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S. Alfonso Maria de Liguori
Lettere

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219. AL P. D. PIETRO PAOLO BLASUCCI, SUPERIORE DELLA NOSTRA CASA DI GIRGENTI.

Quale opinione deve ritenersi per certamente e notabilmente più probabile, perché preponderi sull'opposta meno probabile, quando la prima sta per la legge, l'altra per la libertà.

 

Viva Gesù, Maria e Giuseppe!

ARIENZO, 8 AGOSTO 1769.

 

La vostra risposta, da me tanto desiderata, le dico in breve che mi ha sollevato e consolato; mentre vedo che in sostanza diciamo lo stesso.

In primo luogo, le dico che io non parlo delle sentenze particolari: in queste, ognuno dee seguir quello che gli detta la coscienza; parlo del sistema generale, intorno al seguire la vera sentenza circa le opinioni probabili. Nel che V. R. ha preso equivoco: perché io non dico nel primo che la vera sentenza fa che sia lecito seguire tutte le opinioni probabili, ma dico e intendo di provare quale sia la vera sentenza circa l'uso lecito delle probabili.

Mi ha piaciuta poi la spiega fatta, nella sua, delle parole equivoche che io spiegavo in altro senso, avendo riguardo ad un'altra lettera da lei scrittami molti mesi prima, ove mi fece la difficoltà che, supposto il principio che la legge dubbia non obbliga,


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si deduceva potersi seguire anche la meno probabile. In quella lettera V. R. diceva così: Se dunque tal legge non può dirsi sufficientemente promulgata (cioè quando è dubbia), come potrà obbligarci a non seguitare la molto meno probabile che resta nella vera probabilità? perché restringerci alla sola equiprobabile, come dubbio stretto? ecc. Quindi vedo, da quanto di sopra ho notato della sufficiente promulgazione della legge, che V. R. difende il probabile gesuitico, non l'equiprobabile solo. E poi soggiunge che, se i testi, citati per la certezza della legge, non debbano intendersi di una certezza rigorosa, come sonano, dunque bisogna dire con Patuzzi che non è necessaria una vera scienza della legge, ma che basti una tal quale notizia ecc.

Queste parole, unite a quelle della penultima vostra lettera, mi avean fatto prendere l'equivoco. Ma ora sto quieto; mentre V. R., in quest'ultima, già si è spiegata chiaramente: esser lecito l'uso dell'equiprobabile, perché allora la legge non è promulgata.

V. R. si lamenta che io non ho fatto l'Apologia secondo il suo desiderio: ma io non ho avuto altra idea, che di mettere in quella il mio sistema in maggior chiarezza.

Questo mio sistema, ancorché volessi, non potrei più occultarlo, mentre l'ho spiegato in tante mie opere. Avevo inteso che in Palermo si lagnavano che io, nella mia Morale, e i miei compagni seguitavamo il lasso probabilismo gesuitico; e ciò è quello che mi ha mosso a far tale Apologia. È vero che tutto stava già detto nel libro Dell'uso moderato ecc.; ma, perché in quel libro stava il mio sistema confuso in mezzo a tante opposizioni e fallacie del P. Patuzzi, perciò pensai, non solo per Sicilia, ma per tutti gli altri luoghi, di epilogare in breve la sostanza delle ragioni e delle autorità, affinché la gente, senza legger molto, avesse avanti gli occhi il forte di un tal sistema.

Dice V. R. che, quando la sentenza per la legge è probabiliore, anche di un grado, naturalmente la mente è tirata ad abbracciarla.

Ciò io non lo nego; ma quando poi si dubita se questo grado superiore vi sia o non vi sia, allora dico che la mente resta, non già tirata, ma solo sospesa: e ciò è quello


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che io ho spiegato più volte, dicendo che quando è certo esser l'opinione rigida più probabile, quella dee seguirsi; ma quando poi è dubbio se l'opinione rigida sia egualmente probabile o un poco più probabile! ma tanto poco più che si dubita se sia un poco più probabile o sia egualmente probabile, in questo caso dico che la legge è strettamente dubbia e non può dirsi promulgata; e perciò ella naturalmente non obbliga, né le coscienze de' letterati, né quelle de' semplici.

