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S. Alfonso Maria de Liguori
Opera dogmatica...eretici pretesi riformati

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Dell'efficacia del sacrificio della messa.

18. Scrive il Bellarmino8 , che il sacrificio della messa si offerisce da tre: da Gesù Cristo, dalla chiesa e dal sacerdote; ma non già dello stesso modo: Cristo offerisce come sacerdote o sia offerente primario, per mezzo dell'uomo sacerdote suo ministro; la chiesa non offerisce come sacerdote e come ministro, ma come popolo per mezzo del sacerdote; il sacerdote poi offerisce come ministro di Cristo e come intercessore per tutto il popolo. Sempre nondimeno Cristo nella messa è il principale offerente sotto le specie di pane e vino per mezzo de' sacerdoti suoi ministri (come parla il concilio, idem offerens Christus sacerdotum ministerio), i quali, sacrificando, rappresentano la di lui persona; onde disse il concilio lateranese,


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in cap. Firmiter, de sum. Trin.: Simul (Christus) est sacerdos et sacrificium. Così convenne alla dignità di questo sacrificio che principalmente fosse offerto non dagli uomini peccatori, ma da quel sommo sacerdote che non è soggetto a' peccati: Talis decebat ut nobis esset pontifex, sanctus, innocens, impollutus1 . Altri poi offeriscono abitualmente, come coloro che sono assenti e desiderano che il sacrificio si offerisca: altri attualmente, e sono quei che assistono alla messa: altri causalmente, perché son causa che si dica la messa.

19. La messa ha valore ex opere operato, cioè da se stessa, senza riguardo al merito del sacerdote; e ciò avviene per la divina promessa: Hic est enim sanguis meus novi testamenti, qui pro multis effundetur in remissionem peccatorum2 . Quindi giustamente il concilio nel citato capo 2 disse: Huius quidem oblationis cruentae fructus per hanc uberrime percipiuntur. Non importa poi che l'effetto non si abbia subito o non per tutti; basta che sia infallibile per parte del sacrificio: giacché il sacrificio per avere il suo effetto richiede la disposizione dell'uomo, senza cui non ne riceve il frutto; ma ciò accade per difetto dell'uomo, non del sacrificio.

20. In due modi poi il valore del sacrificio può essere ex opere operato: per prima se quell'opera è un certo strumento che produce l'effetto; e così operano i sacramenti immediatamente: per secondo se l'opera che si fa non è strumento che immediatamente produce l'effetto, ma infallibilmente muove Dio a produrre l'effetto indipendentemente dalla bontà del ministro. E così la messa opera anche ex opere operato; non ottiene ella per esempio la giustificazione, come la penitenza che immediatamente giustifica, sempre che il penitente è disposto colla contrizione, ma l'ottiene mediatamente, come insegna s. Tomaso3 , colla sentenza comune. Onde nel citato capo 2 del concilio si disse: Per hoc sacrificium peccata etiam ingentia dimitti, quia Deus, hoc sacrificio placatus, gratiam et donum poenitentiae concedit. E se ne assegnò la ragione: Quia eadem est hostia, et idem offerens, qui fuit in cruce. E perciò l'effetto non dipende dalla bontà del ministro. La messa per altro ha vigore in ciò per modo d'impetrazione; ma perché l'orazione si offerisce da Cristo, perciò l'impetrazione è infallibile, purché non si metta, obice in contrario da coloro per cui si prega.

21. Né osta il dire con Kemnizio che, se la messa rimette i peccati, restano inutili i sacramenti: poiché si risponde che ciò sarebbe se i peccati immediatamente si rimettessero; ma per la remissione è sempre necessario il sacramento della penitenza. La messa poi infallibilmente impetra un aiuto speciale a' peccatori che corrisponde alla loro disposizione; onde se il peccatore resiste alla grazia, allora per suo difetto il sacrifizio non opera. In quanto non però a' beni temporali, Iddio sempre li concede, quando sono utili alla salute. Non è necessaria poi, come si disse, la bontà del ministro per ottenere gli effetti della messa, perché principalmente ella si offerisce da Cristo; e perciò, ancorché il sacerdote sia peccatore, la messa opera per sé ex opere operato: nondimeno la bontà del sacerdote sempre giova ad impetrare ex opere operantis.

22. Secondo la sentenza più comune dei teologi, il valore della messa è finito, e perciò, secondo la pratica universale della chiesa, sogliono spesso offerirsi più messe per ottenere lo stesso beneficio; a differenza del sacrificio della croce, che fu di valore infinito, e perciò quello della croce non si replica. La ragione poi migliore, perché il valore della messa sia finito, è perché questa è la volontà di Cristo, il quale non vuol concedere se non una certa misura, applicando a ciò parte del frutto della sua passione, affinché in tal modo gli uomini spesso offeriscano questo sacrifizio.

23. Si dimanda per quali persone possa offerirsi la messa? È certo, come abbiam veduto e come insegna il concilio, che la messa può offerirsi per tutti i cattolici viventi, ancorché peccatori, e per tutti i defunti, come si dice nel canone della messa: Pro omnibus orthodoxis atque catholicae fidei cultoribus. È certo all'incontro che non può offerirsi per li dannati, giacché le loro colpe e pene sono irremissibili. Così neppure può offerirsi per gli eretici: mentre la chiesa4 ha proibito offerirsi direttamente la messa per gli scomunicati, come sono tutti gli eretici; indirettamente nondimeno, nell'offerta del calice, ben si offerisce per essi la messa con quelle parole: Offerimus pro totius mundi salute.

