Copertina | Indice: Generale - Opera | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText
S. Alfonso Maria de Liguori
Opera dogmatica...eretici pretesi riformati

IntraText CT - Lettura del testo
Precedente - Successivo

Clicca qui per nascondere i link alle concordanze

- 948 -


SESSIONE XXII. Del sacrifizio della messa.

1. Il Granatese riprovò il canone 2, ove si dice che Gesù Cristo ordinò sacerdoti gli apostoli con quelle parole: Hoc facite in meam commemorationem; adducendo la sentenza di Nicola Cabasila, il quale fu di parare che il sacerdozio fu lor conferito nel giorno di pentecoste S. Tomaso e Scoto dicono che fu conferito già nella cena, ma con condizione di non poterlo esercitare se non dopo ricevuto lo Spirito santo nella pentecoste; ma dice il Pallavicino che queste opinioni ebbero poco seguito.

2. Un teologo portoghese, fra Francesco Forero domenicano, parlando de' testi di Malachia: Ab ortu enim solis usque ad occasum magnum est nomem meum in gentibus: et in omni loco sacrificatur et offertur nomini meo oblatio munda, quia magnum est nomen meum in gentibus; dicit Dominus exercituum, I, II; e del vangelo: Hoc facite in meam commemorationem3 : disse che questi testi non tanto provano per forza della lettera quanto dell'interpretazione de' padri; e perciò dicea che la potestà data a' sacerdoti di sacrificare non solo si provava dalla scrittura, ma dalla tradizione ancora. Fu non però malamente udito il p. Forero, poiché ciò era contra la sentenza comune. Specialmente Melchiorre Cornelio, teologo del re Bastiano, fe' un dotto discorso, ove dimostrò che il testo di Malachia così fu inteso dal concilio niceno II, e che Gesù Cristo dicendo quelle parole- hoc facite in meam commemorationem- singolarmente impose agli apostoli che consacrassero il pane ed il vino.

3. Parimente qui si dubitò se il concilio prima de' canoni dovesse premetter la dottrina, e si concluse che sì; perché il concilio tenea l'officio anche d'insegnare, illustrando quel che definiva colle ragioni che valessero non come fondamenti della nostra fede, ma come difese contra le opposizioni degli eretici. La maggior questione poi fu se Cristo offerì se stesso per noi al Padre nel sacrifizio della cena, come difese il Salmerone, o in quello della croce, come sostenne il Soto.

4. Sovra l'istituzione de' sacerdoti nella cena furono contrarj il Guerrero, il Duinio ed altri, dicendo ciò esser dubbioso, anzi contrario al sentimento di alcuni padri. Al Guerrero e al Duinio non piacque il dirsi che Gesù Cristo nella cena offerisse se stesso al Padre. All'Aiala non piaceva il dirsi che in questo sacrificio si compissero tutti quelli della natura e della legge, perché ciò non si dimostrava né per la scrittura né per la tradizione; ed anche perché sembrava con ciò derogarsi al sacrificio della croce.

5. Dice il Soave che al decreto del concilio di aver Cristo offerto se stesso nella cena, contraddissero venticinque padri; ma il Pallavicino scrive che furono solamente i due nominati, il Guerrero ed il Duinio, come apparisce dagli atti. Ma veniamo a quel che insegnò e poi definì il concilio. Nel capo I, parlando dell'istituzione della messa, disse che, essendo imperfetto il sacerdozio del vecchio testamento, è stato di bisogno che sorgesse un altro sacerdote secondo l'ordine di Melchisedech, N. S. Gesù Cristo, che potesse perfezionarsi nella santità tutti coloro che avevano a farsi santi. Onde il Salvatore benché doveva offerirsi a Dio una volta, morendo in croce per redimere gli uomini, nondimeno, perché colla sua morte non dovea terminare il sacerdozio, nell'ultima cena egli si offerì al Padre sotto le specie di pane e di vino, dichiarandosi appunto, secondo l'ordine di Melchisedech, sacerdote eterno, e lasciando alla chiesa un sacrificio con cui si rappresentasse quello della croce, per conservarne la memoria, ed insieme affinché per suo mezzo si applicasse a noi la virtù salutare di quello in remissione de' peccati che giornalmente commettiamo. Quoniam sub priori testamento, teste apostolo4 , propter levitici sacerdotii imbecillitatem consummatio non erat, oportuit sacerdotem alium secundum ordinem Melchisedech surgere, D. N. Iesum Christum, qui posset omnes, quotquot sanctificandi essent, ad perfectum adducere. Is igitur Deus et Dominus noster etsi semel seipsum in ara crucis, morte intercedente, Deo patri oblaturus erat, ut aeternam illic redemptionem operaretur, quia tamen per


