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S. Alfonso Maria de Liguori
Lettere

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254. AL P. D. PIETRO PAOLO BLASUCCI, SUPERIORE DELLA NOSTRA CASA DI GIRGENTI IN SICILIA.

Si consola della persecuzione felicemente superata in Girgenti, ascrivendo ogni cosa a singolar protezione di Dio; e ad allontanarne sempre più il pericolo, dichiara e vuole che si dica la Congregazione e lui, anziché seguire tutte le dottrine de' Gesuiti, essere contrari ad alcune; e gli parla ancora di certe sue opere.

 

Viva Gesù, Giuseppe e Maria!

ARIENZO, LI 14 MAGGIO 1772

 

È stata molto grande la consolazione che mi avete data colla vostra lettera1, e vi ringrazio sommamente di non avermi notificata la tempesta passata; perché, da una parte, io da qui non potevo remediarvi e, dall'altra, mi sarebbe stato di


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somma agitazione e rammarico. Questa mattina ho detta la messa e l'ho applicata per ringraziamento a Gesù Cristo della calma ricuperata, perché gli Amici aveano pigliata la via giusta di ruinar questa casa, affacciando che non vi era permesso regio e che noi insegnamo le dottrine de' Gesuiti.


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Ma Dio mio! come noi insegnamo le dottrine de' Gesuiti; quando io, che ho stampato su questa materia, espressamente ho riprovate le dottrine de' Gesuiti circa la Morale e circa la Scolastica. Dunque abbiamo da insegnare la dottrina di Giansenio, Quesnellio ecc.?

Consoliamoci in vedere che Dio ci dimostra una gran protezione.


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Non occorre pensare a venire in Napoli V. Riv., perché il vescovo non vuole, almeno in questi torbidi bisogna aspettare il tempo opportuno. Io non ho ricevuta niuna lettera del Cappuccino, fratello. Se viene, risponderò con bel modo, per non accrescere il fuoco.

Non mi avvisate se avete ricevuti i libri che vi ho mandati, Domenicale e, li altri piccioli. Io già ho compita l'opera della Storia dell'Eresie colla confutazione dell'eresie più principali: opera che mi costa sangue e li gran rammarichi col benedetto Sig. canonico Simioli, che sostiene mordicus le sentenze di Berti, e perciò mi ha cassato molte cose; ma finalmente mi ha fatta l'approvazione. Non è uscito però sinora il publicetur di Palazzo; si aspetta che il segretario de Marco ritorni a negoziare, giacché, come sapete, è stato male sino a prendere l'Estrema Unzione.1 Quando esce l'opera, subito ve la manderò


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per mezzo delli Signori Consiglio e barche di Vietri; e penso di regalare anche quest'opera al Sig. Targianni, ringraziandolo de' favori compartiti a voi altri. Del modo di scrivere della sua lettera ben si vede che ci è stato favorevole; se ci fosse stato contrario, certamente ci avrebbe potuto rovinare. Gloria Patri et Filio ecc! Sieno sempre benedetti Gesù e Maria che ci proteggono con tanto amore!

Dicono che siamo Gesuiti, per tirarci l'odio della Corte. Sieno benedetti! Predicatelo e pubblicatelo tutti che noi siamo contrarî, ed io il primo, alle dottrine de' Gesuiti. Parlo delle dottrine che non sono buone, perché delle buone non ne possiamo dir male. Nell'opera dell'Eresie, fra le confutazioni ho posta una confutazione, ch'è l'ultima dell'opera, del P. Berruyer, Gesuita; ce l'ho caricato bene, perché veramente son dottrine troppo perniciose alla Fede. Quando V. R. la leggerà, ci avrà gusto. Ed ho caricati bene, non solo il Berruyer, ma tutti gli altri Gesuiti, che ne han presa la difesa. So che questa mia confutazione dispiacerà a molti Gesuiti, ma non m'importa


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Se parlasse male il mio padre carnale, anche di mio padre direi male, trattandosi di dottrine circa la Religione.

