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S. Alfonso Maria de Liguori
Pratica di amar Gesù Cristo

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CAPO I.

Quanto merita Gesù Cristo di esser amato da noi per l'amore che ci ha dimostrato nella sua Passione.1

Tutta la santità e la perfezione di un'anima consiste nell'amare Gesù Cristo nostro Dio, nostro sommo bene e nostro Salvatore. Chi ama me, disse Gesù medesimo, sarà amato dall'eterno mio Padre: ipse enim Pater amat vos, quia vos me amastis (Io. 16, 27). “Alcuni, dice S. Francesco di Sales, mettono la perfezione nell'austerità della vita, altri nell'orazione, altri nella frequenza de' sagramenti, altri nelle limosine; ma s'ingannano: la perfezione sta nell'amar Dio di tutto cuore.”2 Scrisse l'Apostolo: Super omnia... caritatem habete, quod est vinculum perfectionis (Coloss. III, 14). La carità è quella che unisce e conserva tutte le virtù che rendon l'uomo perfetto. Quindi dicea S. Agostino: Ama, et fac quod vis:3 ama Dio e fa quel che vuoi; perché ad un'anima che ama Dio, lo stesso amore insegna a non fare mai cosa che gli dispiaccia, ed a far tutto ciò che gli gradisce.

Forse Iddio non si merita tutto il nostro amore? Egli ci ha amati sin dall'eternità: In caritate perpetua dilexi te (Ier. XXXI, 3).


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Uomo, dice il Signore, mira ch'io sono stato il primo ad amarti. Tu non vi eri ancora al mondo, il mondo neppur vi era, ed io già ti amava. Da che sono Dio, io t'amo: da che ho amato me, ho amato ancora te. Ben dunque avea ragione quella santa verginella S. Agnese, allorché l'erano proposti altri sposi di terra che le chiedeano il di lei amore, di risponder loro: Ab alio amatore praeventa sum.4 Andate, diceva, amatori di questo mondo, e lasciate di pretendere il mio amore; il mio Dio è stato il primo ad amarmi, egli mi ha amata sin dall'eternità; onde ha ragione ch'io gli doni tutti gli affetti miei, ed altri che lui non ami.

Vedendo Iddio che gli uomini si fan tirare da' benefici, volle, per mezzo de' suoi doni, cattivarli al suo amore. Disse per tanto: In funiculis Adam traham eos, in vinculis caritatis (Os. XI, 4): Voglio tirare gli uomini ad amarmi con quei lacci con cui gli uomini si fan tirare, cioè coi legami dell'amore. Tali appunto sono stati tutti i doni fatti da Dio all'uomo. Egli, dopo averlo dotato di anima colle potenze a sua immagine, di memoria, intelletto e volontà, e di corpo fornito de' sensi, ha creato per lui il cielo e la terra e tante altre cose, tutte per amore dell'uomo: i cieli, le stelle, i pianeti, i mari, i fiumi, i fonti, i monti, le pianure, i metalli, i frutti, e tante specie di bruti: tutte queste creature acciocché servano all'uomo, e l'uomo l'ami per gratitudine di tanti doni. Caelum et terra, esclama S. Agostino, et omnia mihi dicunt ut amem te.5 Signor mio, dicea, quante cose io vedo nella terra e sovra della terra, tutte mi parlano e mi esortano ad amarvi, perché tutte mi dicono che voi per amor mio l'avete fatte. L'abate Ranzè, fondatore della Trappa, quando dal suo romitaggio si fermava a guardare le colline, i fonti, gli uccelli, i fiori, i pianeti, i cieli, sentiva da ciascuna di queste creature infiammarsi ad amare Iddio che per amore di lui le avea create.6


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Similmente S. Maria Maddalena de' Pazzi, allorché teneva in mano qualche bel fiore, sentivasi da quello accendere d'amore verso Dio, e dicea: “Dunque il mio Signore ha pensato sin dall'eternità a crear questo fiore per amor mio!” Onde quel fiore le diventava come uno strale d'amore che dolcemente la feriva e l'univa più a Dio.7 S. Teresa diceva all'incontro, che mirando alberi, fonti, ruscelli, marine o prati, diceva che tutte queste belle creature le ricordavano la sua ingratitudine in amar così poco il Creatore che le avea create per esser da lei amato.8 Narrasi di più a tal proposito, che un divoto solitario, camminando per la campagna, pareagli che l'erbette e i fiori che incontrava, gli rimproverassero la sua ingratitudine verso Dio, ond'egli col suo bastoncello gli andava percotendo, e loro dicea: “Tacete, tacete: voi mi chiamate ingrato, mi dite che Dio vi ha creati per amor mio e ch'io non l'amo; ma già v'ho inteso, tacete, tacete; non mi rimproverate più.”9


