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S. Alfonso Maria de Liguori
Lettere

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460. A Francesco Carafa, cardinale, Roma.

1780, luglio

Em.o e R.mo Sig.re

Sono a rappresentare all'E. VV. come nell'anno1748 avendo io cominciata con altri miei compagni l'Opera delle missioni per molti Paesi di Napoli, dove le desideravano, sotto il titolo della Congregazione del S.mo Redentore, affinché quest'Opera molto utile alla povera gente di campagna avesse persistenza ricorremmo per l'Approvazione al Sommo Pontefice Benedetto XIV, il quale approvò così l'Istituto come anche la Regola insieme con molti Privilegi, dichiarando Rettore Maggiore perpetuo fino alla morte me Alfonso. Nello stesso tempo ricorressimo per l'Approvazione al Monarca, che allora era l'Augustissimo Re Carlo ed egli, come abbiamo nella Bolla, ci assegnò quattro Case da potervi convivere, con alcune rendite per lo mantenimento e sin da allora si è seguitato a far le Missioni per tutte le Province di questo Regno con molto profitto dell'Anime, giungendo a farsi da quaranta a cinquanta missioni ogni anno.

Il demonio non però dispiacendogli questa opera di tanto profitto, ha cercato di mettere in campo diversi torbidi.

Primieramente i Soggetti che abitavano ne' Paesi della Romagna sono entrati in una certa gelosia di preminenza, onde esposero che noi cercavamo di distrarre i Soggetti della Romagna per portarli tutti al Regno; come già io esposi all'EE. VV. Ciò affatto non è stato vero. Inoltre un de Padri nostri in Napoli mentre noi seguitavamo ad osservare la Regola approvata da Benedetto [XIV] ha composto un nuovo sistema di Regole. Indi l'ha rappresentato al Re e l'ha fatto dal Re approvare; per altro in questo nuovo Regolamento non si è parlato delle cose sustanziali, perché quasi non si è parlato d'altro che della pratica negli offici della Casa.

Certe cose ha proibite espressamente come il tener annue entrate, l'avere beni stabili, il tener ligati col voto di perseveranza i Soggetti, l'assistere a Parlamenti e testamenti. Del resto eccettuate le poche cose nominate, le altre cose appartengono alla pratica degli officj domestici. Il che io [ho] cercato impedirlo, ma non mi è riuscito, perché il Re che [ha ordinato] [cassatura]non si praticassero le cose espressamente proibite, il che è stato necessario a noi osservarli, trovandoci Sudditi al nostro Regnante altrimenti potea privarci delle quattro abitazioni date e delle rendite assegnate, e poteva anche vietarci Missioni.

Aggiungo. Io con tutti i miei Compagni [a] una voce volevamo far cessare il nuovo Regolamento e mantenere la Regola antica, ma non è stato possibile per non incorrere qualche maggiore rovina.

Bozza-copia di lettera nell'Archivio Generale Redentorista di Roma, finora inedita. - Lettura del Documento fatta da Laura Torino nel gennaio 2000.




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