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S. Alfonso Maria de Liguori
Opera dogmatica...eretici pretesi riformati

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§. 2. Dell'invocazione de' santi.

11. Vigilanzio e poi Wicleffo dissero che l'invocazione de' santi era cosa vana ed inutile, ma il concilio di Trento nel riferito decreto ordina a' vescovi che insegnino l'opposto, cioè: Sanctos, una cum Christo regnantes, orationes suas pro hominibus Deo offerre; bonum atque utile esse eos suppliciter invocare. Se è cosa utile lo scambievolmente raccomandarsi i fedeli viventi alle orazioni degli altri, tanto più ne gioverà l'invocare i santi affinché ci aiutino colle loro molto più potenti preghiere. S. Paolo si raccomandava alle orazioni de' suoi discepoli: Orationi instate... orantes simul et pro nobis1 . Ed in altro luogo scrisse a' romani: Obsecro... vos, fratres... ut adiuvetis me in orationibus vestris pro me ad Deum2 . Dio stesso esortò gli amici di Giobbe a ricorrere alle di lui orazioni, per le quali promise loro di usar misericordia: Ite ad servum meum Iob... Iob autem servus meus orabit pro vobis; faciem eius suspiciam, ut non vobis imputetur stultitia3 . Or se le orazioni de' vivi, dice s. Girolamo, vagliono ad impetrarci le divine grazie, avranno elle poi minor forza, dopo che quelli son passati a regnare con Cristo? Moyses sexcentis millibus impetrat a Deo veniam, et Stephanus pro peccatoribus veniam deprecatur: postquam cum Christo esse coeperint minus valebunt4 ? Dice Lomero luterano che noi invochiamo i santi non solo come intercessori, ma anche come aiutatori. Ma ciò che osta? i santi ci aiutano non per propria virtù, ma colla loro intercessione, per mezzo di cui noi riceviamo le divine grazie.

12. Si legge in Geremia: Si steterint Moyses et Samuel coram me, non est anima mea ad populum istum5 . Se Mosè e Samuele pregarono per lo popolo e il Signore li esaudì; come dunque dicono gli eretici che dalla scrittura non si ha documento che i santi già morti preghino per li vivi? Giuda Maccabeo in una certa visione vide il pontefice Onia e il profeta Geremia già defunti che pregavano per lo popolo de' giudei, come si ha nel lib. 2. Machab. A ciò non ha saputo Calvino risponder altro se non che questo libro de' Maccabei non è canonico. Dicono gli eretici che gli angeli e i santi pregano per noi, ma solamente in generale. Ma consta il contrario in Tobia al capo 12, in Daniele al capo 10, in s. Matteo al capo 18 e nell'apocalisse al capo 8, ove si legge che gli angeli ed i santi han pregato per gli altri anche in particolare.

13. Che poi l'invocazione de' santi sia stata approvata colla tradizione, si prova colle autorità de' santi padri. S. Ambrogio6 , dice: Ut efficax mea sit deprecatio, b. Mariae virginis suffragia peto, quam tanti meriti esse fecisti etc.; apostolorum intercessionem imploro etc. S. Gio. Grisostomo nella sua liturgia spesso invoca le preghiere della b. Vergine e degli altri santi. S. Agostino nelle sue meditazioni cap. 40 così prega: Sancta et immaculata virgo Dei genitrix Maria, intervenire pro me digneris. S. Michael, s. Gabriel, ss. chori angelorum atque patriarcharum, apostolorum, martyrum, confessorum etc., per illum qui vos elegit, vos rogare praesumo ut pro me supplicare dignemini etc. E lo stesso si legge di s. Atanasio, s. Cipriano, s. Ilario, s. Basilio, s. Epifanio e di altri padri. Di più i padri del concilio calcedonese7 , diceano: Flavianus post mortem vivit; martyr pro nobis oret. Lo stesso di poi espressero i padri del VI sinodo: Christianus, solo Deo creatore suo adorato, invocet sanctos, ut pro se intercedere apud M. D. dignentur. Di più nell'antifonario gregoriano8 , si legge: Sancta Dei genitrix virgo Maria, ora pro nobis; precibus quoque apostolorum, martyrum etc. suppliciter petimus. Di più scrive Incmaro che s. Remigio, quando battezzò Clodoveo, recitò le litanie de' santi. Il Picenino non approva le litanie nostre, inni ed orazioni, dicendo ch'elle dirigonsi a' santi senza nominar Gesù Cristo; ma travede, perché tutte le nostre litanie, inni ed orazioni che si dicono in onore di qualche santo o cominciano da Dio o terminano con dar gloria alla ss. Trinità. fastidio ancora al Picenino che noi tante volte replichiamo l'Ave, Maria, volendo farla da angeli, annunziando alla b. Vergine l'incarnazione già fatta. Ma noi non pretendiamo di farla da angeli né di annunziarle l'incarnazione,


