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S. Alfonso Maria de Liguori
Lettere

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369. A MGR CARLO PERGAMO, NOVELLO VESCOVO DI GAETA1.

S'insinua modestamente per dargli parecchi avvisi pel buon governo della diocesi.

 

Viva Gesù, Maria e Giuseppe!

ARIENZO, 12 MARZO 1772.

 

Il passaggio di V. S. Illma al vescovado, da una parte, mi è dispiaciuto, temendo che si perdesse il bene che ella faceva in Napoli; ma dall'altra parte, mi son consolato che passa ad aiutare una diocesi (come sento) molto bisognosa, che ha bisogno di un vescovo zelante.

Sapendo io pertanto quanto è grande il suo zelo, mi prendo la confidenza di avvisarle alcune cose circa la carica; le quali io ho imparate coll'esperienza. Non pretendo già che V. S. Illma l'abbia da mettere in pratica, mentre ognuno dee regolarsi secondo Dio l'ispira; ma ce le metto avanti gli occhi per la gloria di Dio, acciocché vi faccia riflessione. Io avrei desiderato di dirgliele a voce, ma non voglio darle quest'incomodo di venirmi a trovare in diocesi, né io posso venire in Napoli.

Non occorre a raccomandarle le missioni, mentre so quanto V. S. Illma le stima. Il maggior bene che può fare un vescovo alla sua diocesi è di non farle mancare le missioni ogni tre anni. Quello che in ciò la prego di procurare, quando vengono i missionari, è di pregarli a far le missioni per ogni paese, piccolo che sia. L'uso delle Congregazioni è di fare la missione in un paese di mezzo, sperando che vi vengano tutti i paesi d'intorno: speranza falsa! Ci verranno alcuni divoti; ma quelli che son pieni di peccati e che pesano, non ci vengono, e quel paese resta senza missione: perché la missione serve per quelli che stanno imbrogliati di coscienza. Io, nella mia diocesi, ho fatto fare le missioni a tutti i paesi, anche di 200 anime.


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Le raccomando poi a non isparambiarsi di predicare di persona a tutti i paesi della diocesi. La voce del Pastore fa altro profitto che la voce degli altri; specialmente ciò vale per V. S. Illma, a cui ha Dio dato talento particolare da predicare. Perciò procuri di fare ella la predica grande in tutti i paesi, almeno più grandi; e se non può avere missionari, si porti i confessori della diocesi, che siano di altri paesi. Specialmente può fare ciò quando fa la Visita. Non lasci almeno di fare un triduo di prediche per ogni paese.

E bene ancora che ella faccia gli esercizî formali ai cleri più grandi della diocesi, e nelle Visite almeno i tridui.

 

E lo stesso prego a fare ne' monasteri di monache, colle quali si armi di pazienza; e stia forte a non concedere cose nuove che possono portare abuso, e togliere di aprire a' parenti la porta della clausura, come si pratica in molti luoghi. Io ho faticato per levare questo abuso, e non lo concedo neppure a' genitori, mentre poi vi si accompagnano altri che non sono genitori.

 

La prego di far la Visita a lungo, facendo lo scrutinio, in segreto, di tutti i preti in particolare e anche delle monache.

 

Il prendere il vescovo ad avere monache penitenti non so sia spediente. A' monasteri di monache, quanto più si usa di confidenza, più se ne pigliano.

 

In quanto agli ordinandi, io sto con rigore a non ordinare se non quelli che vengono al seminario. Quando poi vi fosse qualche chierico di buon talento e di costumi eccellenti, e non avesse modo di entrare in seminario, sarebbe un altro caso. I guai sono che certi seminaristi fanno le gatte morte, e quando escono poi ordinati, fanno mala riuscita. Pertanto bisogna star forte a non ordinare quelli che non dimostrano spirito ecclesiastico; e quando alcuno ha fatto qualche difetto notabile, ancorché sia in sacris, vi bisogna la sperienza di molti anni; e con tutta la sperienza te la fanno, come è succeduto a me.