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Ma non è stato contento Iddio di donarci tutte queste belle creature. Egli, per cattivarsi tutto il nostro amore, è giunto a donarci tutto se stesso. - L'Eterno Padre è giunto a darci il suo medesimo ed unico Figlio: Sic enim Deus dilexit mundum ut Filium suum unigenitum daret (Io. III, 16). Vedendo l'Eterno Padre che noi eravamo tutti morti e privi della sua grazia per causa del peccato, che fece? per l'amore immenso, anzi, come scrive l'Apostolo, per lo troppo amore che ci portava, mandò il suo Figlio diletto a soddisfare per noi, e così renderci quella vita che il peccato ci avea tolta: Propter nimiam caritatem suam qua dilexit nos, et cum essemus mortui peccatis convivificavit nos in Christo (Eph. II, 4, 5). E donandoci il Figlio - non perdonando al Figlio per perdonare a noi - insieme col Figlio ci ha donato ogni bene, la sua grazia, il suo amore e il paradiso, poiché tutti questi beni son certamente minori del Figlio: Qui etiam proprio Filio suo non pepercit, sed pro nobis omnibus tradidit illum, quomodo non etiam cum illo omnia nobis donavit? (Rom. VIII, 32).

E così anche il Figlio, per l'amore che ci porta, tutto a noi si è dato: Dilexit nos et tradidit semetipsum pro nobis (Gal. II, 20).10 “Egli, per redimerci dalla morte eterna e per farci ricuperare la grazia divina e il paradiso perduto, si fece uomo e vestissi di carne come noi: Et Verbum caro factum est (Io. I, 14). Ed ecco un Dio esinanito: Semetipsum exinanivit formam servi accipiens... et habitu inventus ut homo. Ecco il Signore


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del mondo che si umilia sino a prender la forma di servo, e si sottomette a tutte le miserie che gli altri uomini patiscono.

Ma quel che più fa stupire è ch'egli ben poteva salvarci senza morire e senza patire; ma no, si elesse una vita afflitta e disprezzata, ed una morte amara ed ignominiosa, sino a morire su d'una croce, patibolo infame destinato agli scellerati: Humiliavit semetipsum, factus obediens usque ad mortem, mortem autem crucis (Phil. II, 8). - Ma perché, potendo redimerci senza patire, volle eleggersi la morte e morte di croce? Per dimostrarci l'amore che ci portava: Dilexit nos et tradidit semetipsum pro nobis (Eph. V 2). Ci amò e, perché ci amava, si diede in mano de' dolori, dell'ignominie e della morte più penosa che abbia patito alcun uomo sovra la terra.

Quindi ebbe a dire il grande amante di Gesù Cristo, S. Paolo: Caritas... Christi urget nos (II Cor. V, 14). E volle dire l'Apostolo che non tanto ciò che ha patito Gesù Cristo, quanto l'amore che ci ha dimostrato nel patire per noi, ci obbliga e quasi ci costringe ad amarlo. Udiamo quel che dice S. Francesco di Sales su del testo citato: “Sapendo noi che Gesù, vero Dio, ci ha amati sino a soffrire per noi la morte e morte di croce, non è questo un avere i nostri cuori sotto d'un torchio, e sentirlo stringere per forza, e spremerne l'amore per una violenza ch'è tanto più forte quanto è più amabile?”11 Indi soggiunge: “Ah, perché non ci gettiamo dunque sovra di Gesù crocifisso, per morire sulla croce con colui che ha voluto morirvi per amore di noi? Io lo terrò, dovressimo dire, e non l'abbandonerò giammai; morirò con lui, ed abbrucerò nelle fiamme del suo amore. Uno stesso fuoco consumerà questo divin Creatore e la sua miserabile creatura. Il mio Gesù si


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tutto a me ed io mi do tutto a lui. Io viverò e morirò sul suo petto; né la morte né la vita mi separeranno mai da lui. O Amore eterno, l'anima mia vi cerca e vi elegge eternamente. Deh venite, Spirito Santo, ed infiammate i nostri cuori colla vostra dilezione. O amare o morire. Morire ad ogni altro amore, per vivere a quello di Gesù. O Salvatore dell'anime nostre, fate che cantiamo eternamente: Viva Gesù che amo; amo Gesù che vive ne' secoli de' secoli.”12

