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S. Alfonso Maria de Liguori
Nove discorsi...flagelli

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DISCORSO V.

Non servono le devozioni esterne se non leviamo i peccati dell'anima.

Et nunc nolite illudere, ut forte constringantur vincula vestra (Isa. 28. 22.)

 

Comanda Dio a Giona che vada a predicare a Ninive. Giona non ubbidisce a Dio, e si mette in mare per fuggirsene a Tarsi. Ma ecco una gran tempesta, che mette la nave in prossimo pericolo di sommergersi; onde Giona, conoscendo già che la tempesta era castigo della sua disubbidienza, disse alla gente della nave: Tollite me, et mittite in mare, et cessabit

 


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mare a vobis; scio enim quoniam propter me tempestas haec venit1. Ed in fatti lo gittarono in mare, e si quietò la tempesta: Et stetit in mare a fervore suo. Dunque, se Giona non era gittato in mare, la tempesta non finiva. Uditori miei, intendete da ciò, che cosa noi dobbiamo ricavarne? Se non leviamo i peccati dall'anima, la tempesta, cioè il flagello imminente di Dio non cesserà. I peccati nostri sono appunto il vento infausto che muovono la tempesta, e ci portano a perdere: Iniquitates nostrae quasi ventus abstulerunt nos2. Ecco al presente si fanno penitenze, novene, processioni, esposizioni del ss. sacramento; ma a che servono queste, se noi non ci emendiamo? Se non leviamo i peccati dall'anima? Questo è l'assunto del presente discorso: Poco serviranno tutte le nostre divozioni, se non togliamo i peccati, perché non giungeranno a placare Dio.

 

Suol dirsi che non passa il dolore se non si cava la spina. Scrive s. Girolamo che Iddio non si adira, perché l'ira è passione, e Dio non è capace di passione; egli sta sempre tranquillo; ancora quando castiga non esce punto dalla sua tranquillità. Tu autem Dominator virtutis in tranquillitate iudicas3. Ma il peccato mortale è di tanta malizia, che in quanto alla sua natura, se Dio fosse capace di collera e di afflizione, il peccato lo provocherebbe ad ira e lo renderebbe afflitto. Ciò appunto fanno per loro parte i peccatori, come ci avvisa il profeta Isaia: Ipsi autem ad iracundiam provocaverunt, et afflixerunt spiritum sanctum eius4. Scrisse Mosè che allorché Dio mandò il diluvio, si dichiarò talmente afflitto da' peccati degli uomini, che perciò dicea vedersi costretto a sterminarli dalla terra: Tactus dolore cordis intrinsecus, delebo, inquit, hominem a facie terrae5. Dice il Grisostomo che di tutti i castighi la sola causa è il peccato: Ubi est fons peccati, illic est plaga supplicii6. Su quelle parole della Genesi che disse Dio dopo il diluvio: Arcum meum ponam in nubibus7, riflette s. Ambrogio8, che la scrittura non dice sagittam ponam, ma arcum, per darci ad intendere che il peccatore è quello che co' suoi peccati impone le saette all'arco, provocando Dio a castigarlo.

 

Se vogliamo placare il Signore bisogna che leviamo la causa del suo sdegno, cioè che leviamo i peccati. Il paralitico cercava a Gesù Cristo la sanità del corpo, ed il Signore prima di guarirlo nel corpo lo guarì nell'anima, con donargli prima il dolore dei suoi peccati, e poi dicendogli: Confide, fili, remittuntur tibi peccata tua9. Dice s. Tommaso che prima il Redentore gli tolse la causa dell'infermità, che erano le colpe, e poi gli tolse l'infermità: Iste petebat sanitatem corporis, et Dominus dat animae, quia tanquam bonus medicus auferre voluit mali radicem10. La radice del male sono le colpe, poiché, come dice s. Bernardino da Siena, Causa infirmitatis saepius sunt peccata. E perciò il Signore, dopo che l'ebbe guarito, lo avvertì dicendogli: Vade, et noli amplius peccare, ne deterius tibi aliquid contingat. Figlio, non tornare a peccare, perché tornerai ad essere più infermo di prima. E lo stesso avvertì prima l'Ecclesiastico:

 


