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S. Alfonso Maria de Liguori
Pratica di amar Gesù Cristo

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CAPO VII.

Caritas non aemulatur.

L'anima che ama Gesù Cristo non invidia i grandi del mondo, ma solamente coloro che più amano Gesù Cristo.

Spiega S. Gregorio quest'altro contrassegno della carità, e dice che la carità non invidia, poiché non sa invidiare a' mondani quelle terrene grandezze ch'ella non desidera, ma disprezza: Non aemulatur, quia per hoc quod in praesenti mundo nihil appetit, invidere terrenis successibus nescit (Mor. l. 10. c. 8).1 Quindi bisogna distinguere due sorta di emulazioni, una malvagia e l'altra santa. La malvagia è quella che invidia e si rattrista per li beni mondani che gli altri possedono in questa terra. L'emulazione poi santa è quella che non già invidia, ma più tosto compatisce i grandi di questo mondo che vivono tra gli onori e piaceri terreni. Ella non cercadesidera altro che Dio, ed altro non pretende in questa vita che di amarlo quanto può; e perciò santamente invidia chi l'ama più di lei, mentr'ella nell'amarlo vorrebbe superare anche i serafini.

Questo è quell'unico fine che hanno in terra le anime sante, fine che innamora e ferisce di amore talmente il cuor di Dio che gli fa dire: Vulnerasti cor meum, soror mea sponsa, vulnerasti cor meum in uno oculorum tuorum (Cant. IV, 9). Quell'uno degli occhi significa l'unico fine che ha l'anima sposa in tutti i suoi esercizi e pensieri, di piacere a Dio. Gli uomini del mondo nelle loro azioni guardano le cose con più occhi, cioè con diversi fini disordinati, di piacere agli uomini, di farsi onore, di acquistar ricchezze e, se non di altro, di contentare


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se stessi; ma i santi non hanno che un occhio, per guardare in tutto ciò che fanno il solo gusto di Dio; e dicono con Davide: Quid... mihi est in caelo? et a te quid volui super terram?... Deus cordis mei, et pars mea Deus in aeternum (Ps. LXXII, 25 et 26): e che altro io voglio, mio Dio, in questo e nell'altro mondo, se non voi solo? Voi solo siete la mia ricchezza, voi l'unico signore del mio cuore. Si godano pure, dicea san Paolino, i ricchi i loro tesori di terra, si godano i re i loro regni, voi, Gesù mio, siete il mio tesoro e 'l regno mio: Habeant sibi divitias suas divites, regna sua reges, Christus mihi gloria et regnum est.2

Quindi avvertiamo che non basta fare opere buone, ma bisogna farle bene. Acciocché le opere nostre sian buone e perfette è necessario farle col puro fine di piacere a Dio. Questa fu la degna lode che fu data a Gesù Cristo: Bene omnia fecit (Marc. VII, 37). Molte azioni saranno in sé lodevoli, ma perché saran fatte per altro fine che della divina gloria, poco o niente varranno appresso Dio. Dicea S. Maria Maddalena de' Pazzi: “Iddio rimunera le nostre opere a peso di purità.”3 Viene a dire che secondo è pura la nostra intenzione, così il Signore gradisce e premia le nostre azioni. Ma oh Dio, e quanto è difficile a trovare un'azione fatta solo per Dio! Io mi ricordo d'un santo religioso vecchio che molto avea faticato per Dio e morì in concetto di santità;4 ora costui un


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giorno, dando un'occhiata alla sua vita, tutto mesto ed atterrito mi disse: “Oimè, che guardando tutte le opere di mia vita, non ne trovo una fatta solo per Dio.” Maledetto amor proprio che ci fa perdere o tutto o la maggior parte del frutto delle nostre buone azioni. Quanti nei loro impieghi più santi di predicatori, confessori, missionari, faticano, stentano, e poco


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o niente guadagnano, perché non guardano Dio solo, ma la gloria mondana o l'interesse o la vanità di comparire o almeno la propria inclinazione!

Dice il Signore: Attendete a non fare il bene per esser veduti dagli uomini, altrimenti non avrete alcun premio dal Padre celeste: Attendite ne iustitiam vestram faciatis coram hominibus, ut videamini ab eis: alioquin mercedem non habebitis apud Patrem vestrum, qui in caelis est (Math. VI, 1). Chi fatica per contentare il suo genio, già riceve il suo premio: Amen dico vobis, receperunt mercedem suam (Ibid. 5). Mercede però che si riduce ad un poco di fumo o ad una effimera soddisfazione che presto passa, e niente profitto ne resta all'anima. Dice il profeta Aggeo che chi fatica per altro che per piacere a Dio, ripone le sue mercedi in un sacco rotto che quando va ad aprirlo niente più vi ritrova: Et qui mercedes congregavit misit eas in sacculum pertusum (Agg. I, 6). E da ciò poi nasce che costoro, se dopo le loro fatiche non ottengono l'intento di qualche cosa che imprendono, molto s'inquietano. Questo è il segno che non hanno avuto per fine la sola gloria di Dio: chi fa un'opera per la sola gloria di Dio, ancorché poi quella non riesca, niente si turba: mentre egli già ha ottenuto il suo fine di dar gusto a Dio, avendo operato con retta intenzione.