24. In quanto poi agl'infedeli, il Bellarmino stima che ben può offerirsi la messa per li principi gentili, come scrisse il Grisostomo5 , e Tertulliano, lib. ad


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Scapulam, dicendo: Sacrificamus pro salute imperatoris; giacché nella legge antica si offerivano sacrifici per Dario1 e per Eliodoro2osta quel che dice s. Agostino3 , dove: Quis offerat sacrificium corporis Christi, nisi pro iis qui sunt membra Christi? Poiché dice Bellarmino che ivi non parla il santo dei gentili viventi, ma de' morti, per li quali certamente non può pregarsi nella messa. Del resto dice il Bellarmino che ben può applicarsi il sacrificio della messa per la conversione così de' gentili come degli eretici.

25. Passiamo al capo 3, ove si parla della messa in onore de' santi, e si dice così: Et quamvis in honorem et memoriam sanctorum nonnullas interdum missas ecclesia celebrare consueverit, non tamen illis sacrificium offerri docet, sed Deo soli, qui illos coronavit. Unde nec sacerdos dicere solet: offero tibi sacrificium, Petre vel Paule; sed, Deo de illorum victoriis gratias agens, eorum patrocinia implorat, ut ipsi pro nobis intercedere dignentur in coelis, quorum memoriam facimus in terris.

A questo capo corrisponde il can. 5: Si quis dixerit imposturam esse missas celebrare in honorem sanctorum et pro illorum intercessione apud Deum obtinenda, sicut ecclesia intendit, anathema sit. Il sacrificio della messa è il supremo culto, che non può offerirsi che a Dio solo in segno del suo supremo dominio; onde, dicendosi la messa di qualche santo, ella si offerisce in onore del santo, ma direttamente si offerisce a Dio solo: così s. Agostino4 . E questa è la tradizione e pratica anche della chiesa antica, come si legge nelle antiche liturgie. Giustamente poi la chiesa offerisce la messa in onore dei santi, così per ringraziamento delle grazie loro fatte da Dio, come per implorare presso il Signore il lor patrocinio ed insieme per animarci ad imitarli colla loro memoria.

26. Nel capo 4 si tratta del canone della messa e si ributtano le calunnie degli eretici che lo fan vedere pieno di errori e d'inezie; e si dice non contenersi ivi cosa che non odori di santità e pietà: Et cum sancta sancte administrari conveniat, sitque hoc omnium sanctissimum sacrificium, ecclesia catholica, ut digne reverenterque offerretur ac perciperetur, sacrum canonem multis ante saeculis instituit ita ab omni errore purum ut nihil in eo contineatur quod non maxime sanctitatem ac pietatem quandam redoleat mentesque offerentium in Deum erigat; is enim constat cum ex ipsis Domini verbis, tu ex apostolorum traditionibus ac sanctorum quoque pontificum piis institutionibus. A questo capo 4 corrisponde il can. 6: Si quis dixerit canonem missae errores continere, ideoque abrogandum esse, anathema sit.

27. Primieramente fastidio a' novatori lo stesso nome di canone, che dinota regola stabile. Essi vogliono che sia libero ad ognuno di servirsi nella messa di quelle preci che più gli aggradano; onde Kemnizio riprova il Tridentino, il quale dice essere stato il canone composto parte dalle parole di Cristo e parte degli apostoli e de' pontefici. Egli suppone che un certo Scolastico sia stato l'autore del canone, mentre s. Gregorio5 scrive: Precem Scholastici recitari super oblationem. Ma erra; poiché s. Ambrogio, s. Ottato e lo stesso s. Gregorio, con altri autori antichi, il canone della messa lo chiamano ordine o regola ed anche canone. È vero che il canone greco della messa in molte parti differisce dal nostro, poiché in Grecia si usa la liturgia di s. Basilio o di s. Gio. Grisostomo, in Milano quella di s. Ambrogio, in Toledo nella Spagna la liturgia detta mozarabica, ed in Roma si usa quella ch'è comune nella chiesa latina; ma tutti questi canoni differenti sono stati concessi ed approvati da' sommi pontefici ed in niente differiscono nella sostanza, né vi è in essi alcuno errore.

28. In quanto poi allo Scolastico voluto da Kemnizio per autore del canone, secondo le parole di s. Gregorio, bisogna sapere che non si sa se s. Gregorio il nome di Scolastico l'abbia avuto per nome proprio o per nome di autorità, come di maestro o dottore, com'è più facile; mentre il medesimo s. Gregorio chiamò scolastico anche s. Matteo. Oltreché avverte il Bellarmino che quella parola di s. Gregorio- precem Scholastici recitari super oblationem- non s'intende di tutto il canone, ma facilmente delle sole tre orazioni che si dicono prima della comunione, mentre scrive Micrologo6 che quelle tre orazioni sono fuori del canone. Del resto, è certo, come scrive il Bellarmino7 che gli apostoli a principio nella messa alle parole della consacrazione non aggiungeano che il solo Pater noster; benché appresso vi aggiunsero altre cose, e tra le altre l'orazione per li defunti, attestando s. Gio. Grisostomo8 che l'orazione per li morti


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nella messa discende dalla tradizione degli apostoli. S. Isidoro attesta1 che s. Pietro fu il primo che diede alla chiesa una certa forma di celebrar la messa, aggiungendovi certe preghiere e riti. Appresso poi i pontefici vi aggiunsero diverse preci, sino a s. Gregorio magno, il quale fu l'ultimo, come scrive Walfrido2 , che aggiunse al canone quelle parole: Diesque nostros in tua pace disponas. Quantunque poi le liturgie antiche si chiamino con diversi nomi di autori, come di s. Basilio, di s. Gio. Grisostomo, di s. Ambrogio, di s. Gelasio, di s. Gregorio (ch'è la nostra romana) e di s. Isidoro, questi santi non però non composero nuove liturgie, ma solamente quella che a' loro tempi usavasi la ridussero a miglior forma, come prova il Bellarmino nel luogo citato.

