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S. Alfonso Maria de Liguori
Opera dogmatica...eretici pretesi riformati

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§. 1. Del celibato che si pratica nella chiesa in quanto agli ordinati negli ordini maggiori.

40. Lutero e tutti i novatori rimproverano la nostra chiesa in voler che gli ordinati negli ordini maggiori sieno obbligati al celibato. Dicono che il celibato è impossibile ad osservarsi da coloro che stanno sani, senza un miracolo; e perciò vogliono che il matrimonio è necessario a tutti, e che l'obbligo della continenza agli ecclesiastici è causa di mille disordini e scelleratezze. Ma, checché dicansi questi nuovi maestri di fede, è certo che


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il celibato è uno stato di maggior perfezione. Dimanda il calvinista Picenino: Come si prova che lo stato de' celibi sia più perfetto? Si prova primieramente con s. Paolo, il quale1 , a tutti coloro che son continenti consiglia di eleggere lo stato del celibato, com'egli l'avea eletto per sé: Volo enim omnes vos esse sicut meipsum. Dico autem non nuptis et viduis: bonum est illis, si sic permaneant, sicut et ego: quod si non se continent, nubant2 . Ed appresso replica: Solutus es ab uxore? noli quaerere uxorem. Indi al verso 38 siegue a dichiarare che lo stato coniugale è buono, ma il celibato è migliore: Igitur et qui matrimonio iungit virginem suam, bene facit; et qui non iungit, melius facit.

41. Si prova ancora colla ragione che tale stato è più perfetto del matrimoniale. Dice lo stesso apostolo che chi sta legato colla moglie non può far di meno di attendere alle cose del mondo e d'impiegarsi a piacere alla moglie, e perciò il suo cuore è diviso, tra il mondo e Dio; ma chi non ha moglie attende solo a piacere a Dio, e così il suo cuore non è diviso ma è tutto di Dio: Qui sine uxore est, sollicitus est quae Domini sunt, quomodo placeat Deo; qui autem cum uxore est, sollicitus est quae sunt mundi, quomodo placeat uxori, et divisus est3 . Finalmente conclude l'apostolo ch'egli non intende d'obbligare alcuno ad esser celibe, ma solamente il consiglia a coloro che desiderano di servire a Dio senza impedimento; avvertendo con ciò che i maritati hanno mille impedimenti in servire il Signore come vorrebbero.

42. Se dunque conviene il celibato ad ogni secolare che vuol essere tutto di Dio e vuol servirlo senza impedimento, quanto più conviene a' sacerdoti, che per obbligo del loro stato debbon essere tutti di Dio e tutti occupati nelle cose della sua divina gloria! I sacerdoti ed i leviti nell'antica legge, in quell'anno in cui doveano stare a servire nel tempio, doveano star separati dalle mogli; e per tal mancanza furono da Dio puniti i figli di Eli: or quanto più è giusto che i sacerdoti della nuova legge, i quali stanno addetti al sacrificio dell'agnello divino, stiano lontani dalle mogli! S. Paolo voleva che anche gli ammogliati per qualche tempo si astenessero dall'uso del matrimonio per attendere all'orazione: Nolite fraudare invicem, nisi forte ex consensu ad tempus, ut vacetis orationi4 . Or quanto più il sacerdote dee star disoccupato dalle cose del mondo, dovendo servire all'altare della divina maestà ed intendere al ben comune de' prossimi col predicare, confessare, assistere a' moribondi, le quali incumbenze richiedono un continuo studio e continua orazione, senza la quale difficilmente possono riuscire ben fatte? S. Francesco di Sales ebbe a convertire una vecchia eretica, la quale, dopo averlo importunato con mille dubbj e mille domande, un giorno andò a proporgli la maggior difficoltà che le era rimasta, ed era che non potea capire perché la chiesa avesse proibito il matrimonio agli ecclesiastici. Il santo le rispose: “Sorella mia, se io fossi stato maritato, col peso di moglie e figli, avrei potuto attendere a sentirvi tante volte ed a rispondere a tutti i vostri dubbj? certo che no.” E così la fe' capace, e quella si quietò. Quindi l'apostolo vuole che i vescovi, i sacerdoti ed anche i diaconi osservino la continenza; onde scrisse a Timoteo: Oportet ergo episcopum irreprehensibilem esse, unius uxoris virum, sobrium, prudentem, ornatum, pudicum etc5 . E parlando dei diaconi, disse lo stesso: Diaconos similiter pudicos etc.6 .