Ecco i segni per vedere se uno che s'impiega in qualche affare spirituale opera solo per Dio. Se non si disturba allorché non ottiene l'intento, perché non volendolo Dio neppur egli lo vuole. Se gode egualmente del bene che han fatto gli altri, come se esso l'avesse fatto. Se non desidera più un impiego che un altro, ma gradisce quello che vuole l'ubbidienza de' superiori. Se dopo le sue operazioni non cerca dagli altri né ringraziamentiapprovazioni: e perciò se mai dagli altri ne vien mormorato o disapprovato, non si affligge, contentandosi solamente di aver contentato Dio. E se mai ne riceve qualche lode dal mondo, non se ne invanisce, ma risponde alla vanagloria che gli si presenta innanzi per esser accettata, ciò che le rispondea il Ven. Giovanni d'Avila: “Va via, sei arrivata tardi, perché l'opera già me la trovo data tutta a Dio.”5


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Questo è l'entrare nel gaudio del Signore, cioè godere del godimento di Dio, come sta promesso ai servi fedeli: Euge, serve bone et fidelis quia super pauca fuisti fidelis... intra in gaudium domini tui (Math. XXV, 23). Ma se noi arriviamo ad aver la sorte di fare qualche cosa che piace a Dio, dice il Grisostomo, che altro andiamo cercando? Si dignus fueris agere aliquid quod Deo placet, aliam praeter id mercedem requiris? (Chrys. L. 2. de Compunct. cord.).6 Questa è la maggior mercede, la maggior fortuna a cui può giungere una creatura, il dar gusto al suo Creatore.

E ciò è quello che pretende Gesù Cristo da un'anima che l'ama: Pone me, le dice, ut signaculum super cor tuum, ut signaculum super brachium tuum (Cant. VIII, 6). Vuole che lo metta come segno sopra il suo cuore e sopra il suo braccio: sopra il suo cuore, acciocché quanto ella medita di fare, intenda di farlo sol per amore di Dio; sopra il suo braccio, acciocché quanto opera, tutto lo faccia per dar gusto a Dio; sicché Dio sia sempre l'unico scopo di tutti i suoi pensieri e di tutte le sue azioni. Dicea S. Teresa che chi vuol farsi santo bisogna che viva senza altro desiderio che di dar gusto a Dio.7 E la sua


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prima figlia, la Ven. Beatrice dell'Incarnazione, dicea: “Non v'è prezzo con cui possa pagarsi qualunque cosa, benché minima, fatta per Dio.”8 E con ragione, perché tutte le cose fatte per piacere a Dio sono atti di carità che ci uniscono a Dio e ci acquistano beni eterni.

Dicesi che la purità d'intenzione è l'alchimia celeste per la quale il ferro diventa oro, cioè le azioni più triviali, come il lavorare, il cibarsi, il ricrearsi, il riposare, fatte per Dio, diventano oro di santo amore. Quindi credea per certo S. Maria Maddalena de' Pazzi che quei che fanno con pura intenzione tutto quel che fanno, vadano diritto in paradiso senza entrar nel purgatorio.9 Si narra nell'Erario Spirit. (to. 4. cap. 4) che un santo solitario prima di fare qualunque azione solea fermarsi per un poco ed alzare gli occhi al cielo. Richiesto perché ciò facesse, rispose: “Procurò di accertare il colpo.”10 E volea dire


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che siccome il sagittario prima di scoccar la saetta prende la mira per indovinare il tiro, così egli prima di metter mano a qualunque azione prendea di mira Iddio, acciocché quell'opera riuscisse di suo piacere. Così dobbiamo fare ancor noi; anzi nel proseguire l'opera incominciata è bene che rinnoviamo da quando in quando l'intenzione di dar gusto a Dio.

Quei che ne' loro affari non guardano altro che il volere divino godono quella santa libertà di spirito che hanno i figli di Dio, la quale fa che abbraccino ogni cosa che piace a Gesù Cristo, non ostante qualunque ripugnanza dell'amor proprio o del rispetto umano. L'amore a Gesù Cristo mette i suoi amanti in una totale indifferenza, per cui tutto ad essi è eguale, il dolce e l'amaro: niente vogliono di quel che piace a se stessi, e tutto vogliono di quel che piace a Dio. Colla stessa pace s'impiegano nelle cose grandi e nelle picciole, nelle cose grate e nelle dispiacevoli: basta loro che piacciano a Dio.