Era tanto l'amore che Gesù Cristo portava agli uomini, che gli facea desiderare l'ora della sua morte, per dimostrar loro l'affetto che per essi serbava; onde andava in sua vita dicendo: Baptismo... habeo baptizari, et quomodo coarctor usque dum perficiatur? (Luc. XII, 50). Io ho da essere battezzato col mio medesimo sangue, ed oh come mi sento stringere dal desiderio che presto venga l'ora della mia Passione, affinché presto con ciò l'uomo conosca l'amore che gli porto! E perciò S. Giovanni, parlando di quella notte in cui Gesù diè principio alla sua Passione, scrive: Sciens Jesus quia venit hora eius ut transeat ex hoc mundo ad Patrem, cum dilexisset suos... in finem dilexit eos (Io. XIII, 1). Chiamava il Redentore quell'ora, ora sua - hora eius, - perché il tempo della sua morte era il tempo da lui desiderato: mentre allora volea dare agli uomini l'ultima pruova del suo amore, morendo per essi in una croce, consumato da' dolori.

Ma chi mai ha potuto indurre un Dio a morir giustiziato su d'un patibolo, in mezzo a due scellerati, con tanta


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ignominia della sua divina maestà? Quis fecit hoc? dimanda S. Bernardo; e poi risponde: Fecit amor, dignitatis nescius.13 Ah che l'amore, quando si tratta di farsi conoscere, non va trovando quel che più conviene alla dignità dell'amante, ma quel che più conduce a manifestarsi all'amato. Ben dunque avea ragione S. Francesco di Paola, a vista del Crocifisso, di esclamare: O carità, o carità, o carità!14 E così tutti, mirando Gesù in croce, dovressimo, infiammati, esclamare: O amore, o amore, o amore!

Ah che se la fede non ce ne assicurasse, chi mai potrebbe arrivare a credere che un Dio onnipotente, felicissimo, e signore del tutto, abbia voluto amar tanto l'uomo, che sembra esser egli uscito fuori di sé per amore dell'uomo? Abbiam veduta la stessa Sapienza, cioè il Verbo Eterno, impazzito per lo troppo amore portato agli uomini! così parlava S. Lorenzo Giustiniani: Vidimus Sapientem prae nimietate amoris infatuatum!15 Lo stesso dicea S. Maria Maddalena de' Pazzi un giorno in cui, stando in estasi, prese tra le mani un'immagine di legno del Crocifisso, e poi esclamava: “Si, Gesù mio, che tu sei pazzo d'amore. Lo dico, e sempre lo dirò: Pazzo d'amore tu sei, Gesù mio.”16 Ma no, dice S. Dionigi Areopagita (Lib. 4. de Div. Nom.),


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non è pazzia, ma è solito effetto dell'amore divino, il far uscire l'amante fuori di sé per darsi tutto all'oggetto amato: Extasim facit divinus amor.17

Oh se gli uomini si fermassero a considerare, guardando Gesù crocifisso, l'affetto ch'egli ha portato a ciascuno di loro! “E di qual amore, dicea S. Francesco di Sales, non resteremmo noi accesi a vista delle fiamme che trovansi nel seno del Redentore! Ed oh, qual ventura poter esser bruciati da quello stesso fuoco di cui brucia il nostro Dio? E qual gioia essere a Dio uniti colle catene dell'amore?”18 S. Bonaventura chiamava le piaghe di Gesù Cristo piaghe che impiagano i cuori più insensati, e che infiammano l'anime più gelate: Vulnera dura corda vulnerantia et mentes congelatas inflammantia.19 Oh quante saette amorose escono da quelle piaghe, che feriscono i cuori più duri! Oh che fiamme escono dal cuore ardente di Gesù Cristo, che infiammano i cuori più freddi! Oh quante catene escono da quel costato ferito, che legano i cuori più indomiti!

Il Ven. Giovanni d'Avila, il quale era tanto innamorato di Gesù Cristo che in tutte le sue prediche non lasciava mai di parlare dell'amore che Gesù Cristo ci porta, egli in un suo


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trattato dell'amore che ha per gli uomini questo amantissimo Redentore, scrisse questi infocati sentimenti che, per essere troppo belli, ho voluto qui inserirli.20 Dice così:

“Voi, Redentore, amaste l'uomo in tal modo, che chi considera questo amore non può far di meno di amarvi, perché il vostro amore fa violenza ai cuori, come lo dice l'Apostolo: Caritas... Christi urget nos. L'origine dell'amore di Gesù Cristo verso gli uomini è la sua carità verso Dio. Perciò disse nel giovedì della cena: Ut cognoscat mundus quia diligo Patrem, surgite, eamus. Ma dove? A morire per gli uomini nella croce.

