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S. Alfonso Maria de Liguori
Messa e officio strapazzati

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§. 2. Della riverenza nel celebrare.

 

In secondo luogo nel celebrare dee il sacerdote usar la riverenza dovuta ad un tanto sagrificio. Questo già è ' intento o almeno il punto principale di questo libretto. Vediamo dunque che cosa importi questa riverenza. Importa per prima, che s'impieghi la dovuta attenzione alle parole della messa: e per secondo importa che si osservino esattamente le cerimonie prescritte dalle rubriche. In quanto all'attenzione alle parole, pecca il sacerdote che nel dir la messa volontariamente si distrae;. e come dicono i dottori, chi si distraesse nella consagrazione e sunzione, o pure nel canone in notabil parte, peccherebbe mortalmente; così sentono Roncaglia4 Concina5 e Tamburino, il quale benché sia benigno, anzi troppo benigno nelle sue opinioni, nulladimeno parlando di tal punto dice: Si sacerdos per notabile. tempus voluntarie distractus, eas missae partes quae canonem continent recitet, peccabit mortaliter. Videtur autem mihi gravis irreverentia, qua quis dum profitetur Deum summe venerari, cum illo irreverenter per voluntariam distractionem se gerat6 E dello stesso sentimento son io, checché si dicano alcuni altri autori: poiché, lasciando da parte la questione, se l'attenzione interna sia d'essenza dell'orazione, dico che 'l sagrificio dell'altare, oltre la ragione d'orazione, ha la ragione d'un eccellentissimo culto di religione, a cui sembra recar grave irriverenza chi, mentre attualmente professa di venerar religiosamente Iddio, volontariamente si distrae in pensieri alieni. Quindi avverte la rubrica: Sacerdos maxime curare debet, ut distincte et apposite proferat, non admodum festinanter, ut advertere possit quae legit etc.

 

In quanto poi all'adempimento delle. cerimonie prescritte dalle rubriche nella celebrazione della messa, s. Pio


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v, nella bolla registrata nel messale comanda, districte et in virtute s. obedientiae, che la messa si celebri secondo le rubriche del messale: Iuxta ritum (son le sue parole), modum et normam in missali praescriptam. Onde ben dice il p. Suarez che l'omissione di qualunque cerimonia ordinata dalle rubriche, come d'ogni benedizione, genuflessione, inclinazione e simili, non può scusarsi da colpa veniale. E ciò lo dichiara poi espressamente Benedetto XIII. nel concilio Romano1, dicendo che nella celebrazione della messa, ritus, in minimis etiam, sine peccato negligi vel mutari haud possunt. Dicea s. Teresa: Io darei la vita per una cerimonia della chiesa; e 'l sacerdote poi le disprezza? Lo stesso dice La Croix2 con Pasqualigo, se, le dette cerimonie si fanno troppo velocemente; o pure se si fanno sconciamente, come ben dice il p. Concina3 parlando di que' celebranti che non genuflettono sino a terra, o vero che nel baciar l'altare fan solamente segno di baciarlo, o che malamente formano le benedizioni, secondo prescrivono le rubriche; poiché scrive il Gavanto4 con Ledesma, esser lo stesso tralasciar le cerimonie prescritte, che malamente farle, giusta l'assioma de' giuristi: Paria sunt non facere et male facere.

 

Di più dicono poi comunemente i dottori Wigandt5 Roncaglia6 Concina e La Croix7 che se taluno omette le cerimonie della messa in notabil parte, ancorché non sieno delle più gravi, non è scusato da colpa grave; mentr'essendo tali omissioni replicate nello stesso sagrificio, ben si uniscono a far materia grave atteso che unite elleno in notabil quantità, formano; già una grave irriverenza al sagrificio. Sappiamo che anche nell'antica legge minacciò il Signore più maledizioni contro de' sacerdoti che trascuravano le cerimonie di quei sacrificj ch'eran semplici figure del nostro: Quod si audire nolueris vocem Domini, ut custodias caeremonias...venient super te omnea maledictiones istae: Maledictus eris in civitate, maledictus in agro... maledictus eris ingrediens etc.8.

