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S. Alfonso Maria de Liguori
Lettere

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375.1 Ad Angelo Maione, CSSR. Napoli.

Dà istruzioni sul modo di procedere nella lite Sarnelli.

 

[Nocera,... 01. 1776.]

 

V. G. G. e M. a

Soggiungo quest'altro biglietto.

Per questo io volea che [in] ogni modo fosse stato parlato [a]

Tanucci, prima che più si fosse inoltrato a farci danno. Vedete, se potessivo indurre Vivenzio2 di andare a parlare da parte mia (essendo io cionco) a Tanucci, con rappresentarli quelle cose ch'io scrissi, acciocché si sgombrasse di tante cose contro di noi. Quel che più mi fa specie, è 'l vedere che Tanucci dimostra di volerci distruggere; quando poi la nuova Giunta3 ci ha fatta la capa4, non servirà parlare più a Tanucci, perché dirà: «Quel ch'è fatto è fatto». Ma al Ministro del Re dee comparirsi con qualche memoriale o supplica. E [non] mancherà modo di trovare il modo di presentar questa supplica, pregando il Re che si rimetta la causa alla Camera, dove è stata rimessa più volte con suoi dispacci; o pure domandando al Re qualche altra cosa, per esempio che nella Giunta vi intervengano altri Ministri approvati dal Re, come il Presidente del Consiglio, il Consigliere Avena, il Luogotenente di Camera, ecc.; almeno servirà per pigliar tempo.

Parlatene cogli avvocati e scrivetemi, perché io non ho perduta la speranza alla Madonna, ma vedo distrutte tutte le speranze umane; ed umanamente parlando mi pare impossibile che la Cong.ne resti in piedi secondo le cose che mi avete scritte, giacché né per Tanucci né per li tre Giudici nominati apparisce luce di speranza. Vedete, se bisogna ch'io di nuovo scriva a Vivenzio ora o pure appresso.

Mi disse Mons. Pergamo5, che andassi io a piangere di persona al Re. Io son pronto a sagrificarmi, ma son cionco, sordo, e posso dire anche muto, perché poco mi posso spiegare, le parole non posso pronunziarle bene, onde poco si sentono. Sto malato e stanotte mi ho inteso anche male col petto, e bisognerebbe che andassi subito a parlare col Re. All'ultimo son pronto di andare a trovare il Re, dove si trova, anche in questi tempi così rigidi, e mi contento per la Cong.ne a lasciar la vita in mezzo ad una strada, se bisogna, tanto più che poco mi resta di vita; volesse Dio e la spendessi per la gloria di Gesù C. -Consigliate tutto co' savj e consigliatemi.

[Manca la firma]

Indirizzo a tergo:

A S. Riv.a

Il P. D. Angelo Majone del SS.mo Red.e Napoli

Nota a tergo scritta da altra mano: Avrà la bontà [di] dire a F.llo Michele6, che mandi la manteca7 per Monsignore N.ro; che se ne sta di senza.

 

La lettera è scritta dal Fratello Francesco Romito. Il postscritto è indirizzato al P. Angelo Maione, Napoli. Trascrizione secondo l'originale conservato in A G.

Analisi della lettera fatta dal P. Andreas Sampers.

Pubblicata in Spicilegium Historicum, Roma, 11 (1963), pp. 5-6.

 




1 Altri riferimenti per il contenuto di questa lettera: TANNOIA, Vita lib. IV cap. 4; e Lettere Volume II Lettera 819, in cui si parla anche del colloquio con Tanucci e col Re. -P. Kuntz a tergo dell'originale ha annotato: «Fine di gennaio 1776



2 Nicola VIVENZIO, avvocato per la Congregazione.



3 Nel mese di gennaio 1776 la causa Maffei-Sarnelli fu trasferita dalla giurisdizione della Camera Regia al tribunale chiamato «Giunta degli Abusi».



4 Ha fatta la capa: ha dato inizio (alla procedura).



5 Ecc.mo Carlo PERGAMO, vescovo di Gaeta.



6 Fratello laico professo Michele ILARDO; 1745 a Torre Annunziata; + 24-IV-1795 a Ciorani. Frat. Ilardo dopo la morte di Frat. Francesco Tartaglione (21-III-1774) fu mandato nell'ospizio napoletano della Congregazione e vi rimase per circa 20 anni, per sbrigare le quotidiane e varie commissioni dell'Istituto.



7 Manteca: panna, burro, pomata; in senso traslato, danaro.






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