“Non arriva alcun intelletto a comprendere quanto arda questo fuoco nel Cuore di Gesù Cristo. Siccome gli fu comandato che patisse una morte, gli fosse stato comandato che ne patisse mille, ben egli aveva amore per patirle tutte. E se ciò che gli fu imposto di patire per tutti gli uomini gli fosse stato imposto per la salute di un solo, così l'avrebbe fatto per ciascuno come lo fece per tutti. E siccome stette tre ore in croce, se fosse stato necessario starvi sino al giorno del giudizio, egli avea amore per eseguirlo. Sicché Gesù Cristo molto più amò che non patì.- O amor divino, quanto fosti maggiore di quel che comparisti! Comparisti grande per di fuori, perché tante piaghe e lividure ci predicano un grande amore, ma non dicono tutta la sua grandezza; ma fu più di dentro di quel che comparì di fuori. Ciò fu una scintilla che scaturì da quel gran pelago d'immenso amore.

“Questo è il maggior segno dell'amore, metter la vita per li suoi amici; ma non è segno che bastò a Gesù Cristo ad esprimere il suo amore.

“Questo amore è quello che fa uscire di sé le anime buone, e le fa restar attonite quando si loro a conoscere. Quindi nasce il sentirsi arder le viscere, il desiderare il martirio, il rallegrarsi nel patire, il godere nelle graticole roventi, il passeggiar sulle brace come fossero rose, l'anelare i tormenti, il gioire di quello che il mondo teme ed abbracciar quello che il mondo abborrisce. Dice S. Ambrogio che l'anima


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ch'è sposata con Gesù Cristo sulla croce, niuna cosa tiene per più gloriosa che portar seco le insegne del Crocifisso.

“Or come io vi pagherò, o amante mio, questo vostro amore? Egli è degno che il sangue si ricompensi con sangue. Veggami io con questo sangue tinto, e in questa croce inchiodato. O santa croce, ricevi me ancora in te. Slargati, corona, acciocché possa io in te metter la mia testa. O chiodi, lasciate coteste mani innocenti del mio Signore, e trapassate il mio cuore di compassione e di amore. - Perciò, mio Gesù, dice San Paolo che voi moriste: per impadronirvi de' vivi e de' morti, non già coi castighi, ma coll'amore: In hoc... Christus mortuus est et resurrexit, ut et mortuorum et vivorum dominetur (Rom. XIV, 9).

“O ladro de' cuori, la forza del vostro amore ha spezzati anche i nostri cuoriduri. Voi avete infiammato tutto il mondo del vostro amore. O sapientissimo Signore, inebbriate i nostri cuori con questo vino, abbruciateli con questo fuoco, feriteli con questa saetta del vostro amore. Questa vostra croce e già una balestra che i cuori ferisce. Sappia tutto il mondo che io ho il cuore ferito. O amor mio dolcissimo, che avete fatto? Voi siete venuto a curarmi, e mi avete ferito? Siete venuto per insegnarmi a vivere, e mi avete renduto come pazzo? O sapientissima pazzia, io non viva mai senza di voi. Signore, io quanto veggo nella croce, tutto m'invita ad amare: il legno, la figura, le ferite del vostro corpo, e sovra tutto l'amor vostro m'invita ad amarvi e a non dimenticarmi mai di voi.”

Ma per giungere al perfetto amore di Gesù Cristo, bisogna prenderne i mezzi.

Ecco i mezzi che c'insegna S. Tommaso d'Aquino (Opusc. de Dilect. Dei, § 1).21

Per Aver una memoria continua de' divini benefici generali e particolari.

Per Considerare l'infinita bontà di Dio, che sta sempre in atto di farci bene, e sempre ci ama, e cerca da noi il nostro amore.


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Per Evitar con diligenza ogni minima cosa di suo disgusto.

Per Rinunziare a tutti i beni sensibili di questa terra: ricchezze, onori e piaceri di senso.