29. Nel capo 5 si parla delle cerimonie solenni del sacrificio della messa; e si dice che, richiedendo la natura degli uomini che per mezzo de' segni esteriori si sollevi la mente a meditare i misteri divini, perciò la santa chiesa ha istituiti alcuni riti nel dirsi la messa, e specialmente quello che alcune preci dicansi a voce alta, alcune altre a voce bassa. Inoltre ha ordinate più cerimonie, come le benedizioni, i lumi, le vesti ec., secondo l'antica tradizione e disciplina acciocché così si conservasse la maestà del sacrificio, e di fedeli si eccitassero a contemplare le gran cose che questo sacrifizio contiene: Cumque natura hominum (sono le parole del concilio) ea sit ut non facile queat sine adminiculis exterioribus ad rerum divinarum meditationem sustolli, propterea pia mater ecclesia ritus quosdam, ut scilicet quaedam submissa voce, alia vero elatiore, in missa pronuntiarentur, instituit. Caeremonias item adhibuit, ut mysticas benedictiones, lumina, thymiamata, vestes aliaque id genus multa, ex apostolica disciplina et traditione, quo et maiestas tanti sacrificii commendaretur, et mentes fidelium per haec visibilia religionis et pietatis signa ad rerum altissimarum, quae in hoc sacrificio latent, contemplationem excitarentur. Ed a questo capo 5 corrisponde il can. 9, ove si condanna di anatema chi dice doversi condannare il rito di dire a voce sommessa parte del canone e specialmente le parole della consacrazione.

30. Calvino3 confessa essere le cerimonie della messa antichissime e non lungi dall'età degli apostoli; nondimeno le chiama rubiginem coenae Domini, natam ex procacitate humanae confidentiae. Lutero poi ed i luterani non riprovavano tutte le cerimonie, mentre nelle loro messe ne osservano alcune: ma Lutero4 dice che la messa dee dirsi a somiglianza di quella che celebrò Gesù Cristo, senza vesti, senza azioni e senza canto. Non condanna per altro l'uso de' lumi, degl'incensi e simili; nel che si contraddice. Poco probabile è poi l'opinione che i lumi si usavano per ragione de' luoghi oscuri in cui prima celebravansi le messe: e le incensazioni si adoperavano per togliere il mal odore di tai luoghi sotterranei: poiché queste e simili cerimonie furono principalmente istituite per fini spirituali, come i lumi in segno di venerazione alla maestà del sacramento e per dimostrare sotto la figura del lume la luce del vangelo, secondo scrive s. Girolamo5 ove dice: Per totas orientis ecclesias, quando legendum est evangelium, accenduntur luminaria... ut sub typo luminis illa lux ostendatur, cioè la luce divina. Così parimente, parlando delle incensazioni, dice s. Tomaso che quelle si adoperavano, ad repraesentandum effectum gratiae6 . Kemnizio ammette il benedire le specie ed anche la recitazione de' salmi, del simbolo e di altre preci (le quali non sono propriamente cerimonie), ammette ancora le vesti, i vasi sacri e gli altri ornamenti; ma dice che queste cose sono arbitrarie, non già necessarie. Chiama poi superstizioso ed empio l'offrire per li vivi e per li morti, l'invocare i santi, la soddisfazione per le anime purganti e la benedizione dell'acqua.

31. Noi diciamo che tali cose non sono per sé intrinsecamente necessarie, ma che la chiesa ha ben potuto prescriverle, e noi siamo obbligati ad ubbidire. Dice il Tridentino che molte sono per la tradizione apostolica. Né importa che s. Paolo7 non ne faccia menzione; perché l'apostolo parla solamente di ciò che fece il Salvatore, e tale tradizione cominciò sol dopo l'Ascensione. In quanto alle vesti già nell'antica legge erano prescritte a' sacerdoti sacrificanti; e nella nuova legge è certo che il loro uso è antichissimo, come consta da ciò che scrivono gli autori presso Bellarmino8 . S. Gregorio secondo riferisce Giovanni diacono9 mandò in Inghilterra i vasi e le vesti per la messa. S. Geronimo10 scrive che i


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sacerdoti e il clero nella messa usavano le vesti bianche; e s. Gio. Grisostomo1 descrive le orazioni che il sacerdote dovea recitare nel porsi le sacre vesti.

32. In quanto poi a' templi ed altari, i novatori li ammettono, ma riprovano le consacrazioni di quelli: queste non però si provano dal Bellarmino2 essere state antichissime; come anche antichissimo è stato l'uso de' sacri vasi. Né osta quel che oppone Calvino di s. Ambrogio: Aurum sacramenta non quaerunt3 . Il santo non riprova i vasi d'oro, ma dice che i sacramenti non abbisognano dell'oro per esser validi; onde in caso di soccorrere i poveri ben quelli possono vendersi: del resto egli li conservava sino a tal necessità.

33. Riprovano poi Lutero e Calvino la necessità del digiuno prima della celebrazione: dice Lutero bastar che non siasi usato eccesso nel cibarsi o nel bere; se la riverenza al sacramento, egli scrive, ciò richiedesse, avrebbe da vietarsi anche il respirare, perché nel corpo entra l'aria prima di Gesù Cristo. Inetto paragone! in ricevere l'aria non vi è irriverenza, ma bensì vi è in ricevere cibo terreno prima del celeste. L'uso del digiuno è antichissimo, come attestano Tertulliano4 , s. Cipriano5 , s. Gio. Grisostomo6 e s. Agostino7 ove scrive che tal digiuno fu istituito dagli apostoli ispirati dallo Spirito santo, e che sin da allora osservavasi in tutta la chiesa per onore di tanto sacramento. Ciò vien prescritto anche da' concilj antichissimi, come dal conc. III cartaginese, dal conc. II matisconese, dal conc. I. bracarese, dal conc. toletano IV; e finalmente il concilio generale di Costanza condannò precisamente il celebrare dopo aver preso cibo o bevanda. Ma dicono: Cristo celebrò dopo la cena. Ma quella fu la cena pasquale, la quale si celebrava per memoria dell'uscita dall'Egitto, ed al presente è cessata. Ma s. Paolo8 ammette il cibarsi prima della comunione, dicendo: Si quis esurit, domi manducet. Ma ciò non significa che prima si mangi e poi si faccia la comunione; ma, siccome spiegano s. Gio. Grisostomo, Teofilatto ed altri, significa che se alcuno ha fame e non volesse aspettare, si mandi in sua casa a cibarsi.

