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S. Alfonso Maria de Liguori
Nove discorsi...flagelli

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DISCORSO II.

I peccatori non vogliono credere alle minacce di Dio, se non quando arriva il loro castigo.

 

Si poenitentiam non egeritis, omnes similiter peribitis. (Luc. 13. 5.)

 

Dopo che il Signore proibì ai nostri progenitori di cibarsi del pomo vietato, Eva l'infelice si accostò vicino all'albero; di il serpente le parlò e le disse: perché Dio vi ha proibito di cibarvi di questo bel frutto? Cur praecepit vobis Deus? Rispose Eva: Praecepit nobis Deus ne comederemus et ne tangeremus illud, ne forte moriamur7. Ecco la debolezza d'Eva: il Signore assolutamente avea minacciata la morte, ed Eva comincia a metterla in dubbio, ne forte moriamur; se io me ne cibo, diceva, forse morirò. Ma ecco il demonio, il quale vedendo già che Eva poco temea della minaccia di Dio, ripigliò a farle animo con dirle: Nequaquam morte moriemini, non temere che non morirai; e così la ingannò e la fece prevaricare a mangiare il pomo. Così ancora il nemico siegue tutto giorno ad ingannare

 


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tanti poveri peccatori. Dio minaccia: peccatori, finitela, e fate penitenza, perché se no, vi dannerete, come si sono dannati tanti: Si poenitentiam non egeritis omnes similiter peribitis. Ed il demonio dice loro: Nequaquam moriemini; non temete, seguite a peccare, seguite a pigliarvi gusto, perché Dio è di misericordia; appresso vi perdonerà, e pure vi salverete: Deus timorem incutit, dice s. Procopio, diabolus adimit. Iddio non attende che ad atterrirci colle minacce, acciocché lasciamo i peccati e ci salviamo; e il demonio attende a toglierci il timore, acciocché seguitiamo a peccare e ci danniamo; e tanti miseri vogliono credere al demonio e non a Dio, e così miserabilmente si dannano. Al presente ecco il Signore che si fa vedere sdegnato e ci minaccia il castigo. Chi sa quanti ci saranno in questo paese che non ancora pensano di mutar vita, sperando che Dio si placherà e non sarà niente! Ecco l'assunto del presente discorso: I peccatori non vogliono credere alle minacce di Dio, se proprio non arriva loro il castigo. Ma se non ci emendiamo, fratelli miei, il castigo verrà; se non la finiamo, la finirà Iddio.

 

Quando Lot fu accertato dal Signore che volea subbissare la città di Sodoma, egli presto ne avvisò i suoi generi: Surgite et egredimini de loco isto, quia delebit Dominus civitatem hanc1. Ma quelli non gli vollero credere: Et visus est eis quasi ludens loqui; parve loro che li volesse burlare atterrendoli con tal minaccia. Ma venne già poi il castigo, ed essi restarono burlati e bruciati dal fuoco. Uditori miei, che aspettiamo? Dio ci avvisa che il castigo è imminente, finiamola; aspettiamo che proprio la finisca Dio? Senti, peccatore mio, quel che ti dice s. Paolo: Vide ergo bonitatem et severitatem Dei; in eos quidem qui ceciderunt severitatem; in te autem bonitatem Dei, si permanseris in bonitate, alioquin et tu excideris2. Considera, dice l'apostolo, la giustizia che il Signore ha usata con tanti già castigati e mandati all'inferno: Vide in eos qui ceciderunt severitatem; in te autem bonitatem. Vedi all'incontro la misericordia che Dio ha voluto usare con te. Ma finiscila; se muti vita, lasci le occasioni, frequenti i sacramenti, se seguiti a vivere da cristiano, il Signore ti perdonerà il castigo: Si permanseris in bonitate. Altrimenti tu ancora ti perderai: Alioquin et tu excideris. Perché Dio ti ha sopportato troppo, non può sopportarti più. Iddio è misericordioso, ma è ancora giusto; usa misericordia a coloro che lo temono, ma non può usarla agli ostinati.