Aggiunge il P. Taulero essere un gran mezzo ancora per ottenere il perfetto amore a Gesù Cristo il meditare la sua santa Passione.22

Chi può negare che la divozione alla Passione di Gesù Cristo è la divozione di tutte le divozioni la più utile, la più tenera, la più cara a Dio, quella che più consola i peccatori, quella che più infiamma l'anime amanti? E donde mai riceviamo noi tanti beni, se non dalla Passione di Gesù Cristo? Donde abbiamo noi la speranza del perdono, la fortezza contro le tentazioni, la confidenza di andare al paradiso? Donde tanti lumi di verità, tante chiamate amorose, tante spinte a mutar vita, tanti desideri di darci a Dio, se non dalla Passione di Gesù Cristo? Troppo dunque avea ragione l'Apostolo di chiamare scomunicato chi non ama Gesù Cristo: Si quis non amat Dominum nostrum Iesum Christum, sit anathema (I Cor. XVI, 22).

Dice S. Bonaventura che non vi è divozione più atta a santificare un'anima che la meditazione della Passione di Gesù Cristo; onde ci consiglia a meditare ogni giorno la Passione, se vogliamo avanzarci nell'amore divino: Si vis proficere, quotidie mediteris Domini Passionem; nihil enim in anima ita operatur universalem sanctimoniam, sicut meditatio Passionis Christi. E prima disse S. Agostino, come riferisce il Bustis,23


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che vale più una lagrima sparsa per la memoria della Passione che il digiuno in pane continuato in ogni settimana: Magis meretur vel unam lacrimam emittere ob memoriam Passionis Christi quam si qualibet hebdomada in pane ieiunaret.24 Perciò i santi si son sempre occupati a considerare i dolori di Gesù Cristo. S. Francesco d'Assisi per tal mezzo diventò un serafino. Un giorno fu trovato da un galantuomo piangendo e gridando a gran voce; dimandato, perché? “Piango, rispose, i dolori e le ignominie del mio Signore; e quello che più mi fa piangere è che gli uomini, per cui egli ha patito tanto, ne vivono scordati.” E ciò dicendo raddoppiò le lagrime, sì che colui anch'esso si pose a piangere. Quando il santo udiva belare un agnello o vedeva altra cosa che gli rinnovava la memoria di Gesù appassionato, subito rinnovava le lagrime. Stando un'altra volta infermo, uno gli disse che si avesse fatto leggere qualche libro divoto: “Il libro mio, rispose, è Gesù crocifisso.” E perciò non faceva altro che esortare i suoi frati a pensar sempre alla Passione di Gesù Cristo.25

Scrive il Tiepoli: “Chi non s'innamora di Dio col mirare Gesù morto in croce, non s'innamora mai.”26




1 Si veda in Appendice, 1. l' ordine generale dell' opera e la corrispondenza tra il testo di S. Paolo ed i vari capitoli della Pratica.



2 CAMUS, Esprit de S. François de Sales, part. 1., ch. 25. - S. FRANÇOIS DE SALES, Introduction à la vie dévote, 1ère partie, ch. 1. - Vedi Appendice, 2.



3 «Dilige, et quod vis fac.» S. Augustinus,  In Epist. Ioannis ad Parthos, tract. 7. n. 8. ML 35-2033.- Vedi Appendice, 3.



4 Officium S. Agnetis, 21 ian., in I Nocturno, antiphona 1. - Vedi Appendice, 4.



5 S. AUGUSTINUS, Confessionum lib. 10., cap. 6. n. 8. ML 32-782. - Vedi Appendice, 5, A.



6 «Comme, entre tous les prèceptes divinis, celui d' aimer Dieu est le premier et le plus indispensable, il n' y en a point aussi dont l' obligation soit plus claire et plus èvidente. Il semble qu' elle ne puisse être ignorée que de ceux qui sont assez aveugles et assez malheureux pour ne le pas connaitre, et l' on peut dire que, si les cieux et tout ce que l' univers enferme nous parlent incessamment de sa magnificence et de sa gloire, ils nous disent en même temps l' obligation que nous avons de l' aimer. Car serait-il possible que l' on sût qu' il est l' auteur de tous ces ouvrages, que toutes ces merveilles sont les effets de sa bonté et de sa puissance, qu' elles ont pris dans cette source infinie de toutes sortes de richesses ce qui éclate en elles de bon et de beau, et que l' on ne crût pas qu' on est obligé de l' aimer? » Dom A. -J. Le Bourthillier de RANCE', Abbé de la Trappe, De la sainteté et des devoirs de la vie monastique, ch. 7, I.



