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S. Alfonso Maria de Liguori
Opera dogmatica...eretici pretesi riformati

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TRATTATO DECIMOSESTO ED ULTIMO AGGIUNTO

Dell'ubbidienza dovuta alle definizioni del concilio e per conseguenza della chiesa cattolica romana, fuori di cui non vi è salute.

La chiesa non può esser mai vera se non è una, che insegni una dottrina ed una fede: Una fides (scrisse l'apostolo), unum baptisma, unus Deus4 . Onde, di tutte le chiese che insegnano diverse dottrine, poiché la verità non può esser che una, una sola può esser la vera chiesa: e fuori di quella non vi è salute, come scrisse lo stesso Calvino. Ora, per provare qual sia quest'una vera chiesa nella nuova legge del vangelo, bisogna vedere quale sia stata la prima chiesa fondata da Gesù Cristo; perché, trovata la prima, questa bisogna dire ch'è l'unica vera: la quale essendo stata vera una volta, ha dovuto e dovrà esser sempre vera; mentre a questa prima chiesa sta fatta dal Salvatore la promessa che le porte dell'inferno


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(cioè le eresie) non mai potranno abbatterla, com'egli disse a s. Pietro: Tu es Petrus, et super hanc petram aedificabo ecclesiam meam; et portae inferi non praevalebunt adversus eam1 . Onde s. Paolo disse poi, scrivendo a Timoteo, che questa chiesa fondata da Cristo è la colonna e base della verità: Scias quomodo oporteat te in domo Dei conversari, quae est ecclesia Dei vivi, columna et firmamentum veritatis2 .

2. Vediamo dunque qual è stata questa prima chiesa fondata da Gesù Cristo. In tutta la storia sacra non si trova altra chiesa che sia stata la prima che la cattolica romana; ed all'incontro si legge che le altre chiese false ed eretiche tutte sono uscite appresso e si sono separate da essa. E questa chiesa è quella che descrive s. Paolo, la quale fu propagata dagli stessi apostoli destinati a reggerla: Ipse dedit quosdam quidem apostolos... alios autem pastores... in aedificationem corporis Christi3 . Poiché questo carattere non può trovarsi che nella sola chiesa romana, i pastori della quale non si dubita che discendono per continua e legittima successione dagli apostoli, a' quali Gesù Cristo promise la sua assistenza sino alla fine del mondo: Et ecce ego vobiscum sum... usque ad consummationem saeculi4 . Onde scrisse poi s. Ireneo: Per Romae fundatam ecclesiam, quae habet ab apostolis traditionem et fidem, per successionem episcoporum provenientem usque ad nos, confundimus omnes eos qui per caecitatem et malam conscientiam aliter, quam oportet, colligunt5 . E ciò era quello che rendea sicuro s. Agostino che la chiesa romana è la vera chiesa di Gesù Cristo, dicendo6 : Tenet me in ipsa ecclesia ab ipsa sede Petri, usque ad praesentem episcopatum, successio sacerdotum.

3. Questa verità che la chiesa cattolica romana è stata la prima fondata da Gesù Cristo, non ce la negano gli stessi eretici. Ecco come scrive il gran ministro luterano Gherardo, parlando appunto della nostra chiesa romana: Certum quidem est primis quingentis annis veram fuisse et apostolicam doctrinam tenuisse7 . Dicono essi non però ciò che ai tempi di s. Agostino disse l'eresiarca Donato, cioè che la chiesa romana fu vera sino al secolo V. o, come dicono altri, sino al III o sino al IV, ma che poi sia mancata, essendo stata corrotta da' cattolici ne' veri dogmi della fede. Dunque per nove secoli il Signore ha potuto mettere che gli uomini vivessero senza chiesa finché non venissero questi nuovi illuminati riformatori di fede, quali si vantano essere Lutero, Zuinglio, Calvino ed altri simili novatori? Ma come potea mancare quella chiesa che da s. Paolo si chiama colonna e fermezza della verità, come abbiam notato di sopra, e contra la quale promise Gesù Cristo che non mai sarebbero prevaluti gli errori e le eresie? No, che la chiesa non è mancata, né potea mancare, secondo le promesse di Gesù Cristo. Il vero è, come dice s. Girolamo, che sono mancate ed hanno errato tutte le altre false chiese che dalla romana si sono divise: Ex hoc ipso (scrisse il s. dottore, parlando degli eretici) quod postea instituti sunt, eos se esse iudicant quos Apostolus futuros praenunciavit, cioè falsi profeti. Con questo argomento dell'impossibilità di poter mancare la prima chiesa fondata dal Salvatore, attese le sue promesse, confutò s. Agostino i donatisti. Onde saggiamente dice un dotto autore (il p. Pichler8 che per convincere tutte le sette degli eretici non vi è strada più certa e sicura, che il far loro vedere che la nostra chiesa cattolica è stata la prima fondata da Gesù Cristo; giacché, provato ciò, resta provato senza dubbio ch'ella è l'unica vera, e tutte le altre da essa uscite e separate stanno certamente in errore. Essendo morto Carlo II re d'Inghilterra, fu ritrovato un foglio scritto di sua mano e chiuso in un cassettino, ove si dicea così: “Cristo non può avere qui in terra se non una chiesa (il che pare a me evidente); e quest'unica chiesa non può esser altra che la romana cattolica: onde stimo che l'unica questione è di sapere dove sia quella chiesa che noi professiamo di credere, e poi dobbiamo credere tutto ciò ch'ella ci propone. ” E convinto da tal ragione il nominato re Carlo finalmente abbracciò la fede cattolica.