 

Si lamenta colui, quando si vede castigato e dice: ma perché Dio ha voluto farmi perdere quella roba? Perché mi ha tolta la sanità, perché mi ha tolto quel figlio, quel parente? Ah peccatori, che dite? esclama Geremia: Peccata vestra prohibuerunt bonum a vobis3. Non era il desiderio di Dio di farti perdere quel bene, di privarti di quel guadagno, di quel parente; Dio avrebbe voluto felicitarti in tutto, ma i peccati tuoi glie l'hanno proibito. E che forse, dice Giobbe, è cosa strana a Dio il consolare le sue creature? Questo è il suo desiderio: Nunquid grande est, ut consolaretur te Deus? Sed verba

 


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tua prava hoc prohibent1. Volea il Signore consolarti, ma quelle tue bestemmie dei santi, quelle mormorazioni, quel tuo parlare osceno con tanto scandalo degli altri glie l'hanno proibito. Non è Dio, ma è il peccato maledetto, che infelici e miseri ci rende: Miseros facit populos peccatum2. A torto, dice Salviano, noi ci lamentiamo di Dio, quando egli con noi si dimostra duro; oh quanto più duramente noi trattiamo Dio, pagando d'ingratitudine le grazie che ci ha fatte! Quid querimur, dum dure agit nobiscum Deus? Multo nos durius cum Deo agimus.

 

Credono i peccatori di farsi felici col peccato; ma il peccato è quello che li rende in tutto afflitti e miserabili: Eo quod non servieris Deo tuo, dice il Signore, in gaudio... Servies inimico tuo... in fame et siti et nuditate et omni penuria... donec te conterat3. Giacché non hai voluto servire al tuo Dio con quella pace che gode chi lo serve, servirai al tuo nemico, afflitto e povero, fino che egli finisca di farti perdere l'anima e il corpo. Dice Davide che il peccatore colle sue colpe esso medesimo si fabbrica la fossa del suo precipizio: Incidit in foveam quam fecit4. Vedete il figlio prodigo: egli per vivere in libertà e banchettare a suo modo lasciò il padre; ma poi, appunto per aver lasciato il padre, si ridusse a servire i porci, ed a tanta miseria, che non potea saziarsi neppure di quei cibi vili di cui si saziano i porci: Cupiebat implere ventrem suum de siliquis quas porci manducabant, et nemo illi dabat5. Narra s. Bernardino da Siena6, che un certo figlio empio trascinò il padre per terra. Indi che avvenne? Un giorno fu esso poi strascinato dal proprio figlio, e giungendo ad un certo luogo gridò e disse: Non più, ferma, figlio, non più; perché sino qua io strascinai mio padre, ferma. Narra similmente a tal proposito il Baronio7, che la figlia di Erodiade, la quale fece tagliare la testa a s. Giovanni Battista, passando un giorno per un fiume gelato, col peso del corpo fece che si rompesse il ghiaccio, onde cadde, ed ella restò col collo tra l'apertura del ghiaccio; e col tanto agitarsi che poi fece, per liberarsi della morte, venne a separarsele il capo dal busto, e così morì. Eh che Dio è giusto, quando arriva il tempo della vendetta fa che il peccatore resti preso e strangolato dallo stesso laccio che egli stesso si è fatto colle sue mani: Cognoscetur Dominus iudicia faciens: in operibus manuum suarum comprehensus est peccator8.

 

Tremiamo, fratelli miei, quando vediamo castigati gli altri, e noi ci vediamo meritevoli dello stesso castigo. Allorché cadde la torre di Siloe sopra diciotto persone, e le uccise, disse il Signore a molti che gli erano presenti: Putatis quia et ipsi debitores fuerint, praeter omnes homines habitantes in Ierusalem9? Pensate che questi soli miserabili erano debitori a Dio per i loro peccati? Voi ancora siete debitori: se non farete penitenza, siccome quelli sono stati puniti, lo sarete ancora voi: Si poenitentiam non egeritis omnes similiter peribitis10. Oh quanti miseri si perdono colla falsa speranza della misericordia di Dio! Poiché vogliono

 


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tirare sempre avanti la mala vita con dire, Dio è di misericordia. Sì, Dio è di misericordia, e perciò aiuta e protegge chi spera nella sua misericordia: Protector est omnium sperantium in se1. Ma chi spera con intenzione di mutar vita, non già chi spera coll'animo perverso di seguitare ad offenderlo: la speranza di costoro non è accetta a Dio, ma è abbominata e punita: Spes illorum abominatio2. Poveri peccatori la maggior loro miseria è che sono perduti, e non lo conoscono. Vivono già condannati all'inferno, e burlano e ridono, e disprezzano le minacce di Dio, come se Dio avesse dato loro sigurtà di non castigarli. Et unde, esclama s. Bernardo, unde haec maledicta securitas? Donde avete, o ciechi, questa maledetta sicurezza? Maledetta, perché questa sicurezza è quella che certamente vi porta all'inferno: Veniam ad quiescentes habitantesque secure3. Il Signore aspetta, ma finalmente quando giunge l'ora del castigo verrà giustamente a condannare all'inferno questi miserabili che vivono in peccato e stanno in pace come per essi non ci fosse inferno.