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ma solo di replicarle questo saluto a lei così caro per impetrare la sua potentissima intercessione; sapendo che tutte le lodi che diamo alla Madre si rifondono al Figlio, il quale gode che spesso la invochiamo, per concedere a noi i benefizj in grazia di lei.

14. S. Agostino1 , parlando di s. Felice, scrive: Non solum beneficiorum effectibus, verum etiam ipsis hominum aspectibus confessorem apparuisse Felicem, cum a barbaris Nola oppugnaretur, audivimus non incertis rumoribus, sed testibus certis. Ed altri simili esempi di santi che, invocati da' loro divoti, sono loro apparsi e lor hanno ottenute le grazie che chiedeano, si riferiscono da s. Gregorio nisseno nella vita di s. Gregorio neocesariense, da Teodoreto2 , da Evodio, da Luciano e da s. Ambrogio, scrivendo de' ss. Gervasio e Protasio.

15. Replica il Picenino: ma voi, cattolici, indrizzate le vostre preghiere, non a Dio, ma a' santi, e gl'invocate, come a loro arbitrio stesse il donare le grazie e la salute eterna. Ma noi ben sappiamo che Iddio solo è il donatore delle grazie, ed a' santi ricorriamo solo come intercessori, che principalmente per li meriti di Gesù Cristo ci ottengono quelle grazie: onde i santi sono nostri mediatori presso il principale mediatore Gesù Cristo, il quale per li suoi meriti infiniti ci ottiene quanto di bene riceviamo: quindi la chiesa prega Iddio, non per lo santo, ma per Cristo: Concede nobis, Deus, intercessione S. N. hoc beneficium per Christum Dominum nostrum. E quando prega per li meriti de' santi, intende ciò dire in quanto i santi, per l'amicizia che godono di Dio, sono più potenti ad impetrarci le grazie. E quando dice: Sanate mentes languidas, augete nos virtutibus, come si legge nell'inno degli apostoli, non s'intende che i santi son quelli che possono sanarci dalla tepidezza ed accrescerci le virtù, ma solamente ch'essi colle loro preghiere possono ottenerci queste grazie. S. Paolo parlando di sé3 , disse: Et salvos facerem aliquos ex illis. E I Cor. 9, 33, parimente scrisse: Ut omnes facerem salvos. Come salvarli? Aiutandoli colle prediche e colle preghiere.

16. Che sia utile d'invocare i santi, è dogma di fede, come abbiam veduto; ma s. Tomaso l'angelico propone il quesito se noi non solamente possiamo, ma se siam tenuti di ricorrere all'intercessione de' santi, come necessaria alla nostra salute: Utrum debeamus sanctos orare ad interpellandum pro nobis. E risponde così: Ordo est divinitus institutus in rebus, secundum Dionysium, ut per media ultima reducantur in Deum. Unde, cum sancti qui sunt in patria sint Deo propinquissimi, hoc divinae legis ordo requirit ut nos qui, manentes in corpore, peregrinamur a Domino, in eum per sanctos medios reducamur; quod quidem contingit dum per eos divina bonitas suum effectum diffundit. E soggiunge: Et quia reditus noster in Deum respondere debet processui bonitatum ipsius ad nos, sicut, mediantibus sanctorum suffragiis, Dei beneficia in nos deveniunt, ita oportet nos in Deum reduci, ut iterato beneficia eius sumamus mediantibus sanctis4 . Si notino queste parole: Sicut mediantibus sanctorum suffragiis Dei beneficia in nos deveniunt, ita oportet nos in Deum reduci, ut iterato beneficia eius sumamus mediantibus sanctis. Sicché, giusta il s. dottore, l'ordine della divina legge richiede che noi mortali, per mezzo de' santi, ci riduciamo in Dio e ci salviamo, con ricever per loro mezzo gli aiuti necessarj alla salute. Ed all'opposizione che si fa l'angelico (ad primum), cioè che pare superfluo ricorrere a' santi, mentre Iddio è infinitamente più di loro misericordioso e propenso ad esaudirci, risponde che il Signore ciò dispone non già per difetto di potenza, ma per conservare l'ordine retto ed universalmente stabilito di operare per mezzo delle cause seconde: Non est propter defectum misericordiae ipsius, sed ut ordo praedictus conservetur in rebus.