4. Ma ciò non ostante i novatori, stretti da tal argomento, hanno inventata un'altra risposta, dicendo ch'è mancata bensì la chiesa visibile, ma non già l'invisibile, che consta de' soli predestinati, come vogliono i calvinisti, o de' soli giusti, come vogliono i luterani confessionisti. Cose tutte opposte agli evangelj, ove sta dichiarato che la chiesa militante è composta de' giusti e de' peccatori, de' predestinati


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e non predestinati; e perciò vien figurata ora all'aia, in cui vi è frumento e paglia, ora alla rete, che contiene pesci buoni e cattivi; ora al campo, in cui vi è biada e zizzania. Giovan Battista Groffio (presso Pichler), nell'anno 1695, in una sua scrittura pubblicò aver egli pregati più volte i predicanti ad additargli qualche testo di sacra scrittura ove s'indicasse questa chiesa invisibile da essi riformati inventata; e scrisse di non averlo potuto ottenere. Ma come mai poteva ottenerlo, se Gesù Cristo, parlando degli apostoli che lasciava al mondo per propagatori della sua chiesa, disse loro. Vos estis lux mundi. Non potest civitas abscondi super montem posita1 ; una città sul monte non può esser celata agli occhi degli uomini: e così dichiarò che la chiesa non può esser visibile a tutti. Lo stesso dichiarò nel ministero delle chiavi dato a s. Pietro ed a' suoi successori, con quelle parole: Et tibi dabo claves regni coelorum: et quodcumque ligaveris super terram, erit ligatum et in coelis; et quodcumque solveris super terram, erit solutum et in coelis2 . Onde scrisse monsignor Bossuet, nella sua conferenza avuta col signor Claudio calvinista e data poi alle stampe, che quella fu dichiarata e stabilita tra di loro esser la vera chiesa di Cristo la quale esercita esternamente il ministero delle chiavi.

5. In ogni tempo è stato e sempre sarà necessario che la chiesa sia visibile, acciocché ognuno possa in ogni tempo apprendere la vera dottrina circa i punti di fede ed i precetti morali da' pastori della chiesa, ricevere da essi i sacramenti, esser indirizzato per la via della salute ed illuminato e corretto, se mai egli erra. Altrimenti, se in qualche tempo la chiesa fosse nascosta ed invisibile, a chi allora dovrebbero gli uomini ricorrere per sapere ciò che han da credere e ciò che han da operare? Quomodo credent ei (scrisse l'apostolo) quem non audierunt? Quomodo autem audient sine praedicante3 . Se i maestri sono occulti ed ignoti, come i popoli possono essere istruiti nelle massime della salute? Inoltre scrisse s. Paolo: Obedite praepositis vestris et subiacete eis, ipsi enim pervigilant quasi rationem pro animabus vestris reddituri4 . Or come potrebbero i fedeli render questa ubbidienza, comandata da s. Paolo, a' loro prelati, se la chiesa fosse invisibile e nascosta agli occhi umani, e fossero per conseguenza anche nascosti i pastori di quella? Ma no, dice lo stesso apostolo; ché il Signore a questo fine ha destinati nella sua chiesa apostoli e pastori e dottori visibili che insegnassero la vera dottrina e guidassero le loro pecorelle per la retta via della salute, e così non restassero ingannate da' falsi maestri di errori: Et ipse dedit quosdam... apostolos... alios autem pastores et doctores etc.: ut iam non simus parvuli fluctuantes et non circumferamur omni vento doctrinae in nequitia hominum, in astutia ad circumventionem erroris5 .

6. Ma principalmente è stato necessario che la chiesa ed i suoi pastori fossero palesi e visibili acciocché vi fosse un giudice infallibile che avesse da Dio la facoltà di decidere i dubbj che da tempo in tempo fossero insorti, ed al cui giudizio tutti dovessero necessariamente sottoporsi: altrimenti non vi sarebbe stata la regola certa di fede per sapere quali sono i veri dogmi da credere ed i veri precetti da osservare, né fra gli stessi fedeli finirebbero mai i contrasti; poiché se non vi fosse questo giudice o egli fosse fallibile, niuno si sottoporrebbe al di lui giudizio, se non quando il giudizio del giudice si uniformasse al proprio sentimento. Ma se i giudizj circa i punti di fede ed i precetti morali dovessero uniformarsi al sentimento proprio di ciascuno, tutti gli uomini certamente sarebbero sempre divisi e discordi nella credenza, e così la fede resterebbe ambigua ed incerta.

7. Questa necessità di un giudice infallibile ne' dubbj di fede l'han riconosciuta anche i pretesi riformati, come scrive mons. Bossuet; il quale riferisce che nel libro composto da' calvinisti Della disciplina della religione riformata, vi sono due atti o sieno statuti fatti da essi. Il primo: “Che le questioni di dottrina sarebbero terminate colla parola di Dio (se si può) nel concistoro: quando no, l'affare sarebbe portato al colloquio, indi al sinodo provinciale e per ultimo al nazionale, in cui si farebbe la final risoluzione colla parola di Dio; alla quale se alcuno ricusasse di acchetarsi in tutti i punti e con espressa abiura de' proprj errori, sarebbe smembravo dalla chiesa.” Il secondo atto o statuto era la condanna degl'indipendenti, i quali diceano “che ciascuna chiesa particolare dovea governarsi da se stessa, senza dipendenza da chi si sia.” Ma questa proposizione fu condannata formalmente dagli stessi calvinisti nel sinodo di Charenton, come quella che pregiudicava alla vera chiesa


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e dava la libertà di formare tante religioni quante sono le parrocchie. Giustamente indi confessò lo stesso celebre Puffendorfio protestante: Pontificiorum melior est conditio quam protestantium: illi pontificem ecclesiae ut caput omnes agnoscunt; protestantes contra, capite destituti, fluctuant foede lacerati et discerpti. Ad suum unaquaeque respublica arbitrium omnia administrat et moderatur1 .

