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S. Alfonso Maria de Liguori
Nove discorsi...flagelli

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DISCORSO IV.

Delle quattro porte principali dell'inferno.

Defixae sunt in terra portae eius (Thren. 2. 9.)

 

È molto larga la via che porta all'inferno, e pur troppi son quelli che ci vanno: Spatiosa via est quae ducit ad perditionem, et multi intrant per eam1. L'inferno poi tiene diverse porte, ma queste porte stan collocate sulla nostra terra: Defixae sunt in terra portae eius2. E sono i vizj coi quali gli uomini offendono Dio, e per cui si tirano sopra i castighi e la morte eterna. Tra tutti i vizj quattro principalmente son quelli che mandano più anime all'inferno, e in questa terra ci tirano sopra i castighi di Dio, l'odio, la bestemmia, il furto e la disonestà. Ecco le quattro porte, per le quali entra la maggior parte di coloro che si dannano; e di queste particolarmente voglio oggi parlarvi, acciocché ci emendiamo e rimediamo presto; altrimenti ci rimedierà Dio, ma colla nostra ruina.

 

La prima porta dell'inferno è l'odio. Siccome il paradiso è il regno dell'amore, così l'inferno è il regno dell'odio. Padre mio, dice taluno, io son grato, ed amo gli amici miei; ma non posso sopportare chi mi fa qualche torto. Ma, fratello mio, questo che dici e fai, sappi che lo dicono e lo fanno ancora i barbari, i turchi e gli indiani: Nonne et ethnici hoc faciunt? dice il Signore3. Il voler bene a chi ti fa bene è cosa naturale; ciò lo praticano non solamente gli infedeli, ma anche i bruti e le fiere. Ego autem dico vobis, ma senti quel che ti dico io, dice Gesù Cristo, senti quale è la mia legge, che è legge d'amore: Diligite inimicos vestros: io voglio che voi, discepoli miei, amiate anche i vostri nemici: Benefacite his qui oderunt vos; voi avete da far bene a chi vi vuol male. Et orate pro persequentibus vos; se altro non potete, almeno pregate ed aiutate colle orazioni chi vi perseguita, ed allora sarete figli di Dio vostro Padre: Ut sitis filii Patris vestri qui in coelis est4. Ha ragione dunque s. Agostino di dire che il solo amore è quello che fa conoscere chi è figlio di Dio e chi è figlio del demonio: Sola dilectio discernit inter filios Dei et filios diaboli. Così han fatto i santi, hanno amati i loro nemici. S. Caterina da Siena ad una donna che l'avea infamata in materia d'onestà, andò ad aiutarla nella sua infermità, e l'assistette per molto tempo come una serva. S. Acaio vendette le sue robe per soccorrere uno che gli aveva tolta la fama. S. Ambrogio ad un sicario che gli aveva insidiata la vita, assegnò un tanto il giorno, acciocché potesse comodamente vivere. Or questi sì che potean chiamarsi veramente figli di Dio. Gran cosa, dice s. Tomaso da Villanova, quante volte noi riceviamo qualche disgusto da alcuno, e per un amico che ce lo dice, lo perdoniamo; e poi per Dio che ce lo comanda, non vogliamo farlo?

 

Oh che bella speranza ha di esser perdonato da Dio, chi perdona uno che l'ha offeso! Ha la promessa di Dio stesso il quale dice: Dimittite et dimittemini5. Remittendo aliis, dicea il Grisostomo, veniam tibi dedisti. Ma chi all'incontro vuol vendicarsi,

 


