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S. Alfonso Maria de Liguori
Lettere

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260. AL SIG. GIAMBATTISTA REMONDINI.

Si mostra sollecitissimo di sapere le notizie, che si augura buone, intorno alla tribolazione di cui sopra, esibendosi tuttavia pronto a giovarlo da sua parte; e ragiona a lungo perché non possa fare nella Morale un certo cangiamento, senza cui, per altro, questa rimane ancora stimata e ricercata di assai.

 

Viva Gesù, Giuseppe e Maria!

ARIENZO, LI 30 LUGLIO 1772.

 

Illmo Sig. Sig. e Pne colmo.

Ricevo l'ultima di V. S. Illma de' 18 di questo corrente luglio, dove mi consolo sentire che V. S. Illma già sia stata avvisata, dal Sig. Moschini, dell'opera mia dell'Eresie che tiene in mano.

Ho scritto già al Sig. Oronzio Noè per ricuperare la balla consaputa de' libri della Dogmatica. Subito che avrò la balla, l'avviserò a V. S. Illma.

In quanto poi all'Istoria della filosofia, stampata in Lucca, mi fece sentire il libraro di Napoli, Signori, che nell'altro mese m'avrebbe dato l'ultimo tomo. Frattanto sento dalla lettera di V. S. Illma che, per ora, porta il credito il libraro di Lucca per lire 32. 4; e questa somma io la noterò a conto suo, ed aspetto poi di sapere il prezzo per quell'ultimo tomo; ma mi pare che disse il Signori che quest'ultimo tomo non si paga. Del resto, io sono pronto a pagarlo.

Io aspettavo con premuta qualche notizia degl'imbarazzi e tribolazioni che V. S. Illma passava, come intesi dalla penultima sua. Ora, vedendo che di ciò non mi scrive nulla, in qualche modo me ne consolo, sperando che la tempesta sia tranquillata; ma voglio che, nella prima lettera che mi scriverà, V. S. Illma mi scriva distintamente, per mia consolazione, se la burrasca è cessata ed in quale stato si trova. Io ho raccomandato con modo speciale l'affare al Signore, ed ho dette più messe acciocché Dio l'avesse consolato; oltre di ciò, ho mandato la limosina di venti carlini, per parte, a tre monasteri di monache sante, e specialmente al monastero delle Cappuccinelle,


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di Napoli, della regola stretta di S. Chiara, facendo fare una novena a ciascuno di questi tre monasteri, pregando Dio per l'affare vostro che tanto mi è stato al cuore.

V. S. Illma mi scrisse che mi fossi steso a far fare di limosine sino a quindici ducati per questa sua tribolazione; ma io non mi sono steso più che a sei ducati, come ho scritto di sopra. Di nuovo pertanto la prego ad avvisarmi; perché, se bisogna, faremo fare più novene e più orazioni.

V. S. Illma mi scrive circa il mio pensiero di togliere Busembaum dalla Morale. Sì signore, io ebbi questo pensiero, come le scrissi; e Dio sa quante volte mi son pentito di non aver fatto da principio la Morale da me, senza mettervi Busembaum; ma, nell'ultima mia, mi pare che già le scrissi che ciò non è possibile. Ebbi questo pensiero e, dico la verità, cominciai a fare e a comporre uno de' trattati, levando Busembaum di mezzo; ma vidi che, levando il testo di Busembaum l'Opera restava come un corpo nel quale, in una parte, ci mancava una costa, in un'altra un pezzo di fegato, in un'altra un osso maestro: sicché veniva a farsi un corpo monco e tutto stroppiato, e senz'ordine; mentre io, nel fare le mie note, ho seguitato il testo ed i casi particolari del detto autore.

