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S. Alfonso Maria de Liguori
Lettere

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102. AL SIG. GIAMBATTISTA REMONDINI.

Costretto a far cambiamenti nell'Opera morale, gli domanda se nell'ipotesi desidera ristamparla, e dettegli cose riguardanti le Opere spirituali, gli chiede anche una volta dell'Homo Apostolicus che si maraviglia come da due anni sia sotto il torchio, senza poterne ancora uscire.

 

ARIENZO, 12 GIUGNO 1763,

 

Illmo Sig. Sig. e mio Pne colmo.

 

Essendo che il nome di Busembaum si è renduto odioso quasi per tutto il mondo, ed io per mia disgrazia mi ritrovo aver preso a commentare questo benedetto autore che, quando è nominato, fa orrore come fosse nominato Lutero: pertanto hanno pensato i miei compagni della Congregazione di togliere dalla mia Morale il testo di Busembaum, e fare che la Morale sia tutta mia; aggiungendovi però le definizioni, le distinzioni e le prime proposizioni o sieno principi, che vi vogliono di più. Si lascerebbero le mie dissertazioni che stanno dietro dell'Opera; ma si toglierebbero tutte le aggiunte, fatte dal P. Zaccaria, le quali sono state belle un tempo, ma ora anche sono odiose parimente come Busembaum1. L'opera, in


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somma, verrebbe tutta mia, come la vorrebbero oggidì le genti. Lodano l'Opera, e poi mi tagliano; perché ho voluto commentare Busembaum.

Desidero ora sapere se V. S. Illma ristamperebbe l'Opera, se si facesse nel modo meditato; tanto più che vi verrebbero molte cose meglio aggiustate, ed anche aggiunte. Le aggiunte son brevi, quelle che avrebbero da venirvi; ma sono molte.

Quanto mi pento di aver preso a commentar Busembaum! Ma chi potea presagire la tempesta che dovea esservi contra il povero Busembaum?

Orsù, dopo tanti stenti, ho avuta già l'approvazione del mio libretto della verità della Fede. Ho trovato un revisore fantastico, che mi ha fatto stentare da nove mesi.

Ora dunque già si sta stampando l'approvazione coll'indice di detto libretto; e subito che sarà finito e ligato, ve lo


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manderò, insieme colla nuova Dissertazione che ho fatta della Probabile, ch'è una cosa nuova ed è stata applaudita da' dotti; ed insieme vi manderò tutto il resto delle mie operette spirituali che vanno al terzo tomo dell'Opera grande, da V. S. Illma designata.

Frattanto però io non ricevo più nuove di V. S. Illma né di quest'Opera grande, se è cominciata o no a stampare.

V. S. Illma ha fatte tante richieste per lo mio ritratto, cosa che non serve; ma quello che serve ed è cosa che tanto la desiderano, cioè di vederla stampata, non se ne parla.

Né mi date nuova della Morale latina o sia Istruzione latina. Saranno già due anni, come V. S. Illma già mi scrisse tempo fa, che l'opera stava sotto del torchio. Ma quel torchio è di molto tardo moto: va un passo una volta l'anno.

Le genti sempre mi domandano: quando viene? quando viene? Ed io non so che rispondere. La prego ad avvisarmi almeno che cosa ho da rispondere.

Ieri parlai con alcuni venuti da Sicilia, e mi dissero che le opere mie ivi vanno molto care.

Resto confermandomi

Di V. S. Illma Divmo ed obblmo servitore vero

ALFONSO MARIA, vescovo di Sant'Agata

Conforme all'originale che si conserva nel nostro archivio generalizio di Roma.

 

 




1 L'uno e l'altro erano parimente odiosi, e per la medesima ragione che tutti i membri della Compagnia di Gesù. Le dottrine di qualsivoglia specie, quantunque innocenti e giuste, erano un pretesto a tutti coloro che avevano giurato la ruina estrema di quell'illustre Istituto.

I Giansenisti ed i pseudofilosofi, sostenuti dai regalisti, vedevano in essi un grande ostacolo al trionfo delle loro idee, sovversive di ogni ordine. Quindi ricorsero a tutti i mezzi per infamarli e vederli distrutti. Nel Portogallo, come si è visto, vi riuscirono fin dal 1759, e seguitarono ad oltranza la guerra fino a che, per opera delle Corti Borboniche collegate insieme, non ne ottennero, con mezzi iniqui né punto leali, la soppressione totale dallo stesso Sommo Pontefice Clemente XIV, nel luglio 1773.

Quali fossero i sentimenti di S. Alfonso innanzi a questo fatto, si vedono ben dichiarati nella sua Vita, scritta dal Tannoia, ed in alcune sue lettere, già riferite al suo luogo. Ne rimase addoloratissimo. D'altra parte, i nemici erano riusciti nel loro intento, e il nome dei Gesuiti n'era rimasto offeso presso i tristi e i poco accorti. Di qui lo studio e la cura del Santo di togliere, da sé e dalla sua Morale, qualunque ombra che potesse porgere motivo a' nemici di ravvolgerlo nella stessa sorte, ed impedire così il gran bene che le sue opere ed il suo Istituto avrebbono arrecato alla Chiesa e alle anime.

Non può negarsi, e si rileva evidentemente dal seguito di questa Corrispondenza, che S. Alfonso non teneva, né tutte le opinioni né il sistema tenuto da alcuni, anzi da molti Gesuiti. Son cose disputabili; e il Santo, come ogni altro, si regolava in questa bisogna, secondo i propri lumi e ragioni, né incondizionatamente si professava seguace di alcuna scuola o sistema. Di che a tutta ragione poteva dire e diceva di non essere, né Gesuita né seguace delle loro opinioni.

Affezionato, come era, e pieno della più alta stima per la Compagnia, non intendeva con ciò farle onta, benché minima. Tuttavia, nel pessimo stato di cose in cui si era, il Santo insisteva, secondo il bisogno, nell'allontanare da sé, dalla sua Congregazione e dalle sue opere la taccia, che i nemici medesimi cercavano di infiggergli, di Gesuita o di passionato lor seguace, e così spegnere il suo Istituto nel suo nascere, ed impedire la diffusione delle utilissime sue opere.

Questo criterio preghiamo il lettore ad aver sempre innanzi agli occhi nell'apprezzamento di quanto a questo punto si riferisce. Che se pur si avvertisse come il Santo spesso doveva ripetere, specialmente al Remondini, le stesse cose, per la difficoltà della corrispondenza a quei tempi, per incoraggiarlo alla stampa e toglierne i timori di avventurare i suoi lavori, si avrà allora una norma sicura per formarsi il giudizio più retto in questa materia.






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