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come mai può pretendere il perdono de' suoi peccati? Costui dicendo il Pater noster, viene da se stesso a condannarsi, mentre dice: Signore, perdonate me, come io perdono i miei nemici: Dimitte nobis debita nostra, sicut et nos dimittimus debitoribus nostris. Dunque allorché vuole vendicarsi, dice a Dio: Signore, non mi perdonate, perché io non voglio perdonare: Tu in tui causa fers sententiam, tu stesso ti fai la sentenza contro di te, dicea s. Giovanni Grisostomo1. Ma non dubitare, che ben sarai giudicato senza misericordia tu che non vuoi usar misericordia al prossimo tuo: Iudicium enim sine misericordia illi qui non fecerit misericordiam2. Ma come mai, dice s. Agostino, avrà faccia di cercare a Dio e di sperare il perdono delle ingiurie che gli ha fatte chi non vuol perdonare al suo nemico, come Dio gli comanda? Qua fronte indulgentiam peccatorum obtinere poterit qui praecipienti dare veniam non acquiescit? Se vuoi dunque vendicarti, fratello mio, licenziati dal paradiso: Foris canes3. I cani per il loro naturale rabbioso sono il simbolo dei vendicativi: questi cani sono discacciati dal paradiso, e questi hanno un inferno qua ed uno . Chi porta odio, dice s. Giovanni Grisostomo, non ha mai pace, ma sta sempre in tempesta: Qui inimicum habet, nunquam fruitur pace, perpetuo aestuat4.

 

Ma, padre mio, quegli mi ha tolto l'onore; honorem meum nemini dabo. Ecco il bel proverbio che tengono in bocca questi cani d'inferno che vogliono vendicarsi. Mi ha tolto l'onore, voglio levargli la vita. Vuoi levargli la vita? E tu sei padrone della vita di un uomo? Solo Dio è padrone della vita: Tu es, Domine, qui vitae et mortis habes potestatem5. Vuoi vendicarti col nemico? E Dio pure vuole vendicarsi con te. La vendetta solo a Dio è lecita: Mea est ultio et ego retribuam in tempore6. Ma all'onore mio, tu dici, altrimenti come si rimedia? E come? Tu per rimediare all'onor tuo vuoi metterti sotto i piedi l'onore di Dio? Non lo sai, dice s. Paolo, che quando tu operi contro la legge di Dio tu disonori Dio? Per praevaricationem legis Deum inhonoras7. Che onore? Onore d'un turco, d'un idolatra: l'onore d'un cristiano è l'ubbidire a Dio ed osservar la sua legge. Ma gli altri poi mi tengono per vile. Ma dimmi, dice s. Bernardo, se stesse per caderti la casa sopra, lasceresti di fuggire per non essere tenuto vile dagli altri? E poi per non essere tenuto vile vuoi da te stesso condannarti all'inferno? Ma se perdoni, i buoni ben ti loderanno; e perciò dice il Grisostomo: se vuoi vendicarti, fa bene al tuo nemico: Beneficiis eum affice et ultus es8. Perché allora gli altri diranno male del tuo nemico e bene di te. Non è vero che perda l'onore chi dopo ricevuta l'ingiuria dice: io son cristiano, non posso né voglio vendicarmi. Costui non perde, ma acquista l'onore e si salva l'anima. All'incontro chi si vendica sarà castigato da Dio non solo nell'altra vita, ma anche in questa. Ancorché sfuggisse egli la giustizia degli uomini, dopo la vendetta che vita infelice farà? Che vivere infelice sarà il vivere da fuggiasco, sempre con timori della corte? Con timori dei parenti

 


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dell'ucciso? Tormentato dal rimorso della coscienza, privo della grazia di Dio, e condannato nell'inferno? E intendiamo, uditori miei, essere lo stesso peccato il vendicarsi, che il desiderar vendetta. Se mai dunque riceviamo qualche offesa, che abbiamo da fare? Subito in quella passione bisogna che ricorriamo a Dio, ricordiamo a Maria ss. che ci aiuti e ci dia forza a perdonare, e procuriamo subito allora di dire: Signore, io perdono per amor vostro l'ingiuria che mi è stata fatta, e voi per pietà perdonate a me tale ingiurie che vi ho fatto io.

 