17. E secondo l'autorità di s. Tomaso, scrive il p. Collet continuatore di Tournely5 , che sebbene Dio solo dee pregarsi come autor delle grazie, nondimeno noi siam tenuti di ricorrere anche all'intercessione de' santi per osservare l'ordine che circa la nostra salute il Signore ha stabilito, cioè che gl'inferiori si salvino implorando l'aiuto dei superiori: Quia lege naturali tenentur eum ordinem observare quem Deus instituit; at constituit Deus ut ad salutem inferiores perveniant, implorato superiorum subsidio.

18. E se ciò corre parlando de' santi, maggiormente dee valere parlando dell'intercessione della divina madre, le cui preghiere appresso Dio vagliono certamente più che quelle di tutti i santi: mentre disse s. Tomaso6 , che i santi, a proporzione del loro merito, possono salvare


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anche molti altri; ma Gesù Cristo e così anche la sua madre si han meritato una tanta grazia che possono salvare tutti gli uomini: Magnum est enim in quolibet sancto, quando habet tantum de gratia quod sufficeret ad salutem multorum; sed quando haberet tantum quod sufficeret ad salutem omnium, hoc esset maximum; et hoc est in Christi et in b. Virgine. E s. Bernardo1 parlando di Maria, scrisse: Per te accessum habemus ad filium, inventrix gratiae, mater salutis, ut per te nos suscipiat qui per te datus est nobis; spiegando con ciò che siccome noi non abbiamo l'accesso al padre, se non per mezzo del figlio, ch'è il mediatore di giustizia, così noi abbiamo l'accesso al figlio per mezzo della sua madre, ch'è mediatrice di grazia, ed ella colla sua intercessione ci ottiene i beni che Gesù Cristo ci ha meritati. Ed in conseguenza di ciò lo stesso s. Bernardo2 , dice che Maria ha ricevute da Dio due pienezze di grazia: la prima pienezza è stata l'incarnazione del Verbo eterno fatt'uomo nelle sue viscere, la seconda è stata l'incarnazione del Verbo eterno fatt'uomo nelle sue viscere, la seconda è stata la pienezza delle grazie che noi riceviamo da Dio per mezzo dell'intercessione di essa divina madre. Quindi soggiunge il santo: Totius boni plenitudinem (Deus) posuit in Maria, ut proinde si quid spei nobis est, si quid gratiae, si quid salutis, ab ea noverimus redundare, quae ascendit deliciis affluens, hortus deliciarum, ut undique fluant et effluant aromata eius, charismata scilicet gratiarum. Sicché quanto noi abbiamo di bene dal Signore, tutto lo riceviamo per mezzo dell'intercessione di Maria. E perché mai ciò avviene? risponde lo stesso s. Bernardo: perché Dio così vuole: Sic est voluntas eius, qui totum nos habere voluit per Mariam. Ma la ragione più speciale si ricava da ciò che dice s. Agostino: il quale scrisse che Maria giustamente si dice nostra madre, perché ella colla sua carità ha cooperato che nascessimo alla vita della grazia noi fedeli, che siamo membri del nostro capo Gesù Cristo: Sed plane mater membrorum eius (quae nos sumus), quia cooperata est charitate ut fideles in ecclesia nascerentur, qui illius capitis membra sunt3 . Ond'è che siccome Maria ha cooperato colla sua carità alla nascita spirituale dei fedeli, così anche vuole Dio ch'ella cooperi colla sua intercessione a far loro conseguire la vita della grazia in questo mondo, e la vita della gloria nell'altro. E perciò la s. chiesa ce la fa salutare e chiamare con questi termini, la vita, la dolcezza e la speranza nostra: Vita, dulcedo et spes nostra, salve. Quindi s. Bernardo4 , parlando di sé, dicea: Filioli, haec peccatorum scala, haec maxima mea fiducia, haec tota ratio spei meae. La chiama scala; perché siccome nella scala non si sale al terzo gradino se prima non si mette il piede al secondo; né si giunge al secondo se non si mette piede al primo, così non si giunge a Dio che per mezzo di Gesù Cristo, e non si giunge a Gesù Cristo che per mezzo di Maria. La chiama poi la massima sua fiducia e tutta la ragione di sua speranza; perché Dio (come suppone) tutte le grazie che a noi dispensa vuol che passino per mano di Maria. E finalmente conclude dicendo: Quaeramus gratiam, et per Mariam quaeramus, quia quod quaerit invenit et frustrari non potest.