Mi riverisca caramente Monsignore Illmo, e [gli dica] ch'io resto molto edificato del suo zelo. Oh Dio a che siamo arrivati! Leggere a poveri giovani che si ha da seguitare Giansenio e Quesnellio! Ecco dove giungono i letterati del presente secolo illuminato. Secolo illuminato, e frattanto le anime vanno a ruina; Napoli è ruinato: non si confessano, non sentono prediche, e tutti i secolari parlano di teologia e mettono mano alle Scritture, dogmi e precetti!

La prego ora a scrivermi più spesso, e specialmente ad avvisarmi che cosa sia del Sig. Cannella, del tribunale del S. Officio. Io penso che i suoi scritti son palesi presso molti, e credo che il vescovo anche ne tenga la copia; e se no, sarebbe bene che procurasse d'averla. Onde non so come il Sig. Cannella la possa scappare.

Per carità, raccomandatemi tutti a Gesù Cristo per la buona morte; mentre sto col piede alla fossa, e il peso del vescovado mi si è fatto troppo pesante.

Benedico V. Riv. e tutti, uno per uno, e raccomando a ciascuno l'osservanza delle Regole e la pace fra di voi. Pensino che siamo circondati da nemici che ci vogliono distruggere, così in Napoli come in Girgenti. Se ci portiamo male con Dio, presto vedremo la ruina totale. Viva Gesù, Giuseppe e Maria!

Da oggi innanzi, sulla sovrascritta non metterò più (scrivendo a voi altri) A. N.N. rettore ecc., per non dare qualche arma in mano de' contrari; e lo stesso avviserò al Vicario [D. Andrea Villani] per quando vi scrive.

 

Fratello ALFONSO MARIA del SS. Redentore.

Conforme all'originale che si conserva nel nostro archivio generalizio di Roma.

 




1 Ecco la lettera del Blasucci alla quale risponde il Santo:

 

Viva Gesù, Maria e Giuseppe!

Illmo e Rmo Sig. Sig. e Pne colmo.

Se ho tardato a scrivere a V. S. Illma e Rma per i motivi che appresso l'accennerò, lo compenso al presente con questa lunga relazione. E prima le auguro felicissime le feste di Pasqua e prego Gesù Cristo che la conservi e la ricolmi delle sue grazie. - Di sanità sono più che mediocre. Il P. Giuliano col Fratello Vincenzo sono stati più volte ammalati con diverse recidive terzianarie, da novembre sino al presente. Ora però si vanno ristabilendo. Gli altri compagni si trovano ancora nelle missioni, le quali sono riuscite, per grazia di Dio, troppo fervorose e di sommo profitto. Si ritireranno in casa verso la fine di maggio. Hanno travagliato e travagliano con piacere e con armonia, senza risparmiarsi.

Vengo a quello che più importa. Iddio ha voluto esercitarci con una furiosa tempesta di persecuzione, dai 16 febbraio passato sino ai tre del corrente aprile, quando il tutto si è cambiato in calma per pura protezione speciale di Dio e di Maria SSma. Non ho voluto darle più prima notizia di queste persecuzioni, aspettando l'esito di quelle, o buono o funesto; altrimenti l'avrei funestato al racconto di quelle e non consolato che troppo tardi. Il motivo di tal persecuzione nacque di questo:

Mgr Lanza licenziò da questo suo seminario un lettore di sacra Scrittura, chiamato D. Giuseppe Cannella, sacerdote mansionario di questa cattedrale e cittadino di Girgenti; perché, come ora si dice per tutta la città, insegnava a' giovani teologi e ad altri del seminario dottrine erronee, ereticali e giansenistiche contra la Bolla Unigenitus di Clemente XI, che condanna le 101 proposizioni di Quesnellio, di Michele Baio, ecc.; e dopo averlo due volte ammonito a parlare più castigato, senza averlo veduto approfittare, ne lo cacciò, come dissi, dal seminario e gli proibì di udire le confessioni.

