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S. Alfonso Maria de Liguori
Lettere

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6. AL CARDINALE ANTONINO SERSALE, ARCIVESCOVO DI NAPOLI.

Gli espone il suo giudizio su di un'opera, datagli ad esaminare, della quale fa i migliori elogi.

 

 

[ANNO 1755.]

 

Eminentissimo Signore,

Ringrazio distintissimamente V. Em. dell'onore che mi ha fatto in comandarmi a dare il mio giudizio su l'opera intitolata: Il Vescovo consolato,1 ma temendo di me medesimo per la mia insufficienza, ho pregato ancora alcun Padre della mia Congregazione a leggerla; e perché avrei positivo scrupolo, per la grand'importanza della cosa, non dire schiettamente il sentimento mio e de' miei compagni, dico con sincerità che l'operetta, quanto è semplice, altrettanto è piena di lumi facili a praticarsi, e forse non saputi da molti prelati; onde può fare un bene infinito a coloro che la leggeranno con umiltà: poiché il Signore comunicando i suoi lumi più segreti a' poveri

 


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di spirito, e servendosi per li suoi alti disegni degli umili e nascosti, vedo chiaramente che così si è degnato fare colla presente operetta; imperocché, per quanto avessero mai pensato i primi savi del mondo, non avrebbero trovate tante maniere per coltivare diocesi incolte, quante qui si descrivono: dunque si vede che la mano di Dio l'ha guidato per consolare tanti vescovi, che si disanimano per l'infinite difficoltà che incontrano; e se molte cose non possono praticarsi in alcune terre o città, in altre potranno poi praticarsi facilissimamente; ed io e i miei compagni, che abbiamo sperienza di molte diocesi, abbiam detto, leggendo quest'operetta, che se tal'uno la discredita, o per la semplicità dello stile, o per la moltiplicità delle cose che non tutte possano praticarsi, si mostra poco pratico dell'operare evangelico, e poco perito delle varietà dello stile.

Ma V. Em., che anche l'ha letta, avrà veduto che intorno allo stile, così dee essere, ed intorno alle cose, già colla sua prudenza e sperienza e col suo zelo avrà compreso che sono tutte praticabili; e che appartiene poi al vescovo, colla sua prudenza, discernere ciò che può farsi in una terra, e ciò che può farsi in un'altra; e così mi sembra conchiudere che ogni prelato dee stimare la presente operetta come un tesoro; perché non è cavata da' libri, ma dall'uso d'orazione e dalla lunga sperienza.

Tale anche ho inteso essere stato il giudizio de' più illuminati e più accreditati operai di Napoli, i quali tutti concordemente hanno fatta dell'operetta una grandissima stima, e detto lo stesso che io umilmente espongo a V. Em., a cui piedi prostrato le cerco la

S. benedizione.

Di V. Em.

Umo, devmo ed obblmo servo e suddito

ALFONSO DE' LIGUORI del SS. Redentore.

Conforme al foglio stampato a capo dell'opera.

 

 




1 Quest'opera, pubblicata in Napoli nel 1755 da Benedetto Gessari senza il nome dell'autore, è del sacerdote D. Giuseppe Iorio della Congregazione del

P. Pavone o della Conferenza. Si fa menzione di questo zelantissimo missionario, nel primo volume della Corrispondenza generale, pag. 254, (dove in nota si è detto, per errore, appartenere alla Congregazione dell'arcivescovado).






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