8. Il calvinista Iurieu, vedendo non potersi negare che la vera chiesa di Gesù Cristo non può risedere tra le società separate dalla chiesa romana, che fu la prima di tutte, ha inventato un nuovo falso sistema, il quale è stato abbracciato specialmente dalle sette calvinistiche: dicendo che tutte o quasi tutte le loro società non discordano ne' punti fondamentali della fede e ch'elle non sono già usciteseparate dalla chiesa romana, ma sono la stessa chiesa. Siccome (egli dice) nella chiesa romana vi sono diverse sentenze, secondo le diverse scuole de' tomisti, scotisti, agostiniani e di altri, e con tutto ciò professano la stessa fede; così tra noi la fede e la chiesa è la medesima, benché siano diversi i canoni e le discipline. E dicendo essi così, ben può dirsi loro quel che disse s. Agostino2 , agli eretici del suo tempo: Quod vultis, creditis: quod non vultis, non creditis: vobis potius quam evangelio creditis. Ma rispondiamo a questo nuovo maestro di fede, al signor Iurieu, che sebbene tra' cattolici vi sono diverse scuole e diverse sentenze, nondimeno le loro questioni si aggirano solamente circa alcuni punti non definiti dalla chiesa, ma tutti poi convengono circa gli articoli di fede dalla chiesa già determinati. Per esempio, tutte le scuole confessano la necessitò della grazia ad ogni atto buono e la libertà dell'arbitrio nell'uomo, cose che noi teniamo per dogmi di fede: come poi sia efficace la grazia, se per lo concorso del libero consenso umano o efficace per se stessa se poi quest'efficacia sia nella predeterminazione fisica o nella predeterminazione fisica o nella dilettazione vittrice, e se nella dilettazione vittrice morale o vittrice relativa, come tutto si spiegò nel trattato aggiunto alla sessione VI del concilio della giustificazione, queste son controversie dalla chiesa non ancor decise e che al presente non si oppongono alla fede.

9. Ma esaminiamo pure quali sono i punti che il signor Iurieu tiene per fondamentali e quali per non fondamentali. I fondamentali egli non li dichiara, o li dichiara troppo confusamente, dicendo così: Articolo fondamentale è quello da cui dipende la rovina della gloria di Dio e il distruggimento dell'ultimo fine dell'uomo. Ma, per quel che può ricavarsi da' suoi scritti, i punti fondamentali sono quattro: il ministero della Trinità, il mistero dell'Incarnazione, il premio eterno de' giusti e la pena eterna de' peccatori dopo la presente vita. Ma noi diciamo che, oltre a questi articoli, tutti gli altri propositi dalla chiesa come punti di fede, tutti debbono fermamente credersi da' fedeli con eguale assenso, e tutti sono fondamentali: e perciò le sette discordanti in tali punti sono state giudicate eretiche e separate dalla chiesa cattolica così da' santi padri, come da' concilj, e specialmente dal concilio niceno I, can. 8, dal costantinopolitano I, can. 6, e costantinopolitano II, act. 3. Quindi a tempo di s. Vittore papa nel secolo II furon separati dalla comunione della chiesa romana gli asiatici, detti quartodecimani, che voleano celebrar la pasqua nel giorno decimoquarto della luna di marzo, e non già nella domenica seguente, come la celebra la chiesa cattolica per non uniformarsi alla pasqua de' giudei: nel cartaginese II furon condannati i novaziani, che negavano la remissione ai caduti nelle persecuzioni: nel constantinopolitano II furon separati dalla chiesa quei che diceano essere state le anime prodotte prima della formazione de' corpi, can. I; e quei che diceano che i cieli e le stelle erano animati, can. 6. Inoltre leggiamo nel vangelo di s. Matteo3 : Si... ecclesiam non audierit, sit tibi sicut ethnicus. Basta dunque il non voler accordarsi alle definizioni dogmatiche della chiesa per esser fuori della chiesa, la quale (dice s. Paolo4 , non essendo che un solo corpo, non può avere che un solo spirito.

10. Ma dice il Iurieu: Il distinguere i punti fondamentali da' non fondamentali è una questione spinosa e difficile a risolversi. Dice di più: Non appartiene alla chiesa il definire quali sieno i punti fondamentali, ma eglino sono tali di lor natura. Ma, dimandiamo, chi definirà quali punti sono fondamentali e quali no? Forse il giudizio privato di ciascuno? Ma se dovesse essere così, quante definizioni vi sarebbero l'una contraria all'altra! Mille. Ed ecco in tal caso tante chiese e religioni, quante sono le definizioni diverse de' punti. No (replica il Iurieu) non appartiene ad alcuno di definire quali punti


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di fede siano fondamentali, poiché questi punti fondamentali sono tali di lor natura. Ma se son tali di lor natura, perché poi egli dice che il distinguere i punti fondamentali dai non fondamentali è una questione spinosa e difficile a risolversi? E chi poi definirà quali sieno questi punti fondamentali di lor natura? Questi punti fondamentali di lor natura o son manifesti da sé o sono oscuri: se son manifesti, essi non debbono esser soggetto di questione spinosa e difficile a risolversi; e se sono oscuri, essi han bisogno di definizione. Da tutto ciò si vede quanto è confuso ed insussistente questo nuovo sistema del Iurieu; nuovo già a tutti gli stessi riformati, i quali prima di lui non già si son chiamati uniti colla chiesa romana, ma si son vantati di essersi da lei separati, per esser ella dopo il secolo terzo, quarto o quinto, divenuta chiesa adultera (come dicono) e sede dell'anticristo, infetta di errori e d'idolatrie.