- 949 -


mortem sacerdotium eius extinguendum non erat, in coena novissima, qua nocte tradebatur, ut dilectae sponsae suae ecclesiae visibile... relinqueret sacrificium quo cruentum illud... repraesentaretur eiusque memoria... permaneret, atque illius salutaris virtus in remissionem eorum quae a nobis quotidie committuntur peccatorum applicaretur, sacerdotem secundum ordinem Melchisedech se in aeternum constitutum declarans, corpus et sanguinem suum sub speciebus panis et vini Deo patri obtulit.

6. A questa prima parte del capo 1 si appartiene poi il can. 1, ove si definì: Si quis dixerit in missa non offerri Deo verum et proprium sacrificium, aut quod offerri non sit aliud quam nobis Christum ad manducandum dari, anathema sit.

7. Sicché dalle riferite parole del concilio si ricava che la messa è vero e proprio sacrificio, di cui il sacerdote fu Gesù Cristo, secondo l'ordine di Melchisedech, siccome fu predetto da Davide: Tu es sacerdos in aeternum, secundum ordinem Melchisedech; perché Melchisedech offerì in sacrificio pane e vino2 : Melchisedech enim protulit panem et vinum; erat enim sacerdos altissimi. La particola enim dimostra chiaramente che quel sacrificio fu di pane e vino. Se dunque il Redentore, secondo l'ordine di Melchisedech, è stato sacerdote, bisogna confessare che nell'ultima cena egli istituì questo sacrificio, offerendo se stesso al padre sotto le specie di pane e di vino, giacché non può assegnarsi altro tempo in cui avesse fatto un tal sacrificio.

8. Siegue l'altra parte del capo 1, ove si dice che sotto le specie di pane e vino diè a mangiare il suo corpo ed a bere il suo sangue agli apostoli, costituendoli sacerdoti con tutti gli altri lor successori nel sacerdozio, acciocché da indi in poi seguissero ad offerire un tal sacrificio con quelle parole: Hoc facite in meam commemorationem3 : poiché, celebrata l'antica pasqua, che gli ebrei celebravano in memoria della loro uscita dall'Egitto, egli istituì la nuova pasqua, cioè se stesso, che dovea sacrificarsi dalla chiesa per mezzo de' sacerdoti in memoria del suo passaggio da questo mondo al Padre, quando ci redense col suo sangue; e questa è quella offerta monda che non può essere imbrattata dall'indegnità degli offerenti, e che il Signore predisse per Malachia doversi offerire in ogni luogo al suo gran nome, e che l'apostolo chiaramente indicò4 , dicendo: Non potestis mensae Domini participes esse et mensae daemoniorum; intendendo per questa mensa l'altare ove si sacrifica. Al che corrisponde quell'altro testo5 : Habemus altare de quo edere non habent potestatem qui tabernaculo deserviunt. Dove si nomina altare bisogna che vi sia vittima e sacrificio. Onde il Tridentino nel suddetto capo 1 soggiunse: Ac, sub earumdem rerum symbolis, apostolis quos tunc novit testamenti sacerdotes constituebat, ut sumerent (corpus et sanguinem suum) tradidit; et eisdem eorumque in sacerdotio successoribus, ut offerrent, praecepit per haec verba: hoc facite in meam commemorationem ut semper catholica ecclesia intellexit et docuit; nam, celebrato veteri pascha, quod in memoriam exitus de Aegypto multitudo filiorum Israel immolabat, novum instituit pascha, seipsum ab ecclesia per sacerdotes sub signis visibilibus immolandum in memoriam transitus sui ex hoc mundo ad patrem, quando per sui sanguinis effusionem nos redemit etc. Et haec quidem illa munda oblatio est quae nulla indignitate aut malitia offerentium inquinari potest; quam Dominus per Malachiam nomini suo quod magnum futurum esset in gentibus, in omni loco offerendam praedixit; et quam non obscure innuit apostolus Paulus scribens corinthiis, 1, 10, 21, cum dicit non posse eos qui participatione mensae daemoniorum polluti sunt, mensae Domini participes fieri: per mensam altare utrobique intelligens. Haec denique illa est quae per varias sacrificiorum, naturae et legis tempore, similitudines figurabatur; utpote quae bona omnia per illa significata, velut illorum omnium consummatio et perfectio, complectitur.