 

Posto ciò, osservando il modo come dicono la messa la maggior parte de' sacerdoti con tanta fretta, e con tanto strapazzo di cerimonie, bisognerebbe piangere e piangere a lagrime di sangue. A costoro bene starebbe detto quel che rimproverava Clemente Alessandrino a' sacerdoti gentili, cioè che da essi il cielo faceasi diventare scena, e Dio diventar il soggetto della commedia: Oh impietatem! scenam coelum fecistis, et Deus factus est actus9. Ma che dico commedia? Oh che attenzione vi metterebbero questi tali, se avessero a recitare una parte in commedia! E per la messa poi quale attenzione vi pongono? parole mutilate, genuflessioni a mezz'aria che sembrano più presto atti di disprezzo che di riverenza: benedizioni di croci che non si sa che cosa vogliano significare: camminano per l'altare, e si voltano in modo che muovono a ridere: maneggiano poi l'ostia sacrosanta e 'l calice consacrato, come se avessero in mano un pezzo di pane ed una tazza di vino: complicano le parole della messa disordinatamente


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colle cerimonie, anticipando l'une all'altre prima del tempo destinato dalle rubriche: in somma tutta la loro messa non è altro, dal principio sino alla fine, che un affastellamento di disordini e d'irriverenze.

 

E tutto ciò perché avviene? avviene parte per l'ignoranza delle rubriche che non si sanno né si cercano di sapere: e parte per l'ansia di finir la messa quanto più presto si può. Sembra che costoro dicano la messa, come stesse per cadere la chiesa o fossero per venire i turchi e non si avesse. tempo di fuggire. Taluno sarà stato due ore prima a trattar faccende di mondo, o a ciarlare inutilmente in una bottega o nella sagrestia, e poi si tutta la fretta in dir la messa, non badando ad altro che a terminarla presto. Ci bisognerebbe sempre uno che lor dicesse quel che disse un giorno il p. maestro Avila, accostandosi all'altare, ad un sacerdote che celebrava in sì fatta maniera Per carità, trattalo meglio, perché è figlio d'un buon padre. Ai sacerdoti antichi ordinò Iddio che in avvicinarsi al santuario tremassero per la riverenza: Pavete ad sanctuarium meum1. E poi un sacerdote della nuova legge, stando sull'altare alla presenza di Gesù Cristo, mentre lo prende in mano, mentre l'offerisce e se ne ciba, ardisce usar tanta irriverenza?

 

Il sacerdote nell'altare, come dice s. Cipriano, e com'è certo, rappresenta la stessa persona di Gesù Cristo: Sacerdos vice Christi vere fungitur2. Mentre ivi già in persona di Gesù Cristo egli dice: Hoc est corpus meum. Hic est calix sanguinis mei. Ma oh Dio! vedendo tanti sacerdoti d'oggidì celebrar con tanta irriverenza che mai dee dirsi? che rappresentino Gesù Cristo, o pure che sembrino tanti saltimbanchi che si vanno procacciando il vivere colle loro arti da giuoco, secondo quel che scrisse il sinodo spalatense: Plerique celebrantes conantur, non ut missam celebrent, sed ut absolvant; non ut victus sustentationem habeant; ita ut missae celebratio, non tamquam religionis mysteria, sed ut lucrandi ars quaedam exerceatur3. E quel ch'è più ammirabile e (per meglio dire) deplorabile, è il vedere anche religiosi, e taluni anche di religioni; riformate ed osservanti, dir la messa con tanta fretta e con cerimonie cosi sconce, che darebbero scandalo anche agl'idolatri, e peggio che se fossero sacerdoti secolari i più rilasciati che mai.

