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S. Alfonso Maria de Liguori
Messa e officio strapazzati

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§. 1. Dell'apparecchio prima di celebrare.

 

In primo luogo dee il sacerdote far l'apparecchio. Diceva un servo di Dio, che tutta la vita del sacerdote non dovrebbe esser altro che apparecchio e ringraziamento alla messa. È vero che la sagrosanta eucaristia è istituita a beneficio di tutti i fedeli, ma ella è un dono specialmente fatto ai sacerdoti: Nolite, dice il Signore parlando a' sacerdoti, dare sanctum canibus, neque ponatis margaritas vestras ante porcos3. Si notino le parole margaritas vestras; col nome di margarite in greco son chiamate le particole consagrate, or queste margarite son dette cosa propria de' sacerdoti, margaritas vestras. Posto ciò, secondo parla il Grisostomo, ogni sacerdote dovrebbe partirsi dall'altare tutto infiammato d'amor divino, sì che mettesse spavento all'inferno: Tanquam leones igitur ignem spirantes ab illa mensa recedamus, facti diabolo terribiles4. Ma ciò poi non si vede avvenire, ma si vede che la maggior parte de' sacerdoti escono dall'altare sempre più tepidi, più impazienti, superbi, golosi, e più attaccati all'interesse, alla stima propria ed ai piaceri terreni: Defectus non in cibo est, sed in sumente, dice il cardinal Bona. Il difetto non nasce dal cibo che prendono in tal mensa, poiché questo cibo una sola volta preso, come dicea s. Maria Maddalena de' Pazzi, basterebbe a renderli santi; ma nasce dal poco apparecchio che fanno in celebrar la messa.

 

L'apparecchio altro è rimoto, altro è prossimo. Il rimoto è la vita pura e virtuosa che dee far il sacerdote per degnamente celebrare. Se Iddio richiedea la purità da' sacerdoti antichi, sol perché doveano portare i vasi sagri: Mundamini, qui fertis vasa Domini5: quanto più puro dee essere il sacerdote, che dee portar nelle mani e nel petto il Verbo incarnato: Quanto mundiores esse oportet, qui in manibus et in corpore portant Christum, dice Pietro


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Blessense1. Ma per esser puro e santo il sacerdote, non basta che sia libero solamente da' peccati mortali, bisogna che sia esente anche da' veniali (s'intende deliberati); altrimenti, dice s. Bernardo, che Gesù C. non l'ammetterà ad aver parte seco: Nemo quae videntur modica contemnat; quoniam, sicut audivit Petrus, nisi laverit ea Christus, non habebimus partem cum eo. Bisogna dunque che tutte le azioni, le parole ed i pensieri del sacerdote che vuoi dir la messa, sieno così santi, che possano esser disposizioni per ben celebrare.

 

Per l'apparecchio prossimo poi, è necessaria primieramente l'orazione mentale. Che messa divota potrà mai dire quel sacerdote che celebra senza aver fatta prima la meditazione? il p. m. Avila dicea che 'l sacerdote dee premettere alla messa almeno un'ora e mezza d'orazione mentale. Io mi contenterei di mezz'ora, e per alcuni più tepidi anche d'un quarto; ma non posso lasciar di dire che un quarto è troppo poco. Oh Dio! vi sono tanti belli libri di meditazioni per l'apparecchio alla messa; ma chi le fa? E perciò si vedono poi tante messe indevote e sconcertate che si dicono. Dice s. Tomaso che il Redentore ha istituito il ss. sagramento dell'altare, acciocché in noi fosse sempre viva la memoria dell'amore che ci dimostrò nella sua passione, e de' gran beni che ci ottenne col sacrificarsi per noi nella croce; e perciò l'apostolo ci avverti, sempreché andiamo a prender la comunione, di ricordarci della morte del nostro Signore: Quotiescumque enim manducabitis panem hunc, et calicem bibetis, mortem Domini annunciabitis2. Or se tutt'i fedeli debbon ricordarsi nella comunione della passione di Gesù Cristo, quanto più dee farlo il sacerdote, allorché dice la messa, in cui non solo si ciba delle sue carni sagrosante, ma rappresenta e rinnova sull'altare (benché in diverso modo) lo stesso sagrificio della croce?

 

Inoltre, ancorché il sacerdote abbia fatta la sua meditazione, prima non però di celebrare sempre conviene che almeno si raccolga per un poco di tempo, e consideri la grande azione che va a fare. Così ordinò a tutti i sacerdoti il concilio di Milano a' tempi di s. Carlo: Antequam celebrent, se colligant, et orantes mentem in tanti mysterii cogitationemn defigant. In entrare il sacerdote nella sagrestia per celebrare, dee licenziar tutt'i pensieri di mondo e dire come dicea s. Bernardo: affari e sollecitudini terrene, aspettatemi qui sino a tanto che, dopo aver celebrata la messa che richiede tutta la mia attenzione, a voi ritorni. S. Francesco di Sales scrisse una volta alla b. Giovanna di Sciantal: Quand'io mi rivolgo all'altare per cominciar la messa, perdo di vista tutte le cose di terra. Consideri per tanto, che va a chiamare dal cielo in terra il Verbo incarnato, per familiarmente trattarvi sull'altare, per sacrificarlo di nuovo all'eterno Padre, e per cibarsi finalmente delle sue carni divine. Così cercava d'infervorarsi il ven. p. Giovanni Avila, dicendo: Ora io vo a consagrare il Figlio di Dio, vo a tenerlo nelle mie mani, a favellare e trattar seco, ed a riceverlo nel mio petto.

 

Di più dee considerare ch'egli va sull'altare a far l'intercessore per tutti


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i peccatori: Sacerdos, dum celebrat (dice s. Lorenzo Giustiniani), mediatoris gerit officium, propterea delinquentium omnium debet esse precator1. Sicché il sacerdote, stando all'altare, come scrisse s. Gio. Grisostomo, sta in mezzo a Dio ed agli uomini, rappresenta le preghiere degli uomini, e loro ottiene le grazie da Dio: Medius sit sacerdos inter Deum et naturam humanam, illinc beneficia ad nos deferens2. Nell'antica legge solamente una volta l'anno era permesso al sacerdote d'entrare nel sancta sanctorum a pregare per il popolo; ma oggi a tutt'i sacerdoti ogni giorno è concesso il potere offerire l'agnello divino all'eterno Padre, per ottenere a sé ed a tutta la chiesa le divine grazie. Quindi dice il concilio di Basilea, che se un vassallo ha da andare a chiedere qualche grazia al suo principe, non lascia egli di comporsi come meglio può nelle vesti decenti, nel gesto umile, nella dicitura modesta e nell'attenzione dovuta; quanto più dee ciò fare il sacerdote, quando va a pregare per sé e per gli altri la maestà di Dio? Si quis principem saeculi rogaturus, habitu honesto, gestu decenti, prolatione non praecipiti, attenta quoque mente se ipsum studet componere; quanto diligentius in sacro loco rogaturus Deum haec facere curabit3?

 




3 Matth. 7. 6.



4. Hom. 6. ad pop. ant.



5 Isa. 52. 11.

1 Epist. 123.



2 1. Cor. 11.

1 Serm. de corp. Christi.



2 Hom. 6. in 2. Tim. 2.



3 Sess. 24. can. Quomodo.






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