7 PUCCINI, Vita (1611), parte 1, cap. 34. - Vedi Appendice, 5, B.



8 S. TERESA, Libro de la Vida, cap. 9. Obras, I, 65. -Vedi Appendice, 5, C.



9 Si può argomentare che questo «divoto solitario» sia stato S. Paolo della Croce, fondatore dei Passionisti. Questi, non ancora sacerdote, ma già vestito del sacro abito del suo Istituto, si ritirò, il 1721, nel «romitorio e chiesa sotto il titolo della SS. Annunziata, monastero una volta de' Benedettini, e quindi convento degli Agostiniani, ma in allora affatto abbandonato». Paolo «trovò quel romitorio in situazione assai eminente», nel Monte Argentario, «di solitudine perfetta, tutto conforme alle sue sante intenzioni». Ivi menò vita solitaria e contemplativa, di cui restò amantissimo fino alla morte.- Nel 1723, egli e suo fratello «ottennero dal Vescovo» di Gaeta «di potere abitare in un romitorio sotto il titolo della Madonna SS. della Catena». La loro fama, «giunse fino alla città di Troia in Puglia, dov' era vescovo Monsignor Emilio Cavalieri, il quale desiderò averli presso di sé». Partiti da Gaeta nell' Agosto del 1724, ed «arrivati in Troia, furono con giubilo straordinario accolti ed abbracciati da quell' ottimo Prelato, il quale li alloggiò nell' Episcopio». Si formò l' unione più intima fra queste due anime grandi in virtù e santità, del Vescovo e di Paolo. I due fratelli si trattennero «presso Mgr. Cavalieri con santa reciproca conversazione per lo spazio di circa sei mesi». PIO DEL NOME DI MARIA, Passionista, Vita del B. Paolo della Croce, lib. 2. cap. 1, 2, 3. - Ora, il santo vescovo di Troia, Mgr. Cavalieri, era zio materno di S. Alfonso. E' quindi molto probabile ch' egli abbia parlato di quel santo amico al suo piissimo nipote, il quale, lasciato il mondo, in quegli anni si stava preparando a ricevere gli ordini sacri. Dalle circostanze apparisce perché S. Alfonso chiami Paolo «divoto solitario»; e forse avrà saputo dalla bocca dello zio quel particolare del bastoncello col quale percuoteva dolcemente le erbette e i fiori. Infatti il biografo del Santo pare accennarlo: «Camminando nei prati o nelle campagne, nel vedere i fiori, alberi ed erbe: «Tacete, tacete», era udito dire, «non predicate più». Viaggiando da Terracina a Ceccano, nel passare in mezzo ad una macchia, all' improvviso con gran vivezza di spirito: «Non vedi, disse al compagno, non senti, che questi alberi e queste foglie gridano amor di Dio, ama Dio?» Uscito all' aperto, sempre più acceso il suo cuore, a quanti incontrava: «Fratelli diceva, amate Dio, amate Dio; che lo merita tanto»: parole che recavano stupore e tenerezza a tutti quelli che lo ascoltavano». La stessa opera, lib. 4, cap. 2, §. 2. - Di questi due santi, per tanti riguardi l' uno a l' altro simili, Paolo precedeva di due anni Alfonso nell' età (3 gennaio 1694, 27 settembre 1696) e fu preceduto da lui di pochi mesi nel sacerdozio (21 decembre 1726, 7 giugno 1727).



10 Gal. II, 20: Dilexit me, et tradidit semetipsum pro me. - Ephes. V, 2: Dilexit nos, et tradidit semetipsum pro nobis..



11 «La charité... de Jésus-Christ nous presse. Oui, Thèotime, rien ne presse tant le coeur de l' homme que l' amour. Si un homme sait d' être aimé de qui que ce soit, il est pressé d' aimer réciproquement; mais si c' est un homme vulgaire qui est aimé d' un grand seigneur, certes il est bien plus pressé; mais si c' est d' un grand monarque, combien est-ce qu' il est pressé davantage? Et maintenant, je vous prie, sachant que Jésus-Christ, vrai Dieu éternel, toutpuissant, nous a aimés jusques à vouloir souffrir pour nous la mort, et la mort de la croix (Philip. II, 8), 6 mon cher Théotime, n' est-ce pas cela avoir nos caeurs sous le pressoir et les sentir presser de force, et en exprimer de l' amour par une violence et contrainte qui est d' autant plus violente, qu' elle est toute aimable et amiable?» S. FRANÇOIS DE SALES, Traité de l' amour de Dieu, liv. 7, ch. 8. Œuvres, V, Annecy, 1894.