Passiamo alla seconda porta dell'inferno che è la bestemmia. Alcuni nelle cose contrarie non si vendicano contro gli uomini, ma si vogliono vendicare contro Dio stesso, con bestemmiare i santi suoi, ed alcuni arrivano a maledire lo stesso Dio che li mantiene. Sapete, fratelli miei, che peccato è la bestemmia? Dice un autore: Omne peccatum comparatum blasphemiae levius est: e prima lo disse s. Giovanni Grisostomo: Blasphemia peius nihil1. Gli altri peccati, dice s. Bernardo, si commettono per fragilità, ma questo solamente per malizia: Alia peccata videntur procedere ex fragilitate et ignorantia, sed blasphemia procedit ex propria malitia2. Con ragione dunque s. Bernardino da Siena chiama la bestemmia peccato diabolico, perché il bestemmiatore come un demonio se la piglia proprio con Dio o coi santi suoi. Egli è peggiore di coloro che crocifissero Gesù Cristo, perché quelli non lo conoscevano per Dio; ma chi bestemmia, lo sa che è Dio, e da faccia a faccia l'ingiuria. Peggiore dei cani, perché i cani non mordono i padroni che loro danno da vivere, ma il bestemmiatore ingiuria Dio nello stesso tempo che Dio gli sta facendo bene. Qual pena dunque, dice s. Agostino, basterà a punire un delitto così orrendo? Quae supplicia sufficiunt, cum Deo fit ista tam nefaria iniuria3? Non dobbiamo perciò maravigliarci, disse Giulio III. nella sua bolla 23. , che essendovi tal peccato non cessino i flagelli di Dio: Minime mirandum, si flagella non amoveantur. Porta il Lorino4 che nel proemio della prammatica Sanzione in Francia narrasi che mentre il re Roberto pregava per la pace del regno, gli rispose il crocifisso che nel suo regno non avrebbe avuto mai pace sinché non avesse estirpata la bestemmia. Il Signore minaccia di distruggere quel regno dove regna questo maledetto vizio: Blasphemaverunt sanctum Israel... terra vestra deserta desolabitur5.

 

Oh si ritrovasse sempre chi facesse quel che dice s. Giovanni Grisostomo: Contere os eius, percussione manum tuam sanctifica. Bisognerebbe fracassar la bocca di questi maledetti bestemmiatori e poi lapidarli, siccome nell'antica legge si comandava: Qui blasphemaverit nomen Domini, lapidus obruet eum omnis multitudo6. Ma meglio sarebbe che si facesse quel che praticava in Francia il re s. Luigi; egli ordinò con edito che chi bestemmiava fosse segnato con un ferro infocato sulle labbra. Occorse che un certo nobile bestemmiò, andarono molti intercessori a pregare il re che gli perdonasse un tal castigo; ma s. Luigi volle che in

 


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ogni conto si eseguisse, e censurando alcuni di troppa crudeltà, rispose che più presto si sarebbe contentato di farsi bruciare la propria bocca, che sopportare questa grande ingiuria di Dio nel suo regno.

 

Dimmi, bestemmiatore, di qual paese sei tu? Lascia che te lo dica io; sei dell'inferno. S. Pietro fu conosciuto nella casa di Caifas essere della Galilea al linguaggio con cui parlava: Vere et tu, gli fu detto, ex illis es, nam et loquela tua manifestum te facit1. Qual è il linguaggio dei dannati? Il bestemmiare Dio e i santi suoi: Et blasphemaverunt Deum coeli prae doloribus et vulneribus suis2. Che ne ricavi, fratello mio, da queste tue bestemmie? Non ne ricavi onore; i bestemmiatori sono in orrore agli altri stessi bestemmiatori compagni loro. Non ne ricavi utile temporale: non lo vedi che questo vizio maledetto ti fa stare sempre pezzente? Miseros facit populos peccatum3. Non ne ricavi gusto; e che gusto può esservi a bestemmiare i santi? Gusto di dannato; passato quello sfogo di rabbia, che amarezza, che pena ti resta nel cuore! E che ci colpano i santi? Che male ti fanno i santi? I santi ti aiutano, pregano Dio per te, e tu li maledici? Presto risolvi di levarti in ogni conto questo vizio. Vedi, se non ti emendi ora, te lo porterai sino alla morte, come è successo a tanti che sono morti colla bestemmia in bocca. Ma, padre mio, come ho da fare quando mi viene la rabbia? Oh Dio, e non ci stanno altre parole, altri modi che maledire i santi? Di': mal'abbia il peccato mio; di': Madonna, aiutatemi, datemi pazienza. Passerà poi subito quella passione, quello sdegno, e ti troverai in grazia di Dio; e se no, che te ne trovi? Più afflitto e dannato.

