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S. Alfonso Maria de Liguori
Opera dogmatica...eretici pretesi riformati

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§. 6. Del sistema del p. Berti e di altri suoi compagni, della dilettazione vittrice relativa o sia per superiorità di gradi.

129. Qui bisogna supporre che il sistema di Giansenio consiste nel riporre l'efficacia della grazia anche nella dilettazione relativamente vittrice per superiorità di gradi: onde dice che se la dilettazione celeste supera la terrena, ella necessariamente vince; così per contrario vince la terrena, se supera di gradi la celeste. E su questo sistema fondò le sue cinque proposizioni, le quali furono poi condannate. Differisce nondimeno il sistema di Giansenio da quello del p. Berti, perché Giansenio dicea che la dilettazione superiore vince necessariamente l'inferiore. Dicea ben anche che, considerandosi per sé la grazia separata dalla relazione del grado superiore della dilettazione contraria terrena, sarebbe sufficientissima a muovere la volontà al bene; ma, posta la preponderanza della dilettazione carnale, la celeste si rende affatto insufficiente a tirarsi al consenso. Ma come l'uomo


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può essere incolpato, se manca al precetto, essendo dalla dilettazione carnale necessitato a mancare? Giansenio vide questa gran difficoltà e, stretto da quella, s'indusse a dire che a peccare non vi bisognava la libertà d'indifferenza, sì che l'uomo sia libero da ogni necessità di peccare, ma basti la libertà a coactione (che è la terza sua proposizione condannata), bastando che non sia costretto a peccare da forza estrinseca: Ad merendum et demerendum, in statu naturae lapsae, non requiritur in homine libertas a necessitate, sed sufficit libertas a coactione.

130. Non dice questo già il p. Berti, ma dice che, secondo il suo sistema, benché infallibilmente sempre vinca la dilettazione maggiore, nondimeno ella non necessita al consenso.

Si espone la difficoltà che incontra il sistema del p. Berti.

131. Quantunque dica il p. Berti che quando la dilettazione è superiore di grado, non vince necessariamente ma solo infallibilmente, senza offendere la libertà della volontà; nulladimanco in tale stato, non avendo la volontà altre forze che inferiori, ella resta priva di potenza a resistere; giacché le forze inferiori non possono mai operare oltre la loro attività, e così la volontà è necessitata a seguire la dilettazione preponderante. Quando una coppa della bilancia scende per la preponderanza del peso, l'altra coppa necessariamente ha da salire.

132. Né vale il dirsi dal p. Berti che egli non parla della dilettazione indeliberata di Giansenio, come dicemmo di sovra, cioè di quella che viene in noi senza alcun assenso della volontà, ma parla della dilettazione deliberata, a cui si congiunge il consenso libero dell'uomo: e perciò dice che la dilettazione preponderante quantunque vinca certamente ed infallibilmente, non vince però necessariamente, come voleva Giansenio. Non vale, dico: poiché ben risponde a ciò il Tournely1 , che in quella grazia o sia concupiscenza la quale è infallibilmente vittrice per la preponderanza delle sue forze non può non essere necessitante al consenso della volontà. E lo prova così: Ea gratia est necessitas quae supponit voluntatem destitutam vera potentia resistendi: atqui talis est gratia infallibiliter efficax ex virium graduali superioritate. Nam huiusmodi gratia supponit voluntatem non habere ad resistendum nisi vires inferiores. Repugnat autem ut vires superiores, qua agunt ut superiores, vincantur ab inferioribus; alias necesse esset ut inferiores operarentur ultra suae activitatis gradus.

