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S. Alfonso Maria de Liguori
Lettere

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233. A Suor Maria Giuseppa, monasterio di S. Giorgio, Salerno.

1765, 23 maggio, S. Agata

Mi rallegro con V. R. che già ha preso l'abito, in quanto all'infermità, pregherò il Signore che ne la liberi, ma voglio che V. R. non si affligga niente se l'infermità non cessa, ed ancorché si accreschi, poiché per tale infermità certamente le monache non la cacceranno, onde basta che sia monica e sposa di Gesù Cristo1.

Lettura del Documento fatta da Laura Torino nel marzo 2000. Le abbreviazioni sono state messe per esteso.




1 Il brano della lettera è tratto dal seguente documento conservato nell'Archivio Generale Redentoristi, Roma.

“Die vigesimo secundo m. Novembris 1787 Salerni et propr.  in Ven. Monastero S. Georgij Monialia Nobilium eiusmet Civitatis, et ante Cratas magnas ferreas

Nella nostra presenza personalmente costituita l'Illustrissima D. Maria Giuseppa Pinto, monaca professa in questo venerabile Monastero sotto il titolo di S. Giorgio de Sigg.e DD. Moniche Nobili di questa città di Salerno, la quale col consenso e presenza dell'Illustrissima Sig. D. Maria Giulia di Ruggiero, Badessa di detto Venerabile Monastero, la quale suddetta Sig. D. Maria Giuseppa previo ejus iuramento sub verbo veritatis, et de causa scientie testifica, dichiara e fa fede come ab infantia fu cresciuta in detto Venerabile Monastero con animo di farsi religiosa, e trovandosi la medesima prossima a farsi religiosa le sopraggiunsero fortissime convulsioni isteriche, che la confinarono in letto per quattro mesi, avendo avuto di bisogno di molte persone ben forzate per ripararla da tali convulsioni, motivo per cui fu esclusa dalle signore Moniche di quello, e fra l'altro da una sua zia monica nel medesimo, per l'ingresso in detta Religione, conoscendo il male che non si sperava miglioria; con essersi adoprati molti medicamenti; ed il male più si avanzava nel suo furore, onde i suoi Signori Genitori determinarono a non pensare più allo stato di religiosa, e di tutto il mobile, dolci, ed altro che si erano preparati per detta sua Monicazione se ne fecero altro uso; e tra di tanti si trattavano molti e varii matrimonii per metterla nel mondo. La quale suddetta D. Maria Giuseppa in tale stato di cose si ritrovava in una continua agitazione interna non fidandosi di risolvere per lo stato matrimoniale, non essendoci mai stata sua volontà, né mai ci aveva pensato, né ci aveva inclinazione.

E vedendosi la stessa inabilitata per lo stato religioso, ed i suoi Signori e parenti che le Signore Moniche non volevano riceverla più in detto monastero, per causa di detta infermità e che non ci era rimedio per la sua guarizione, se non sé prendere altro stato, la medesima se n'era persuasa, ma voleva che presso a poco si fusse conchiuso quel che dovea essere della sua persona. Non cessando però né punto, né poco le battaglie interne, per tanto avrebbe avuto il piacere di una assicurazione straordinaria che il Signore Iddio la volea in quello stato del [nel] mondo e che prendendolo ne fosse rimasta contenta.

In questo stato di cose nel mese di decembre dell'anno 1761 s'ammalò gravemente una sua zia nel monistero della Maddalena de Sigg.e DD. Moniche Nobili di questa predetta Città, e si portò il Servo di Dio D. Alfonso de' Liguori della Congregazione del Redentore a visitarla, si ritrovò essa costituta nel medesimo, lo pregò che compiaciuto si fusse andare in confessionile per confessarla, e nel medesimo raccontò tutto il suo male e le circostanze dove si ritrovava, siccome si è detto di sopra dicendoli ancora che le Signore Moniche di detto venerabile monistero di S. Maria Maddalena si contentavano riceverla nel medesimo Monistero per Monaca con tutte dette convulsioni, per non essere come prima così furiose e continue, ma la medesima non c'inclinava nel medesimo, per avere tutto l'amore in questo di S. Giorgio; e dopo avere esso D. Alfonso inteso tutto il suo discorso, che fu molto lungo senza mai interloquire parola alcuna, le disse queste seguenti parole: “Statevi allegramente, perché se starete dieci anni fuori sarete Monaca in S. Giorgio.” A tali parole restò essa Signora mal contenta, perché avrebbe voluta sentire più presto l'assicurazione che Iddio la voleva in altro stato. Per la qual cosa non ne fece più parola, e tra questo mentre si continuavano dai suoi Signori Genitori a trattare de' matrimoni; e la medesima si sentiva le battaglie interne.

Dopo tre altri anni di vita così infelice principiarono ad allargarsi passo passo dette convulsioni ed una sera de' 10 Agosto detta signora ebbe ispirazione di risolversi per lo stato religioso e di resistere a qualunque contraddizione, anche a costo della sua vita; ed anche si risolse che nel caso non la volevano ricevere in detto monastero di S. Giorgio, volea entrare in quello della Maddalena. Avendo tutto ciò fatto palese ai suoi Signori Genitori, a tale risoluzione li medesimi fortemente si opposero, ma dopo varie pruove ottenne il loro consenso; e saputosi dalle signore di detto monastero di S. Giorgio detta sua deliberazione fecero una gran festa generale, le quali li mandarono a dire che tutte erano contentissime riceverla quanto più presto si poteva. A tale risposta restò essa signora tutta contenta, ed allegra ed alli ventitre di Maggio dell'anno mille sette cento sessanta cinque [1765] prese l'abito religioso. Ma nell'istesso giorno le ritornarono le suddette convulsioni dopo esserne stata per un anno libera all'intutto, e continuarono tuttavia; onde le suddette Signore Religiose credettero essere state ingannate da detta signora con l'aver detto che la medesima era stata un anno libera da tali mali. E stavano angustiate, dicendo che seguitando le medesime non le facevano fare la sua professione. Quindi vedendosi in tali angustie e dubitando che non solo l'impedivano la professione a suo tempo, ma anche di nuovo la facevano uscire dal medesimo monastero. In tale agitazione ed angustie scrisse una lettera al suddetto Padre D. Alfonso nella quale li raccontò il tutto, il quale li rispose per mezzo di sua lettera che si conserva da essa signora le seguenti parole: “Mi rallegro con V. R. che già ha preso l'abito, in quanto all'infermità, pregherò il Signore che ne la liberi, ma voglio che V. R. non si affligga niente se l'infermità non cessa, ed ancorché si accreschi, poiché per tale infermità certamente le monache non la cacceranno, onde basta che sia monica e sposa di Gesù Cristo.”

Come dalla detta lettera alla quale f. ed approssimandosi il tempo di dover professare si minorarono le convulsioni e senza veruna difficoltà ottenne la santa professione; ed ora grazie al Signore Iddio da più anni ne è libera, verificandosi la profezia di detto Servo di Dio D. Alfonso di Liguori, et sic juravit tacto pectore.

Presentibus  Opportunis

[segue l'autenticazione della copia del documento fatta dal notaio Esposito Vito Sarlo, salernitano]






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