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S. Alfonso Maria de Liguori
Lettere

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204. A Fatigati Gennaro, in Napoli

Non può promettere la missione richiesta, ma lo può il suo Vicario. Sul censore della sua opera Istruzione per confessori.

 

[Nocera o Arienzo?,... 09. 1763].

 

Rev.mo Padre Signore e Padrone col.mo

Viva Gesù Maria e Giuseppe

D. Gennaro mio caro io non m'intrico più circa le Missioni,1 queste le dispone tutte il P. Vicario2 che sta inteso delle cose; Jo appena dispongo di certe cose principali della Congregazione. La vostra lettera dunque la manderò al P. Vicario che sta nella Casa di Benevento. Ma per quel che sento e sarà difficile, perché la Congregazione non ha forza di fare queste Missioni così lontane; per quelle che ha fatte è stata soccorsa di più centinaja la volta. Tanto più che ora sento già avere quì appuntate le Missioni. Basta manderò la lettera.

D. Gennaro mio io l'avevo da scrivere a lungo, ora solamente voglio accennarle qualche cosa. Dal P. Capobianco3 m'è stato fatto un tratto troppo duro. Egli ha avuto a rivedere una mia Istruzione per li Confessori della mia Diocesi che è simile a quella di Jorio, ma più piena di notizie morali. Il P. Capobianco non la vuol passare dicendo che è contraria al Vangelo. Le cose che mi critica le manderò appresso a V.S. Rev.ma colle mie risposte. Dice che melior est conditio possidentis vale solo per lo foro: che non è vero che la legge dubbia non può indurre un'obbligo certo. Cosa che io l'ho provata con evidenza: riprova il dire che il suddito dee ubbidire, sempre che la cosa imposta non è certa mala. Riprova che uno possa dare le chiavi al ladro, anche per timore della morte: riprova il dire che sia probabile che i Misterj della Trinità, ed Incarnazione debbon credersi di sola necessità di precetto; ed altre simili. Dunque per tali dottrine che le dicono mille Autori, ed anche Probabilioristi, il Revisore può riprovare un libro? Queste dottrine dunque son contrarie al Vangelo. Ma perché? perché lo dice esso Jo ne ho scritto al Cardinale. Ma oggidi si va alla moda. Se mai occorre vi prego ad ajutarmi, perché appresso le manderò una nota stesa delle opposizioni e delle mie risposte. Spero che il Sig. Cardinale non voglia farmi restare con questo obbrobrio, mentre si è sparso per Napoli, che questa mia opera è piena di lassità e di errori. Sia benedetto Dio che ora da Vescovo m'ha fatta soffrire questa spina così pungente. Dunque chi non seguirà Concina, e Patuzzi va contro l'Evangelio? Dio mio a che siamo arrivati. La prego a raccomandarmi a Gesù Cristo, e mi confermo.

 

L'originale si conserva nell'Archivio Storico, Istituto Universitario orientale, Napoli, Zibaldone del 1762 e 1763, vol. 9, I fnc. I. -Senza firma e data, la lettera porta al margine superiore sinistro la seguente nota di mano del Fatigati: «Questa è di Mons. de Liguoro Vescovo di S. Agata di Gotti».

Analisi della lettera fata dal P. Oreste Gregorio.

Pubblicata in Spicilegium Historicum, Roma, 6 (1958) p. 326.




1 Giunta infatti la notizia della sua nomina a vescovo di Sant'Agata de' Goti, il P. Andrea Villani, attuale consultore generale dei Redentoristi, interpretando il desiderio comune dei confratelli, fece tutti i passi necessari affinché Alfonso restasse rettore maggiore della congregazione, e la Sacra Congregazione dei Vescovi e Regolari benignamente concesse la grazia in data 25 maggio 1762, ordinando però ad Alfonso di scegliersi un vicario generale per il governo immediato della congregazione. La scelta di Alfonso cadde proprio sul Villani al quale lasciò libertà di azione eccetto alcune questioni più importanti come l'accettazione di nuove fondazioni e l'abbandono eventuale di altre, nonché l'espulsione di professi indegni.