 

Quindi s'avverta che i sacerdoti i quali celebrano così indegnamente, non solo peccano per l'irriverenza grave che fanno al sacrificio, ma anche per il grave scandalo che danno al popolo che assiste alla messa. Siccome una messa divota concilia gran divozione e venerazione verso di lei (di s. Pietro di Alcantara si narra che facea più frutto la messa ch'egli divotamente celebrava, che tutti i sermoni de' predicatori di quella provincia dove stava), così all'incontro una messa indivota fa perdere il concetto e la venerazione che si dee ad un tanto sacrificio. Dice il concilio di Trento che non ad altro fine le cerimonie della messa sono state ordinate dalla chiesa, che insinuare a' fedeli la venerazione dovuta al sagrificio dell'altare ed agli altissimi


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misterj che in quello si contengono: Ecclesia (parla il concilio) caeremonias adhibuit ut maiestas tanti sacrificii commendaretur, et mentes fidelium per haec visibilia religionis signa ad rerum altissimarum, quae in hoc sacrificio latent, contemplationem excitarentur1. Ma queste cerimonie, quando poi si fanno sconce o con fretta, non inducono già venerazione, ma più presto fan perdere a' secolari la venerazione verso un misterosanto. Dice Pietro Blessense, che per le messe dette con poca riverenza si motivo alla gente di far poco conto del ss. sacramento: Ex inordinatis et indisciplinatis sacerdotibus hodie datur ostentui nostrae redemptionis venerabile sacramentum2. E perciò il concilio turonese nell'anno 1583. ordinò che i sacerdoti fossero bene istruiti nelle cerimonie della messa (notate il fine): Ne populum sibi commissum a devotione potius revocent, quam ad sacrorum mysteriorum venerationem invitent.

 

Come vogliono poi i sacerdoti con tali messe così indivote ottener perdono de' loro peccati e grazie da Dio, se nello stesso tempo che gliele offeriscono, l'offendono, e dal canto loro gli recano più disonore che onore? Cum omne crimen (disse Giulio papa) sacrificiis deleatur, quid pro delictorum expiatione Domino dabitur, quando in ipsa sacrificii oblatione erratur3? Offenderebbe Dio quel sacerdote, che non credesse al sagramento dell'eucaristia, ma più l'offende chi lo crede, e non gli usa il dovuto rispetto, e nello stesso tempo fa che glie lo perdano ancora gli altri, che lo vedon celebrare con tanto poca riverenza. I giudei rispettarono Gesù Cristo nel principio della sua predicazione, ma quando poi lo videro disprezzato da' sacerdoti, ne perderono affatto il buon concetto, e si posero in fine unitamente cogli stessi sacerdoti a gridare, tolle, tolle, crucifige eum. E così oggidì i secolari, vedendo trattarsi la messa dai sacerdoti con tanto strapazzo e negligenza, ne perdono quasi il concetto e la venerazione. Come dissi di sopra, una messa detta con divozione apporta divozione ad ognuno che la sente; all'incontro una messa strapazzata fa perdere la divozione agli assistenti, e quasi anche la fede. Mi narrò un certo religioso di molto credito un fatto orrendo circa questo punto; e questo fatto lo ritrovo anche accennato dal p. Serafino Maria Loddi domenicano nel suo libretto, Motivi per celebrare la messa senza fretta ecc. In Roma vi fa un certo eretico che stava risoluto di abbiurare, siccome avea promesso di fare al sommo pontefice (che fu Clemente XI.); ma avendo poi veduta celebrare in una chiesa una messa indivota, se ne scandalizzò in modo, che se ne andò al papa e gli disse ch'egli non volea più abbiurare, essendosi persuaso che né i sacerdoti, né lo stesso pontefice aveano vera fede per la chiesa cattolica: ma gli disse il papa che l'indivozione d'un sacerdote, o di più sacerdoti negligenti, non potea pregiudicare alle verità di fede che la chiesa insegnava. Non però rispose l'eretico: ma se io fossi papa, e sapessi esservi un sacerdote che dice la messa con tanta irriverenza, lo farei bruciar vivo; vedendo


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io poi che vi sono sacerdoti che celebrano così indegnamente in Roma ed in faccia al papa, e non sono castigati, mi persuado che neppure il papa ci crede: e così dicendo si licenziò, ed ostinatamente non volle più abbiurare. Aggiungo a tal proposito che un certo secolare (appunto stamattina mentre sto scrivendo la presente operetta), vedendo una messa di questa sorta, non ha potuto trattenersi di dire ad un nostro compagno della congregazione che me l'ha riferito: Veramente questi sacerdoti con queste messe che dicono ci fan perdere la fede.