Questo passo del vescovo fu, sul principio, stimato imprudente, ingiusto e sciocco; perché il vescovo, avendone avute dal seminario le dinunzie secrete, non ha voluto manifestare a chicchessia i veri motivi di tal rimozione, ha sempre taciuto e tace: perciò, non sapendo questi curiosi e malcontenti Girgentini se non la scorza del fatto, e interpretando a capriccio quali motivi potevano muovere la mente del vescovo a tal risoluzione, sfoderarono la lingua prima contro del vescovo, e poi contro del Sig Papi e contro di me, supposti amendue consiglieri e approvatori del passo del vescovo, troppo sciocchi, ignoranti e imprudenti.

Ma vedendo che né al vescovo né al Sig. decano Papi potevano recare male alcuno, commota est universa civitas contra di me, folium quod vento rapitur: impegnati a dispergermi per l'aria e, se potevano, annichilarmi. Ecco i principali della città, per fare onta al vescovo e dargli almeno amarezza per lo sfratto nostro da Girgenti, e col farlo apprendere in Palermo per un vescovo ignorante e mal consigliato, impegnano il Cannella a portarsi in Palermo a parlare, a gridare, non meno contro la supposta mal condotta del vescovo, che contro di me e de' miei compagni, non di altro rei, per divina misericordia, che del probabilismo, del gesuitismo e di seguire le dottrine del Molina in materia di grazia, e non la sana dottrina, qual'è quella di Giansenio, di Quesnellio ecc., secondo la mente stravolta e fanatica del Cannella.

Partì il prefato per Palermo ai 22 febbraio, accompagnato da 14 lettere commendatizie ai principali in dignità, dottrina e fama di quella capitale. Posta per posta, scriveva da Palermo il Cannella a' suoi protettori ed amici di Girgenti la sua vittoria, il viva, gli encomi della sua dottrina e de' suoi stravolti sentimenti e la prossima espulsione de' redivivi Gesuiti e Molinisti che, siccome quelli un tempo perseguitavano i migliori teologi Giansenisti di Francia, così noi il meglior teologo Giansenista di Girgenti.

Queste vane e artificiose notizie mettevano in brio i nostri avversari, che cantavano il trionfo prima della vittoria. Io, sempre muto, sempre in silenzio e come niente commosso di tali baiate, me la passava in pace e tranquillità, uniformato alla divina volontà, ma non lasciando di porgere preghiere a Dio e a Maria SSma, novene, discipline in comune, limosine per scongiurare la tempesta.

Al sentirsi per tutta la città la nostra prossima partenza, non mancarono molte persone divote che fecero de' voti, delle novene, de' digiuni in pane ed acqua, celebrar messe ecc. per non farla vincere al demonio, troppo offeso del gran bene che si fa colle nostre missioni.

Da Palermo mi fu avvisato da un buon sacerdote, da cui non lo sperava, tutto ciò che sparlava e operava contro di noi il Cannella, impegnando il Sig. consultore Targianni a far consulta contro di noi alla Corte di Napoli. Mosso io da tal avviso accertato, scrissi al Sig. Targianni una mia consulta, informandolo della verità del fatto, della sana dottrina che professiamo e del tenore del nostro vivere in Girgenti, niente contrario agli ordini reali, poiché ci minacciavano di accusarci di aver fatta fondazione, senza beneplacito regio.

Il Targianni gentilmente mi rispose ch'egli era nell'indifferenza e che non si sarebbe affatto ingerito; come potrà V. S. Illma e Rma osservare il tutto dalla copia di carattere del P. Giuliano, che l'acchiudo.