Rientrando la direzione delle missioni tra i poteri concessi al vicario generale, Alfonso non vuole forzare la mano, ma promette di inviare la lettera di richiesta. A quanto constava ad Alfonso però pareva impossibile accettare la missione richiesta, sia per la notevole distanza del luogo (non determinato nella lettera), sia perché avrebbe richiesto spese che la congregazione non era in grado di affrontare, tanto è vero che per le missioni già fatte era stata soccorsa di più centinaia di scudi, e soprattutto perché l'elenco delle missioni era ormai già pronto.

L'importanza di questa lettera però non sta in questa prima parte bensì nella seconda che, collegata alle due lettere seguenti (Arienzo 23-10-1763; Sant'Agata 6-1-1764) chiarisce bene una piccola vicenda occorsa al santo nella sua attività di scrittore.

Il 15 agosto 1763 Alfonso trovandosi a Nocera scriveva al suo segretario: «Domani andrò alla Cava a trattenermi per tre o quattro giorni, benché può essere che avessi d'andare in Napoli; perché ho trovato un revisore, P. Capobianco, che a cinque sole pagine del libretto, che ho fatto per la diocesi, ci ha fatte sei difficoltà. Onde bisognerà che me lo faccia mutare». Questo testo alfonsiano ha fatto pensare che il libretto in questione non fosse altro che un catechismo. La quarta lettera rintracciata però dice espressamente che si tratta di una «Istruzione per li confessori della mia Diocesi che è simile a quella di [Giuseppe] Jorio, ma più piena di notizie morali». Detta istruzione corrisponde dunque all'opera alfonsiana: Il Confessore diretto per le Confessioni della Gente di Campagna (Benevento, Pignatelli, 1764; Venezia, Remondini, 1764) di cui tratta il P. Maur. De Meulemeester alle pagine 122-23 del volume primo della Bibliographie générale des Ecrivains Rédemptorsstes e il P. Raim. Tellería alle pagine 309-10 del secondo volume della sua monumentale vita di San Alfonso Ma de Ligorio.

Ma c'è di più: nella stessa lettera vengono riferite ancora le proposizioni incriminate dal censore P. Alberto M. Capobianco O. P. Alfonso scrive infatti di lui: «Dice che: melior est conditio possidentis, vale solo per lo foro; che non è vero che la legge dubbia non può indurre un'obbligo certo. Cosa che io l'ho provata con evidenza: riprova il dire che il suddito dee ubbidire, sempre che la cosa imposta non è certo mala. Riprova che uno possa dare le chiavi al ladro, anche per timore della morte: riprova il dire che sia probabile che i Misterj della Trinità, ed Incarnazione debbon credersi di sola necessità di precetto; ed altre simili».

Né si era fermato qui il revisore poiché, dopo di avere riprovato tali dottrine non perché contrarie al Vangelo ma solo perché contrarie al suo parere, con molta imprudenza, violando tutte le leggi sul segreto professionale, egli ne aveva parlato a più d'uno, sicché in Napoli correva la chiacchiera che quella operetta era «piena di lassità e di errori», onde Alfonso ben due volte nella stessa lettera promette al Fatigati di inviargli le censure e le sue risposte pregandolo di aiutarlo anche presso il Cardinale Arcivescovo di Napoli Antonino Sersale, che spera non lo farà restare con tanto obbrobrio. Ma le risposte alle critiche inviate al Fatigati insieme alla lettera seguente (Arienzo 23-10-1763) non sono state rintracciate.



2 Andrea Villani. Nato a Curteri frazione di Mercato S. Severino (Salerno) il 7 febbraio 1706, entrò tra i Redentoristi il 15 maggio 1737 emettendone la professione il 21 luglio 1740. Fu maestro dei novizi, rettore, consultore generale, vicario generale dell'Istituto durante l'episcopato di Alfonso (maggio 1762 -26 giugno 1780) e rettore maggiore dei Redentoristi delle case nel regno di Napoli (3 agosto 1787 -11 aprile 1792). Morì a Pagani l'11 aprile 1792. Cf. Spicilegium hist. CSSR II (1954) 278; De Meulemeester, op. cit. II 455.