 

Odasi come piange su questo scandalo così lacrimabile delle messe strapazzate da' sacerdoti il piissimo cardinal Bellarmino, riferito da Benedetto XIV.1: Aliud est etiam lacrymis uberrimis dignum, quod ob nonnullorum sacerdotum incuriam aut impietatem, sacrosancta mysteria tam indigne tractentur, ut qui illa tractant videantur non credere maiestatem Domini esse praesentem. Sic enim aliqui sine spiritu, sine affectu, sine timore, festinatione incredibili sacrum perficiunt, quasi fide Christum non viderent, aut ab eo se videri non crederent. Poveri sacerdoti! Il ven. p. m. Avila, essendo morto un sacerdote dopo d'aver celebrata la sola prima messa, disse: Oh che gran conto questo sacerdote avrà dovuto rendere a Dio per questa prima messa che ha detta! Or considerate che dovea dire il p. Avila de' sacerdoti che per trenta o quarant'anni avranno detta una messa scandalosa, nel modo che abbiam divisato di sopra?

 

Si narra negli annali de' pp. cappuccini2 a proposito della messa strapazzata il seguente caso terribile. Vi era un certo rettore d'una chiesa che celebrava la messa con molta fretta ed irriverenza; onde un giorno il p. fra Matteo da Basso, primo generale de' cappuccini, subito che quel sacerdote entrò in sagristia dopo la messa lo corresse, dicendogli che la sua messa non edificava la chiesa, ma più presto la distruggeva; e perciò lo pregava o a celebrarla colla gravità dovuta o almeno ad astenersi di dirla, per non recare più al popolo lo scandalo che dava. Il rettore talmente si offese di quella riprensione, ch'essendosi presto spogliato delle sagre vesti, corse dietro al religioso per farne risentimento, ma non ritrovandolo, si ritirò in sua casa, dove indi a poco il misero fu assalito da certi suoi nemici, e restòmalamente ferito, che nello spazio d'un'ora infelicemente spirò; ed allora uscì una sì fiera tempesta di venti che svelsero dalle radici anche le querce e sollevarono gli armenti in aria. Quindi essendosi scongiurato un ossesso, s'intese per bocca di lui, che tutti i demonj di quel paese eransi uniti ad impedire che quel sacerdote si convertisse prima di morire; e che avendo ottenuto l'intento, in segno del loro trionfo aveano eccitata nell'aria quella tempesta.

 

Io non so poi con qual coscienza i parrochi e i sagrestani ammettono a celebrare nelle loro chiese tali sacerdoti che dicono la messa con tanta irriverenza. Il p. Pasqualigo non sa scusarli da colpa grave, dicendo: Praelatos etiam regulares et rectores ecclesiarum peccare mortaliter, si permittant subditos celebrare cum nimia festinatione, quia ratione muneris


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tenentur curare ut celebratio congruo modo se habeat1. E non ha dubbio che i vescovi son tenuti con obbligo stretto a proibir la celebrazione (senza riguardo) a tali sacerdoti, siccome ordinò il Tridentino, parlando delle messe: Decernit s. synodus ut ordinarii locorum ea omnia prohibere sedulo curent ac teneantur, quae irreverentia (quae ab impietate vix seiuncta esse potest ) induxit2. Si notino le parole: prohibere curent ac teneantur, ond'è che i prelati sono obbligati ad invigilare e ancora ad informarsi diligentemente del come si celebri la messa nelle loro diocesi; e debbon sospendere dalla celebrazione quei sacerdoti che la dicono senza la dovuta riverenza. E ciò corre anche a rispetto dei sacerdoti regolari; mentre i vescovi in ciò son costituiti dal concilio delegati apostolici: Ipsi ut delegati sedis apostolicae prohibeant, mandent, corrigant, atque ad ea servanda censuris aliisque poenis compellant3.