È certo che il suddetto Sig. consultore si compiacque del nostro tenor di vivere e de' sentimenti espressi nella consulta; ma rispondendomi da ministro regio con suggello regale, colla sopracarta ex officio, scrive riserbato, ma abbastanza si spiega. Piacque assai al vescovo Lanza la risposta del Targianni. Così ci siamo quietati. In Palermo si sono disingannati tutti e hanno lodata la condotta del nostro vescovo. Il Cannella, abbandonato da tutti, sta in brachiis del tribunale del S. Uffizio a giustificare, se può, le sue proposizioni ereticali.

La città di Girgenti ora parla diversamente del vescovo e di me, conosciuta la reità del Cannella. Gridarono per 4 giorni Crucifige contro di me; ora cantano l'Hosanna ed il Benedictus qui venit; specialmente per una fatta di essercizî, dati da me a tutta la nobiltà Girgentina con uno straordinario concorso, frutto e loro compiacimento, si è cambiata in venerazione la di loro esecrazione. Digitus Dei est hic. Pura bontà di Dio e tratti sopraffini di sua speciale protezione, per cui l'ho ringraziato e lo ringrazio in eterno, e prego V. S. Illma e Rma a far lo stesso.

Mi si dice che un P. Cappuccino, fratello del Cannella, abbia scritto a V. S. Illma e Rma omnia maledicta contro di me. Non ne creda niente. La verità l'ha scoverta Dio, protettore dell'innocenza. Sa Dio con quanta prudenza, indifferenza e circospezione mi diporto col vescovo, non ingerendomi in cosa fuori del mio ministero. La corruttela vuol trionfare senza ostacolo. Quando si tratta di Fede, di religione e di bene comune, ogni buon cristiano è soldato di Gesù Cristo.

Avea risoluto portarmi costà dopo Pasqua; ma il vescovo non vuole per ora. Bisogna obbedire. Non altro. Le bacio le mani e dimando, genuflesso, la benedizione.

Di V. S. Illrna e Rma

GIRGENTI, 12 APRILE 1772.

Indegnissimo servo e figlio in Gesù Cristo

PlETRO PAOLO BLASUCCI, del SS. Redentore.



1 Il Santo, per umiltà, non aggiunge il racconto della parte ch'egli stesso avea avuta nella guarigione del marchese de Marco. Ecco la deposizione che ne fa, nel Processo di beatificazione (Summar. N° 31 125), D. Salvatore Romano: "Il Servo di Dio fu arricchito dal Signore del dono della profezia. Stava gravemente infermo il Sig. marchese de Marco. Mio zio D. Michele Metillo di Monte Sarchio, strettissimo amico del detto marchese de Marco, avendolo saputo, mi mandò sul punto un corriero, incaricandomi di portarmi subito dal Servo di Dio per pregarlo in suo nome che avesse raccomandato a Dio detto Sig. marchese de Marco, già disperato da' medici. Andai io dal Servo di Dio, ed avendogli detto il tutto, se ne afflisse oltre modo.

La mattina seguente, sul fare del giorno, il Servo di Dio mi fé chiamare due volte con fretta; ed arrivato in questo palazzo, mi disse queste precise parole: "Trovate mo' un corriero, e voglio pagarlo io; scrivete a D. Michele che il Sig. D. Carlo de Marco stanotte è passato meglio e seguiterà a star bene, avendogli interceduta la grazia Mgr Lucci, vescovo di Bovino, che tanto l'amava.

Prese poi due figurine, una del Crocefisso e l'altra della Madonna, e disse che si fossero mandate a detto marchese, se gli fossero poste sotto il cuscino, e fossero stati sicuri che detto marchese avrebbe ricuperata la salute. Si mandò il corriero colle figurine, ed in risposta si seppe con certezza che nella medesima notte, nella quale il Servo di Dio aveva accertato il miglioramento del detto Sig. marchese de Marco, questi era migliorato; onde ricuperò una perfetta salute, come il Servo di Dio aveva predetto."






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