34. Parlando finalmente delle cerimonie dentro la messa, come delle elevazioni di mani o di occhi, delle inchinazioni, genuflessioni ecc., di queste vi sono più esempi anche nelle divine scritture. L'elevazione poi dell'ostia e del sangue, la frazione del pane consacrato e la commistione di quello col sangue, scrive Bellarmino al capo 15 che sono antichissime; e così anche il canto e il suono degli istrumenti, i quali già si usavano nell'antica legge. Pietro Martire riprova la musica come cerimonia giudaica; ma risponde il Bellarmino che le cerimonie le quali eran figure delle cose future della nuova legge, quelle son riprovate, ma non già le altre che son di ragion naturale, come il cantar le divine lodi, l'incensare, il genuflettere, il battere il petto ec.

35. Nel capo 6 si tratta della messa privata, nella quale il solo sacerdote comunica; ivi si dice: Optaret quidem sacrosancta synodus ut in singulis missis fideles adstantes non solum spirituali affectu, sed sacramentali etiam eucharistiae perceptione communicarent, quo ad eos ss. huius sacrificii fructus uberior proveniret. Nec tamen, si id non semper fiat propterea missas illas in quibus solus sacerdos sacramentaliter communicat, ut privatas et illicitas damnat, sed probat atque commendat: siquidem illae quoque missae vere communes censeri debent; partim quod in eis populus spiritualiter communicet; partim vero quod a publico ecclesiae ministro non pro se tantum, sed pro omnibus fidelibus qui ad corpus Christi pertinent, celebrentur. A questo capo 6 appartiene il can. 8, ove: Si quis dixerit missas in quibus solus sacerdos sacramentaliter communicat illicitas esse, ideoque abrogandas, anathema sit. Propriamente parlando, tutte le messe possono dirsi pubbliche; sì perché pubblico è il sacrifizio, offerendosi per tutta la chiesa; sì anche perché il ministro è pubblico, mentr'egli sull'altare non celebra solo per sé ma per tutti i fedeli, come scrive il Tridentino: Quod a publico ecclesiae ministro non pro se tantum, sed pro omnibus fidelibus celebrentur. Ciò si prova anche dall'uso antico della chiesa, come abbiamo dal concilio agatese dell'anno 511 e dal toletano XII, can. 5 ec. La stessa ragione ciò l'assicura; perché la natura del sacrificio non ricerca che la sola persona dell'offerente, né è necessario che vi assistano quelli per cui si offerisce.

36. Lutero distingueva e diceva la messa pubblica esser quella che celebravasi col canto e coll'assistenza de' ministri ed in cui tutti si comunicavano in chiesa: la messa privata esser poi quella che diceasi senza canto o in oratorio privato, o pure quella


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in cui il solo sacerdote si comunica; e questa riprovò come illecita1 : e lo stesso dicono gli altri luterani. Ma questa loro opinione, come abbiam veduto nel can. 8, fu condannata come eretica.

37. È errore evidente il dire che la messa in cui comunica il solo sacerdote sia illecita; poiché la dispensazione della vittima agli assistenti non è affatto di essenza del sacrificio, com'è la consecrazione e la consumazione di quella. Anche nell'antica legge2 quando si offeriva il sacrifizio pro peccato, il popolo niente gustava della vittima; e pure quello era tenuto per vero sacrificio.

38. Oppongono primieramente i contrarj esser ciò contra l'istituzione di Cristo; mentr'egli nella cena comunicò tutti coloro che v'erano presenti e poi disse: Quemadmodum ego feci... ita et vos faciatis3 . Si risponde che con tali parole non già intese il Signore d'imporre che si celebrasse la messa con tutte le circostanze con cui egli la celebrò; altrimenti tutte le messe dovrebbero dirsi dopo la cena, di notte, escluse le donne ec. Ciò solamente prescrisse che il celebrante sempre si comunicasse, e non si negasse la comunione a chi la cerca.

39. Oppone Kemnizio che siccome il ministro della divina parola (che ancora è pubblico) non può predicare se non è presente il popolo, così il sacerdote non può sacrificare e partecipare del sacrificio se non alla presenza degli altri partecipanti. Si risponde che altro fa il ministro sacrificando, altro predicando: predicando, la sua azione si offerisce agli uomini; sacrificando, a Dio: tanto più che il sacrificio è simile all'orazione che giova anche agli assenti.

40. Oppongono di più che la messa privata è contra l'antica pratica della chiesa; poiché nell'ep. 1. ad Cor. 11, 20 si contrappone la cena del Signore alla cena privata: Iam non est dominicam coenam manducare. Di più nel can. 9 o 10 degli apostoli, e nel can. Peracta, dist. 2. de consecr., apparisce che si escludeano dalla messa quei che non comunicavano. Si risponde al primo che ivi non si parla della comunione ma delle agape, in cui i ricchi invitavano i poveri a cenar seco per affetto di carità; e perciò s. Paolo rimprovera coloro che questa carità non usavano: Unus quidem esurit, alius autem ebrius est. Numquid domos non habetis ad manducandum et bibendum? aut ecclesiam Dei contemnitis et confunditis eos qui non habent? Sicché parla delle cene private, ove s'imitava la cena del Signore, in cui cenò egli nella pasqua insieme co' suoi servi. E quantunque l'apostolo avesse parlato dell'eucaristia, egli riprende quelle cene private da cui si escludeano gli altri, ma non già quelle nelle quali non intervenendo tutti, niuno si escludea, come avviene nelle nostre messe. Al secondo si risponde che nel can. 9 apostolico e can. Peracta, sebbene fosse stata ivi imposta la comunione a tutti gli astanti, nondimeno non s'impose già a' sacerdoti che lascino di celebrare se non vi sono altri che si comunicano. Anticamente era solo proibito il celebrare a quei sacerdoti che non si comunicavano, come si ha dal concilio toletano XII, can. 5, ove si disse: Quale erit sacrificium, cui nec ipse sacrificans participasse dignoscetur? Dunque già si parlava d'una messa nella quale niuno si comunicava; e questo concilio si fece più di novecento anni sono.