 

Ma veniamo ad esaminare quanto tempo dee spendersi per celebrar la messa, per dirla senza difetto. Dice il p. Molina4 che il tempo di un'ora nel dir la messa non si dee tenere per eccedente. Nulladimeno il card. Lambertini5 colla sentenza comune degli altri autori conclude, che la messa non dee esser più lunga di mezz'ora né più breve di un terzo; poiché (dice) in tempo più breve d'un terzo ella non può celebrarsi colla dovuta riverenza; ed in tempo più lungo di mezz'ora riescirebbe di tedio agli assistenti. Ecco le sue parole: Non breviorem triente, nec longiorem dimidia hora debere esse missam; quia breviori spatio non possunt omnia debito honore peragi; et longiori, taedio esset adstantibus. Lo stesso si disse nel capitolo generale de' chierici regolari6: Nemo missam longius horae semisse protrahat, neque triente contrahat. Lo stesso dicesi nelle costituzioni de' carmelitani scalzi7: Missa privata per dimidiam circiter horam sed non ultra, extendatur. Lo stesso nelle regole della compagnia di Gesù: Semihoram in faciendo sacro nec multum excedat, neque ita brevis sit, ut illam non expleat. Lo stesso scrisse il p. Gobato8 dove spiegando il breviter, richiesto nella celebrazione da' dottori, dice intendersi il tempo di mezz'ora in circa: Breviter, id est circa dimidiam horam; vix enim breviori spatio possunt omnia in communibus missis peragi cum debito decore et devotione. E soggiunge, difficilmente potersi egli persuadere che (ordinariamente parlando) possa terminarsi la messa con divozione dentro il solo spazio d'un quarto d'ora: Nec facile quis mihi suadebit, se communiter cum sensu pietatis intra horae quadrantem finire sacrum9. Dicendo parergli impossibile che la messa possa terminarsi in un quarto d'ora, senza commettervi molte imperfezioni. Quindi il p. Roncaglia10 tiene per certo non potersi scusar da peccato grave quel sacerdote che finisce la messa nello spazio minore d'un quarto d'ora: Nemo credat missam esse prolixam, si mediam horam non excedat, et nimis brevem, ut saltem tertiam partem horae non compleat, ut communiter d d. docent. Quia tamen qui infra quadrantem missam absolvit


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necesse est valde indevote celebrare, plura confundere, truncare, vel saltem syncopare, ideo communiter dicitur peccare mortaliter. Ex hoc autem oritur in episcopis et praelatis regularibus obligatio sub gravi turpem hanc et scandalosam celeritatem extirpare. E lo stesso dicono Pasqualigo1 ed altri comunemente appresso il citato cardinal Lambertini, come Quarto, Bisso, Clericato ec. Posto ciò, dico doversi concludere che il sacerdote il quale celebra in minor tempo di un quarto d'ora qualunque messa (ancorché sia de' morti o della Madonna, de s. Maria in sabbato), difficilmente, per non dire impossibilmente, può essere scusato da peccato mortale, perché è impossibile terminar la messa nello spazio minore di un quarto, senza far grave irriverenza al sagrificio e senza dar grave scandalo al popolo.

 

Ma udiamo le scuse che adducono i sacerdoti che strapazzano la messa. Per prima dice talune: Io dico la messa breve, ma in niente manco, mentre per grazia del Signore sono spedito di lingua e di moto; sicché in breve tempo ben proferisco tutte le parole e fo esattamente tutte le cerimonie. Ma no, che non basta (rispondo) per dir la messa senza difetto, non basta proferir le parole e far le cerimonie in fretta, bisogna farle colla gravità conveniente, la quale anch'è intrinsecamente necessaria alla riverenza richiesta; altrimenti, se son fatte con celerità non formano più la riverenzainducono la venerazione dovuta al sacrificio; ma (come di sopra si è dimostrato) formano grave irriverenza e grave scandalo agli assistenti. Ecco come parlano i dottori. Il p. Paolo Maria Quarto dice: Certum requiri tantum spatium, quod possit commode satis esse ad perficiendas caeremonias ea gravitate, quae tantum sacrificium decet2. Lo stesso scrive Pasqualigo: Dicendum est satius esse declinare ad prolixitatem, quam ad accelerationem, quia maiestas sacrificii exigit potius illum modum, qui congruit gravitati actionis, quam declinationem ad oppositum3. E di ciò ne la ragione, perché nell'accelerar la messa, non solo può esservi il peccato, ma anche lo scandalo; il quale non vi sarà nel prolungamento, che al più non causerà altro che un certo tedio negli assistenti. Qui missam praecipitant (conclude il mentovato Quarto) valde timendum est ne in infernum praecipitentur.