19. Si oppone dagli eretici per 1. che i santi in cielo non conoscono le nostre preghiere. Dice Calvino: Non hanno essi orecchie così lunghe che possano ascoltarci. Ma dalle scritture apparisce il contrario; l'angelo s. Rafaele disse a Tobia: Quando orabas cum lacrymis... ego obtuli orationem tuam Domino5 . Di più nell'apocalisse6 , si legge che i ventiquattro seniori teneano singuli citharas et phialas aureas plenas odoramentorum, quae sunt orationes sanctorum. Aveano i vasi d'oro pieni di odoramenti; questi odoramenti sono le nostre preghiere, che s'innalzano come s'innalza il fumo dell'incenso, secondo dice Davide7 . Dirigatur oratio mea sicut incensum in conspectu tuo. Ma replicano che solo Iddio conosce i nostri pensieri e preghiere: Tu nosti solus cor nostrum8 . Rispondiamo che Dio solo conosce i nostri desiderj per sua natura: ma i santi li conoscono per comunicazione. Altri poi vogliono che i santi conoscano le preghiere che loro facciamo per rivelazione che gliene fa il Signore: ma s. Gregorio tiene che i santi intendono le nostre orazioni in Dio medesimo, che vedono alla scoperta: Quia quae intus omnipotentis dei claritatem vident, nullo modo credendum est quod sit forte aliquid quod ignorent. Quid est quod ibi nesciant, ubi scientem omnia sciunt9 ? S. Agostino nondimeno dice che i santi più presto conoscono le nostre preghiere per ministero


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degli angeli: Deus omnipotens, qui est ubique praesens, nec concretus nobis, exaudiens martyrum preces per angelica ministeria usquequaque diffusa, praebet hominibus ista solatia, quibus in huius vitae miseria iudicat esse praebenda et suorum merita martyrum, ubi vult, quando vult, quomodo vult, maximeque per eorum memorias, quoniam hoc novit expedire nobis ad aedificandam fidem Christi, pro cuius illi confessione sunt passi, mirabili atque ineffabili potestate ac bonitate commendat1 .

20. Si oppone per 2. da Calvino2 , che nel concilio cartaginese III.3 , si proibisce nell'altare di dirigere le orazioni ad altri che all'eterno padre; e lo conferma s. Agostino4 , il quale dice che i santi non s'invocano dal sacerdote che sacrifica. Si risponde che nel citato concilio non si fa parola dell'invocazione dei santi, ma solo dicesi che il sacerdote diriga il sacrificio non alla persona del Figliuolo o dello Spirito santo, ma a quella del padre, come si pratica al presente; quando si sacrifica, sempre si sacrifica a tutta la Trinità. Che poi nel sacrificio s'invochi solo Dio, a cui il sacrificio si offerisce; ciò non impedisce che s'invochino i santi, affinché preghino per noi, come scrivono s. Agostino5 e s. Cirillo catech. E lo stesso si fa chiaro dalle liturgie di s. Gio. Grisostomo e di altri antichi, dove si vedono invocati i santi.

21. Si oppone per 3. dagli eretici che il Signore è prontissimo ad esaudirci: Petite et accipietis; quaerite et invenietis. Dunque, dicono, a che servono le intercessioni de' santi, se non per diminuire la nostra confidenza di Dio? E lo confermano con s. Gio. Grisostomo6 , il quale dice: Certum non opus tibi patronis apud Deum... sed licet solus sit, omnino tamen voti compos eris. Si risponde che benché Dio è pronto ad esaudirci e non ha bisogno dei santi per consolarci, nondimeno egli è più pronto ad esaudir le preghiere de' santi che le nostre, a riguardo de' loro meriti maggiori; onde il Signore disse agli amici di Giobbe: Et ite ad servum meum Iob... Iob autem servus meus orabit pro vobis etc.7 . S. Gio. Grisostomo poi nel luogo citato riprende quei ricchi che fanno limosine a' poveri, acciocché preghino per essi; a questi esorta il santo esser loro più utile che preghino per se stessi che non per mezzo dei poveri.