133. Né vale a replicare (nel caso per esempio che la grazia fosse superiore di grado alla concupiscenza) che le forze della grazia relativamente vittrice sono bensì comparate alle forze della concupiscenza prese per sé sole, ma non già comparate alle forze della concupiscenza congiunte con quelle della volontà contraria, sicché, se la grazia allora vince, non vince necessariamente, poiché le forze della concupiscenza unite con quelle della volontà contraria ben potrebbero resistere e vincere le forze della grazia, benché superiori: perché saggiamente rispose lo stesso Tournely che, dicendo ciò i difensori della dilettazione relativamente vittrice, o hanno da mutar sistema e dire che quando vi è la dilettazione superiore di gradi, non sempre vince infallibilmente, ma solamente quando la dilettazione si congiunge colle forze della volontà, in modo che, se le forze della volontà si congiungono con quelle della concupiscenza, allora la dilettazione non vince, ancorché fosse superiore di gradi alla concupiscenza; ed in tal modo ecco distrutto il loro sistema, né possono allora più dire che la dilettazione superiore di gradi sempre invincibilmente vince: o pure han da confessare che la dilettazione, sempre che è superiore di gradi alla concupiscenza o alla grazia, non solo infallibilmente ma ancora necessariamente vince; poiché, siccome si è detto di sovra, le forze inferiori non possono mai aver l'attività di vincer le superiori, onde la dilettazione superiore, per la sua forza intrinseca, maggiore di quella che ha la dilettazione inferiore, sempre necessariamente vince, o che la volontà che vi concorre sia indeliberata, come dicea Giansenio, o che sia deliberata, come dicono i fautori di tal sistema. Del resto, dicano quanto vogliono il p. Berti e i suoi discepoli per liberare la loro dilettazione vittrice relativa dalla qualità necessitante per conseguenza distruttiva della libertà umana, ché non potranno mai sfuggire la difficoltà di sovra espressa da noi contra il loro sistema, cioè che quando la dilettazione è superiore di gradi, non solo infallibilmente ma anche necessariamente ha da vincere, perché le forze inferiori dell'una dilettazione non possono mai prevalere contra le forze superiori dell'altra; e ciò induce la necessità di dover sempre la volontà dell'uomo acconsentire a quella dilettazione ch'è superiore di gradi. Io


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per me non so vedere qual risposta adequata possa mai esservi a questa gran difficoltà.

134. E perciò i giansenisti altro da noi non vogliono se non che concediamo loro che la dilettazione superiore vince sempre l'inferiore, e con ciò vantano di aver vinta la causa. Ecco come parla uno di costoro, l'abate de Bourzeis: Nobis enim sufficit quod haec sola nobis veritas concedatur, nimirum quoties gratiae Dei consentimus, id oriri semper ex eo quod rectus amor, quem Deus nobis inspirat, viribus superior est perverso amore, et quia viribus superior est, idcirco eum certissime superare1 . E dicendo così, par che abbian tutta la ragione di dirlo, perché le forze inferiori non possono vincere mai le superiori. E secondo tal sistema giustamente dicono in conseguenza che la dilettazione superiore di gradi non solo invincibilmente ma anche necessariamente sempre vince. Pertanto il Tournely, parlando de' due sistemi, cioè l'uno della dilettazione assolutamente vittrice e l'altro della dilettazione vittrice relativamente, conclude così: Novimus quidem orthodoxos theologos, qui vim gratiae efficacem colligunt ex ipsius delectatione absolute ac simpliciter victrice, quique in gratia sufficiente pares vires agnoscunt ad oppositam actualem cupiditatem superandam. Verum qui gratiam velint esse victricem relative ex superioritate graduum, quippe non aliam sufficientem admittunt gratiam quam viribus inferiorem oppositae superioris concupiscentiae non alios quam ianseniani systematis defensores novimus2 .

135. Ma replica il p. Berti che l'efficacia della grazia, secondo egli la stabilisce, in sostanza non differisce dall'efficacia che insegnano i tomisti, benché per diversi principj; poiché i tomisti fan consistere l'efficacia della grazia nella predeterminazione fisica, esso la fa consistere nella dilettazione preponderante. Ciò che fa (egli dice) la predeterminazione in atto secondo in applicare la volontà dell'uomo al consenso, lo stesso fa la dilettazione. Del resto così l'una come l'altra sentenza insegna che resta all'uomo la potenza nell'atto primo ad operare in contrario, sicché la volontà opera sempre liberamente e senza necessità.

136. Ma dee riflettersi che siccome i principj di queste due sentenze sono diversi e son diverse le loro ragioni, così anche sono diverse le conseguenze. La ragione dell'efficacia della grazia, secondo i tomisti, è perché la volontà creata è in potenza passiva, essendo nella potenza di ricevere la mozione della grazia; onde, per venire all'atto dell'opera, è necessario che sia mossa da Dio, come primo agente che applichi e determini colla predeterminazione la potenza all'atto. E questo è in quanto all'atto; ma in quanto alla potenza dicono i tomisti che l'uomo colla grazia sufficiente riceve la potenza prossima e spedita a poter fare il bene, come scrive il p. Gonet: Gratia quae dat posse, dat totum complementum et totam virtutem seu sufficientiam quae requiritur ex parte actus primi3 . Così anche scrive il cardinal Gotti: Gratia sufficiens dat posse proximum et expeditum ratione potentiae4 . E così tutti gli altri tomisti comunemente; se alcuno di loro par che parli altrimenti, parla dell'atto secondo, non già del primo.