12 Voyons, Théotime, ce divin Rédempteur, étendu sur la croix, comme sur son bûcher d' honneur où il meurt d' amour pour nous, mais d' un amour plus douloureux que la mort même, ou d' une mort plus amoureuse que l' amour même: hé, que ne nous jetons-nous en esprit sur lui, pour mourir sur la croix avec lui, qui, pour l' amour de nous, a bien voulu mourir! Je le tiendrai jamais (Cant. III, 4): je mourrai avec lui et brûlerai dedans les fiammes de son amour, un même feu consumera ce divin Créateur et sa chétive créature; mon Jésus est tout mien et je suis toute sienne (Cant. II, 16), je vivrai et mourrai sur sa poitrine, ni la mort ni la vie ne me séparera jamais de lui (Rom. VIII, 38, 39). S. FRANÇOIS DE SALES, Traité de l' amour de Dieu, liv. 7, ch. 8. - «O amour éternel, mon âme vous requiert et vous choisit éternellement ! Hé, venez, Saint-Esprit, et enflammez nos coeurs de votre dilection. Ou aimer ou mourir! Mourir et aimer! Mourir à tout autre amour pour vivre à celui de Jésus, afin que nous ne mourions point éternellement; ains que vivant en votre amour éternel, ô Sauveur de nos âmes, nous chantions étérnellement: Vive Jésus! J' aime Jésus! Vive Jésus que j' aime! J' aime Jésus qui vit et règne ès siècles des siècles. Amen.» Même ouvrage, liv. 12, ch. 13.



13 Tractatus de caritate, cap. 6, n. 29, inter Opera S. Bernardi ML 184-599. - S. BERNARDUS, In Cantica, Sermo 64, n. 10: ML 183-1088. -Vedi Appendice, 6.



14 Vedi Appendice, 7.



15 «Nisi doceret fides praenuntiassentque Prophetae et testificarentur Angeli, quis crederet vagientem infantem vilibus panniculis involutum iumentisque irrationalibus sociatum et super foenum iacentem, Deum esse?... O dilectissimi, adeamus cum fiducia, non ad thronum gloriae, sed ad diversorium humanitatis eius (specum nempe Bethleemiticum), ut inveniamus gratiam in tempore opportuno. Ibi namque agnoscemus exinanitam Maiestatem, Verbum abbreviatum, Solem carnis nube obtectum, et Sapientiam amoris nimietate infatuatam.» S. LAURENTIUS JUSTINIANUS, Sermo in Nativitate Domini, n. 4. Opera, Lugduni, 1628, pag. 394, col. 2.



16 «Una volta, essendo pure in  ratto, tolto un crocifisso in mano, si diede per il convento a correre, e sfogando col Verbo Divino amorosi avvisi e intensi affetti, esclamava: «O Amore, o Amore, o Amore!» Questo faceva con dolci sorrisi, e con volto sì colmo di gioia, che in rimirarla cagionava grandissima consolazione. Ora affissava gli occhi al cielo, ora al Crocifisso, ora se lo stringeva al petto, e lo baciava con eccessivo fervore, ed in quel mentre non cessava di replicare: «O Amore, o Amore! non resterò giammai; o Dio mio, di chiamarti Amore, giubilo del mio cuore, speranza e conforto dell' anima mia.» Poi, rivolta alle Sorelle che la seguitavano, soggiungeva: «Non sapete voi, care sorelle, che il mio Gesù altro non è che Amore, anzi pazzo d' amore? Pazzo d' amore dico che sei, o Gesù mio, e sempre lo dirò. Tu sei tutto amabile e giocondo; tu recreativo e confortativo; tu nutritivo e unitivo. Sei pena e refrigerio, fatica e riposo, morte e vita insieme: finalmente, che non è in te? Tu sei saggio e giocondo, alto ed immenso, ammirabile e indicibile, inescogitabile e incomprensibile.» E teneva gli occhi del continuo affissati nel costato del Crocifisso, in cui mostrava di vedere cose maravigliose.» PUCCINI, Vita, Firenze, 1611, parte1, cap. 11.



17 «Est praeterea divinus amor extaticus, qui non sinit esse suos qui sunt amatores, sed eorum quos amant.» DIONYSIUS AREOPAGITA, De divinis nominibus, cap. 4, § XIII. Mg 3-711.



18 «I Prelati hanno da essere uomini d' orazione, e amare la solitudine per consigliarsi con Gesù, ed imparare da lui a parlare bene ed operare meglio; perché le piaghe di Gesù sono altrettante bocche, le quali c' insegnano come conviene patire con lui e per lui. E poi, se la scienza dei santi è fare e soffrire, soffrendo fortemente e operando costantemente per lui con lui, presto diverremo santi. E come non resteremo accesi d' ardente zelo e d' amore vivo, alla vista delle fiamme che solo si trovano nel seno del Redentore! Ah, mio Dio, che felicità, qual gloria, poter essere abbrugiati dal medesimo fuoco, e nella fornace in cui brugia il nostro Dio! Qual giubilo essere a lui uniti con le catene dell' amore e del zelo!» GALLIZIA, Vita, lib. 6, cap. 2 (fine): Massime e detti spirituali, Massime per gli ecclesiastici, n. 5.



