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S. Alfonso Maria de Liguori
Apparecchio alla Morte

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PUNTO II

Oh come in punto di morte si fan conoscere le verità della fede, ma per maggior tormento di quel moribondo, ch'è vivuto male; e specialmente s'era persona consagrata a Dio, sì che abbia ella avuto più comodo di servirlo, più tempo, più esempi e più1 ispirazioni. Oh Dio che pena avrà in pensare e dire: Io ho ammoniti gli altri, e poi ho fatto peggio di loro! Ho lasciato il mondo, e poi son vivuto attaccato ai diletti, alle vanità ed agli amori del mondo! Qual rimorso le sarà il pensare che coi lumi, ch'ella ha ricevuti da Dio, si sarebbe fatto santo anche un pagano! Qual pena avrà in ricordarsi di aver disprezzate in altri le pratiche di pietà, come debolezze di spirito, e di aver lodato2 certe massime di mondo, di stima propria, o d'amor proprio, cioè di non farsi mettere il piede avanti, di non farsi patire, e di prendersi tutti gli spassi che si presentano!


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«Desiderium peccatorum peribit" (Ps. 111. 10). In morte quanto sarà desiderato quel tempo, che ora si perde! Narra S. Gregorio3 ne' suoi Dialoghi che vi fu un certo Crisanzio, uomo ricco, ma di mali costumi, il quale4 ridotto in morte gridava contro i demonii, che visibilmente gli apparvero per prenderselo: «Datemi tempo, datemi tempo sino a domani». E quelli rispondevano: O pazzo, ora cerchi tempo? tu ne hai avuto tanto e l'hai perduto, e l'hai speso a peccare; ed ora cerchi tempo? Ora non ci è più tempo. Il misero seguiva a gridare ed a cercare aiuto. Si ritrovava ivi un suo figlio monaco, chiamato Massimo, e 'l moribondo al figlio diceva: «Figlio mio, aiutami; Massimo5 mio, aiutami». E frattanto colla faccia fatta di fuoco si sbalzava furiosamente dall'una e dall'altra parte del letto, e così agitandosi e gridando da disperato spirò infelicemente l'anima.

Oimé che questi pazzi amano in vita la loro pazzia, ma in morte poi aprono gli occhi e confessano di essere6 stati pazzi, ma allora ciò non serve che ad accrescere la diffidenza di rimediare al mal fatto; e morendo così, lasciano molta incertezza della loro salute.

Fratello mio, or che leggete questo punto, penso che voi anche dite: Così è. Ma se così è, sarebbe assai più grande la vostra pazzia e disgrazia, se conoscendo già queste verità in vita, non vi rimediaste a tempo. Questo stesso, che avete letto, sarebbe una spada di dolore per voi in morte.


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Via su dunque, giacché siete a tempo di evitare una morte così spaventosa, rimediate presto; non aspettate quel tempo, che non sarà più tempo opportuno a rimediare. Non aspettate né l'altro mese, né l'altra settimana. Chi sa, se questa luce, che ora Dio vi per sua misericordia, sia l'ultima luce e l'ultima chiamata per voi. È sciocchezza il non voler pensare alla morte, la quale è certa, e da cui dipende l'eternità; ma è maggiore sciocchezza il pensarvi e non apparecchiarsi alla morte. Fate ora quelle riflessioni e risoluzioni che fareste allora: ora con frutto, allora senza frutto: ora con confidenza di salvarvi, allora con gran diffidenza della vostra salute. Licenziandosi un gentiluomo7 dalla corte8 di Carlo V per vivere solamente a Dio, gli domandò l'imperatore perché lasciava la corte? Rispose: È necessario per salvarsi che tra la vita disordinata e la morte v'interceda qualche spazio di penitenza.

Affetti e preghiere

No, mio Dio, non voglio abusarmi più della vostra misericordia. Vi ringrazio della luce che ora mi date, e vi prometto di mutar vita. Vedo già che Voi non mi potete sopportare più. E che voglio aspettare che Voi proprio mi mandiate all'inferno? o mi abbandoniate ad una vita perduta, che mi sarebbe maggior castigo che la stessa morte? Ecco mi butto a' piedi vostri, ricevetemi in vostra grazia. Io non lo merito; ma Voi avete detto: «Impietas impii non nocebit ei, in quacunque die conversus fuerit" (Ez. 33. 12).