11. Inoltre, come il signor Iurieu può dire che tutte le chiese riformate sieno una sola e medesima chiesa, che professa la medesima fede, quando i teologi di Zurigo nella prefazione apologetica diretta alle chiese riformate, nel 1578, asseriscono che tra loro vi erano più controversie circa i punti fondamentali, come intorno alla persona di Gesù Cristo, circa l'unione e distinzione delle due nature divina ed umana, ed altre simili? Quindi soggiungono che le loro discordie erano giunte a segno che si erano tra essi riformati ripigliate molte eresie che prima erano state già condannate. Ecco le loro parole: Tanto furore contenditur ut non paucae veterum haereses quae olim damnatae fuerunt, quasi ab inferis revocatae, caput attollant. Di più Giovanni Sturmio protestante, parlando similmente delle controversie che erano tra le loro chiese, dice: Praecipui articuli in dubium vocantur, et multae haereses in ecclesiam Christi invehuntur; plana ad atheismum paratur via. E quest'autore può dirsi profeta: perché infatti oggidì buona parte de' riformati son caduti nell'ateismo, siccome si scorge da' libri che continuamente caccian fuori; poiché, in verità, finalmente col tempo le cose si sono ben dicifrate, sì che i medesimi riformati han conosciuta l'insussistenza della loro pretesa evangelica religione; onde poi si sono abbandonati all'estremo dell'ateismo o sia materialismo, con negare ogni massima di fede e dire che ogni cosa è materia, e perciò che non vi è né Dioanima né altra vita per noi che la presente; e così han cercato di liberarsi da ogni rimorso nella vita brutale che menano. Ma per quanto pensino e fatichino affin di rimuovere dalle loro coscienze questo rimorso, sarà sempre impossibile che vi giungano. Al più che potranno giungere sarà di mettersi a dubitare per loro malizia se vi è Dio e vita eterna: ma il pienamente persuaderselo non è né sarà mai loro possibile, perché la stessa ragion naturale ci detta che vi è un Dio creatore del tutto e giusto rimuneratore del bene e del male, e che le anime nostre sono eterne ed immortali. Pretendono insomma gl'infelici di trovar pace col figurarsi che non vi è Dio, per non aver alcun censore e punitore delle loro iniquità: ma non la troveranno mai questa pace; poiché il solo dubbio che Dio vi sia seguirà a tormentarli sempre col timore della divina vendetta.

12. Ma ritorniamo al punto. Secondo dunque dicono essi stessi novatori mettonsi in dubbio tra loro anche gli articoli principali della fede ed, in fatti, come riferisce il cardinal Gotti nella sua dotta opera La vera chiesa1 , i luterani riconoscono una persona in Cristo; Calvino e Beza ne mettono due, uniformandosi in ciò all'empio Nestorio. Lutero ed altri suoi seguaci dicono che in Cristo la stessa natura divina patì e morì; ma Beza giustamente riprova questa esecranda bestemmia. Calvino fa da Dio autore del peccato; i luterani all'incontro dicono esser questa una bestemmia. Lutero dice che Cristo anche secondo l'umanità è in ogni luogo, ma Zuinglio ciò lo condanna. Lutero ammette tre soli sacramenti, battesimo, eucaristia e penitenza; Calvino ammette il battesimo e l'eucaristia, ma nega la penitenza; ma poi ammette l'ordine, che nega Lutero. Di più Lutero confessa doversi adorare nell'eucaristia la presenza reale di Gesù Cristo; ma Calvino ciò chiama idolatria. Melantone (a cui si unì in appresso anche Lutero) dice esser necessarie le opere buone per la salute eterna: ma i calvinisti dicono che le buone opere son di convenienza, non già di necessità. Bisogna dunque dire che tutte queste nuove chiese riformate, nel contraddirsi in tali articoli errano circa i punti principali della fede. Ed infatti Calvino chiama i luterani falsarj ed anche idolatri, perché adorarono Gesù Cristo nell'eucaristia; ed all'incontro Lutero chiama i zuingliani e gli altri sacramentarj sette dannate, bestemmiatrici ed eretiche, dicendo: Haereticos censemus omnes sacramentarios,


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qui negant corpus Christi ore carnali sumi in eucharistia1 .

13. All'incontro ben dimostra la verità della chiesa cattolica il vedere la sua costante uniformità di dottrina ne' dogmi della fede, tenuti fin dal principio in cui fu la chiesa fondata da Gesù Cristo. Ella è stata la stessa in tutti i tempi; sicché quelle verità che oggi noi crediamo furono già credute ne' primi secoli, come la libertà dell'arbitrio, la virtù de' sacramenti, la presenza reale di Gesù Cristo nell'eucaristia, l'invocazione de' santi, la venerazione alle loro reliquie ed immagini, l'esistenza del purgatorio e simili. I novatori chiamano errori queste verità di fede: ma come questi errori in materia di fede poterono aver luogo ne' primi secoli nella nostra chiesa, la quale non si nega dagli stessi avversarj che fu la vera chiesa di Gesù Cristo in essi primi secoli? Dicono (come riferisce il Bellarmino2 , che tali errori furono certi nei, cioè piccoli difetti, nel volto della chiesa nascente. Dunque l'adorare la presenza di Gesù Cristo nell'eucaristia, il venerar la croce e le immagini ne' primi secoli non furono che semplici nei? E come poi questi nei sono diventati empie idolatrie, siccome essi avversarj oggi le chiamano? come le idolatrie possono chiamarsi semplici nei? e come ha potuto Dio permettere che questi errori così enormi regnassero nella sua chiesa sin dal suo principio, finché venissero questi novelli maestri Lutero, Zuinglio e Calvino a dissiparli? Ma no che questa chiesa, la quale da principio è stata vera, sempre sarà vera.