19 «O vulnera corda saxea vulnerantia, et mentes congelatas infiammantia, et pectora adamantina liquefacientia prae amore!» Stimulus amoris, pars 1, cap. 1: inter Opera S. Bonaventurae, Lugduni (post Romanam Vaticanam et Germanicam editiones), 1668, VII, 194, col. 1. et 2. - Vedi Appendice, 8.



20 B. GIOVANNI AVILA, Trattati del SS. Sacramento dell' Eucaristia. Trattato I: Sopra l' amor di Dio verso gli uomini.  - Vedi Appendice, 9, A, B, C, D, E. Corrisponde ciascuna di queste lettere a ciascuno dei seguenti numeri: 14, 15, 16, 17, 18.



21 S. THOMAS AQUINAS, Opusculum De duobus praeceptis caritatis et decem legis praeceptis, §. 1, De dilectione Dei. - Vedi Appendice, 10.



22 «(Virgines Christi eum, quem suam salutem, gaudium et desiderium esse agnoscunt... ex intimis omnium virium suarum ardentissimo complectantur amore, eius praeceptis atque consiliis fidelem exhibeant obedientiam, ac eius deniqzue amarissimae Passioni secretisque imaginibus et exemplis se totas applicent humiliterque conforment... Qui his magis abundat, Deo vicinior atque coniunctior est... Quod ut faciliter in nobis et per nos fieri queat, Christique Passio et exemplar ad extremum et laudabiliter in nobis perficiantur, facies nostras continua meditatione erigere, eiusque Passionem in conclavi cordis nostri, omnem inde contrariam excludendo occupationem, in intimoque mentis nostrae hospitio, et in supremo spiritus sive fundi nostri domicilio, fideliter recogitare ac ruminare debemus. Sane anima quae sic a Christo duci meretur, ceu apotheca fit suavissimi odoris, quem pretiosissima Christi virtutum spirant aromata.» Io. THAULERUS, O. P., Epistola 20: Sermones de festis, Institututiones, cum Epistolis aliquot, Lugduni, 1558.



23 «Passionem (Christi) in corde rumines quotidie. Huius enim Passionis Christi meditatio continua mentem elevabit; quid agendum, quid meditandum, quid quiescendum et sentiendum sit, indicabit; te demum ad ardua infiammabit; te vilificari et contemni et affligi faciet; affectus tuos tam in cogitatione quam in locutione ac etiam operatione regulabit... O Passio mirabilis, quae suum meditatorem alienat, et non solum reddit angelicum, sed divinum.» Stimulus amoris, pars 1, cap. 1. Inter Opera S. Bonaventurae, Lugduni, 1668, tom. 7. - Vedi Appendice, 8.



24 «Quam magni sit meriti Passionem Filii Dei plangere, ostendit Augustinus in quaodam sermone (?) dicens quod magis meretur vel unam solam lacrimam emittens ob memoriam Passionis Christi, quam si ad terram promissionis peregrinaretur, et quam si per totum annum omni hebdomada totum psalterium diceret, et plus quam si qualibet anni hebdomada disciplinam faceret, vel in pane et aqua ieiunaret. » BERNARDINUS DE BUSTIS, O. M., Rosarium sermonuum per Quadragesimam, etc., pars. 2, sermo 15, Feria VI in Parasceven, de lacrimosa Passione Domini, (immediatamente dopo l' esordio, cioé dopo il saluto alla croce). - Più verisimilmente viene da Tiepolo (Considerazioni della Passione, trattato 1, 16°) attribuita questa sentenza a S. Alberto Magno; però non l' abbiamo ritrovata nel trattato  De sacrificio Missae, a cui egli rimanda.



25 S. FRANCESCO D' ASSISI a) per la contemplazione dei dolori di Gesù Cristo diventa un serafino d' amore; b) ancora in abito secolare, piange la Passione di Cristo; c) compatisce gli agnelli in ricordo dell' Agnello divino; d) tiene per suo libro Gesù Crocifisso; e) raccomanda ai suoi l' assidua meditazione della Passione: Vedi Appendice, 11, A, B, C, D, E.



26 TIEPOLO, Le considerazioni della Passione di N. S. Gesù Cristo. - Vedi Appendice, 12.






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