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Se dunque per lo passato, Gesù mio, ho offesa la vostra bontà infinita, ora me ne pento con tutto il cuore, e spero da Voi il perdono. Vi dirò con S. Anselmo:9 Deh non permettete che si perda l'anima mia per li suoi peccati, giacché Voi l'avete redenta col vostro sangue. Non guardate la mia ingratitudine, ma guardate l'amore che vi ha fatto morire per me. Se io ho perduta la vostra grazia, Voi non avete perduta la potenza di restituirmela. Abbiate dunque pietà di me, o caro mio Redentore. Perdonatemi e datemi la grazia d'amarvi; mentre da oggi avanti vi prometto di non volere amare altri che Voi. Voi tra tante creature possibili avete eletto me per amarvi, io eleggo Voi, sommo bene, per amarvi sopra ogni altro bene. Voi mi andate avanti colla vostra croce, io non voglio lasciare di seguitarvi con quella croce, che Voi mi darete a portare. Abbraccio quanto da Voi mi verrà di mortificazioni e di pene. Basta che non mi private10 della vostra grazia, e son contento.

Maria speranza mia, impetratemi da Dio la perseveranza e la grazia di amarlo; e niente più vi domando.




1 [22.] e più) più VR BR1 BR2.



2 [28.] lodato) lodate VR BR1 BR2.



3 [2.] S. GREG. M., Dialogorum, l. IV, c. 38; PL 77, 392: «Chrysaorius.. vir in hoc mundo valde idoneus fuit, sed tantum plenus vitiis, quantum rebus, superbia tumidus, carnis suae voluptatibus subditus, in acquirendis rebus avaritiae facibus accensus. Sed cum tot malis Dominus finem ponere decrevisset, corporali hunc molestia percussit. Qui ad extremum veniens, eadem hora qua iam de corpore erat exiturus, apertis oculis vidit tetros et nigerrimos spiritus coram se assistere, et vehementer imminere, ut ad inferni claustra eum raperent. Coepit tremere, pallescere, sudare, et magnis vocibus inducias petere, filiumque suum nomine Maximum, quem ipse iam monachus monachum vidi, nimiis et turbatis clamoribus vocare, dicens: Maxime, curre, numquam tibi mali aliquid feci, in fide tua me suscipe. Turbatus mox Maximus adfuit, lugens ac perstrepens familia convenit. Eos autem quos ille insistentes sibi graviter tolerabat, ipsi malignos spiritus videre non poterant, sed eorum praesentiam, in confusione, et pallore, ac tremore illius qui trahebatur videbant. Pavore autem tetrae eorum imaginis huc illucque vertebatur in lectulo; iacebat in sinistro latere, aspectum eorum ferre non poterat; vertebatur in lectulo; iacebat in sinistro latere, aspectum eorum ferre non poterat; vertebatur ad parietem, ibi aderant. Cumque constrictus nimis relaxari se iam posse desperaret, coepit magnis vocibus clamare: Inducias vel usque mane, inducias vel usque mane. Sed cum haec clamaret, in ipsis vocibus de habitaculo suae carnis avulsus est».



4 [4.] il quale) il qual VR.



5 [10.] Massimo) o Massimo BR2.



6 [15.] di essere) d'esser VR; d'essere BR1 BR2.



7 [10.] DUBOIS ETIENNE, detto l'Abbé DE BRETTEVILLE (1650-1688), pubblicò nel 1684 Essais de sermons in 4 volumi: citiamo la traduz. di G. Colucci, Orditure di sermoni per l'Avvento, Padova 1754, 107: «Quindi a noi tocca il prepararci diligentemente a cotesto inevitabile passaggio, e frapporre fra la morte ed i nostri peccati un intervallo di penitenza ad esempio in quel cortigiano avveduto, il quale giustificò il disegno preso d'abbandonare la corte con quella saggia risposta data all'imperator Carlo V: Oportet inter angustias vitae et diem mortis spatium aliquod intercidere». Qualcuno ritiene che il cavaliere sia s. Francesco Borgia; più probabilmente è il conte di Feria Pietro Fernadez che rifiutò la carica di maggiordomo maggiore offertagli da Carlo V per applicarsi secondo i consigli del b. Giovanni Avila a santificarsi: morì nel 1551 da cavaliere veramente cristiano. Vedi pure ROSIGNOLI C. G., Notizie memorabili degli esercizi spirituali, l. II, c. I, par. I; Opere, III, Venezia 1713, 55: Rosignoli parla di un «saggio capitano» che partecipò alla guerra del Belgio.



8 [10.] dalla corte) della NS7.



9 [3.] S. ANSELMUS, Meditationes, II; PL 158, 725: «Qui me redemisti, ne condemnes; qui me creasti tua bonitate, ne pereat opus tuum mea iniquitate. Rogo piissime, ne perdat mea iniquitas quod fecit tua omnipotens bonitas. Recognoscere, benignissime, quod tuum est, et absterge quod alienum est. Iesu, Iesu, miserere, dum tempus est miserendi, ne damnes in tempore indicandi».



10 [14.] private) priviate VR BR1 BR2.






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