14. Ma la vostra chiesa cattolica, oppongono i novatori, si ha presa l'autorità di formare nuovi dogmi di fede e pretende dar l'autorità alle sacre scritture. No: la chiesa non forma né può formare nuovi dogmi di fede, ma solamente dichiara quali sono quelli che Iddio ci ha insegnati per mezzo della scrittura e della tradizione, che ambedue sono parola divina, scritta e non iscritta. Né mai la nostra chiesa ha inteso di dare autorità alla divina parola, ma solo di dichiarare, assicurata dalla tradizione e dall'assistenza dello Spirito s., quali dogmi dobbiamo tenere per fede. Questa giustizia ce la rende lo stesso famoso calvinista Basnagio ne' suoi annali, ove scrive così: Partes ecclesiae sunt in ea re, non auctoritatis quidem, quam canon ex se habet, adiunctio, sed declaratio. Sicché la chiesa cattolica, insegnando quale sia il vero senso della scrittura, non si antepone alla scrittura alla scrittura l'autorità, ma si antepone al giudizio degli uomini privati, i quali debbono alla chiesa ubbidire per quella autorità che Iddio le ha concessa.

15. Ma dicono i novatori: Questo è circolo vizioso, mentre voi credete infallibile la scrittura, perché lo dice la chiesa; ed infallibile la chiesa, perché lo dice la scrittura. Ma errano: perché tale opposizione varrebbe se si trattasse con un infedele che nega l'infallibilità della scrittura; poiché nella stessa scrittura sta dichiarato che la vera chiesa non può errare, e perciò egli è tenuto a credere tutto quel che la chiesa dichiara, e, credendo ciò, non può errare. Quindi dicea s. Agostino: Ego evangelio non crederem, nisi me ecclesiae commoveret auctoritas3 . Il vero circolo vizioso è quello de' novatori, mentre dicono che per la scrittura si prova il senso privato e per lo senso privato si prova la scrittura; giacché l'una e l'altra proposizione sono false. È falso che il senso privato si prova dalla scrittura, ed è falsissimo che la scrittura si prova dal senso privato. Sicché per li novatori le sacre scritture non giovano; poiché, spiegandole essi non secondo il giudizio della chiesa, ma secondo il senso privato di ciascuno, formano elle tante fedi diverse, quante sono le persone private. E perciò non sappiamo come possano essi chiamare eretici i sociniani, gli ariani ed altri simili, che negano la trinità e la divinità di Gesù Cristo. Diranno che le scritture a rispetto di queste due verità son chiare: ma i sociniani risponderanno che circa questi due punti le scritture non si debbono intendere tutte letteralmente, ma solo allegoricamente. Or chi deciderà questa causa, quando tali eretici non vogliono sottoporsi alla vera chiesa, che sola può deciderla? Eh! che, tolta l'ubbidienza alla chiesa, non vi è errore che possa più convincersi di errore circa qualunque punto di fede.

16. Ma, replicano, la chiesa romana di tempo in tempo ha definite più cose di fede che prima non erano di fede. dunque ella non è stata sempre uniforme nei dogmi. Si risponde che l'aver la chiesa definiti nel decorso de' tempi più dogmi prima non definiti non fa ch'ella non sia stata uniforme nelle cose di fede, perché ciò non dimostra che la chiesa abbia mutati i dogmi, ma solo dimostra che ella


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sul fondamento della scrittura e della tradizione abbia di tempo in tempo, illuminata dallo Spirito santo, dichiarati più articoli che prima non erano stati dichiarati, ma che per altro già erano di fede prima che la chiesa li avesse definiti.

17. Ma, oh Dio, come non si accorgono questi novelli maestri di fede che, essendosi essi divisi dalla chiesa cattolica ed avendole perduta l'ubbidienza, han perduta ancora la regola della fede, in modo che al presente essi non hanno più una regola certa per credere qual punto sia di fede e quale no e vanno all'oscuro, mutando di giorno in giorno le cose della fede? Tutta la regola di fede degli eretici consiste nella sacra scrittura: ma qui sta l'inganno; perché la sola scrittura non può sempre renderli certi de' dogmi che debbono credersi.

18. Dicono dunque essi che l'unica regola di fede è la sacra scrittura. In primo luogo si dimanda loro come si può che vi sia scrittura divina, cioè libri scritti da uomini stati ispirati da Dio? Come mai possono eglino provare l'esistenza della vera scrittura? Forse per le profezie e miracoli che in quella stanno scritti? Ma chi ne assicura che tali profezie non sieno state scritte dopo che già sono avvenuti i fatti? ed i miracoli come sappiamo che sieno stati veri? Come in somma si prova che i libri i quali oggidì vanno sparsi della scrittura sieno libri veramente ispirati da Dio? Per lo testo della stessa scrittura? No: perché il testo della scrittura non può provare che quella sia scrittura divina, mentre di ciò appunto si dubita, se quel testo sia veramente della sacra scrittura o no.

19. In secondo luogo, quantunque costasse che esiste la divina scrittura, come sapremo quali sono i veri libri di quella, mentre può essere che in essa sia stato inserito dagli eretici qualche libro che non è canonico o pure ch'è canonico ma non ancora cognito? Nel canone cattolico si contengono 72 libri, 45 del vecchio testamento e 27 del nuovo, come ce ne assicura il concilio di Trento nella sessione IV, il quale ricevé questo canone dal concilio di Firenze, e quello di Firenze dal romano sotto Gelasio papa; a' quali concilj si aggiunge il cartaginese III. (secondo altri V. o VII.), che fu poi approvato dal sinodo ecumenico VI., ove dissero quei padri di aver ricevuto lo stesso canone da Innocenzo I., il quale visse nel 402, e dichiarò di averlo avuto dagli apostoli per continua tradizione, la quale non era nota in tutti i luoghi per causa delle persecuzioni sofferte nei tre secoli antecedenti.

