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S. Alfonso Maria de Liguori
Lettere

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284. AL SUO DIRETTORE, IL P. D. ANDREA VILLANI1.

Espone le ragioni per le quali si crede obbligato di confutare un nuovo oppositore, e prende così occasione di spiegare e stabilire sempre meglio il suo sistema morale.

 

[ARIENZO, 21 NOVEMBRE 1773.]

 

Ora, giacché V. R. non può venire, l'aspetto quando potrà. Per ora vorrei sapere se V. R. sta colla stessa specie che, se io rispondo all'abate Magli, ne può venire la ruina totale


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della Congregazione. Dio mio! non è venuta questa ruina, quando ho risposto al P. Patuzzi, il quale faceva altra figura dell'abate Magli; ed ora per rispondere a Magli che, come sento, è tenuto per un fanatico (e così pare a tutti secondo scrive), ha da venire questa ruina?

V. R. sa che io, per fissare il mio sistema circa la scelta delle opinioni e per evitare il rigorismo che porterebbe rovina alle anime, ho faticato da 20 anni1. Risposi a Patuzzi, e le mie risposte universalmente sono state applaudite da' dotti; mentre ho parlato colla dottrina di S. Tommaso e de' migliori teologi del mondo.

Il Sig. Magli ha posto in campo un nuovo sistema per confutare


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la mia sentenza, e giunge a dire che chi la seguita si fa vedere seguace di Obbes, Spinosa e di Epicuro: ingiurie che non mi ha dette Patuzzi. Ma, come egli ha poste cose nuove in campo, molti possono abbagliarsi e stimare che io colla nostra Congregazione seguitiamo una mala dottrina, quandoché io fo vedere chiaramente che le cose che dice Magli son tutti spropositi che non possono sostenersi. Onde io, come Vescovo e come Superiore della Congregazione, per onore del mio carattere e della Congregazione, stimo assolutamente necessario che mi difenda e faccia vedere che non siamo né Manichei, né Obbesiani, come dice Magli.

La mia risposta, come penso, sarà breve: non arriverà a due fogli; e nella risposta non nominerò l'abate Magli, ma parlerò in generale: dicono i miei contrari, i miei avversari e parlando all'uso mio, senza dir parola di offesa e senza pungere; solamente mi difenderò, rispondendo colle parole di S. Tommaso e degli altri teologi.

Io mi sono consigliato e mi hanno detto uomini prudenti che io sono obbligato a difendermi, almeno come vescovo e capo della Congregazione. Il più che mi han detto, che non serviva nominar l'abate Magli; ma bastava parlare in generale: i miei contrari i miei oppositori. Ora basta: desidero che mi scrivete in breve se vi è passata quella apprensione della ruina; tanto più che, in questa operetta, farò noto a tutti ch'io non seguito la dottrina de' Gesuiti, anzi la riprovo, ed intanto ho posto nella Morale il testo di Busembao per tener l'ordine ch'esso tiene (il quale è ottimo) delle materie, ma non la dottrina. Di più farò paleso a tutti che io sostengo che dee seguitarsi l'opinione per la legge, quando è più probabile, e riprovo affatto il probabilismo. Solo dico che quando l'opinione per la legge è affatto dubbia, la legge non obbliga; perché allora è promulgato solamente il dubbio, ma non la legge. E qui porto mille luoghi di S. Tommaso e di mille teologi, che la legge non promulgata non obbliga. Onde io penso che questo libretto serve per onore mio e della Congregazione con far


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vedere che non siamo probabilisti, anzi riproviamo il probabilismo.

Orsù non posso più colla testa. Vi prego a rispondermi in breve subito che potete1.

 Benedico V. R. e tutti.

Fratello ALFONSO MARIA

Conforme all'originale che si conserva nei nostro archivio generalizio di Roma.

 




1 Questa lettera non è intiera: la prima parte, non trattando di questione scientifica, si è stampata nel vol. II, pag. 258 e seg.

1 Il nostro Santo, da principio, fu probabiliorista, perché tali furono i primi suoi maestri: " Io - così egli nella Risposta apologetica ecc. del 16 gennaio 1764, di cui nella nota pag. 196 - io, nel fare gli studi ecclesiastici, ebbi per miei direttori, a principio, maestri tutti seguaci della rigida sentenza, e 'l primo libro di Morale, che mi posero in mano, fu il Genetti, capo de' probabilioristi; e per molto tempo, io fui acerrimo difensore del probabiliorismo.

 Ma nel 1741, cioè circa 15 anni dopo la sua promozione al sacerdozio, egli non fu più tale, ed abbandonò affatto quel sistema: "Il 24 ottobre 1741 - così leggesi nel suo Giornale - Mgr Falcoia [mi diè l'ubbidienza] che mi serva della probabile, come fanno tanti."

D'allora studiò di continuo per circa 20 anni, finché non ebbe fissato il suo sistema, come scrive al Villani. E fu nel 1762 che pubblicò la Breve dissertazione sull'uso moderato dell'opinione probabile, di cui si è parlato nella nota 1a, lett. 27 dicembre 1762, pag. 164. Le accuse, gli attacchi, in somma la guerra ostinata, mossagli contro, specie dal Patuzzi, anziché abbatterlo, furono ragione che il Santo sino a quest'anno 1773, come anche per l'avvenire, colle sue apologie e dissertazioni molteplici, confermasse ed esponesse sempre meglio il suo sistema, trionfando splendidamente dei suoi contradittori.

Quindi, a tutta ragione, scrive in questa lettera di aver lavorato 20 anni per fissare il suo sistema; e nella Dichiarazione del suo sistema contro il Magli, computando gli anni spesi per la difesa fattane, poté dire, n° 49: "Io su questa materia per lo spazio 30 anni ho letti innumerabili autori, così rigidi come benigni, e continuamente fra questo tempo ho cercato lume a Dio per fissare il sistema ch'io doveva tenere per non errare. Finalmente... ho fissato il mio sistema."



1 La risposta del Villani fu favorevole, e così il Santo pubblicò l'operetta: Dichiarazione del sistema che tiene l'autore intorno alla regola delle azioni morali, e si risponde ad alcune nuove opposizioni che gli vengono fatte -1774.




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