 

Passiamo a vedere un'altra gran porta dell'inferno per la quale entrano gran parte degli uomini; questo è il furto. Taluni adorano, per dir così, quasi come loro Dio il danaro, stimandolo come ultimo fine: Simulacra gentium argentum et aurum4. Ma già è uscita la condanna contro questi tali: Neque fures neque rapaces regnum Dei possidebunt5. È vero che il furto tra i peccati non è il più grave, ma dice s. Antonino che è il peccato più pericoloso per la salute eterna: Nullum peccatum pericolosius furto. La ragione è, perché negli altri peccati basta per averne il perdono un vero pentimento, ma nel furto non basta il pentimento, vi bisogna la restituzione; e questa è molto difficile a farsi. Un certo romito ebbe una volta questa visione: vide Lucifero in trono che dimandò ad un demonio perché era stato sì lungo tempo a ritornare? Rispose quegli che si era trattenuto a tentare un ladro affinché non restituisse. Allora disse Lucifero: date un gran castigo a questo sciocco. A che serviva, gli disse, perdere questo tempo? Non lo sai che chi piglia le robe d'altri non restituisce più? Ed in verità così è; la roba d'altri si fa come sangue proprio, e il dolore di cavare il sangue per darlo ad altri è una cosa molto dura a soffrirsi. E la sperienza lo fa vedere tutto giorno: succedono innumerabili furti, ma quante restituzioni si vedono?

 

Fratello mio, guardati di pigliare e di tenere roba d'altri. E se mai

 


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per lo passato in ciò hai fatta qualche mancanza, presto rimedia. Se non puoi tutto insieme, restituisci a poco a poco. E sappi che la roba d'altri non solo ti manderà all'inferno, ma ti farà afflitto e miserabile anche in questa vita. Tu hai spogliati gli altri, e gli altri spoglieranno te, dice il profeta: Quia tu spoliasti gentes multas, spoliabunt te omnes1. Le robe d'altri non portano seco la maledizione a tutta la casa di chi se l'ha prese. Haec est maledictio quae egreditur super faciem omnis terrae... et veniet ad domum furis2. Viene a dire, come spiega s. Gregorio Nazianzeno, che chi tiene robe d'altri, non solo perderà quelle, ma anche le sue: Qui opes inique possidet, etiam suas amittit. Le robe d'altri sono fuoco e fiamme che distruggono tutto quanto trovano.

 

State attente, madri e mogli, quando i figli o mariti portano roba d'altri in casa, gridate, rimproverateli, non gli applaudite, neppure col silenzio. Tobia sentendo belare in casa sua un agnello: Videte, disse, videte ne forte furtivus sit, reddite eum3. Dice s. Agostino che Tobia, perché amava Dio, nolebat sonum furti audire in domo. Alcuni altri poi pigliano le robe d'altri, e vogliono quietar la coscienza con fare qualche limosina. Ma non vult Christus rapina nutriri, dice s. Giovanni Grisostomo: il Signore non vuol essere onorato colle robe d'altri. I furti poi de' nobili e de' grandi sono le ingiustizie, il far danno ad altri, il togliere a' poveri quel che loro è dovuto; questi anche sono furti che obbligano all'intiera soddisfazione, e queste restituzioni poi sono più difficili a farsi e più facili a mandare le persone all'inferno.

 

Veniamo per ultimo a parlare della quarta porta dell'inferno, cioè della disonestà, che è quella porta per cui entrano la maggior parte de' dannati. Dicono taluni: ma questo è poco peccato. È poco peccato? Ma è peccato mortale. Scrive s. Antonino, che è tanta la puzza di questo peccato, che neppure i demonj possono sopportarla: dice il santo che quando si commettono coteste laidezze, anche il demonio se ne fugge. Anzi dicono i dottori che certi demonj che sono stati superiori agli altri, ricordevoli della loro antica nobiltà, sdegnano anche di tentare a questo laido peccato. Or considerate poi qual fetore apporterà a Dio quella persona, che come cane sempre ritorna al vomito, e come porco si volta e si rivolta nello sterco puzzolente di questo maledetto vizio: Canis reversus ad suum vomitum, et sus lota in volutabro luti4. Dicono i più disonesti: Dio ha compassione di questo peccato, perché vede che siamo di carne. Che dite? Dio ha compassione di questo peccato? Or sappiate che, come abbiamo dalla scrittura, i castighi più orrendi che Dio ha mandati al mondo sono stati per questo peccato. Dice s. Girolamo: per niun peccato si legge aver detto Iddio pentirsi d'aver fatto l'uomo, quanto per il peccato disonesto: Poenituit eum quod hominem fecisset... Omnis quippe caro corruperat viam suam5. E perciò dice Eusebio che per niun peccato ha usato Dio tanto rigore di castighi anche sulla terra, quanto per questo: Pro nullo peccato tam manifestam iustitiam exercuit Deus, quam