20. Lutero dal mentovato canone a suo arbitrio ne tolse più libri del vecchio testamento, cioè quel di Tobia, di Giuditta, della Sapienza, dell'Ecclesiastico, di Baruch e de' Maccabei; e del testamento nuovo ne tolse l'epistola di s. Paolo agli ebrei, l'epistola di s. Giacomo e quella di s. Giuda ed anche l'apocalisse di s. Giovanni. Or dimandiamo a' luterani: come provano che questi libri non sono sacri, e che sono sacri all'incontro quelli che essi ammettono? Non possono certamente provarlo dalle altre scritture, perché in quelle non si dichiara quali sieno i veri libri divini o pure i falsi.

21. Dicono che lo spirito privato dello Spirito santo, che internamente gl'illumina, fa loro conoscere quali sieno i veri libri canonici. Ma se ogni cristiano ha questa luce interna, come vogliono, perché non l'ha ancora un ariano un nestoriano ed un calvinista, ch'è della stessa lor religione pretesa riformata? giacché i calvinisti contra i luterani riconoscono per divina l'epistola di s. Paolo agli ebrei e quelle di s. Giacomo e di s. Giuda e l'apocalisse di s. Giovanni. Dunque codesto vostro spirito privato è molto oscuro e fallace, mentre non si fa conoscere egualmente da tutti: onde se le verità delle scritture non potessero conoscersi che solo per lo spirito privato, avrebbe da conoscersi una cosa incerta per un'altra più incerta della medesima.

22. In terzo luogo, benché costasse quali sono i libri veri canonici, come mai provano gli eretici che la versione di tali libri ch'essi ammettono sia legittima ed incorrotta? La bibbia originalmente è stata scritta in tre lingue, ebraica greca e latina: in lingua ebraica sono stati scritti i libri del testamento vecchio; nella greca quelli del nuovo, fuorché il vangelo di s. Matteo e l'epistola di s. Paolo agli ebrei, scritta in lingua siriaca, e fuori del vangelo di s. Marco, probabilmente scritto in Roma in lingua latina. Inoltre, della scrittura si son fatte molte versioni, ma la sola volgata è stata dichiarata autentica dal concilio di Trento nella sess. IV; poiché, siccome avvertono gli eruditi, al presente il testo ebraico e greco, secondo gli esemplari che corrono, si ritrovano difettosi. È vero che anche la volgata, secondo parla il papa Clemente, neppure oggidì è libera da ogni errore: ma sta definito che tali errori sono solamente accidentali, non già sostanziali; il che dobbiamo fermamente credere, attesa la promessa di Gesù Cristo che la chiesa, la


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quale parla per mezzo del concilio, non può errare in cose sostanziali della fede. Gli eretici all'incontro han date fuori diverse versioni latine; ma tutte corrette e discordanti non solo dalla nostra volgata, ma dalle loro stesse versioni latine o volgari, che sono più corrette delle latine; in modo che in diverse loro scritture si trovano varie sentenze aggiunte, e tolte parole, secondo meglio lor riusciva per approvare le loro particolari dottrine. Or come mai, atteso ciò, possono essi dire che le loro scritture siano legittime e pure?

23. In quarto luogo, ancorché costasse che alcuni esemplari fossero la vera ed incorrotta versione, come provano qual sia il vero senso delle scritture? Insegna s. Girolamo che la legge del vangelo non è nelle parole delle scritture, ma nel vero senso di quelle: Non putemus in verbis scripturarum esse evangelium, sed in sensu... Interpretatione enim perversa, de evangelio Christi fit hominis evangelium, aut, quod peius est, diaboli. Così le parole - Pater maior me est -1 , come le intende un cattolico, son parole di Dio; ma come le intende un ariano sono una eresia. Così anche le parole - Qui crediderit, et baptizatus fuerit -2 , intese da un luterano, sono eresia; intese da un cattolico, sono verità di fede.

24. Bisogna dunque distinguere i sensi della scrittura, come già si disse da principio, parlando della sess. IV., num. 53. Altro è il senso letterale, altro il mistico; l'uno e l'altro può essere inteso da Dio. Per la maggior parte il vero senso è il letterale: nondimeno in alcuni testi il vero senso è il solo mistico; e ciò corre dove la sentenza della scrittura non può intendersi detta letteralmente; ed in alcuni testi sono veri così il senso letterale come il mistico, siccome è in quel passo di s. Paolo: Abraham duos filios habuit, unum de ancilla et unum de libera....: quae sunt per allegoriam dicta; haec enim sunt duo testamenta etc.3 .

25. Ora in tanta diversità di sensi qual è la regola per conoscere il vero? Nel testo di s. Matteo, 26, 26 - Accipite et comedite, hoc est corpus meum- noi cattolici per la parola est intendiamo il tempo presente; sicché pronunziate tutte le riferite parole, il pane non è più pane, ma è corpo di Gesù Cristo, vero, reale e permanente; e così, rendendoci certi di questo senso l'autorità della chiesa, abbiamo la ferma credenza del sacramento dell'eucaristia. Ma Zuinglio intende la parola est per significare, cioè questo significa il corpo mio; e di ciò ne adduce l'esempio dell'esodo, 11 e 12, ove si dice: Est enim phase; idest transitus. Est phase, cioè significa transito. Lutero all'incontro intende letteralmente la parola est per essere; non l'intende però nel tempo presente, in cui si pronunziano le dette parole, come l'intendiamo noi, ma nel tempo futuro, quando si amministra il sacramento, intendendo: Questo sarà il corpo mio, cioè nell'atto che sarà ricevuto dai fedeli. Calvino poi intende la parola est per figura, cioè questo è figura del corpo mio. Or in mezzo a tante spiegazioni diverse come potremo noi sapere il vero senso di questo testo, senza l'autorità della chiesa che ce lo dichiari? Forse per lo spirito privato, come dicono i novatori? Ma le dette parole- Hoc est corpus meum - Lutero le intende realmente del corpo di Gesù Cristo, Calvino le intende figuratamente: questi due capi, siccome dicono i loro seguaci, ambedue hanno avuta la luce interna dello Spirito santo, ed ambedue sono stati mandati da Dio ad insegnarci la vera fede; ma l'uno dice che in quel pane dee adorarsi Gesù Cristo come Dio, l'altro dice che l'adorarlo come Dio è vera idolatria. A chi dobbiamo credere? A Lutero o a Calvino, posto che (siccome essi dicono) non vi è altra regola di fede che la scrittura ed il senso privato? Ma come conosceremo la verità, quando la scrittura può avere diversi sensi, ed il senso privato all'incontro è fallace e dubbio tra di loro, giacché l'uno tiene l'opposto dell'altro?