A questa parte del cap. 1 corrisponde il can. 2, ove: Si quis dixerit illis verbis- Hoc facite in meam commemorationem- Christum non instituisse apostolos sacerdotes; aut non ordinasse ut ipsi aliique sacerdotes offerrent corpus et sanguinem suum, anathema sit.

9. Opposero alcuni del concilio, come si è detto di sopra, che le parole- Hoc facite in meam commemorationem -non abbastanza provavano che Gesù Cristo avesse fatto vero sacrificio, sicché nella cena non solo avesse dato il suo corpo in cibo agli apostoli, ma anche offerto al Padre


- 950 -


per la redenzion del mondo. Ma ciò fu ributtato dagli altri, mentre non si dubita che Gesù Cristo veramente sacrificò nella cena il suo corpo al Padre; altrimenti, come si è provato, non sarebbe stato sacerdote secondo l'ordine di Melchisedech, né figura dell'agnello pasquale. Inoltre ciò si prova colle parole di s. Luca: Hoc est corpus meum, quod pro vobis datur1 . E di s. Paolo: Quod pro vobis frangitur2 . Le parole datur e frangitur non significano darsi e frangersi solo in cibo, ma darsi e frangersi in sacrificio; poiché non dicesi vobis datur e frangitur, ma pro vobis: oltreché, il dire frangitur non conviene al corpo di Cristo, se non nella specie di pane, come riflette il Grisostomo3 . Ed è certo che l'apostolo, dicendo frangitur, ebbe riguardo alla specie di pane, come lo dice anco in altro luogo4 : Panem quem frangimus etc. E si dice anche negli atti5 : Frangebant circa domos panem. Se dunque Cristo sacrificò se stesso nella cena e poi disse: Hoc facite in meam commemorationem, la parola hoc dimostra che gli apostoli e sacerdoti successori dovean fare lo stesso che avea fatto il Signore, cioè offerirlo in sacrificio sull'altare. Né vale quel che dicono gli eretici, che Cristo fu chiamato il solo sacerdote secondo l'ordine di Melchisedech; perché i sacerdoti non sono propriamente successori nel sacerdozio di Cristo, ma solamente vicarj; mentre è vero ch'egli è il principale offerente, ma quelli ancora offeriscono.

10. Né pure vale il dire che per l'oblazion monda di Malachia s'intendono le limosine ed altre buone opere che si offeriscono a Dio con retta intenzione, perché queste sempre sono state grate a Dio e non mai rifiutate. Ma in Malachia si dice, 1, 10: Et munus non suscipiam de manu vestra; dunque non parla delle buone opere, ma de' sacrificj antichi, che d'indi avanti Iddio rifiutava per l'obblazione monda del sacrificio dell'altare che gli si doveva offerire in ogni luogo: Et in omni loco sacrificatur et offertur nomini meo oblatio munda; colle quali parole si esclude ancora l'altra falsa spiegazione degli eretici, che s'intenda il sacrificio della croce; perché il sacrificio della croce non si offerisce in ogni luogo, ma si offerì solo nel Calvario ed una sola volta.