41. Non osta poi che la messa sia privata: 1., per ragion del luogo privato; poiché primieramente Gesù Cristo celebrò in una casa privata; e degli apostoli sta scritto negli atti, 2, 46: Frangebant circa domos panem. E così i pontefici, in tempo delle persecuzioni, celebravano ancora nelle case, nelle grotte e nelle carceri; e presso Bellarmino si riferisce che s. Gregorio Nazianzeno, s. Ambrogio ed altri dissero la messa nelle case private.

42. Non osta per 2. che la messa sia privata per ragione del tempo, cioè ne' giorni che non sono di festa. Gli avversarj soglion celebrare nelle sole domeniche: del resto non riprovano la messa cotidiana; ed a torto si riproverebbe, mentre è certo nella chiesa l'uso della messa cotidiana, come attestano s. Gio. Grisostomo4 , e s. Geronimo5 , ed altri.

43. Non osta per 3 che la messa sia privata per ragion del fine, applicandosi per una persona privata o per un negozio particolare. Ma ciò non può dirsi, perché tutte le messe si offeriscono per tutti i fedeli vivi e morti (fuorché per li dannati), come apparisce dal messale. Onde se la messa si applica ad uno, quegli parteciperà maggiormente del frutto, ma di tutti gli altri ciascun ne avrà la sua parte. E di ciò fu antichissimo l'uso, come si ha dal Levitico ne' capi 4 e 5, ove parlasi de' sacrificj per lo principe, per lo sacerdote ec. Giobbe, cap. 1, sacrificava per li figli. E nella nuova legge consta che celebravasi ne' natalizj de' santi; s. Agostino6 , parlando della sua santa madre


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defunta, scrisse: Cum offerretur pro ea sacrificium etc.

44. Non osta per 4. che sia privata per ragione della deficienza degli assistenti. Melantone riprende la chiesa romana perché fa dire le messe senza il concorso di tutto il popolo; ma gli altri luterani non si fanno alcuno scrupolo su questo punto. Del resto sappiamo che s. Ambrogio celebrò nella casa di una matrona romana; s. Maris celebrò nella sua celletta, come attesta Teodoreto; anzi s. Gregorio1 , proibì che ne' monasteri si celebrasse con concorso di popolo, acciocché i monaci non fossero disturbati dal loro raccoglimento.

45. Non osta per 5. che la messa sia privata, perché dicesi nella stessa chiesa, oltre la messa conventuale. I luterani riprendono la moltiplicità delle messe: ma a torto, perché nella chiesa i sacerdoti sempre sono stati molti; e non è da credersi che uno o pochi di essi celebrassero e gli altri se ne astenessero. Ciò anche si prova dalla moltitudine che vi era delle chiese e degli altari che nelle stesse chiese vi erano, come ne fan menzione s. Ambrogio2 , s. Gregorio3 , e s. Leone4 .

46. Non osta per ultimo che la messa sia privata per ragione che in quella il solo sacerdote si comunica; poiché, secondo abbiam veduto di sopra, nella messa privata si trova già tutta l'essenza e l'integrità del sacrificio istituito da Cristo. Ma dicono: Christus semel oblatus est5 . Ma ivi parla s. Paolo del sacrificio della croce, del quale volle poi Gesù Cristo che si facesse continua memoria col sacrificio dell'altare, per cui si applica a' fedeli il frutto del sacrificio della croce-

47. Nel capo 7 si parla dell'acqua che dee mischiarsi nel vino: Monet deinde s. synodus praeceptum esse ab ecclesia sacerdotibus ut aquam vino in calice offerendo miscerent: tum quod Christum Dominum ita fecisse credatur, tum etiam quia e latere eius aqua simul cum sanguine exierit, quod sacramentum hac mixtione recolitur; et cum aquae in Apocalypsi b. Ioannis populi dicantur, ipsius populi fidelis cum capite Christo unio repraesentatur.

48. Nel capo 8 si dice non essere spediente che la messa dicasi in lingua volgare, ma che da' pastori si dichiari qualche punto di quelli che nella messa si leggono: Etsi missa magnam contineat populi fidelis eruditionem, non tamen expedire visum est patribus ut vulgari passim lingua celebraretur. Quamobrem, retento ubique cuiusque ecclesiae antiquo et a s. romana ecclesia, omnium ecclesiarum matre et magistra, probato ritu, ne oves Christi esuriant, neve parvuli panem petant, et non sit qui frangat eis; mandat s. synodus pastoribus et singulis curam animarum gerentibus ut frequenter, inter missarum celebrationem, vel per se vel per alios; ex iis quae in missa leguntur aliquid exponant; atque inter caetera ss. huius sacrificii mysterium aliquod declarent, diebus praesertim dominicis et festis.

49. A questo cap. 8 corrisponde in parte il can. 9, il quale parla di tre cose: della voce sommessa, della lingua volgare e dell'acqua nel calice: Si quis dixerit ecclesiae romanae ritum quo submissa voce pars canonis et verba consecrationis proferuntur damnandum esse; aut lingua tantum vulgari missam celebrari deberi; aut aquam non miscendam esse vino in calice offerendo, eo quod sit contra Christi institutionem, anathema sit.