43. In quanto alla chiesa greca la pratica è stata che i vescovi dovessero assolutamente astenersi non solo dal contrarre matrimonio, ma anche dall'uso del matrimonio contratto: in quanto poi a' sacerdoti che prima de' sacri ordini si ritrovan maritati, è loro permesso l'uso del matrimonio dopo aver presi gli ordini. Ciò nella chiesa greca; ma nella latina sino a' nostri tempi non mai è stato permesso a' sacerdoti e a' diaconipure l'uso del matrimonio già contratto. Ecco quel che s. Clemente nel can. 27. apostolico scrisse: Innuptis qui ad clerum provecti sunt praecipimus ut solis lectoribus et cantoribus liceat, si voluerint, uxores ducere. Onde affatto è falso quel che asserisce Picenino, che s. Pietro e tutti gli apostoli ebbero e ritennero le mogli: poiché solo s. Pietro ebbe moglie, come si sa dalla suocera che si nomina nel vangelo, ma dopo l'apostolato la lasciò, come attesta Tertulliano: Petrum solum invenio maritum per socrum; caeteros, cum maritos non invenio, aut spadones intelligam necesse est aut continentes7 . S. Girolamo concede a Gioveniano (ex superfluo) che gli altri apostoli, ancorché avessero avute mogli, quando poi abbracciarono il vangelo e


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l'apostolato tutti le lasciarono: Petrus et ceteri apostoli, ut ei ex superfluo interim concedam, habuerunt quidem uxores, sed quas eo tempore acceperant quo evangelium nesciebant. Qui assumpti postea in apostolatum relinquunt officium coniugale. E questa attesta s. Girolamo essere stata la perpetua pratica della chiesa latina, che così gli apostoli come i vescovi, i sacerdoti e i diaconi o sono stati eletti vergini o pure han dovuto usar continenza dopo la loro elezione: Apostoli vel virgines fuerunt vel post nuptias continentes; episcopi, presbyteri, diaconi aut virgines eliguntur aut vidui aut certe post sacerdotium in aeternum pudici1 . Di più abbiamo che tal continenza fu ordinata anche dal concilio cartaginese II. nel can. 2, ove si disse: Omnibus placet ut episcopi, presbyteri, diaconi vel qui sacramenta contrectant, pudicitiae custodes, etiam ab uxoribus se abstineant. Et praemittitur ut quod apostoli docuerunt et ipsa servavit antiquitas, nos quoque custodiamus. Lo stesso non oscuramente fu stabilito dal concilio niceno I., can. 13, ove si disse che gli ecclesiastici non ammettessero donne nelle loro case, praeter matrem, sororem, amitam; dunque erano escluse le mogli. Lo stesso si stabilì ne' concilj di Aquisgrana, di Magonza e di Vormazia: onde mentiscono i centuriatori, che scrivono essersi introdotto in Germania il celibato poco prima dell'anno 400., ma con grande resistenza del clero, in cui molti sacerdoti petulanti poi disubbidirono.