11. Nel capo 2 s'insegna dal concilio che la messa è un sacrificio visibile, propiziatorio per li vivi e per li morti: e si dice così: Et quoniam in divino hoc sacrificio, quod in missa peragitur, idem ille Christus continetur et incruente immolatur qui in ara crucis semel seipsum obtulit, docet s. synodus sacrificium istud vere propitiatorium esse, per ipsumque fieri ut, si cum vero corde et recta fide... poenitentes ad Deum accedamus, misericordiam consequamur etc. Huius quippe oblatione placatus Dominus gratiam et donum poenitentiae concedens, crimina et peccata, etiam ingentia, dimittit; una enim eademque est hostia, idem nunc offerens sacerdotum ministerio, qui seipsum tunc in cruce obtulit, sola offerendi ratione diversa. Cuius quidem oblationis, cruentae, inquam, fructus per hanc uberrime percipiuntur: tantum abest ut illi per hanc quovis modo derogetur. Quare non solum pro fidelium vivorum peccatis, poenis, satisfactionibus et aliis necessitatibus, sed et pro defunctis in Christo nondum ad plenum purgatis, rite, iuxta apostolorum traditionem, offertur.

12. Dicesi dunque che per la messa si applica a' fedeli il frutto della croce. Onde errano i novatori dicendo che il frutto della croce si applica a tutti e che perciò il sacrificio della croce basta non solo alla redenzione ma anche ad applicarne il frutto; ond'è superfluo quello dell'altare. Poiché si risponde che, secondo la dottrina del concilio, il sacrificio della messa è lo stesso di quello della croce: solo è diversa tra essi la ragion di offerirlo; e perciò quello dell'altare niente deroga a quello della croce. Né il sacrificio dell'altare è istituito in difetto di quello della croce, ma solo come mezzo, per cui il Signore ci applica il merito del sacrificio del Calvario.

13. Dicono i novatori che il sacrificio dell'altare si chiama sacrificio, solamente perché è una figura e memoria di quello della croce. Ma errano, perché quantunque anche il tridentino dica che la messa è istituita in memoriam et repraesentationem del sacrificio della croce, con tutto ciò è di fede che la messa è sacrificio per sé e reale per la vittima presente, la quale contiene la reale obblazione di Cristo che ivi si offerisce sotto le specie di pane e di vino, sicché ivi non solo vi è la rappresentazione del sacrificio di sangue, ma la vera oblazione di Cristo realmente presente, come fu presente nel Calvario. Onde nel concilio si dice: Idem ille Christus continetur qui in ara crucis semel seipsum cruente obtulit.


- 951 -


14. Chiaramente poi il concilio dichiara che il sacrificio dell'altare è impetratorio de' beni così spirituali, come temporali con quelle parole: peccata etiam ingentia dimittit; non già direttamente, come spiegano comunemente i dottori, ma indirettamente, in quanto che Iddio col sacrificio dell'altare concede la grazia per cui l'uomo è mosso alla contrizione ed a purificarsi nel sacramento della penitenza. In quanto poi alla pena temporale che resta a soddisfarsi dopo il perdono della colpa, questa ben si rilascia, se non in tutto, almeno in parte, in virtù della messa, come consta dall'esempio dei defunti, a cui giova la messa, quantunque essi non siano più capaci di meritare.

15. A questo capo 2 corrisponde il can. 3, ove: Si quis dixerit missae sacrificium tantum esse laudis et gratiarum actionis aut nudam commemorationem sacrificii in cruce peracti, non autem propitiatorium; vel soli prodesse sumenti; neque pro vivis et defunctis, pro peccatis, poenis, satisfactionibus et aliis necessitatibus offerri debere, anathema sit. Sotto nome di necessità s'intendono anche gli altri beni temporali che per virtù del sacrificio si dispensano da Dio a' fedeli, secondo egli conosce giovar loro alla salute eterna.