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Fili, in tua infirmitate... ab omni delicto munda cor tuum etc. et da locum medico1. Bisogna prima ricorrere al medico dell'anima, acciocché ti liberi dalle colpe, e poi al medico del corpo, acciocché ti liberi dal morbo. In somma la causa di tutti i castighi, è il peccato, e più del peccato è la nostra ostinazione, come dice s. Basilio: Nostri causa haec invehuntur, qui retinemus cor impoenitens2. Abbiamo offeso Dio, e non vogliamo neppure pentircene? Dio quando chiama colla voce dei flagelli, vuol essere inteso, altrimenti da noi stessi verrà costretto a maledirci: Si audire nolueris vocem Domini, venient super te omnes maledictiones istae. Maledictus eris in civitate, maledictus in agro etc.3. Quando noi offendiamo Dio provochiamo tutte le creature a castigarci. Dice sant'Anselmo, che siccome quando un servo ribellasi contro il padrone, non solo si concilia lo sdegno del padrone, ma di tutta la sua famiglia; così quando noi offendiamo Dio, ci chiamiamo contro ad affliggerci tutte le creature: Non solum iram Dei promeruimus, sed totam creaturam contra nos excitavimus4. E specialmente, soggiunge s. Gregorio, che ci irritiamo contro noi quelle creature, di cui ci serviamo per offendere il Creatore: Cuncta quae ad usum pravitatis infleximus, ad usum nobis vertuntur ultionis5. Dio per sua misericordia trattiene queste creature acciocché non ci affliggano; ma quando vede che delle sue minacce noi non facciamo conto e non lasciamo la mala vita, allora ben egli si varrà di queste creature a vendicarsi delle ingiurie che gli facciamo: Armabit creaturam contra insensatos6. Et pugnabit cum illo orbis terrarum contra insensatos7. Non est ulla creatura, dice il Grisostomo,8 quae mota non fuerit, cum ipsum Dominum senserit moveri.

 

Se dunque, uditori miei, non plachiamo Dio con emendarci, non saremo mai liberati dal castigo. E qual pazzia più grande, dice s. Gregorio, può darsi, che il pretendere che Dio lasci di castigarci, quando noi non vogliamo lasciare di offenderlo? Est primum genus dementiae nolle a malis quiescere, et Deum velle a sua ultione cessare9. Tanti ora vengono alla chiesa, sentono la predica, ma non si confessano né si risolvono di mutar vita. Se non leviamo la causa del flagello, come vogliamo essere esenti da quello? Nec amputamus causas morbi, ut morbus auferatur: s. Girolamo. Noi seguitiamo a sdegnare Dio, e poi ci maravigliamo che Dio seguiti a flagellarci? Miramur, dice Salviano, si miseri sumus, qui tales impuri sumus. Pensiamo forse che Dio si plachi col solo vederci andare alla processione, o venire alla chiesa, senza pentirci de' peccati, senza restituire la fama o la roba d'altri, senza staccarci da quelle occasioni che ci fanno star lontani da Dio? Ah non vogliamo burlare il Signore! Et nunc nolite illudere, ne forte constringantur vincula vestra10. Non vogliate burlare Dio, dice il profeta, perché così maggiormente resterete legati e stretti da quelle catene che vi tengono destinati per l'inferno. Dice Cornelio a Lapide sopra il citato passo d'Isaia, che quando la volpe è caduta nel laccio, quanto più ella

 


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cerca di sbrigarsene, tanto più stringe il nodo: Impii illusores, irridendo Dei minas et poenas, magis iisdem se adstringunt. Peccatori miei, finiamola, non isdegniamo più Dio: il flagello ci sta vicino. Consummationem enim, seguita a parlare il profeta, et abbreviationem audivi a Domino super universam terram1. Io non sono il profeta Isaia, ma posso dire di veder già venuto presto il flagello che Dio ci minaccia, se non ci convertiamo.

 

Udite come vi dice il Signore: Quis quaesivit haec de manibus vestris2? Chi dimanda da voi queste processioni e queste penitenze? Io voglio che leviate i peccati: Ne offeratis ultra sacrificium frustra3. Che servono queste vostre divozioni, se non emendate la vita? Solemnitates vestras odivit anima mea4. Sappiate, dice il Signore, che questi vostri ossequj e divozioni esterne sono l'odio dell'anima mia, mentre voi pretendete con queste che io vi liberi dal castigo, senza veder tolte le offese mie. Holocaustis non delectaberis, sacrificium Deo spiritus contribulatus5. Non sono accette da Dio tutte le divozioni, le limosine, le penitenze che vengono da un'anima che sta in peccato e non se ne pente; gradisce ed accetta solamente Dio chi s'affligge per le offese che gli ha fatte e si risolve di mutar vita.