50. I novatori contendono che nella messa debba usarsi totalmente la lingua volgare (benché Lutero6 , ciò lo lasciò in arbitrio del celebrante): ma la chiesa cattolica per più ragioni ha giustamente ordinato il contrario; poiché (ben riflette il Bellarmino7 , l'oblazione della messa consiste più nel fatto che nelle parole, mentre la stessa azione con cui si presenta la vittima, cioè Gesù Cristo nell'altare, è vera oblazione, senza che si offerisca colle parole. In quanto poi alla consacrazione, vi bisognano le parole; ma queste non si dicono ad istruire il popolo, bensì a fare il sacrificio. Ed anche le parole dell'oblazione non si dirigono al popolo, ma a Dio, che intende ogni linguaggio. Anche gli ebrei nelle pubbliche funzioni della loro religione sempre usarono la lingua ebraica, ancorché quella avesse lasciato poi di esser volgare presso di loro dopo la cattività di Babilonia. Di più questo è stato l'uso perpetuo, in oriente di celebrare in lingua greca o caldaica, ed in occidente in lingua latina; e ciò parimente si usò nel tempo in cui quelle lingue presso gli occidentali non erano più volgari.

51. Ciò fu necessario, parlando della lingua latina usata in occidente, affinché vi fosse la comunicazione tra le chiese; altrimenti un tedesco non potrebbe celebrare in Francia. Si aggiunge di più che


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spesso un linguaggio non può esprimere la forza delle espressioni dell'altro; onde se in diverse regioni dovesse dirsi la messa in diversi idiomi, riuscirebbe difficile il conservare l'identità de' sensi. Si aggiunge che ciò fu necessario ancora affinché fosse costantemente uniforme il rito della chiesa nel ministrare i sacramenti e così si evitassero gli scismi; altrimenti vi sarebbe stata una gran confusione nel trasportare ciascuna nazione il messale romano nel suo proprio idioma. Che perciò i vescovi della Francia di comun consenso supplicarono Alessandro VII. nel 1661 a sopprimere la traduzione fatta del messale romano in lingua francese dal dottor Voisin nel 1660. Ed in fatti nello stesso anno ai 12 di gennaio fu quella condannata dal papa.

52. Oppongono che nel concilio lateranese IV, nel 1215, al cap. 9, si concesse ad ogni nazione il celebrar l'officio in lingua volgare. Qui bisogna scioglier l'equivoco: il concilio ivi parlò solo di quei greci e latini che abitavano nelle stesse città; ed a questi soli fu fatta la permissione, anzi fu comandato che ciascuna nazione celebrasse nella sua lingua greca o latina.

53. Pietro Soave dice che i decreti intanto non diedero materia di parlare, in quanto erano espressi con sì oscuro stile che non si giungeva a capirli. Ma ciò primieramente è una mera calunnia; giacché i decreti sono così chiari che in leggerli, ognuno, di qualunque mediocre intendimento, li comprende. Dice poi che solamente la proibizione della messa in lingua volgare fu con qualche parola contraddetta da' protestanti. Ma se quelli dissero qualche parola, Soave, si scagliò fieramente su questo punto contra la chiesa e contra i pontefici, giungendo a dire ch'essi avean posto il cielo sotto la terra. E si affatica a dimostrare che tutte le lingue una volta furono volgari, affin di provare che prima solo in volgare fu celebrata la messa. Ma ciò non si nega da' cattolici, né il dire ciò fu dannato dal concilio. Nel can. 9. non si condannò se non chi dicesse: lingua tantum vulgari missam celebrari debere. E ciò molto giustamente fu detto, considerato l'antichissimo uso della chiesa di celebrare in greco ed in latino, anche dove questi linguaggi non si parlavano, e considerate anche le ragioni che vi erano: per primo perché (come si disse di sovra) spesso un linguaggio non può esprimere il senso dell'altro; onde se in diversi regni si volesse celebrare in diversi idiomi, sarebbe molto difficile conservare l'identità de' sensi e per conseguenza l'unità della chiesa, e quindi ne nascerebbero molte controversie e scandali. E per questa ragione anche le leggi civili non si trasportano, ma lasciansi nell'antico loro linguaggio. Inoltre se ciascuna regione dovesse celebrare nel suo proprio idioma, i sacerdoti, non potrebbero aver comunicazione in diverse provincie. Inoltre non conviene che i misteri di nostra fede si ascoltino tutto giorno dal volgo in favella comune, senza che da' sacri dicitori sieno quelli spiegati loro secondo la propria capacità.

54. Adduce poi il Soave falsamente la contraddizione di due lettere papali; la prima di Giovanni VIII,1 , (vedi nel Baronio all'anno 880) dove il papa concesse alla nazione degli slavi (da' quali discendono i boemi) il dir la messa e l'officio in lingua slava. Ma questa stessa concessione fa vedere che allora non era lecito celebrare in volgare senza special privilegio: il quale fu dato a quella nazione ad istanza di s. Metodio, che di fresco l'avea convertita; e perciò ancora condiscese il papa a dar loro tal privilegio, poiché ivi non eravi per allora sufficiente numero di sacerdoti atti a celebrare in sermone latino.