22. Si oppone per 4. che Gesù Cristo disse che noi dobbiamo dirigere le nostre orazioni al solo eterno padre: Sic... orabitis: Pater noster, qui es in coelis etc.8 . Questo argomento prova troppo, onde non prova niente; poiché se provasse, proverebbe che noi non possiamo invocare nelle nostre precipure il Figlio di Dio, né lo Spirito santo: ma ciò non lo dicono neppure gli stessi magdeburghesi; che ci fanno l'opposizione9 .

23. Oppongono per 5. che non vi è alcun precetto di raccomandarsi a' santi, né vi è alcuna promessa, ricorrendo ad essi, di esser esauditi da Dio. Rispondiamo che se non vi è precetto, non vi è però proibizione di ricorrere a' santi: come lo proibiscono gli eretici; e quantunque non vi sia positiva promessa di esser esauditi, abbiamo nondimeno che Dio stesso talvolta ha esortati gli uomini di ricorrere all'intercessione de' suoi servi; onde disse, come di sopra abbiamo veduto, agli amici di Giobbe: Ite ad servum meum Iob... Iob autem servus meus orabit pro vobis, et ego suscipiam faciem eius10 .

24. Si oppone per 6. I santi in cielo niente possono più meritare e per conseguenza non possono impetrare alcuna grazia né per sé né per gli altri. È vero che non possono più meritare, perché sono fuor di via; ma per i loro meriti precedenti ben possono ottenerci le grazie che per loro mezzo noi domandiamo a Dio. Né osta il dire che il Signore già appieno li ha rimunerati a riguardo de' loro meriti acquistati in terra; perché tra le rimunerazioni che Iddio loro dispensa ancora vi è questa, d'impetrare a' divoti le grazie che dimandano per mezzo della loro intercessione.

25. Si oppone per 7. che l'invocare i santi è ingiuria che si fa a Dio. Scrive l'apostolo11 : Quomodo ergo invocabunt in quem non crediderunt? Quegli solo dunque in cui crediamo dee essere invocato. Noi non crediamo che solamente in Dio: dunque, dicono, o solo Dio dobbiamo invocare, o pensare che i santi siano Dei. Ma si risponde che siccome non si fa ingiuria a' monarchi allorché si cercano intercessori presso di loro, così non si fa ingiuria a Dio interponendo i santi; anzi si fa loro onore, come intercessori appresso di lui; altrimenti s. Paolo anche avrebbe fatta ingiuria a Dio, raccomandandosi ai suoi stessi discepoli, come più volte si


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legge nelle sue epistole. Nel passo poi opposto di sovra non altro intende di dire l'apostolo se non che non può invocare Iddio colui che non lo crede.

26. Oppongono per 8. Ma s. Paolo dice: Unus est mediator Dei et hominum, homo Christus Iesus1 . Sicché prendendo noi i santi per nostri mediatori, almeno facciamo ingiuria a Cristo, ch'è l'unico nostro mediatore. Si risponde che noi non intendiamo d'invocare i santi acciocché in vece di Cristo intercedano per noi appresso Dio o pure affinché essi aiutino Cristo a poterci ottenere le grazie, ma solo come mediatori presso Gesù Cristo, il quale è il principale e l'unico nostro mediatore che per li suoi meriti infiniti ci procura le grazie da Dio. Invochiamo per tanto i santi come intercessori appresso Cristo o presso Dio, affinché più facilmente così possiamo essere esauditi da Dio per li meriti del Salvatore. In due modi uno può esser mediatore di un altro: primo, pagando il debito che colui dovea soddisfare; secondo, pregando il creditore di rimettere al debitore la soddisfazione dovuta. Gesù Cristo è nostro mediatore nel primo modo, avendo egli col suo patire pagati i nostri debiti; ed in questo modo dice l'apostolo che Cristo è il nostro unico mediatore, come si legge dalle parole che ivi sieguono: Qui dedit semetipsum redemptionem pro nobis. Nel secondo modo poi anche i santi possono essere nostri mediatori, ma mediatori meramente di grazia, a differenza di Cristo, ch'è mediator di giustizia; mentre il padre, secondo il patto fatto col Figliuolo, è tenuto ad esaudirlo in tutto ciò che egli domanda per li suoi meriti. Quindi s. Gregorio nazianzeno non ripugna di chiamare i santi martiri mediatori tra noi e Dio, come anche Mosè non ripugnò di chiamarsi mediatore tra gli ebrei e Dio: Ego sequester et medius fui inter Dominum et vos in tempore illo2 . Ma sempre è vero che tutte le grazie che ci ottengono i santi ce le ottengono per la mediazione di Gesù Cristo.