 

In quanto all'esame, vi bisogna tutto il rigore; perché, se non studiano prima del sacerdozio, appresso non vedono più libri. Io non approvo sacerdoti, se non sanno tutta la Morale, e voglio


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che i trattati più difficili, come sono della coscienza, degli atti umani e de' precetti del Decalogo sino a' contratti, tutti l'abbiano da saper bene quando pigliano il suddiaconato; perché se prendono il suddiaconato ignoranti, così restano, e poi bisogna dar loro il sacerdozio con tutta l'ignoranza.

 

La prego, nel seminario, a far studiare sopra tutto la lingua latina e la Morale; perché da fuori o non trovano maestri o non la studiano più. Io (replico) li fo studiare la Morale prima del sacerdozio, acciocché possa scegliere poi a approvare quelli che si portano bene poi ne' costumi. E così il vescovo può mantenere il bene della diocesi, facendo buoni parrochi e buoni economi.

 

Per quelli poi che hanno da prendere la confessione, vi bisogna un esame lungo e serio; ché nella sua diocesi troverà molti confessori ignoranti: bisogna esaminarli da capo, ancorché fossero parrochi. Stia attento specialmente a' monaci che vogliono la confessione; perché i monaci non studiano Morale. A tutti i quaresimalisti che vengono alla mia diocesi, io non do la confessione senza esame; né mi fanno specie tutte le pagelle che portano degli altri vescovi, che sogliono dar la confessione a' predicatori ad occhi [chiusi.]

 

Stia attento a chi tiene attorno, segretario e maestro di casa, avvertirli che non prendano impegni, non portino raccomandazioni e non s'intrichino negli affari del vescovado.

 

Quando vi sono meretrici, procuri di farle chiamare dal governatore, acciocché faccia far loro l'obbligo di vivere onestamente, sotto pena di carcere; e quando mancano, farle carcerare e pagare i birri. Tutte le rendite mie, per così dire, io l'impiego a' birri. Colle correzioni, poco si arriva con queste maledette cadute. E perciò bisogna tenere amico e ben regalato il governatore, nella Pasqua e nel Natale.

 

Quando poi vi sono male pratiche con maritate, son guai; perché non vogliono che si proceda senza la querela del marito. Ma quando vi fosse pubblico scandalo, si procuri il ricorso de' complateari [del vicinato]; perché allora si può ricorrere al


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regio. E quando ho avuto preti impeciati con maritate, sono ricorso al Re, e più volte ho ottenuta la facoltà di tenerli per più anni chiusi in un monastero; e quando ci son preti con male pratiche, il miglior castigo è l'allontanarli coll'esilio. Tutti gli altri rimedi sono inutili.

 

In quanto a' casi riservati, io ho riservato la bestemmia de' Santi e giorni santi, anche la prima volta. Ho preso l'esempio da Benevento e da quel santo arcivescovo di Salerno, Mgr Capua,1 e mi è riuscito di levare in gran parte la bestemmia, vizio comune nel regno di Napoli. Ho data la facoltà però di assolvere solamente a' parrochi, ma non già agli economi.

 

Aggiungo circa la Morale nel seminario: la faccia studiare co' libri, perché cogli scritti poco riesce di utile.

Non altro, per non tediarla. La prego a non scordarsi del patto di raccomandarmi a Gesù Cristo, come non mi scordo farlo io per V. S. Illma, e baciandole divotamente le mani, mi raffermo

Di V. S. Illma e Rma

Divmo ed obblmo servitore vero

ALFONSO MARIA, vescovo di Sant'Agata.

Conforme ad un'antica copia.

 




1 D. Carlo Pergamo, nato in Napoli il 4 nov. 1726, fu creato vescovo di Gaeta il 16 dicembre 1771, e resse quella Chiesa sino all'anno 1785.

1 Mgr Giovanni Fabrizio di Capua.




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