16. Che poi la messa sia vero sacrificio propiziatorio, cioè che rende Iddio propizio a perdonarci non solamente le pene ma ancora le colpe, come dichiara in questo capo 2 il concilio, ciò si prova dalla stessa istituzione dell'eucaristia, fatta specialmente in remissione dei peccati: Hic est sanguis meus, qui pro multis effundetur (o pure, come sta nel greco; effunditur) in remissionem peccatorum. Dicesi effundetur a rispetto del sacrificio cruento, e dicesi effunditur a rispetto dell'incruento presente d'ogni messa. L'uno e l'altro si nomina in remissione de' peccati: ma in quello della croce Cristo pagò il prezzo della nostra redenzione, nell'altare ci applica il frutto di questo prezzo. Essendo poi il sacrificio propiziatorio, per conseguenza è ancora impetratorio di nuove grazie, come dicono comunemente i padri, s. Cirillo, s. Gio. Grisostomo, s. Ambrogio, s. Girolamo e s. Agostino presso il Bellarmino.

17. Dicesi di più nel citato capo 2: Non solum vivorum, sed pro defunctis etc. E lo stesso si replica nel can. 3. Ciò si prova dal libro 2 dei maccabei1 , ove si legge: Collatione facta, duodecim millia drachmas argenti misit Hierosolymam offerri pro peccatis mortuorum sacrificium... Sancta ergo et salubris est cogitatio pro defunctis exorare, ut a peccatis solvantur. Ciò di più provasi colla perpetua tradizione della chiesa, come attesta s. Agostino in più luoghi, e specialmente in lib. de cura pro mortuis, c. 1, n. 3. E s. Gio. Grisostomo2 scrive: Non frustra ab apostolis sancitum est ut in celebratione mysteriorum memoria fiat eorum qui hinc discesserunt; come in effetto nelle liturgie di s. Giacomo e di s. Clemente ed in tutte le altre si ritrova già la commemorazione che si fa de' morti. Dice Calvino: Defunctos neque accipere neque manducare. Ciò prova solamente che i morti non possono partecipare del cibo eucaristico, ma non già che non possono partecipare del frutto del sacrificio. Tertulliano3 scrive, parlando del raccomandar i defunti nella messa: Hunc ritum ex consuetudine retentum traditio est auctrix, consuetudo confirmatrix. Ed aggiunge: Oblationes pro defunctis, pro natalitiis annua die facimus. E s. Anastasio4 : Incruentae hostiae oblatio propitiatio est. Scrive s. Epifanio5 , essere stata condannata come eresia anche dalla chiesa antica l'opinione di Aerio, che dicea non potersi sacrificare per li morti. S. Cipriano6 scrisse: Sacrificium celebrari pro defunctis in altari. E lo stesso scrisse s. Agostino7 . Ma su tal materia più a lungo si parlerà, trattandosi, nella sessione XXV., del purgatorio.




3 - Luc. 22. 19.

4 - Hebr. 7.

2 - Gen. 14. 18.

3 - Luc. 22. 19.

4 - 1. Cor. 10. 21.

5 - Hebr. 13. 10.

1 - Luc. 22.

2 - 1. Cor. 11. 24.

3 - Hom. 24.

4 - 1. Cor. 10. 16.

5 - Act. 2. 46.

1 - C. 12. v. 43. et 46.

2 - Hom. 3. in ep. ad Philip.

3 - De coron. milit.

4 - Serm. de defunct.

5 - Haeres. 75.

6 - L. 1. ep. 9.

7 - In Enchirid. c. 110.




Precedente - Successivo

Copertina | Indice: Generale - Opera | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText

IntraText® (V89) © 1996-2006 Èulogos