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S. Alfonso Maria de Liguori
Lettere

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393. Alla Real Camera di S. Chiara, Napoli.

Memoriale. Replica alle accuse degli avversari nel processo Sarnelli-Maffei-De Leon circa la presunta violazione da parte della Congregazione di norme fissate nel regio decreto del 9 dicembre 1752.

 

[?... 03?. 1777].

 

Si risponde in questo foglio alle due controvvenzioni,1 che il Barone Sarnelli c'imputa, come contrarie al Dispaccio di S. M. Cattolica. Dice per prima esser contra il Dispaccio l'aver noi nelle nostre case Superiori ed altri Officiali, mentre nel Dispaccio si dice che il Re non riputava le nostre case come collegj e comunità. Ma noi vivendo con Superiori, viviamo come collegj e comunità.

Tralasciamo qui di esporre la dottrina lodata communissimamente dal Duareno2, dal Gotofredo3 e da molti altri dottori, come sta esposto nella Scrittura grande data a' Signori Ministri della Camera Reale4, che le parole di non riputarsi la nostra Adunanza collegio o comunità, non importano già ch'ella perciò debba riputarsi collegio illecito; poiché, attesa la concessione dal Re fatta di poter convivere, la nostra Adunanza non può dirsi collegio illecito. Ma via, si reputi ella come si voglia, non può mettersi in dubbio che il Re concesse a noi il poter convivere nelle nostre case.

Ecco le parole del Dispaccio: «Ben informato il Re del profitto spirituale dell'anime abbandonate per la campagna di questo Regno colle missioni sotto la direzione del sacerdote D. Alfonso di Liguori, non ha permessa la distruzione di quest'Opera di tanta gloria di Dio e pietà verso i suoi vassalli; anzi desidera che l'Opera si mantenga sempre nella sua nativa fervorosa qualità»5. Ed indi in fine dicesi ivi: «Colle sudette condizioni (cioè di non acquistare beni stabili, né annue rendite) il Re permette ad essi sacerdoti il convivere nelle sole quattro case di Ciorani», ecc.6.

Posto dunque che il Re concesse a noi il poter convivere, come possiamo convivere senza subordinazione degli uni agli altri? Anche nelle botteghe de' lavoranti, anche nelle mandre di pecore, vi bisogna un capo, che dirigga gli altri. Non vi siano pureRettori, né Priori e simili, ma è necessario che i conviventi siano subordinati a coloro, che diriggono l'Opera ed i soggetti. Altrimenti l'Adunanza diventerà una massa di discoli, che contrastano fra di loro tutto il giorno; perché ognuno vorrà fare ciò che gli piace, e vorrà che si faccia quel ch'esso vuole. Specialmente nelle missioni, se non vi fosse un capo, che dispone chi dee far la predica, chi l'istruzione e gli altri esercizj, che altro riuscirebbe la missione, che una confusione ed uno scandalo degli stessi paesani?

La seconda controvvenzione che ci si oppone, è che noi abbiamo noviziato e studentato. A questa noi rispondiamo, che si aboliscano per noi questi nomi di noviziato e studentato; ma all'incontro domandiamo: È necessario o no per mantenere l'Opera delle missioni, che si suppliscano i nuovi soggetti a quelli che mancano? Nello stesso Dispaccio si dice, che il Re desidera che l'Opera delle Missioni si mantenga sempre nella sua nativa fervorosa qualità. Se i nuovi soggetti non si surrogano a quelli che muojono, ed a quelli che si partono per loro capriccio dalla nostra Adunanza, come ella ha da mantenersi sempre nella sua nativa fervorosa qualità? Se non avessimo presi nuovi giovani per supplire a' soggetti che son mancati, al presente la nostra Adunanza potrebbe dirsi finita, o quasi finita, per gli molti soggetti che fra noi sono morti, o han voluto lasciar la nostra Adunanza.

Questi giovani poi non vengono da' loro paesi istruiti ed abili a far missioni, ma è necessario che noi l'istruiamo, acciocché si rendano abili a poter predicare, a far l'istruzione, a far gli esercizj a' preti del paese, e specialmente a poter prendere le confessioni di quei che vengono alla missione. Sicché a fine che l'Opera si mantenga, è necessario assolutamente secondo il medesimo Dispaccio, il ricevere giovani ed istruirli a dovere.

Ma perché non si prendono soggetti e sacerdoti già istruiti? Ma vorressimo sapere, dove si trovano questi missionarj già fatti? Ordinariamente quelli che si applicano allo stato ecclesiastico, se giungono al sacerdozio e si situano in qualche impiego di parrocchia, di economata, di sagristia e simili, situati che sono, chi mai di costoro vuol lasciare lo stato già preso, in cui si è situato, per venire a viver cosi poveramente, come fra noi si vive? E specialmente se egli si trova avanzato alquanto in età, è molto difficile che voglia porsi a rischio di perdere la salute, viaggiando per montagne e per deserti con pioggie e nevi, e con pericolo di perdervi la vita, come già fra di noi tanti ne son morti per le fatiche fatte nelle missioni. Sicché se dovessimo licenziare i giovani che vogliono venire ad ajutarci, non sarebbe mantener l'Opera delle Missioni nel suo primo fervore, ma volerla distruggere.

In somma: l'aver Superiori o sieno Direttori nella nostra Adunanza, ed il prender giovani per istruirli e supplire a quei che mancano, sembra chiaro, secondo le parole del Dispaccio di sovra notate, che sieno due cose non già contrarie, ma al Dispaccio in tutto uniformi. Vedo già che sovra i due punti esposti io avrei potuto spiegarmi con espressioni più compiute, ma ho stimato più giovare al mio intento, l'aver esposti questi miei sentimenti così alla semplice e secondo la mente del Dispaccio.

Alfonso Maria di Liguori Vescovo.

 

Trascrizione dall'originale stampato, conservato in A G XVIII A 12.

Analisi del documento fatta dal P. Andreas Sampers.

Pubblicata in Spicilegium Historicum, Roma, 25 (1977) pp. 304-306, n. 10.

Per quanto riguarda la data della stesura del documento, la sua destinazione ecc., vedi l'altro memoriale di Alfonso, pubblicato con abbondante apparato di note in Spic. hist. 15 (1967) 209-272.




1 Con questo decreto fu dato un limitato riconoscimento pubblico alla Congregazione del SS.mo Redentore. I testi del dispaccio e della lettera di accompagnamento del marchese G. Brancone, Segretario dell'Ecclesiastico, sono stati pubblicati in Analecta CSSR 19 (1940-47) 66-67.



2 Franciscus Duarenus (François Duaren o Douaren). Cfr. spic. hist. 15 (1967)



3 Dionysius Gothofredus (Denis Godefroy). Cfr. spic. hist. 15 (1967) 263, n 118.



4 La «Scrittura grande» è senza dubbio il memoriale da noi pubblicato in Spic. hist. 15 (1967) 209-272.



5 Questo passo è tratto dalla lettera del Brancone, ma alquanto abbreviato.



6 Dal testo del dispaccio che precisa: «nelle dette sole quattro case di Ciorani, Caposele [Materdomini], Iliceto [Deliceto] e Nocera [Pagani], e non in altre».






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