Onde, levando il detto testo, il corpo restava tutto stroppiato, perlocché avrei dovuto cominciare da capo e mutare tutto l'ordine; e molte cose che, per esempio, andavano al primo trattato, avrei avuto da trasportarle al terzo o al sesto trattato. Pertanto, avendo faticato per più settimane per accomodare uno dei trattati più facili, non arrivai a farne (se non erro) neppure la metà. Feci pertanto il conto che, se avessi voluto comporre e mettere così in ordine tutti i tre tomi dell'Opera, non mi sarebbero bastati almeno cinque o sei anni di fatica; mentre, a comporre la mia Morale come sta, ci spesi da quindici anni di fatica e forse più. Perciò considerai esser temerità per me, in quest'età cadente di 77 anni, volere imprendere questa fatica così grande di cinque o sei anni; tanto più che ora mi trovo col peso del vescovado; mi trovo cionco di piedi e di mani, che


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non posso scrivere un verso: appena posso fare la mia firma; quandoché buona parte della Morale, per non dire quasi tutta, io la scrissi di mano mia.

Io poi non mi contento di fare scrivere le cose da altri, e non dettate da me; tanto più che si tratta di materie delicate di peccati. Onde, torno a dire, ho veduto che era una temerità di voler fare quest'Opera da capo, e così mi han detto ancora gli altri.

Del resto, la mia Morale si è venduta da per tutto.

Che importa che, in Portogallo, l'han proibita in odio de' Gesuiti? In Napoli, niuna Morale si vende tanto, quanto la mia, con tutto che nullus propheta est acceptus in patria sua. Si aggiunge che nella Morale, almeno in queste ultime edizioni, trovasi tolto il nome di Busembaum1. Di più, ognuno poi vede che, attese le note mie, la minima parte del libro è quella di Busembaum.

Torno a dire, l'Opera in questo stato già si è venduta, e tuttavia si cerca e si vende; all'incontro, mutandosi, non lo sappiamo se presso la gente avrà lo stesso smaltimento.

Le scrissi poi che, se V. S. Illma intende di far la nuova ristampa, come già mi scrisse volerla fare, ed io perciò le mandai molte picciole aggiunte importanti; le scrissi (dico) ultimamente che avevo certe altre aggiunte importantissime che vi si hanno da mettere, o, per meglio dire, certe cose che si hanno da mutare; e pertanto la prego, quando V. S. Illma intende di cominciare, di avvisarmelo un poco prima, acciocché io possa mettere in ordine le cose che devo mutare; le quali non sono molte, ma sono importantissime: onde avrei un gran disgusto se si ristampasse la Morale senz'aggiustarsi le dette cose. E non credo che V. S. Illma voglia ora tralasciare di far detta ristampa, perché io non posso far la Morale di nuovo come io aveva pensato: perché, secondo quel che ho scritto, questa


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nuova Morale è una cosa a me affatto impossibile, quando all'incontro la Morale, come sta ora, seguita a vendersi dappertutto e ad esser ricercata; perché, in fatti, al presente difficilmente si trova una Morale così piena di cose antiche e moderne, com'è la Morale mia. In Napoli, ora si è stampata la Morale per li chierici studenti in 4 tometti.

Questa Morale poco o niente mi piace; ma io vi ho notato che l'autore, quantunque sia della sentenza rigorosa, contraria alla mia (la mia non è la rigorosa, né è quella de' Gesuiti, ma è tra mezzo l'una e l'altra), pure mi chiama in un luogo: il dottissimo Ligorio. Io non ho questa presunzione di esser dottissimo; ma vedo che lodano, e si servono della mia Morale, anche quelli che sono contrari alla mia sentenza. E così V. S. Illma non dubiti che la ristampa seguirà ad aver lo stesso smaltimento che hanno avuto le altre edizioni.

Resto con ossequio rassegnandomi

Di V. S. Illma Divmo ed obblmo servitore vero

ALFONSO MARIA, vescovo di Sant'Agata.

 

[P. S.] La prego a non lasciare a rispondere, quanto più presto può, a questa mia, a rispetto della predetta ristampa, ed anche a rispetto della tempesta passata, la quale mi teneva in agitazione.

Conforme all'originale che si conserva nel nostro archivio generalizio di Roma.




1 Fino alla quinta edizione, nel frontispizio figurava il nome del P. Busembaum, il cui testo siegue il Santo. Come risulta da queste lettere, avrebbe voluto non farne più alcun uso; ma impeditone per le ragioni esposte, si contentò di toglierne il nome, per evitare la guerra che il nome d'un Gesuita avrebbe chiamato su tutta l'opera.




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