 

Eh che Dio non si fa burlare: Deus non irridetur. Io non vi ho già comandato, egli dice, di fare queste processioni e penitenze: Non sum locutus cum patribus vestris de verbo victimae etc. sed hoc praecepi eis: Audite vocem meam, et ero vobis Deus6. Quel che voglio da voi, dice Dio, è che udiate la mia voce, che mutiate vita, che facciate una buona confessione con vero dolore, perché le confessioni passate con tante ricadute subito dopo esservi confessati già voi stessi conoscete che sono state nulle: voglio che vi facciate forza a spezzare quell'attacco, quella compagnia: voglio che procuriate di restituir quella roba, di risarcire quel danno: Audite vocem meam, ubbidite a questo che vi dico, et ero vobis Deus7, ed allora sarò con voi Dio di misericordia, quale voi mi desiderate. Su quelle parole di s. Matteo: Qui habet aures audiendi audiat8, commenta Ugon cardinale e dice: Alii habent aures, sed non habent aures audiendi: alcuni hanno le orecchie, ma non le orecchie per sentire e per fare quel che sentono. Questi sentono la predica, sentono gli avvertimenti del confessore, sentono in somma quello che hanno da fare per placare Dio; ma escono dalla chiesa e fanno peggio di prima: e come Dio vuol placarsi? E come questi tali possono sperare che il Signore li salvi dal flagello? Sacrificate sacrificium iustitiae et sperate in Domino, dice Davide9. Onorate Dio, non in apparenza, ma colle opere, ciò significa sacrificium iustitiae, col piangere i peccati, col frequentare i sacramenti, col mutar vita, e poi sperate nel Signore; altrimenti lo sperare seguitando a stare in peccato non è vera speranza, è una temerità, è un inganno del demonio, che vi rende più odiosi a Dio e più degni di castigo.

 

Fratelli miei, vedete che il Signore sta sdegnato e già tiene alzata la mano per castigarci col flagello che ci

 


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minaccia; che cosa pensate di fare per essere liberati dal castigo? Quis demonstrabit vobis fugere a ventura ira? Facite, diceva il Battista ai suoi tempi predicando agli ebrei, facite ergo fructum dignum poenitentiae1. Bisogna far penitenza, ma penitenza degna di perdono, cioè vera e risoluta. Bisogna mutare l'ira in mansuetudine, con perdonare chi ci offende: mutare l'intemperanza in astinenza, con osservare almeno i digiuni comandati dalla chiesa, e con astenerci da tanto vino, che da uomini ci fa diventare bestie, e perciò bisogna lasciar le taverne: mutare la disonestà in castità, col non tornare più al vomito di quelle schifezze, col resistere a' mali pensieri, e col fuggire le parole oscene, i mali compagni e le conversazioni pericolose. Factum dignum poenitentiae. Il fare frutto degno di penitenza importa ancora che ci applichiamo a servire Dio, ed a più servirlo quanto più l'abbiamo offeso. Sicut exhibuistis, ci avverte l'apostolo, membra vestra servire immundiatiae... ita exhibete servire iustitiae2. Così han fatto una s. Maria Maddalena, un sant'Agostino, una s. Maria Egiziaca, una s. Margherita di Cortona, le quali colle loro penitenze ed opere si rendettero poi più care a Dio che altri meno peccatori, ma tepidi. Dice s. Gregorio: Plerumque gratior est Deo fervens post culpam vita, quam torpens innocentia. Diventa più caro a Dio un penitente fervoroso, che un innocente tepido. E così spiega il santo quel testo: Gaudium erit in coelo super uno peccatore poenitentiam agente, quam super nonagintanovem iustis3. S'intende di quel peccatore che dopo il peccato si mette ad amare Dio con maggior fervore del giusto.