27. Si oppone per 9. che nel concilio laodiceno si proibì d'invocare gli angeli, per la dottrina di s. Paolo, che scrisse: Nemo vos seducat, volens in humilitate et religione angelorum etc.3 , con s. Gio. Grisostomo4 che disse: Deus salutem nostram non tam aliis pro nobis rogantibus vult donare quam nobis. Si risponde che s. Paolo ivi condanna l'idolatria di Simone mago, il quale dicea che alcuni angeli, perché aveano fabbricato il mondo, doveano adorarsi come Dei minori; così spiegano quel passo s. Girolamo ed altri padri. S. Gio. Grisostomo poi parla di coloro che, senza pregare per se stessi, vogliono salvarsi colle preghiere degli altri; onde soggiunge: Haec dicimus non ut supplicandum esse sanctis negemus, sed ne dormientes ipsi aliis tantummodo nostra curanda mandemus.

28. Si oppone per 10. quel che si dice in Geremia, che noi solo in Dio, non già negli uomini, dobbiamo collocare la nostra speranza, maledicendo il Signore chi confida nella creatura: Maledictus homo qui confidit in homine5 . Rispondiamo che noi solo in Dio confidiamo come autore di tutte le grazie, ed in Gesù Cristo come nostro principal mediatore; nei santi poi confidiamo come intercessori o sieno secondarj mediatori, le cui preghiere posson meglio che le nostre impetrarci le grazie, perché sono più efficaci e più care a Dio. Certamente chi mette la speranza nell'uomo indipendentemente da Dio, sarà maledetto, ma non già colui che sa tutte le grazie dipendere da Dio, e si raccomanda a' santi, affinché colla loro intercessione gli ottengano quei beni che desidera.




1 - Coloss. 4. 2. et 3.

2 - Rom. 15. 30.

3 - Iol. 42. 8.

4 - S. Hieron. contra Vigilant.

5 - Ier. 15. 1.

6 - In precat. 2. praepar. ad mis.

7 Act. 11.

8 - T. 3. fol. 690.

1 - L. de cura pro mortuis, c. 16.

2 - Hist. l. 5. c. 24.

3 - Rom. 11. 14.

4 - In 4. sent. dist. 45. q. 3. a. 2.

5 - T. 1. de rel. c. 2. de orat. a. 4. q. 1.

6 - Ep. 8.

1 - Serm. in Dom. infra oct. Assumpt.

2 - Serm. de aquaeduct.

3 - L. 3. de symb. ad catec. c. 4.

4 - Cit. serm. de aquaed.

5 - Tob. 12. 12.

6 - C. 5. v. 8.

7 - Ps. 140. 2.

8 - 3. Reg. 8. 39.

9 - L. 12. c. 13. apud s. Thom. p. 1. q. 89. a. 8.

1 - L. de cura pro mort. c. 15.

2 - L. 3. c. 20. iustit.

3 - Cap. 23.

4 - L. 22. de civ. Dei c. 11.

5 - Tract. 84. in Io. et serm. 17.

6 - Homil. de profectu evang.

7 - Iob. 42. 8.

8 - Matth. 6. 9.

9 - Centur. 1. l. 1. c. 4.

10 - Iob. 12. 8.

11 - Rom. 10. 14.

1 - 1. Tim. 2. 5.

2 - Deuter. 5. 5.

3 - Coloss. 2. 18.

4 - Hom. 5. in Matth.

5 - Ier. 17. 5.




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