55. La seconda lettera è di s. Gregorio VII.2 , il quale scrisse parimente a quei popoli, ma dugento anni appresso, quando erasi già dilatata la religione ed anche la cognizione della lingua latina, che non potea consentir loro la celebrazione de' divini officj nel volgare slavo; e ne apportò questa ragione, cioè che Dio ha voluto che la scrittura in alcuni luoghi fosse oscura perché, se fosse aperta ad ognuno, forse soggiacerebbe al disprezzo, o pure, essendo mal intesa dai poco esperti, li trarrebbe in errore. Posto ciò, dove sta la contraddizione? Soggiunse poi s. Gregorio e disse che la permissione fatta altre volte non era bastevol fondamento a seguitarla; poiché la chiesa antica ha tollerate più cose le quali appresso sono state meglio esaminate e corrette. Ma qui con maggior furore scagliasi il Soave contra s. Gregorio, e grida: Dunque le buone istituzioni son pubblicate per corruttele e solo dall'antichità tollerate? e gli abusi introdotti appresso son canonizzati per correzioni perfette? Ecco com'egli caccia fuori il veleno che conservava contra la chiesa. Ma dove mai s. Gregorio quell'antica usanza la chiamò corruttela? È vero che la chiamò corretta, ma ciò non s'intende già del lecito e dell'illecito, ma


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del buono e del migliore; siccome spesso una legge del digesto si dice corretta nel codice, ed un canone delle decretali si dice corretto nel testo, senza tracciare la prima legge o canone per corruttela. E come mai può egli aver poi la temerità di chiamare abuso introdotto il non celebrare in volgare, dopo tante ragioni che se n'adducono?

56. Al detto capo 8 corrisponde il can. 9, ove fu condannato chi dicesse doversi condannare il rito di dire parte del canone con voce bassa, e che la messa debba dirsi solamente in lingua volgare, e che non doveasi mischiare l'acqua col vino nel calice che dovea offerirsi: Si quis dixerit ecclesiae romanae ritum quo submissa voce pars canonis et verba consecrationis proferuntur damnandum esse; aut lingua tantum volgari missam celebrari debere; aut aquam non miscendam esse vino in calice offerendo, eo quod sit contra Christi institutionem, anathema sit. In quanto al celebrarsi la messa in lingua volgare, già abbastanza se n'è parlato qui sopra in questo capo 8. In quanto poi all'acqua che si mischia nel calice, ne reca la ragione Alessandro I. nel can. In sacramentorum etc., de consecr., dist. 2, ove disse il pontefice: In sacramentorum oblationibus, quae inter missarum solemnia Domino offeruntur, passio Domini miscenda est ut eius, cuius corpus et sanguis conficitur, passio celebretur: ita ut, repulsis opinionibus superstitionum, panis tantum et vinum aqua permixtum in sacrificium offerantur. Non enim debet (ut a patribus accepimus, et ipsa ratio docet) in calice Domini aut vinum solum aut aqua sola offerri, sed utrumque permixtum, qui utrumque ex latere eius in passione sua profluxisse legitur.

57. In quanto finalmente al dirsi con voce sommessa parte del canone, e specialmente le parole della consecrazione, di ciò già si fece menzione nel capo 5, ove si disse che fra i riti della chiesa vi era questo: ut scilicet quaedam submissa voce, alia vero elatiore in missa pronuntiarentur. Vuole Kemnizio cogli altri avversarj che ciò sia contra l'istituzione di Cristo: ma il Tridentino c'insegna il contrario, secondo i documenti che n'abbiamo dell'antichità. Nella liturgia di s. Gio. Grisostomo in un luogo della messa si prescrive: Sacerdos oret secreto; e lo stesso dicesi nella liturgia di s. Basilio. E nella chiesa latina abbiamo l'epistola prima d'Innocenzo I., ov'egli scrivendo al vescovo eugubino, disse espressamente che la parte principale della messa è segreta. Né osta il dire con Kemnizio esser ciò contra l'istituzione di Gesù Cristo, che pronunziò a voce alta le parole della consecrazione: Hoc est corpus meum: hic est calix etc.; poiché allora ciò fu necessario per istruire gli apostoli del rito di consecrare. Il che anche al presente si pratica quando il vescovo ordina i sacerdoti; ma ciò poi non corre nelle messe che si celebrano per lo popolo. È vero che nella chiesa greca le parole della consecrazione si dicono a voce alta; ma ciò che importa? Non già diciamo noi esser ciò illecito, ma diciamo che né pure è illecito il dirle a voce bassa; onde dobbiamo in questo punto ubbidire alla chiesa, secondo che ella ha prescritto per i greci e per i latini. Oltreché nella chiesa greca per certe altre parole nella messa sta prescritto che si pronunzino a voce bassa. Il cardinal Bona1 , stima che nel secolo X. cominciò l'uso di proferire in segreto al canone. Altri non però dicono che non si prova con alcun antico documento che prima tutto si dicesse a voce alta. Del resto, ancorché solo dal secolo X. fosse principiato l'uso di dire segretamente il canone, dee bastarci il sapere che tutta la chiesa occidentale da otto secoli così ha praticato e che dal concilio di Trento questa dottrina e questo uso è stato approvato per retti fini.

58. Soggiungo qui altre notizie dell'antichità circa la celebrazione della messa e circa le oblazioni nelle chiese orientali. Prima le chiese de' greci consisteano in tre parti: vestibolo, navata e santuario. Al presente non però per la povertà si usa la sola nave, e il santuario, il quale è diviso da una gran balaustrata che ha tre parti; ivi non entrano che i soli vescovi, i sacerdoti, i diaconi. L'altare sta in mezzo isolato. Entrando a sinistra vi è un altarino che si chiama protesis, o vero proposizione, ove si prepara il pane e il vino per la messa. Alla destra poi vi è un altro altarino per gli abiti sacri ed altro che serve al sacrificio. Il diacono vestito prepara il pane nella patena, la quale è un bacino grande. Il pane è rotondo o quadrato o a forma di croce, e sempre di sovra vi è impressa la croce. Il sacerdote poi con un coltellino punge il pane più volte, e ad ogni incisione il diacono dice: Preghiamo Dio. Indi il sacerdote taglia un pezzo di crosta dicendo: perché la vita sua fu tolta dalla terra. E il diacono risponde: Sacrificate al Signore. Di poi


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il sacerdote depone l'ostia nel bacino, di nuovo incidendola e dicendo: Uno dei soldati aprì il suo lato, e subito uscì sangue ed acqua. Il diacono dice: Benedite il Signore, e mette il vino e l'acqua nel calice. Il sacerdote poi taglia molte particelle del pane, ed appresso incensa i doni ed anche il velo che deve coprirli.