 


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pro isto1. Una volta mandò il fuoco dal cielo a cinque città e vi fece morir bruciati tutti i cittadini per questo peccato. Per questo peccato principalmente mandò Dio il diluvio universale, che uccise tutti gli uomini, eccettuate solamente otto persone. Questo è un peccato che Dio lo castiga non solo nell'altra vita, ma anche in questa. Basta solo entrare negli spedali, e vedere ivi quanti poveri giovani, che prima erano forti, robusti, e poi diventati deboli, squallidi, pieni di dolori, e tormentati con tagli di ferri, con bottoni di fuoco; e perché? Per questo vizio maledetto. Oblita es mei, et proiecisti me post corpus tuum; tu quoque porta scelus tuum, et fornicationes tuas2. Perché hai voluto, dice Dio, scordarti di me e mi hai voltato le spalle per un misero piacere del tuo corpo, voglio che anche in questa vita paghi la pena delle tue scelleraggini.

 

Dio ha compassione di questo peccato? Questo è il peccato che porta più anime all'inferno. Dice s. Remigio che la maggior parte de' dannati stanno all'inferno per questo peccato. Scrive il p. Segneri che questo vizio, siccome riempie il mondo di peccatori, così riempie l'inferno d'anime. E prima lo scrisse s. Bernardo: Hoc peccatum quasi totum mundum trahit ad supplicium3. E prima di s. Bernardo disse s. Isidoro: Magis per luxuriam humanum genus subditur diabolo, quam per cetera vitia4. La ragione si è perché a questo vizio vi è l'inclinazione naturale della carne. E perciò dice il maestro angelico che il demonio di niun peccato si compiace tanto, quanto di questo; poiché la persona caduta in questo fango d'inferno vi resta attaccata, e quasi fatta inabile a più liberarsene. Nullus in peccato tenacior, quam luxuriosus, dice s. Tommaso da Villanova5. Inoltre questo vizio toglie la luce, sicché il disonesto resta talmente cieco, che quasi si scorda di Dio. Voluptates impudicae, dice s. Lorenzo Giustiniani, oblivionem Dei inducunt6. Secondo già quel che disse il profeta Osea: Non dabunt cogitationes suas, ut revertantur ad Deum suum, quia spiritus fornicationum in medio eorum, et Dominum non cognoverunt7. Il disonesto conosce Dio, e non ubbidisce più né a Dio né alla ragione, come dice s. Girolamo; ma solo ubbidisce al fomite sensuale che l'induce ad operare da bestia: Nec paret rationi, qui impetu ducitur8.

 

Questo peccato poi, perché piace al senso, fa subito contrarre l'abito, che alcuni poi se lo portano sino alla morte. Vedrete anche ammogliati, anche vecchi decrepiti fare gli stessi mali pensieri e gli stessi peccati che facevano quando erano giovani. E perché poi questo peccato è così facile a commettersi, fa moltiplicare le colpe senza numero. Dimandate a quel disonesto, quante volte ha dato il consenso a quei mali pensieri? Vi risponderà: e chi se ne ricorda? Ma, fratello mio, se tu non ne sai il numero, lo sa Dio; e tu già sai che un solo mal pensiero di questi basta a mandarti all'inferno. Quante parole disoneste hai dette con tua compiacenza e con iscandalo degli altri? Dai pensieri poi e dalle parole si passa alle opere, a tante sporchezze, in cui questi miserabili si voltano e rivoltano

 