 

Per secondo mi dirà che tra le condizioni le quali comunemente si assegnano da' dottori al modo come si ha da celebrar messa, vi è la brevità: Alte, breviter, dare, devote et exacte. Non però io primieramente dimando a chi parla così: ma, sacerdote mio, perché voi volete solamente attendere ad osservar questa sola condizione della brevità, e non già l'altre che sono devote et exacte? Ma inoltre ben la rubrica spiega, come s'intende quel breviter, cioè che la messa si dica, non nimis morose, ne audientes taedio afficiantur. Di più avvertasi che la rubrica stessa, dopo le suddette parole, immediatamente soggiunge, nec nimis festinanter. Quindi saggiamente scrive il Continuatore di Tournely: Brevis intelligitur, modo non destruat devotionem;


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unde si esset infra dimidium horae, non potest dici devota, et consequenter male diceretur. Pertanto soggiunge che la parola brevis dicesi per opporsi alla lunghezza affettata che apportasse notabil tedio agli ascoltanti. Del resto il medesimo autore conferma quel che disse Pasqualigo riferito di sopra: Melius est declinare in longitudinem, quam in brevitatem; quia cum longitudine non potest peccari graviter, et scandalum dari, sicut in nimis brevi. Disse una volta un certo sacerdote, per iscusare lo strapazzo ch'egli facea della sua messa: Ma s. Filippo Neri mettea mezzo quarto d'ora in dir la sua messa. Che melensaggine! È vero che s. Filippo, come dice lo scrittor della sua vita, quando stava in pubblico, celebrava la messa in breve tempo, ma per questo breve tempo non intendea certamente lo scrittore quello di mezzo quarto, né d'un quarto d'ora, intendea solo di escludere quella prolissità che apporta tedio ed è riprovata dalle rubriche; del resto nella stessa vita narrasi che 'l santo celebrava con tanta divozione la messa, anche in pubblico, che moveva a piangere per la compunzione ognuno che l'ascoltava. Colla messa d'un mezzo quarto non avrebbe mosso a piangere, ma più presto a ridere ed a burlarsi di lui.

 

Per terzo replicherà: ma i secolari si lamentano e s'impazientano se la messa è lunga. Dunque, rispondo per prima, la poca divozione dei secolari ha da esser regola della venerazione dovuta alla messa? Inoltre rispondo che se i sacerdoti dicessero la messa colla riverenza e gravità richiesta, i secolari ben concepirebbero il rispetto che si dee ad un sagrificio così sagrosanto, e non si lagnerebbero nel dovervi assistere per mezz'ora; ma perché per lo più le messe son così brevi e così strapazzate, e non muovono a divozione, perciò i secolari, ad esempio de' sacerdoti che le dicono, vi assistono indivotamente e con poca fede; e se vedono poi che qualche sacerdote passa un terzo o un quarto d'ora, per lo mal uso fatto, si tediano e se ne lamentano; e dove non rincresce loro di stare per più ore ad un tavolino di giuoco o in mezzo ad una strada a perdere il tempo, si tediano poi a star per una mezz'ora a sentire una messa. Di tutto questo male son causa i sacerdoti: Ad vos, o sacerdotes, esclama il Signore, quia despicitis nomen meum, et dixistis: In quo despeximus nomen tuum? in eo quod dicitis, mensa Domini despecta est1. Ciò significa che il poco conto che si fa da' sacerdoti della riverenza dovuta alla messa è causa ch'ella sia disprezzata ancora dagli altri.

