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S. Alfonso Maria de Liguori
Lettere

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210. A Fatigati Gennaro, in Napoli.

Ringrazia del suo efficace interessamento presso il cardinale affine di evitare la riprovazione della sua opera Il Confessore diretto.

 

Arienzo, 23. 10. 1763.

 

Rev.mo Padre Signore Signore e Padrone col.mo

Viva Gesù e Maria

D. Gennaro mio caro, intesi già dal Fratello il favore che V.P. R.ma intendeva di compartirmi presso sua E[minenza] per la Sessione da farsi circa la mia povera operetta1; io le resto infinitamente obbligato del suo bon'animo, perché ho risoluto (come ho scritto ancora al Sig. Canonico Celentano2) di non parlarne più di quest'Approvazione in Napoli, ed ho pregato il C. Celentano, che facesse spuntare questa Sessione. Perché il P. Capobianco non cederà mai a quel che ha detto, ed all'incontro il Sig. Cardinale per giusti fini non vorrà disgustarselo; onde io sempre ci resterei di sotto. Ricevo ora questa mortificazione che mi manda Dio, e dico Amen.

Questa è la moda che corre, che abbiamo da ricever le Regole della Morale da' Parlamenti de' secolari, non più dalla Chiesa. Dio però ci rimedierà col tempo. Prego però V.P. a farmi questo piacere, quando ha tempo di leggere questo foglio che le mando delle Risposte fatte alle cose che mi avea notate il P. Capobianco. Veda V.P. se erano cose da riprovare in un Libro. Il Revisore non può altro riprovare, che le opinioni contro la Fede, o quelle che sono evidentemente false; ma non quelle che non sono secondo il suo parere, sempre che non sono riprovate dalla Chiesa, ed all'incontro sono difese da altri buoni Autori.

Ma non ci è rimedio, questo ha da patire chi non vuol essere oggidì letterato alla moda. Le bacio le mani, e non si scordi di raccomandarmi a Gesù nella Messa.

Di V.P. Rev.ma

Arienzo 23 ottobre 1763

La riverisco, e la prego a mandarmi poi un verso di risposta a questa mia. Potrà mandar la Risposta in mano di Fratello Francesco. Viva Gesù, e Maria.

Mi rallegro poi della rinunzi [sic] che ha fatta e dell'accettazione della Reggenza; altrimenti in queste circostanze presenti n'avrei avuto un gran dolore per ragione del danno che potea avvenire alla vostra Congregazione.

Dev.mo ed obbl.mo servitor vero ed antico.

Alf.o M. a Vescovo di S. Agata &.

 

L'originale si trova nell'Archivio Storico, Istituto Universitario orientale, Napoli, Zibaldone del 1762 e 1763, vol. 9, I fnc. -Autografe sono le righe seguenti la data, compresa la invocazione «Viva Gesù, e Maria» nonché le due ultime righe della firma.

Analisi della lettera fatta dal P. Oreste Gregorio.

Pubblicata in Spicilegium Historicum, Roma, 6 (1958) pp. 327-328.




1 Alfonso ringraziando cordialmente l'amico del suo efficace interessamento presso il cardinale affine di evitare la riprovazione della sua opera, gli notifica di aver rinunziato alla approvazione in Napoli pregando il Canonico Marco Celentano di «spuntare» la sessione già stabilita per il giudizio dell'opera. A questo passo era stato indotto «perché il P. Capobianco non cederà mai a quel che ha detto, ed all'incontro il Sig. Cardinale per giusti fini non vorrà disgustarselo; onde io sempre ci resterei di sotto». Al termine della lettera si ha una ferma protesta contro l'intolleranza del revisore. Alfonso scrive chiaramente: «Il Revisore non può altro riprovare, che le opinioni contro la Fede, quelle che sono evidentemente false; ma non quelle che non sono secondo il suo parere, sempre che non sono riprovate dalla Chiesa, ed all'incontro sono difese da altri buoni Autori».

Al corpo della lettera seguono due aggiunte, nella prima delle quali Alfonso dice al Fatigati che può inviargli la risposta per mezzo del Fratello Francesco Antonio Romito, che aveva recapitato la lettera di Alfonso. Nella seconda aggiunta poi egli si congratula collo stesso Fatigati della accettazione della sua rinunzia all'episcopato da parte della Reggenza. Alfonso confessa candidamente che se egli avesse accettato quella dignità «in queste circostanze presenti n'avrei avuto un gran dolore per ragione del danno che poteva avvenire alla vostra Congregazione».



2 Marco Celentano. Nato verso il 1697 a Napoli fu vicario curato della cattedrale poi canonico teologo dal 28 settembre 1755, quindi segretario del clero, rettore del seminario urbano, esaminatore sinodale e convisitatore della diocesi. Nominato protettore del conservatorio di S. Raffaele destinato alle giovani pericolanti lo provvide di sede più spaziosa e decorosa. Fu uomo di grande carità, piacevolezza, prudenza e umiltà che lo portò a rinunziare ai vescovadi di Sora e di Troja. Morì a Napoli il 2 febbraio 1764. Cf. SPARANO, op. cit. II 376-377; SANTAMARIA Can. Pasquale, Historia Collegii Patrum Canonicorum Metrop. Ecclesiae Neapolitanae, ab ultima ejus origine ad haec usque tempora (Neapoli, Typis Francisci Jannini, MCM) 168.






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