 

Finiamola dunque, fratelli miei, emendiamoci se vogliamo essere liberati dal flagello che ci sovrasta. Se non la finiamo, Iddio si vedrà obbligato a castigarci: Qui malignantur exterminabuntur4. Gli ostinati finalmente sono discacciati non solo dal paradiso, ma anche dalla terra, acciocché col loro mal esempio non si tirino seco anche gli altri all'inferno. Ed intendiamo che questi flagelli temporali sono niente a fronte del castigo eterno, senza speranza più di rimedio. Attento, peccatore fratello mio: Iam enim securis ad radicem arboris posita est5. Commenta questo passo l'autore dell'Opera imperfetta6: Non ad ramos posita dicitur, sed ad radicem, ut irreparabiliter exterminetur. E vuol dire che quando si tagliano i rami l'albero anche resta in vita; ma quando si tagliano le radici l'albero affatto è perduto e si manda al fuoco. Il Signore sta col flagello alla mano, e tu ancora stai in disgrazia sua? Securis iam ad radicem posita est. Trema, perché l'accetta già sta vicina alla radice: trema che Dio non ti faccia morir in peccato, perché così morendo, sarai mandato al fuoco dell'inferno, dove non vi sarà più rimedio alla tua eterna ruina.

 

Ma io, dici tu, per lo passato pure ho fatto tanti peccati, e il Signore mi ha sopportato, e non mi ha castigato; così spero che mi userà misericordia anche per l'avvenire. Non lo dire questo, dice Dio, non lo dire: Ne dixeris, peccavi, et quid mihi accidit triste? Altissimus enim est patiens redditor7. Non lo dire, perché Dio sopporta, ma non sopporta sempre; sopporta sino a certo segno e poi paga tutto: Iudicio contendam adversum vos coram Domino de omnibus misericordiis Domini, disse Samuele agli ebrei8. Le misericordie abusate oh quanto cooperano a far condannare gli ingrati! Congrega eos quasi gregem ad victimam, et sanctifica eos in die occisionis9. Finalmente le gregge di questi tali che non vogliono emendarsi saranno vittime della divina giustizia, e il Signore li

 


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condannerà alla morte eterna. Quando? In die occisionis, quando arriverà il giorno della sua giusta vendetta, e dobbiamo sempre giustamente temere che questo giorno sia vicino, quando non ci risolviamo a lasciare il peccato. Deus non irridetur, quae enim seminaverit homo, haec et metet1. I peccatori attendono a burlare Dio, si confessano nella Pasqua, oppure due o tre volte l'anno, e subito tornano al vomito, e poi vogliono sperare di salvarsi. Irrisor non poenitens est, dice s. Isidoro, qui adhuc agit quod poenitet. Ma Dio non si fa burlare: Deus non irridetur.

 

Che salvare! che salvare! Quae enim seminaverit homo, haec et metet. Che cosa semini tu? Bestemmie, vendette, furti, disonestà? E poi che vuoi sperare? Chi semina peccati non può sperare altro alla fine che castighi ed inferno: Qui seminat in carne sua, soggiunge ivi l'apostolo, de carne et metet corruptionem. Seguita, disonesto, seguita pure a vivere sempre infangato nel lezzo delle tue laidezze, accresci, accresci pece; verrà un giorno, dice s. Pier Damiani, Veniet Dies, imo nox, quando libido tua vertetur in picem, qua se nutriet perpetuus ignis in tuis visceribus2. Verrà un giorno che queste tue sporchezze si convertiranno tutte in pece, per fare più grande il fuoco che ti brucerà le viscere in eterno.

 

Dice s. Gio. Grisostomo, che alcuni fingunt non videre. Vedono i castighi, e fingono di non vederli. Altri poi, dice s. Ambrogio, non vogliono temere il castigo, se proprio non lo vedono arrivato: Nihil timent, quia nihil vident. Ma a tutti costoro avverrà quel che avvenne agli uomini al tempo del diluvio. Predicava il patriarca Noè, ed annunziava già il castigo che Dio apparecchiava ai peccatori, ma i peccatori non vollero crederlo; e con tutto che vedeano fabbricarsi l'arca da Noè, non mutarono vita, e seguirono a peccare, sino a tanto che giunse il castigo e restarono tutti affogati dal diluvio: Et non cognoverunt, donec venit diluvium et tulit omnes3. Lo stesso avvenne a quella donna peccatrice, come si ha nell'Apocalisse, che diceva: Sedeo regina, et luctum non videbo. Seguiva ad essere impudica, sperando di non essere punita; ma venne finalmente il castigo come già fu predetto: Ideo in una die venient plagae eius, mors et luctus, et igne comburetur4.

