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S. Alfonso Maria de Liguori
Messa e officio strapazzati

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§. 3. Del ringraziamento dopo la celebrazione.

 

Per ultimo bisogna che 'l sacerdote, dopo d'aver celebrato, faccia il ringraziamento. Dice s. Gio. Grisostomo che se gli uomini per ogni picciol favore che ci fanno vogliono che noi siamo lor grati e lor ne rendiamo la ricompensa, quanto più dobbiamo noi esser grati con Dio dei gran beni che ci dona, mentr'egli non aspetta da noi ricompensa, ma solo per nostro utile vuol esserne ringraziato? Si homines parvum beneficium praestiterint, expectant a nobis gratitudinem, quanto magis id nobis faciendum in iis quae a Deo accepimus, qui hoc solum ob nostram utilitatem vult fieri4? Se almeno (siegue a dire il santo) non possiamo ringraziare il Signore per quanto egli lo merita, almeno ringraziamolo per quanto possiamo. Ma che miseria e che disordine poi è il vedere tanti sacerdoti, che, finita la messa, dopo aver ricevuto da Dio l'onore di offerirgli in


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sagrificio il suo medesimo Figlio, e dopo d'essersi cibati del suo sagratissimo corpo, appena entrati in sagrestia, colle labbra ancor rosseggianti del suo sangue, recitata qualche breve orazione tra' denti, senza divozione e senza attenzione, subito mettonsi a discorrere di cose inutili o di faccende di mondo! o pure se n'escono dalla chiesa e si portano per le strade Gesù Cristo che ancora sta nel loro petto colle specie sagramentali. Con costoro bisognerebbe far sempre quel che fece una volta il p. Giovanni Avila, il quale vedendo un sacerdote uscir dalla chiesa subito dopo d'aver celebrato, lo fece accompagnare con due torce da due chierici; i quali, interrogali poi da quel sacerdote che andassero facendo, risposero: Andiamo accompagnando il ss. sagramento che portate dentro di voi. A questi tali va ben detto ciò che scrisse una volta s. Bernardo a Fulcone arcidiacono: Heu quomodo Christum tam cito fastidis1! Oh Dio, e come così presto prendi in fastidio la compagnia di Gesù Cristo che sta dentro di te!

 

Tanti libri divoti esortano ed inculcano il ringraziamento dopo la messa; ma quanti son poi que' sacerdoti che veramente lo fanno? Quei che lo fanno si possono mostrare a dito. E la meraviglia si è che alcuni fanno bensì l'orazione mentale, fanno diverse altre divozioni; ma poi poco o niente si trattengono dopo la messa in trattare con Gesù Cristo. Il ringraziamento dopo la messa non dovrebbe terminare che colla giornata. Dicea il p. m. Avila che dee farsi gran conto del tempo dopo la messa. Il tempo dopo la messa è tempo prezioso da negoziare con Dio e guadagnar tesori di grazie. Dicea s. Teresa: Dopo la comunione non perdiamo così buona opportunità di negoziare; non suole sua divina Maestà pagar male l'alloggio, se gli vien fatta buona accoglienza. Dicea di più la santa che Gesù dopo la comunione si mette nell'anima come in trono di grazie, e par che le dica, come disse al cieco nato: Quid vis ut tibi faciam? Dimmi, che vuoi ch'io faccia per te, mentre sto pronto a darti tutte le grazie che mi dimandi?

 

Di più bisogna sapere ciò che insegnano più dottori, il Suarez, il Gonet ed altri, che l'anima, dopo la comunione, quanto più si dispone con atti buoni per tutto il tempo in cui durano le specie sagramentali, tanto maggior frutto ne ricava; poiché essendo stato istituito questo sagramento a modo di cibo, siccome il cibo terreno quanto più si trattien nello stomaco più nudrisce il corpo, così questo cibo celeste tanto più nudrisce l'anima di grazie, quanto più si trattien nel corpo, sempre che l'anima accresce con atti buoni la sua disposizione. Si aggiunga che in quel tempo ogni atto buono ha maggior valore e merito, giacché allora la persona sta unita con Gesù Cristo, secondo disse egli stesso: Qui manducat meam carnem, in me manet et ego in eo2 E come dice il Grisostomo, allora Gesù Cristo ci fa una cosa con sé: Ipsa re nos suum efficit corpus. E perciò gli atti sono di maggior merito, perché son fatti dall'anima unitamente con Gesù Cristo.

 

Ma all'incontro il Signore non vuol perdere le sue grazie cogl'ingrati, secondo quel che dice s. Bernardo: Numquid non perit, quod donatur


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ingratis? Pertanto il p. Avila ordinariamente dopo di aver celebrato tratteneasi per due ore in orazione a trattare con Gesù Cristo. Oh con quanta tenerezza ed affetto suoi parlare Gesù Cristo all'anime dopo la comunione! e quante finezze d'amore suole usare con esse in tal tempo! Non sarebbe dunque gran cosa che ogni sacerdote si trattenesse almeno un'ora con Gesù Cristo dopo la messa. Almeno vi prego, sacerdote mio, a trattenervici per una mezz'ora; almeno per un quarto: ma oh Dio, è troppo poco un quarto! Disse s. Ambrogio: Verus minister altaris, Deo, non sibi, natus est. Se dunque il sacerdote, dal giorno ch'è stato ordinato non è più suo né del mondo né de' suoi parenti, ma è solo di Dio, a che dee spendere i giorni della sua vita, se non per Dio, e specialmente a stringersi con Gesù Cristo, dopo che l'ha ricevuto nella santa comunione?

 

In fine voglio dir (così di passaggio) una parola circa il punto, se sia più accetto a Dio il dir la messa, o il non dirla per umiltà. E dico che l'astenersene per umiltà è atto buono, ma non è il migliore. Gli atti d'umiltà danno a Dio un onor finito, ma la messa gli un onore infinito, essendo onore che gli vien dato da una persona divina. Si noti quel che dice il ven. Beda: Sacerdos non legitime impeditus celebrare omittens, quantum in eo est, privat ss. Trinitatem gloria, angelos laetitia, peccatores venia, iustos subsidio, in purgatorio existentes refrigerio, ecclesiam beneficio, et se ipsum medicina1. Il glorioso s. Gaetano, stando in Napoli, ed avendo inteso che in Roma un cardinale suo amico, il quale prima era solito di celebrare ogni giorno, di poi per causa degli affari avea cominciato a tralasciar la messa, il santo, con tutto che correva allora il tempo canicolare, non volle lasciare anche con pericolo della vita di portarsi in Roma a persuader l'amico che proseguisse l'uso antico; ed in fatti andò e poi se ne ritornò in Napoli. Narrasi ancora del p. Giovanni Avila2 che andando egli un giorno a dir messa in un romitaggio, s'intese per io strapazzo del viaggio talmente indebolito, che diffidando di poter giungere a quel luogo, da cui stava ancor lontano, già disponea di restarsi e tralasciar la messa; ma gli apparve allora Gesù Cristo in forma d'un pellegrino, gli scoprì il petto, e facendogli veder le sue piaghe, e specialmente quella del sagro costato, gli disse: Quando io era impiagato, era più stracco ed indebolito di te; e ciò detto, disparve. Così il p. Avila si fece animò, andò e celebrò la messa.

 




4 Homil. 26. in c. 8. Gen.

1 Epist. 25.



2 Io. 6.

1 De miss. sacrif.



2 Vita al §. 16






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