137. La ragione all'incontro del principio del p. Berti, che difende la sentenza della dilettazione superiore di gradi, è perché (come dice) dove prima nello stato della natura innocente bastava all'uomo per far il bene la sola grazia sufficiente (poiché, essendo ancor sano il libero arbitrio e stando in perfetto equilibrio, ben potea quello operare colla efficace), al presente dopo la caduta di Adamo, essendo restata inferma la volontà umana, ha ella bisogno della grazia efficace, che per mezzo della dilettazione vittrice l'applichi a mettere in atto il bene. Ma secondo questa ragione in tal sistema, posto che (noi diciamo) la volontà dell'uomo è restata talmente inferma che per operare ha bisogno della grazia efficace, non può dirsi più che l'uomo abbia in vigor della grazia sufficiente, neppure nell'atto primo, la potenza compita e prossimamente spedita ad osservare i precetti né a poter fare qualunque atto buono, neppur mediato, col quale possa disporsi ad ottener poi l'aiuto maggiore per adempire la legge.

138. Ed infatti il p. Berti (nell'apologia fatta in difesa della sua sentenza) non ripugna di concedere che la grazia di forze inferiori alla concupiscenza non si debba chiamare sufficiente, ma inefficace. Così appunto egli scrive nella mentovata apologia, rispondendo all'arcivescovo di Vienna e di Francia, il quale gli scrisse contro un libro intitolato Baianismus et iansenismus redivivus, specialmente


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incolpando ch'egli veram gratiam sufficientem e medio tollit: e il p. Berti rispose ch'egli fermissimamente così tenea.

139. L'abate dell'Aquila nel suo Dizionario teologico nel tom. 2, alla parola Dilettazione, ha scritto esser falso quel ch'io asserii nel mio libro del Gran mezzo della preghiera, cioè che il p. Berti nega darsi a tutti la grazia prossimamente sufficiente alla preghiera, mezzo per cui si ottiene l'aiuto più valido e più robusto, necessario alle opere salutari, quandoché al p. Berti, come si legge nella sua apologia1 , questa fu una delle tre principali opposizioni che su questo punto gli fece l'arcivescovo di Vienna: Quod negat in delectatione inferioris gradus potentiam proxime expeditam, ad hanc requirens ex parte potentiae et actus primi robustiorem delectationem, ideoque gratia inefficax ab ipso depraedicatur. Ed il p. Berti ecco quel che rispose: Ego vero firmissime et absque ulla haesitatione pronuntio tria doctrinae capita nuperrime commemorata nequaquam erronea esse. E così in verità dovea rispondere, se non volea partirsi dal suo sistema abbracciato nella sua teologia, nel trattato che fece della grazia, ove tra le sue proposizioni che prese a provare una fu questa, che ad actualiter orandum requiritur gratia efficax. Sicché, sa per pregare vi bisogna l'aiuto straordinario della grazia efficace, dunque nella grazia sufficiente non vi può essere la potenza prossima e spedita a pregare attualmente: e perciò egli non dubita di chiamar la grazia sufficiente, non sufficiente, ma inefficace; mentre per renderla attualmente sufficiente vi bisogna un nuovo aiuto straordinario.

140. Ma questa sua opinione sembra contraria alla dottrina di s. Agostino, ch'egli professa di seguire. S. Agostino insegna, come appresso vedremo, che noi colla grazia sufficiente non possiamo già eseguire le cose difficili ma ben possiamo fare le cose facili, tra le quali il santo annovera il pregare. Io non so come l'opinione del p. Berti, che nega alla grazia sufficiente la potenza prossima e spedita di pregare, possa accordarsi colla ragione, mentre io non vaglio a capire come il Signore, anche nello stato presente della natura caduta ma riparata già soprabbondantemente da Gesù Cristo coll'umana redenzione, negando alla grazia sufficiente la potenza compita e prossimamente spedita e per conseguenza non concedendo a molti la grazia bastevole ad osservare attualmente i precetti imposti o almeno a porre il mezzo, come è la preghiera, per la quale possano almeno mediatamente ottenere l'aiuto maggiore ad attualmente adempirli, possa poi giustamente pretendere da essi l'osservanza de' medesimi e possa giustamente condannarli all'inferno, se non li osservano. E ciò basta per riguardo del sistema del p. Berti e degli agostiniani, tra' quali par che sia presso che comune.




1 - Theol. t. 5. p. 2. q. 5. a. 1. concl. 5.

1 - Collat. 4. c. 30.

2 - Prael. theol. t. 3. p. 2. q. 9. a. 2. obiic. 6.

3 - Man. t. 4. t. 7. c. 10.

4 - Theol. 2. de grat. d. 6. §. 2.

1 - August. system. vindic. diss. 5.




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