44. Del resto il celibato degli ecclesiastici si ritrova confermato anche da Siricio papa2 , da Innocenzo I.3 e da s. Leone4 , come anche da' concilj torinese, cartaginese, turonese, toletano ed altri molti presso il cardinal Gotti nel suo libro La vera chiesa etc.5 , ne' quali si ordinò la continenza de' vescovi, sacerdoti e diaconi, poiché il suddiaconato solo nel secolo XII. fu dichiarato ordine sacro ed impedimento dirimente per lo matrimonio dal concilio lateranese I. nell'anno 1123., can. 7. Dice il Picenino che Polidoro Virgilio6 scrive che l'uso delle mogli de' sacerdoti si praticò sino a tempo di Gregorio VII. Ma ivi Polidoro non parla che de' soli sacerdoti della sinagoga; né Gregorio su ciò fece alcuna legge nuova, ma solo attese a fare osservare l'antica, siccome attesta Lamberto ne' suoi annali, ove, parlando del predetto pontefice, scrive: Hildebrandus decreverat ut, secundum instituta antiquorum canonum, presbyteri uxores non habeant. Il celibato negli ecclesiastici prima fu di consiglio, ma poi fu di precetto.

45. Il Picenino asserisce francamente che molti vescovi antichi aveano e si servivano delle mogli; e poi di tutti questi molti non ne cita che soli due, Gregorio nazianzeno e Demetriano. Pretende il Picenino che Gregorio il giovane fosse stato generato da Gregorio il vecchio in tempo del suo vescovado. Ma il card. Gotti7 con bastanti documenti prova che s. Gregorio il figlio non poteva essere stato generato dopo il vescovado dal padre, ed all'incontro il Picenino non provava come avrebbe dovuto, che il vecchio s. Gregorio dopo il vescovado avesse generato; come neppure lo provava per Demetriano. Tanto più che non si dubita che in que' tempi se si eleggeva qualche vescovo ammogliato, non altrimenti eleggeasi che colla condizione di separarsi dalla moglie dopo l'assunzione al vescovado; così ce ne assicura s. Girolamo, il quale, scrivendo contra Vigilanzio, dice: Orientis ecclesiae Aegypti aut sedis apostolicae aut virgines clericos accipiunt aut continentes. È vero che la chiesa con suo dolore ha veduto in Inghilterra a tempo della regina Lisabetta molti vescovi che teneano e prendeano mogli in tempo del vescovado; ma, come scrive il Sandero8 in quei tempi non si trovava uomo onesto che avesse data la figlia ad un vescovo, stimando tali nozze più presto un concubinato che un matrimonio. La stessa Lisabetta, contuttoché favoriva i matrimoni de' suoi vescovi, non volea però che tali mogli abitassero nella sua corte.

46. Ma veniamo alle opposizioni dei contrarj. Oppongono per I. il testo della Genesi, 1, 22: Crescite et multiplicamini. Dunque a tutti è comandato il matrimonio. Si risponde che questo non fu precetto, ma fu benedizione per la propagazione del genere umano ed anche degli animali; mentre anche agli animali una simile benedizione fu data. E se mai per gli uomini fu precetto, fu precetto solamente per quel tempo nel quale stava in principio la generazione umana: ma dopo tal principio questo precetto non ha obbligato ciascun uomo in particolare, ma il genere umano in comune; altrimenti Elia, Geremia, il Battista e tanti altri, che


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ricusarono il matrimonio, avrebbero peccato; il che niuno avrà animo di dire.

47. Si oppone per 2. Ma i patriarchi, uomini così santi, ed i sacerdoti dell'antica legge tutti si congiungeano in matrimonio. Se valesse un tale argomento, potrebbero i nostri sacerdoti anche avere più mogli, poiché quei patriarchi e sacerdoti antichi lecitamente aveano più mogli, siccome argomentava l'empio Bernardino Ochino; ma quando volle propagar quest'errore in Ginevra, fu da' ginevrini discacciato a titolo di bestemmiatore. Iddio elesse Abramo, Isacco, Giacobbe e gli altri discendenti di Abramo a propagar quella generazione dalla quale dovea prender carne umana il Verbo divino, come Dio disse ad Abramo: In semine tuo benedicentur omnes gentes1 . Gesù Cristo all'incontro elesse gli apostoli non per propagare la generazione, ma la fede in tutte le genti colla predicazione. Euntes... docete omnes gentes2 . Perciò solamente a' patriarchi, ma non agli apostoli, furono necessarie le mogli. Così anche, parlando de' sacerdoti antichi, il Signore concesse le mogli di Aronne ed a' leviti, volendo che il sacerdozio nella sola tribù di Levi fosse ristretto; onde, acciocché non mancasse quel sacerdozio antico, fu necessario che i sacerdoti avessero le mogli: ma il sacerdozio della nuova legge non è ristretto ad una sola prosapia o ad un solo popolo, né in questa nuova legge la discendenza il sacerdozio, ma lo la vocazione divina.