 

Questo dunque è il far frutto degno di penitenza, non già il solo sentir la predica, il visitar la Madonna, e venire alla processione, senza lasciare il peccato e l'occasione del peccato. Questo più presto è un burlare Dio, come ho detto, che provoca Dio a maggiore sdegno. Et ne velitis, seguì a dire il Battista, dicere inter vos: Patrem habemus Abraham4. Non serve a dire, abbiamo la Madonna nostra che ci aiuta, abbiamo il nostro santo protettore che ci libera; perché quando noi non leviamo i peccati, i santi non possono aiutarci. I santi sono amici di Dio, onde non hanno animo, ma più presto si vergognano di proteggere gli ostinati. Tremiamo, perché il Signore già ha pubblicata la sentenza, che si mandino al fuoco quegli alberi che non fanno frutto: Omnis ergo arbor quae non facit fructum bonum excidetur et in ignem mittetur5. Cristiano mio, da quanti anni stai al mondo? Dimmi che frutto sinora hai renduto di buone opere? Che onore hai fatto a Dio colla tua vita? Peccati, ingiurie, disprezzi, ecco il frutto, l'onore che hai dato a Dio. Iddio ora per sua misericordia ti vuol dar tempo di emendarti, acciocché piangi le offese che gli hai fatte, e l'ami in questa vita che ti resta. Che pensi di fare? Che risolvi? Presto risolviti di darti davvero a Dio. Che aspetti? Aspetti che proprio sia tagliato e mandato al fuoco dell'inferno?

 

Or su concludiamo il discorso. Il Signore mi ha mandato qui oggi a predicarvi, ed ha ispirato a voi di venirmi

 


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a sentire perché vi vuol perdonare il castigo che vi minaccia, se vi convertite davvero: Noli subtrahere verbum, si forte audiant et convertantur, et poeniteat me mali quod cogito facere eis1. Mi comanda il Signore che io vi dica da parte sua che egli è pronto a pentirsi del castigo, cioè a rivocare il flagello che avea pensato di mandarvi, et poeniteat me mali quod cogito facere eis; ma con questa condizione, si audiant et convertantur, se davvero si convertano, altrimenti darà esecuzione al castigo. Tremate dunque, se ancora non istate risoluti di mutar vita. Ma all'incontro allegramente, se veramente volete tornare a Dio: Laetetur cor quaerentium Dominum2. Stia allegro quel cuore che cerca Dio, perché Dio è tutto pietà ed amore con chi lo cerca: Bonus est Dominus animae quaerenti illum3. Né sa discacciare il Signore un cuore che si umilia e si pente delle offese che gli ha fatte: Cor contritum et humiliatum Deus non despicies4. Allegramente, dunque, se abbiamo buona intenzione di mutar vita. E se temiamo de' castighi della divina giustizia per vederci rei di tanti delitti, ricorriamo alla Madre della misericordia che è Maria santissima, la quale difende e libera dai castighi divini tutti coloro che si ricoverano sotto il suo manto. Ego civitas refugii omnium ad me confugientium; così le fa dire s. Giovanni Damasceno (Atto di dolore).

 




1 Iona. 1. 12.

 



2 Isa. 64. 6.

 



3 Sap. 12. 18.

 



4 Isa. 63. 10.

 



5 Gen. 6. 6. 7.

 



6 In ps. 3.

 



7 Gen. 9. 13.

 



8 L. de Noe c. 47.

 



9 Matth. 9. 2.

 



10 In Matth. loc. cit.

1 Eccl. 38. 9.

 



2 In Isa. 9.

 



3 Deut. 28. 15.

 



4 De similit. c. 101.

 



5 Hom. 35. in evang.

 



6 Sap. 5. 18.

 



7 Ib. 21.

 



8 Hom. in Absal.

 



9 Mor. l. 8. ep. 41.

 



10 Isa. 28. 22.

1 Ibid.

 



2 Isa. 1. 12.

 



3 Ibid. 13.

 



4 Ibid. 14.

 



5 Psal. 50. 18.

 



6 Ier. 7. 22.

 



7 Ierem. 7. 23.

 



8 Matth. 11. 15.

 



9 Ps. 4. 6.

1 Matth. 3. 8.

 



2 Rom. 6. 19.

 



3 Luc. 15. 7.

 



4 Matth. 3. 9.

 



5 Matth. 7. 19.

1 Ier. 26. 2.

 



2 Psal. 104. 3.

 



3 Thren. 3. 25.

 



4 Psal. 50.

 






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