Del resto, dico che, quando la rigida è certamente probabiliore, anche di un grado, allora è anche notabilmente più probabile; perché quella certezza della maggior probabilità prova che quella probabilità è talmente preponderante che basta per far traboccar la bilancia: e così dico esser la stessa la sentenza certamente più probabile che la notabilmente più probabile; perché se non fosse notabile l'eccesso, non potrebbe far traboccar la bilancia. Del resto, sempre che dico che, quando la sentenza è certamente più probabile, quella deve seguirsi, è tolto ogni equivoco, ancorché sia più probabile (ma certamente) di un solo grado.

Nell'Apologia io scrivo così: Quando apparisce all'intelletto con certezza che la verità sta più per la legge che per la libertà, allora non può la volontà prudentemente e senza colpa seguir la parte meno sicura. Come io lo potevo spiegare più chiaro?

Dirà V. R., circa il punto di notabilmente più probabile, che il peso di dieci once è certamente maggiore di quello di nove, con tutto che l'eccesso non sia notabile.- Rispondo che ciò corre in materia fisica; ma in materia metafisica, circa i giudizi d'intelletto, dico che quando l'eccesso è certo, è ancora notabile; perché se non fosse notabile, non sarebbe certo, ma ambiguo e dubbio, e così non dimostrerebbe moralmente promulgata la legge.

Del resto, replico: quando l'opinione rigida è certamente più probabile, dico: sì signore, quella deve seguirsi; perché allora la legge e già sufficientemente promulgata.

Non creda poi V. R. che tutto il mondo tenga il sistema di Concina, come lo tengono quelli di Girgenti che sono i veri


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pregiudicati, per i maestri pregiudicati che hanno avuti. Molti poi parlano senza intendere il punto; e perciò tanti uomini dotti, in leggere il mio libro, si sono mutati e chiariti. E così io intendo quel parum pro nihilo reputatur, cioè quando l'opinione benigna è tanto meno probabile che si dubita se sia un poco meno probabile o egualmente probabile; perché quando la maggior probabilità per la legge è così poca, che si dubita se vi sia o non vi sia, ella non fa traboccar la bilancia, né dimostra che la legge sia promulgata.

Non occorre dunque, su questo punto, che V. R. più me ne scriva; giacché resto quieto con quel che mi ha scritto.

Mi rallegro finalmente che i vostri giovani faticano allegramente. Li benedica tutti da parte mia, uno per uno; ed io specialmente benedico V. R. ch'io tanto stimo, e perciò mi trafiggeva il pensiero o dubbio che V. R. si fosse fatto Concinista.

Mi rallegro ancora della notizia che il vescovo di Girgenti1 sarà uno de' nostri favorevoli. Viva Gesù, Maria e Giuseppe!

Io, per grazia di Dio, sto meglio collo stomaco e colla testa: onde ho potuto terminare già l'Opera dommatica2 in difesa de' dogmi, definiti dal Concilio di Trento contra i novatori. L'opera è piaciuta molto a chi l'ha cominciata a leggere: vi sono delle belle notizie. Per la prima occasione ve la manderò per via di Vietri; perché non mi pare al presente che vi sia altra via.

E così sto bene colla testa; ma non posso camminare se non appoggiato ad un'altro, perché non mi reggono le gambe, e già fa l'anno che non dico messa; perché il reumatismo mi ha totalmente torto il collo, che non posso alzarlo a sumere il Sangue; né mi si speranza di dire più messa3. Ho presi


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tanti rimedi e bagni, e 'l collo sta sempre torto in una maniera. Così piace a Dio, così piace anche a me.

Io sto risoluto di lasciare il vescovado e venirmene a morire tra' miei nella mia Congregazione. Ora però sto confuso solo circa il modo ed il quando; ma non anderà a lungo. Ciò per ora tenetelo segreto, perché non voglio che lo sappiano anche quei della Congregazione.

Soggiungo un'altra parola circa la vostra lettera.

signore, basta che la sentenza sia più probabile di un grado, ma intendiamoci bene: questo grado ha da esser tale che mi faccia certo che la sentenza sia più probabile, e che mi faccia vedere moralmente o sia sufficientemente promulgata la legge; e con ciò non ne parliamo più di questa materia.

 

Fratello ALFONSO MARIA, del SS. Redentore.

Conforme all'originale che si conserva nel nostro archivio generalizio di Roma.

 




1 Mgr Antonio Lanza, Teatino, preconizzato vescovo di Girgenti il 20 novembre 1769.



2 Opera dommatica contro gli eretici pretesi riformati,



3 Ma il 26 agosto, contra ogni aspettazione, il Santo ebbe la bella sorte di poter ricominciare a celebrarla, come si è narrato nella nota 3a vol. II, pag. 122.




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