48. Si oppone per 3. quel che scrisse s. Paolo a Timoteo de' vescovi e de' diaconi: Oportet... episcopum... esse unius uxoris virum3 . Diaconi sint unius uxoris viri4 . Ma questi due testi dell'apostolo non importano già obbligo a' vescovi ed a' diaconi che sieno mariti d'una moglie, ma solamente che non si elegga alcun vescovo o diacono che abbia avute più mogli e fosse bigamo. Ecco come lo spiega s. Giovan Grisostomo5 : Quando s. Paolo vuole che il vescovo sia marito d'una sola moglie non già ordina che il vescovo debba aver moglie: Non hoc veluti sanciens dicit, quasi non liceat absque uxore episcopum fieri; altrimenti tanti vescovi antichi e santi, che sempre furono continenti, o non avrebbero peccato in non averlo ubbidito. La stessa esposizione fece s. Girolamo contra Gioviniano che opponea questo medesimo testo di s. Paolo; ed osserva il santo che non disse: Eligatur episcopus qui unam ducat uxorem et filios faciat; sed qui unam habuerit uxorem... unius uxoris virum; qui unam uxorem habuerit; non habeat6 . Nota: non habeat; e lo stesso avverte s. Gio. Grisostomo7 , cioè che quei vescovi o diaconi ancorché avessero avuta una sola moglie, ciascuno però dovea da quella separarsi dopo la sua ordinazione.

49. Si oppone per 4. un altro testo di s. Paolo, ove si dice: Doctrinam daemoniorum... prohibentium nubere8 . Ma ciò s'intende per coloro che vogliono obbligare per forza i secolari ad osservare il celibato; onde ciò non può intendersi per coloro che spontaneamente han voluto prender l'ordine ecclesiastico. Ma dice il Picenino: se l'apostolo dice che il matrimonio è onorevole in tutti: Honorabile connubium in omnibus9 , perché poi è disonorevole nel vescovo o nel sacerdote e diacono? Si risponde che, dovendo il vescovo, il sacerdote o il diacono essere tutto col pensiero e col cuore occupato nelle cose di Dio e della chiesa delle quali sono ministri consacrati, loro sarebbe disconvenevole il matrimonio per le distrazioni che seco portano l'amore alla moglie, la cura de' figliuoli e il mantenimento della famiglia; e perciò saggiamente la chiesa a' suoi ecclesiastici che volontariamente han voluto eleggersi un tale stato, proibisce il matrimonio.

50. Si oppone per 5, un altro testo di s. Paolo10 dove scrisse: Numquid non habemus potestatem mulierem sororem circumducendi, sicut et caeteri apostoli et fratres Domini et Cephas? Ecco, dicono, che a Pietro ed agli altri apostoli era già permesso menar seco le mogli. Ma l'apostolo non dice: mulierem coniugem vel uxorem, ma mulierem sororem: queste donne sorelle erano quelle donne pie che andavano cogli apostoli per preparar loro il vitto, come si deduce dal versetto antecedente: Numquid non habemus potestatem manducandi et bibendi? Così spiegano il detto testo il Grisostomo, Teodoreto, Teofilatto e s. Agostino11 con Tertulliano, che prima di tutti lo scrisse12 : Non uxores demonstrat ab apostolis circumductas... sed simpliciter mulieres, qui illis, eodem instituto quo et Dominum comitantes, ministrabant. Lo stesso scrisse Clemente alessandrino13 : Non ut