59. Parliamo ora delle oblazioni. Dopo aver fatti uscire dalla chiesa i catecumeni ed i penitenti pubblici, che non poteano assistere alla messa dei fedeli, serrate le porte, mentre il coro cantava l'offertorio con altri versetti, il vescovo prenderà le oblazioni. Prima offerivano diverse cose, ma poi fu ordinato che in queste oblazioni non si ricevesse che il pane e il vino, porzione di cui si riponea per lo sacrificio e per coloro che comunicavano, e il resto si conservava; così il p. le Brun nel libro delle liturgie1 . E ciò durò sino al secolo IX. Prima il corporale si reclinava sopra l'oblata, e perciò chiamavasi pallium, donde è derivato poi il nome di palla a quel pezzo di lino, con cui ora si copre il calice, chiamato ancora animetta. I certosini conservano sinora l'uso antico di quei corporali grandi, co' quali coprono il calice.

60. Le parole della consacrazione sempre sono state dette in segreto. Di più scrive il p. Chalon nella sua storia dei sacramenti, che le parole della consacrazione non si scriveano nelle liturgie, ma si trasmetteano a voce tra' sacerdoti; e ciò durò dal tempo degli apostoli fino al IV. secolo, in cui si legge poi il canone fatto simile al nostro. L'eucologio dei greci per la messa in questo solo differisce dal canone nostro che ivi l'orazione- fiat corpus et sanguis D. N. Iesu Christi- si dice dopo le parole della consacrazione: Hoc est corpus meum; ma nel nostro canone si recita prima immediatamente dopo le parole: quam oblationem etc. Qui si noti quel che abbiamo già notato in altro luogo, cioè che se alcuni padri dissero farsi la transustanziazione per la preghiera del sacerdote, fiat corpus etc., intesero ciò dire perché le parole di Cristo- hoc est corpus meum- erano già comprese e registrate appresso unitamente colla suddetta preghiera, come si legge in tutte le liturgie. Di più si noti che il cardinale Bessarione, ritrovandosi nel 1438 al concilio di Firenze, spiegò che secondo la dottrina di s. Gio. Grisostomo ben essi teneano come noi, nel dirsi le parole- hoc est corpus meum- Colle altre- hic est calix etc.- farsi la transustanziazione della sostanza di pane e vino in quella del corpo e sangue di Gesù Cristo. Il rito de' cofti, abbracciato anche da altri orientali, circa la consacrazione è alquanto differente dal nostro; il sacerdote dice: lo benedisse; e il popolo risponde: amen: e lo diede a' suoi discepoli, dicendo: Questo è il corpo, ch'è infranto, e dato per la remissione de' peccati; e il popolo risponde: amen, noi crediamo che così sia.

61. Inoltre si avverta che s. Gregorio nel cap. 22 de reb. eccles., scrisse queste parole: Fuit mos apostolorum solummodo ad orationem dominicalem hostiam oblationis consecrare. Da ciò prese abbaglio Strabone di dire che gli apostoli celebrassero, come si fa nel venerdì santo, senza pronunziar le parole di Cristo: Hoc est corpus meum. Ma s. Gregorio non disse già che gli apostoli consacravano colla sola orazione domenicale, ma solummodo ad orationem dominicalem, cioè al tempo che diceasi il Pater noster, senza escluder le parole dette da Cristo. Scrivono il Grisostomo e Procolo suo successore che gli apostoli nella messa, oltre il Pater noster, aggiungeano altri inni e preghiere.




8 - L. 6. c. 4.

1 - Hebr. 7. 26.

2 - Matth. 26. 28.

3 - In 4. sent. dist. 12. q. 2. ad. 4.

4 - C. A nobis. de sent. excom.

5 - Hom. 6. in ep. ad Tim.

1 - L. 1. Esdrae c. 6.

2 - L. 2. Machab. c. 3.

3 - L. 1. de orig. ac. c. 9.

4 - L. 8. de civ. Dei c. 27.

5 - L. 2. ep. 54.

6 - C. 18.

7 - L. 6. c. 19.

8 - Hom. 3. in ep. ad Phil.

1 - L. 1. de offic. c. 15.

2 - De observ. eccl. c. 22.

3 - L. 4. instit. c. 17. §. 43.

4 - L. de capt. babil.

5 - Ad vigilant. t. 1. par. 2. n. 289.

6 - 3. p. q. 83. a. 5. ad 2.

7 - 1. Cor. 11.

8 - L. 6. c. 24.

9 - In vita b. Greg. l. 2. c. 37.

10 - Contra Pelagian. l. 1.

1 - Hom. 83.

2 - C. 14.

3 - L. 2. de offic. c. 28.

4 - In l. 2. ad uxor.

5 - L. 2. ep. 3.

6 - Ho. 27. in prior. ad Cor. et ep 3. ad Cyriac.

7 - Ep. 118 c. 6.

8 - 1. Cor. 11. 34.

1 - L. de miss. priv.

2 - Levit. 6. 7.

3 - Io. 13. 15.

4 - Ad Ephes. hom. 3.

5 - In c. 1. ad Tit.

6 - L. 9. conf. c. 12.

1 - L. 4. ep. 43.

2 - Ep. 33.

3 - L. 5. ep. 50.

4 - Ep. 81. ad Dioscor.

5 - Hebr. 9. 28.

6 - L. de form. missae.

7 - De missa c. 11.

1 - Ep. 247.

2 - L. 7. ep. 11.

1 - L. 2. c. 13. rerum liturg.

1 - T. 1. p. 286.




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