26. Ma che fede possiamo apprendere da questi falsi maestri, quando essi, dividendosi dalla chiesa, non hanno più regola di fede? E ben si riflette monsig. Bossuet che siccome essi maestri han disprezzata l'autorità della chiesa cattolica, così poi i loro discepolipure han fatto conto della loro autorità e si sono divisi in tante sette differenti, formando varie fedi e religioni. I luterani tra lo spazio di cinquant'anni si divisero in tre sette, di luterani, semiluterani e di antiluterani. Indi i luterani si suddivisero in undici e gli antiluterani in cinquantasei, come riferisce il Lindano4 . La scuola similmente de' calvinisti presto si divise in più sette, e di queste se ne numeravano più di cento. Si osservi specialmente presso Natale Alessandro5 , in quante sette in Inghilterra son divisi i calvinisti: vi sono


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i puritani, che seguono la dottrina pura di Calvino; i piscatoriani, che furono dichiarati eretici da' calvinisti di Francia; gli anglo-calviniani, che consacrano i vescovi ed ordinano i sacerdoti, cose rigettate dagli altri calvinisti; gl'indipendenti, che non riconoscono superioriecclesiasticipolitici; gli antiscrittoriani, che rifiutano tutte le scritture; i quaccheri, che vantano di avere continue rivelazioni ed estasi; i ranteri, che stimano lecita ogni cosa a cui si sente incitata la natura corrotta. L'Olanda poi si trovò in progresso di tempo divisa in due frazioni di erminiani e di gomaristi: benché appresso in un certo loro conciliabolo dell'anno 1618 fu condannato Arminio capo di una setta come scismatico; e perché Grozio e il cancelliere Barnebeldo non vollero ubbidire, Grozio fu carcerato e Barnebeldo decapitato. Ecco la bella uniformità di fede che hanno queste società de' novatori! Questo fa lo spirito di superbia; fa che siccome i capi si distaccano dall'ubbidienza della chiesa, così i loro seguaci perdano la soggezione a' loro stessi maestri e formino nuove sette e nuovi sistemi.

27. Ed in vano han pretese poi i loro predicanti di rimediare a questo disordine con monizioni, decreti, minacce, deposizioni e scomuniche, come fecero nel sinodo Vallone tenuto da essi in Amsterdam nell'anno 1690; ché di tutto poi gli altri riformati se ne sono risi, dicendo che i decreti, le deposizioni e le censure appartenevano al papismo, non già alla riforma che gode il privilegio della libertà di coscienza. Ma non vedono che da questa maledetta ed esterminatrice libertà di coscienza son nate poi tante innumerabili sette diverse di eretici ed anche di deisti e di atei, che han riempita l'Inghilterra, l'Olanda e la Germania? Il ministro Papin (che si convertì poi per opera di monsignor Bossuet) fu talmente spaventato dalla vista delle conseguenze funeste alle quali vedeasi strascinato dalla forza della libertà di coscienza che coll'aiuto divino diè in dietro e ritornò in seno all'antica madre, la chiesa cattolica, la quale si ride di tutte queste nuove religioni, che non si accordano neppure con loro stesse e non sono che un gruppo di errori, che ciascun miscredente adatta al suo proprio capriccio e li muta secondo gli piace; sicché finalmente questi tali si riducono a rilasciarsi in tutti i vizj ed a non credere più a niente. Saggiamente scrisse il vescovo di Londra Edmondo Gibson in una sua lettera pastorale: “Tra la rilassatezza e l'empietà vi è troppa gran vicinanza.” E monsignor di Fenelon, arcivescovo di Cambral disse: “Tra il cattolicismo e l'ateismo non vi è via di mezzo.”

28. Ma qual maraviglia è che i discepoli di Lutero e di Calvino siano così discrepanti tra loro nei punti di fede, quando essi medesimi maestri sono così contrarj a loro stessi, come abbiam veduto di sovra? Leggasi la storia della variazione delle chiese riformate scritta da mons. Bossuet vescovo di Meaux ed osservinsi le contraddizioni che dissero e scrissero contro loro medesimi Lutero e Calvino. Le sole contraddizioni che Lutero (chiamato dai riformati la prima fonte della fede pura e chiamato apostolo da Calvino, il quale non dubitò di scrivere: Res ipsa clamat non Lutherum initio locutum, sed Deum per os eius) pronunziò e scrisse da tempo in tempo circa le cose di fede bastano a far vedere la falsità della sua credenza. Egli mentre visse non fece altro che contraddirsi, sempre contrario a se stesso, oppugnando le stesse sue dottrine, specialmente circa la giustificazione, circa il valor della fede e circa il numero de' sacramenti: nel solo articolo dell'eucaristia si notano da trenta sue contraddizioni; onde il cattolico principe Giorgio di Sassonia a tempo di Lutero saggiamente solea dire che i luterani non sapeano oggi quel che avessero a credere il domani. Quante sentenze poi mutò Calvino circa l'eucaristia! Possono vedersi presso l'opera di monsig. Bossuet. Ma io dissi male, che tante contraddizioni bastavano a dimostrare la falsa credenza di questi novelli riformatori; poiché bastava una sola contraddizione a far conoscere ch'essi non erano già investiti dallo spirito di Dio, mentre lo stesso Lutero confessava: Qui semel mentitur ex Deo non est. Lo Spirito santo è uno che negare seipsum non potest1 . Troppo falsamente dunque vantasi Lutero di aver lo spirito di Gesù Cristo, dicendo: Certissimus sum quod doctrina mea non sit mea, sed Christi: meglio avrebbe detto sed diaboli. Ma come poteva egli aver lo spirito di Gesù Cristo, sempre che (siccome riferisce il Sandero) non ripugnava di dire, praef. tom. I: Ego non amabam, imo odiebam iustum et punientem peccatores Deum; tacitaque, si non blasphemia, certe ingenti murmuratione indignabar atque adeo furebam saeva et perturbata conscientia2 .