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uxores sed ut sorores circumducebant mulieres. Lo stesso scrisse s. Girolamo: Perspicuum est non uxores intelligi, sed eas quae de sua substantia ministrabant1 . Ed a Gioviniano, che gli opponea questo testo di s. Paolo, risponde: Et ostendit eas germanas in spiritu fuisse, non coniuges2 . Oppone su di ciò il Picenino il can. Omnino dist. 31, ove Leone IX disse: Non licere episcopo, presbytero, diacono, subdiacono propriam uxorem causa religionis abiicere a cura sua. Ma non avverte che queste parole niente giovano al suo intento, mentre il pontefice immediatamente soggiunge: Scilicet ut ei victum et vestitum largiatur, non ut cum illa, ex more, carnaliter iaceat: ed indi conchiude il pontefice, parlando del testo citato di s. Paolo: Vide inspiciens quia non dixit: Numquid non habemus potestatem sororem mulierem amplectendi, sed circumducendi? scilicet ut de mercede praedicationis sustentarentur ab eis, nec tamen foret deinceps inter eos carnale coniugium.

51. Si oppone per 6 che nel can. 3 del niceno I si fosse detto che niuno avesse dovuto separarsi dalla sua moglie, lasciandosi la libertà a Pannuzio di ammogliarsi, e vietandosi solo nel canone l'abuso di femmine straniere: Nolite et episcopo, presbytero, diacono subintroductam habere mulierem... Ma il cardinal Gott §. 4, p. 222, n. 10, rapporta Socrate e Sozomeno, i quali scrivono che i padri del niceno permisero a' vescovi, sacerdoti e diaconi servirsi delle mogli già prese (come si permette ne' greci) ma non giù di prenderle dopo l'ordine, come vogliono i contrarj, dall'esempio di Pannuzio. Del resto, il cardinal Baronio per sospetta l'istoria di Pannuzio; e con ragione, poiché nel predetto can. 3. del niceno niente si trova determinato a favore delle mogli de' vescovi; fu bensì ivi proibito agli ecclesiastici di tenere in casa altre donne, fuorché la madre, la sorella e la zia: Interdixit per omnia magna synodus non episcopo, non presbytero, non diacono, nec alicui omnino qui in clero est licere subintroductam habere mulierem, nisi forte aut matrem aut sororem aut amitam vel eas tantum personas quae suspicionem effugiunt.




1 - 1. Cor. 7. 7.

2 - Ib. v. 8. et 9.

3 - Ib. vers. 32. et 33.

4 - 1. Cor. 7. 5.

5 - 1. ad Tim. 3. 2.

6 - Ib. v. 8.

7 - Tert. Monogam. c. 8.

1 - Ap. pro libris contra Iovin. ad Pammach.

2 - Ep. ad Himer. tarracon.

3 - Ep. 1. ad Victric.

4 - Ep. ad Anast.

5 - T. 2. a. 5. §. 4. n. 14.

6 - L. 5. de rer. invent. c. 4.

7 - T. 3. de vera ecclesia etc. a. 5. §. 3. p. 220.

8 - L. 3. de schism. anglic. p. 403. et 404.

1 - Gen. 22. 18.

2 - Matth. 28. 19.

3 - 1. Tim. 3. 2.

4 - Ib. v. 12.

5 - Hom. 10. 1. ad Tim.

6 - L. 1. adv. Iovinian. in c. 3.

7 - In 1. Tim. 3. et in c. 1. ad Tit.

8 - 1. Tim. 1. 1. et 3.

9 - Hebr. 13. 4.

10 - 1. Cor. 9. 5.

11 - De op. monach. c. 4. e 5.

12 - De monogamia c. 8.

13 - L. 3. Stromat.

1 - L. 1. contra Iovinian.

2 - Ibid.




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