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come porci (sus in volutabro luti) senza mai saziarsi, perché questo peccato non sazia mai. Ma, padre, dice quegli, come ho da fare con tante tentazioni che mi assaltano? Io son fragile, son di carne. E giacché sei fragile, perché non ti raccomandi a Dio ed a Maria ss. che è la madre della purità? Giacché sei di carne, perché ti metti nell'occasione? Perché non mortifichi gli occhi? Perché vai guardando quegli oggetti, verso cui poi ti vengono le tentazioni? S. Luigi Gonzaga non alzava gli occhi a guardare neppur la sua madre carnale. Si avverta inoltre che questo peccato disonesto molte volte porta anche seco gli altri peccati: porta gli odj, i furti, e specialmente i sacrilegj di confessioni e comunioni sacrileghe, per il rossore in confessarsi delle laidezze commesse. E intendiamo qui di passaggio, che particolarmente per i sacrilegj vengono le infermità e le morti. Disse l'apostolo: Qui enim manducat et bibit indigne, iudicium sibi manducat et bibit, non diiudicans corpus Domini. E poi soggiunse: Ideo inter vos multi infirmi et imbecilles, et dormiunt multi1. E così appunto spiega questo testo il Grisostomo, che quelli, di cui parla s. Paolo, erano castigati con infermità mortali, perché prendevano i sacramenti in mala coscienza: Quandoquidem peccabant, quod participes fierent mysteriorum, non expurgata conscientia2.

 

Fratello mio, se mai in questa materia ti trovi infangato, io non voglio farti sconfidare; ma alzati presto da questa sozza fossa d'inferno; presto ora che Dio ti luce e ti porge la mano per cacciartene. La prima cosa che hai da fare, togli e spezza le occasioni, altrimenti sono perdute tutte le prediche, tutte le lagrime, i propositi e le confessioni. Leva l'occasione e poi raccomandati sempre a Dio ed a Maria madre della purità: quando sei tentato su questo vizio non ti mettere a discorrere colla tentazione, subito nomina e chiama Gesù e Maria in aiuto. Questi nomi sacrosanti han forza di far fuggire il demonio e di smorzare quell'ardore d'inferno. Se seguita il demonio a tentarti, seguita ad invocare Gesù e Maria, che certamente non cadrai. Per toglierti quel mal abito, procura poi di fare qualche divozione speciale alla Madonna: comincia a fare nel sabato il digiuno in suo onore: ogni giorno procura di andare a visitare qualche sua immagine, e pregala che ti liberi da questo vizio: e la mattina subito in levarti non lasciar mai a dire quelle tre Ave Maria alla sua purità; e lo stesso fa la sera quando vai a letto: e soprattutto come ho detto, quando si affaccia la tentazione, subito, subito chiama Gesù e Maria. Attento, fratello mio, che se non ti emendi ora, forse non ti emenderai più! (Atto di dolore).

 




1 Matth. 7. 13.

 



2 Thren. 2. 9.

 



3 Matth. 5. 47.

 



4 Matth. 5. 44. 45.

 



5 Luc. 6. 37.

1 Hom. 18. in Ioan.

 



2 Iac. 2. 13.

 



3 Apoc. 22. 15.

 



4 Homil. 22.

 



5 Sap. 16. 13.

 



6 Deuter. 32. 35.

 



7 Rom. 2. 23.

 



8 Hom. 20. 10. 6.

1 Hom. 1. ad pop. Antioch.

 



2 Serm. 33.

 



3 De Civit. Dei c. 9.

 



4 In c. 24. Levit.

 



5 Isa. 1. 4. 7.

 



6 Levit. 24. 16.

1 Matth. 26. 73.

 



2 Apoc. 16. 11.

 



3 Prov. 14. 34.

 



4 Psal. 113. 4.

 



5 1. Cor. 6. 10.

1 Habac. 2. 8.

 



2 Zach. 5. 3.

 



3 Tob. 2. 21.

 



4 2. Petr. 2. 22.

 



5 Gen. 6. 6. et 12.

1 Euseb. epist. ad Damas.

 



2 Ezech. 23. 35.

 



3 Tom. 4. serm. 21.

 



4 L. 2. Sent. c. 39.

 



5 Cap. 1. de s. Idelph.

 



6 De lib. vitae.

 



7 Oseae 5. 4.

 



8 S. Hier. in epist.

1 1. Cor. 11. 29.

 



2 In c. 3. Isaiae.




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