29. In somma, tolta ch'è di mezzo l'autorità della chiesa, non servono più né


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la rivelazione divina né la stessa ragion naturale; perché l'una e l'altra possono interpretarsi da ciascuno a suo modo, ciascuno potrà dire esser falsa la trinità delle persone divine, l'incarnazione del Verbo, l'immortalità dell'anima, l'inferno, il paradiso e tutto quel che vuole. Il signor Ramsey, parlando di Locke, dice che quando il filosofo non si guida coll'autorità della chiesa, non può non errare. Un arminiano (Giovanni Vytembogardi1 parlando del sinodo di Dordrect, disse contra i riformati: “Tutti i dottori riformati, tra' quali si noverano Calvino e Beza come principali, accordano in questo punto generale che tutti i concilj e sinodi, per santi che siano, possono errare in ciò che spetta alla fede.” Onde poi siegue a dire: “Il fondamento della vera riforma... esige che né si possa né si debba alcuno sottometteresoscrivere a sinodo alcuno, se non con questa condizione, che dopo aver bene esaminati i di lui decreti al paragone della parola di Dio, che solo ci serve di legge in materia di fede, si trovino essi conformi a questa parola.” All'incontro vogliono i riformati che ciascuno assolutamente debba sottoporsi a' loro sinodi: ma come assolutamente si sottoporranno a' sinodi, se ciascuno non si dee sottoporre se non quando troverà che i decreti del sinodo son conformi alla parola di Dio? Quindi concluse il suddetto arminiano: “Ma se eglino cangiano massima e vogliono che ciascuno si sottometta a' loro sinodi assolutamente, essi allora non possono più rispondere a' papisti cosa che vaglia, e bisognerà che diano loro vinta la causa.” Replicò: tolta l'ubbidienza alla chiesa, non vi sarà errore che non si abbracci o almeno si tolleri in altri. Questo è quel grande argomento che (come porta il p. Valsecchi) convertì un ministro francese: costui, vedendo che il sistema calvinistico lo portava a tollerare qualunque errore di eresia e d'infedeltà, si fe' cattolico e poi cacciò fuori un'opera molto utile: Le due vie opposte in materia di religione. E da tal sistema de' riformati della tolleranza e del permettersi ad ognuno l'esaminare se le decisioni della chiesa sono uniformi alle sacre scritture è nata quella moltitudine di empi che nel passato e presente secolo ben cacciati fuori ne' paesi de' riformati tanti pestiferi libri.

30. Replica un certo riformato: ma tra voi cattolici, non ostante l'infallibilità che predicate della chiesa romana, vi sono molti deisti e materialisti anche dentro l'Italia. Rispondiamo: così è; e volesse Dio ciò non fosse vero, che tra noi certi libertini, per vivere ne' vizj senza rimorso di coscienza (pena con cui troppo caro si compra il piacer del peccato), si sono uniti all'infelice numero degl'increduli. Ma da chi si è fatto un tale acquisto, se non da' mentovati libri oltramontani che da per tutto si son mandati ad infettare la gente? Ma questi miscredenti se sono scoperti, tra noi non si tollerano, come si tollerano tra gli eretici. Del resto l'infallibilità della nostra chiesa è ben atta ad estirpare ogni errore contro la fede; e gli empj perciò sono empi perché non ubbidiscono alla chiesa; a differenza della religion pretesa riformata, che non è atta a raffrenare la libertà di coscienza in credere ciò che si vuole. Col falso principio dell'esame che ciascuno si permette di fare delle cose di fede, si apre a tutti la via di abbracciare ogni errore e perdere ogni lume di fede.




4 - Ephes. 4. 5.

1 - Matth. 16. 18.

2 - 1. Tim. 3. 15.

3 - Ephes. 4. 12. et 13.

4 - Matth. 28. 20.

5 - L. 3. c. 4.

6 - Ep. fundam. c. 4. n. 5.

7 - De eccles. c. 11. sect. 6.

8 - Theol. dogm. contr. 3. de eccl. in prae.

1 - Matth. 5. 14.

2 - Matt. 16. 18.

3 - Rom. 10. 14.

4 - Hebr. 13. 17.

5 - Ephes. 4. 11. et 14.

1 -De mon. pont. n. 134.

2 - L. 13. contra Faus. c. 3.

3 - Can. 18. 17.

4 - Ephes. 4. 4.

1 - C. 8. §. 1. n. 9.

1 - Apud Ospin. par. 2. hist. sacramen. p. 326.

2 - De notis ecclesiae c. 5.

3 - L. 1. controv. epist. manich. c. 5.

1 - Io. 10. 28.

2 - Marc. 16. 16.

3 - Gal. 4. 22. et 24.

4 - Ep. prooem. in Luth.

5 - Hist. eccles. saec. 25. et 16. c. 2. a. 17. §. 3.

1 - 2. Tim. 2, 13.

2 - Apud Sander. de visib. mon. lib. 7.

1 - Epist. ad Laud. Colin. etc.




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