad apparecchiarmi alla morte che mi sovrasta....

Conforme all'abbozzo originale che si conserva nel nostro archivio generalizio di Roma.




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