3 Alberto M. Capobianco. Nato a Brindisi si fece Domenicano nella provincia religiosa delle Puglie. L'insegnamento di teologia iniziato nel convento di S. Domenico di Bitonto a richiesta di vescovi e della Congregazione dei Vescovi e Regolari lo proseguì in vari seminari. Il primo maggio 1742 ebbe la licenza di insegnarla nel seminario di Bitonto, il 6 ottobre 1744 in quello di Brindisi, licenza che fu confermata ancora il 29 settembre 1750 per l'insegnamento quadriennale di filosofia e teologia. Avendo però i superiori accettato l'incarico dell'insegnamento nel seminario di Taranto in data 11 settembre 1750, egli dovette recarsi in quest'ultimo seminario con determinazione del 19 gennaio 1751. Il 26 marzo seguente la Congregazione dei Vescovi e Regolari gli concesse di abitare nel palazzo arcivescovile della stessa città. Creato dottore e maestro in sacra teologia con decreto emesso dal Maestro Generale Antonin Bremond il primo febbraio 1754, il mese seguente in data 22 fu assegnato al convento di S Domenico Maggiore di Napoli. Cf. «Regestum ab initio regiminis R.mi Patris F. Thomae Ripoll electi in Magistrum Generalem ordinis Praedicatorum, Bononiae die XIX Maij MDCCXXV» (MB. dell'Archivio Domenicano di S. Sabina, Roma, segnato IV 212, sezione: Provincia Apuliae, ff. 67, 73v, 6, 6v, 7, 24 e Provincia Regni, f. 17).

Creato arcivescovo di Reggio Calabria il 6 aprile 1767 ne prese possesso per mezzo del suo Vicario Generale Mgr. Francesco Romani il 16 maggio e vi fece l'ingresso l'8 luglio dello stesso anno. Il seminario fu la preoccupazione costante del suo lungo governo; dopo di averlo ricostruito, coadiuvato da professori valorosi ne elevò il livello culturale coll'aggiunta anche di nuove cattedre per comodità della gioventù studiosa della regione, rimasta sprovvista dell'opera educatrice dei Gesuiti esiliati il 28 novembre 1767. Mise mano anche alla ricostruzione della cattedrale, che poté terminare nel 1792. Prima di questa data però e cioè l'8 dicembre 1789 Ferdinando IV lo aveva nominato cappellano maggiore del regno di Napoli; sicché il 2 gennaio 1790 egli partì definitivamente per Napoli ritenendo il governo della diocesi fino al 30 giugno 1792, quando fu accettata la sua rinunzia. Egli morì a Napoli il 14 febbraio 1798. Negli otto anni di assenza dalla sede reggina, governò per mezzo del Vicario Generale MgR.domenico Giuseppe Barilla e solo sei mesi prima della sua morte ebbe il successore Mgr. Bernardo M. Cenicola O.F.M, al quale egli cedé cocchi, cavalli e arredi preziosi. Poco prima di morire aveva rinunziato anche alla dignità di cappellano maggiore del regno, sicché il 9 febbraio 1798 gli succedeva Mgr. Agostino Gervasio arcivescovo di Capua. Cf TELLERIA, op. cit. II 150, 294; DE LORENZO A., Un terzo manipolo di monografie e memorie Reggine e Calabresi (Siena, Tip. S. Bernardino, 1899), 56-62, 82-84, 89-123; DEL Pozzo, op. cit. 132, 138, 171, 177; CAPPELLETTI, op, cit. XXI 163-164; DAMMIG Enrico, M. I., Il movimento giansenista a Roma nella seconda meta' del secolo XVIII (Città del Vaticano, Bibl. Apost Vaticana, MDCCCCXLV) 349-351.






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