 

Per tanto, sacerdote mio caro, attendete voi a dir la messa come si dee, e non vi curate d'esser tacciato dagli altri. Contentatevi che vi lodi Iddio e gli angeli che vi assistono d'intorno all'altare. E se mai alcun personaggio, per autorevol che sia, vi dice che sbrighiate presto la messa, rispondetegli come rispose s. Teotonio canonico regolare a Tarasia regina di Portogallo, la quale avendo un affare di premura disse al santo che procurasse di sbrigar la messa. Ma il santo rispose esservi in cielo una regina molto più degna di lei, nel cui onore dovea celebrar quella messa; che per tanto, s'ella non potea trattenersi se n'andasse per li


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fatti suoi, ma ch'egli non potea mancar di riverenza al sagrificio, abbreviando il tempo che vi bisognava: Respondit aliam in coelo esse reginam longe meliorem, cui solemnia missae peragere disposuerat; in potestate eius esse vel missam audire vel penitus discedere1. Ma che avvenne? la regina, entrata poi in se stessa, si fe' chiamare il santo, ed umiliata se gli gittò a' piedi, e piangendo propose di far la penitenza della sua temerità.

 

Procuriamo intanto di emendarci, sacerdoti miei, se per lo passato abbiamo celebrato questo gran sagrificio con poca divozione e riverenza. Consideriamo la grande azione che andiamo a fare, quando andiamo a dir messa; e consideriamo il gran tesoro de' meriti che ci acquisteremo col celebrarla divotamente. Oh che bene è una messa per quel sacerdote che la dice con divozione! Scrive il discepolo2: Oratio citius exauditur in ecclesia in praesentia sacerdotis celebrantis. Or se l'orazione d'un secolare è più presto esaudita da Dio, quando è fatta in presenza del sacerdote che celebra, quanto più presto sarà esaudita l'orazione che fa lo stesso sacerdote, se celebra con divozione? Chi dice la messa ogni giorno con qualche divozione riceverà sempre da Dio nuovi lumi e nuove forze; Gesù Cristo sempre più l'istruirà, lo consolerà, l'animerà, e gli concederà le grazie che desidera. Specialmente dopo la consecrazione sta sicuro il sacerdote che avrà dal Signore quanto dimanda. Dicea il ven. p. Antonio de Colellis pio operaio: Io, quando celebro e tengo Gesù Cristo nelle mie mani, ne ho quel che voglio.

 

Per ultimo, parlando del rispetto che si dee a Gesù Cristo, che si sacrifica nella messa, non voglio lasciar di ricordare il precetto imposto da Innocenzo III.: Praecipimus quoque ut oratoria, vasa, corporalia et vestimenta nitida conserventur; nimis enim videtur absurdum in sacris negligere quae dedecent in profanis3. Ebbe troppa ragione questo pontefice di parlar così, poiché in verità alcuni non si vergognano di celebrare o di far celebrare gli altri con certi corporali; purificatoi e calici, de' quali essi non avrebber lo stomaco di servirsene nelle loro mense domestiche.

 




4 Cap. 3. q. 2. reg. 3.



5 Theol. mor. p. 516. num. 13.



6 Meth. cel. miss c. 3. n. 9.

1 Tit. 15. c. 1.



2 L. 2. n. 422.



3 Pag. 509. n. 2.



4 P. 3 in rub. miss. tit. 2.



5 Tract. 15 n. 75.



6 De sacr. miss. c. 3. qu. 4.



7 Loc. cit.



8 Deut. 28. ex v. 15.



9 De sac. gentil.

1 Levit. 26. 2.



2 Epist. 63. ad Caecilium.



3 Apud Genett. de s. euchar.

1 Trid. sess. 22. 5.



2 Petr. Bless. ep. ad Richer.



3 Can. Cum omne de consecr. dist. 2.



1 In Bulla, Annus qui t. 3. bullar. §.15



2 Tom. 1. ann. 1552.

1 De sacrif. nov. leg. 26.



2 Decr. de obser. in celebr. etc.



3 Trid. l. c.



4 Istruz de sac. tract. 3. c. 14.



5 Notif. 29. n. 30.



6 P. 1. c. 5. a. 1618.



7 P. 1. c. 5.



8 Tract. 3. c. 23. §. 3.n. 814.



9 Loc. cit.



10 De sacrif. miss. c. 4.

1 De sacrif. miss. quaest. 229.



2 In rubr. tit. 16. dub. 6.



3 De sacrif. q. 229.



1 Malach. 1. 6. et 7.



1 Bolland. die 18. Febr.



2 Serm. 48.



3 In can. 1. Relinq. tit. 44.






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