 

Fratello mio, chi sa se questa è l'ultima chiamata che ti fa Dio. Dice s. Luca che un certo padrone d'un territorio, ritrovando un albero di ficaia che da tre anni non facea frutto, disse: Ecce anni tres sunt ex quo venio quaerens fructum in ficulnea hac et non invenio; succide ergo illam, ut quid etiam terram occupat5? Sono tre anni che quest'albero non frutto, via su tagliatelo e mettetelo al fuoco; che serve che stia più ad occupare il terreno? Rispose allora il cultore della vigna: Domine, dimitte illam et hoc anno, vediamo se per quest'altro anno fa frutto. Sin autem succides eam, altrimenti lo manderemo al fuoco. Veniamo a noi, peccatore mio, son già più anni che Dio viene a visitare l'anima tua, e sinora non ha trovato altro frutto, se non di triboli e spine, voglio dire di peccati. Senti la divina giustizia che grida: Succide ergo illam, ut quia

 


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terram occupat? Ma la misericordia dice: Dimitte et hoc anno. Via aspettiamolo per quest'altra volta; vediamo se a quest'altra chiamata si converte. Ma trema, perché la stessa misericordia si sarà già accordata colla giustizia, che se ora non ti emendi, sia recisa la tua vita e l'anima tua sia mandata all'inferno. Trema, fratello mio, e procura che non si chiuda per te la bocca del pozzo. Questo era quel che pregava Davide: Neque absorbeat me profundum, neque urgeat super me puteus os suum1. Ciò fanno i peccati, fanno che a poco a poco si vada chiudendo la bocca della fossa, cioè dello stato di dannazione, dove si trova caduto il peccatore. Sino a che questa fossa non è affatto chiusa, può sperare di uscirne; ma se si chiude, che speranza più vi sarà? Intendo chiudersi la fossa, quando il peccatore perde la luce e non fa più conto di niente; avvenendo allora quel che dice il Savio: Impius, cum in profundum venerit, contemnit2. Disprezza legge di Dio, ammonizioni, prediche, scomuniche, minacce; disprezza lo stesso inferno, siccome arriva a dire taluno: ce ne vanno tanti, ed io cogli altri. Chi dice così, può salvarsi? Può salvarsi, ma sarà moralmente impossibile che si salvi. Fratello mio, che dici? Sei forse tu ancora arrivato a questo stato di disprezzare anche i castighi di Dio? Che dici? Ma ancorché vi fossi arrivato, che hai da fare ora? Tu hai da disperare? No; sai che hai da fare? Ricorri alla Madonna. Ancorché fossi disperato e abbandonato da Dio, dice Blosio, che Maria è la speranza de' disperati ed è l'aiuto degli abbandonati; così egli la chiama: Spes desperantium, adiutrix destitutorum. Lo stesso dice s. Bernardo, dicendo: Regina mia, il disperato che in voi spera non è più disperato: In te speret qui desperat. Ma se Dio vuol vedermi dannato, dirai tu, quale speranza può esservi più per me? Ma no, dice Dio, no, figlio mio, io non voglio vederti dannato: Nolo mortem impii. E che cosa volete vedere, Signor mio? Voglio vedere che questo peccatore si converta e ricuperi la vita della grazia mia: Sed ut convertatur et vivat3. Presto dunque, fratello mio, buttati ai piedi di Gesù Cristo; eccolo, vedi come sta colle braccia aperte per abbracciarti ec. (Si faccia far l'atto di dolore).

 




7 Gen. 3. 3.

1 Gen. 19. 14.

 



2 Rom. 11. 22.

 



3 Ier. 5. 25.

1 Iob. 15. 11.

 



2 Prov. 14. 54.

 



3 Deut. 28. 47. 48.

 



4 Psal. 7. 16.

 



5 Luc. 15. 16.

 



6 Dom. 2. Quadr.

 



7 Ann. 33. num. 6.

 



8 Psal. 9. 17.

 



9 Luc. 13. 4.

 



10 Ibid. 5.

1 Psal. 17. 31.

 



2 Iob. 11. 20.

 



3 Ezech. 38. 11.

 



4 Ps. 36. 9.

 



5 Luc. 3. 9.

 



6 Hom. 5.

 



7 Eccl. 5. 4.

 



8 1. Reg. 12. 7.

 



9 Ier. 12. 3.

1 Gal. 6. 8.

 



2 Ep. 6.

 



3 Matth. 24. 39.

 



4 Apoc. 18. 7. 8.

 



5 Luc. 13. 7.

1 Ps. 68. 16.

 



2 Prov. 18. 3.

 



3 Ezech. 33. 11.




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