Molti all'incontro voglion servire a Dio, ma in quell'impiego, in quel luogo, con quei compagni, con quelle circostanze, altrimenti o lasciano l'opera o la fanno di mala voglia. Questi non hanno la libertà di spirito, ma sono schiavi dell'amor proprio, e perciò poco meritano anche in ciò che fanno; e vivono inquieti, mentre riesce loro grave il giogo di Gesù Cristo. I veri amanti di Gesù Cristo amano di fare solo quel che piace a Gesù Cristo, e perché piace a Gesù Cristo; quando vuole, dove vuole e nel modo che vuole Gesù Cristo; ed o che voglia Gesù Cristo impiegarli in una vita onorata dal mondo, o in una vita oscura e negletta. Ciò importa l'amar Gesù Cristo con puro amore; ed in ciò noi dobbiamo affaticarci, combattendo contra gli appetiti dell'amor proprio che vorrebbe vederci occupati in opere grandi di onore e di nostra inclinazione.

E bisogna che siamo distaccati da tutti gli esercizi anche spirituali, quando il Signore ci vuole impiegati in altre opere di suo gusto. Un giorno il P. Alvarez, trovandosi molto occupato, desiderava sbrigarsene per andare a fare orazione, poiché gli parea che in quel tempo egli non era con Dio; ma il


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Signore allora gli disse: “Quantunque io non ti tenga meco, ti basti che io mi serva di te.”11 Ciò vale per quelle persone che talvolta s'inquietano per vedersi obbligate dall'ubbidienza o dalla carità a lasciare le loro solite divozioni: sappiano che tal inquietudine allora certamente non viene da Dio, ma viene o dal demonio o dal loro amor proprio. Diasi gusto a Dio, e si muoia. Questa è la prima massima de' santi.




1 «Non aemulatur, quia per hoc quod in praesenti mundo nil appetit, invidere terrenis successibus nescit.» S. GREGORIUS MAGNUS, Moralia in Job, lib. 10, cap. 6 (al. 8).



2 «Sibi habeant litteras suas oratores, sibi sapientiam suam philosophi, sibi divitias suas divites, sibi regna sua reges: nobis gloria, et possessio, et regnum Christus est, nobis sapientia in stultitia praedicationis, nobis virtus in infirmitate carnis, nobis gloria in crucis scandalo, quo mihi mundus occiditur et ego mundo, ut vivam Deo, non autem iam ego, sed in me Christus.» S. PAULINUS, Nolanus episcopus, Epistola 38, ad Aprum (a foro ac tribunali ad Christum conversum), n. 6. ML 61-360.



3 «Soggiungeva: «O purità, quanto gran maraviglie ci discoprirai nell' altra vita, del tutto occulte alle creature, ma non già a quelle che ti cercano; perocché si vedranno persone di grande esempio essere state nel mondo inferiori a molte che solo in nominarle eccitavano altrui a riso, ma perché furono ricche di questo preziosissimo tesoro, e quelle di esso povere, il Signore aggrandirà queste, e quelle avvilirà.» Spesso ancora con abbondanza di lagrime e di sospiri soleva dire: «A peso di purità, o sorelle mie, ci vuol premiare Dio in quell' altra vita.» Vinc. PUCCINI, Vita, Firenze, 1611, parte 1, cap. 58.



4 Questo religioso, morto in concetto di santità, altro non può essere che o il P. Angelo Latessa, o il P. Francesco M. Margotta. E' tradizione che S. Alfonso parli qui di un suo figlio di Congregazione. Ora, tra i non pochi morti con fama di santi nella Congregazione del SS. Redentore fino all' anno 1768, questi due soli possono chiamarsi vecchi, tutti gli altri essendo morti prima di aver  compiti i cinquanta anni di vita, o poco dopo. Il P. Latessa morì di anni 67, ai 5 di ottobre 1755; il P. Margotta, di anni 65, agli 11 di agosto 1764. - D' altronde, del P. Latessa, quantunque fosse nemicissimo dell' ozio,  e molto si occupasse specialmente nell' ascoltare le confessioni e nella direzione delle anime, non può darsi, come nota caratteristica della sua vita, che abbia faticato assai. Da sacerdote secolare, canonico nell' età di 34 anni, Rettore in Seminario per un anno solo, si ritirò presto in patria, ove menò vita esemplarissima sì, ma più da contemplativo che da apostolo. Angelo di nome, lo fu anche per la squisita illibatezza della sua coscienza, e, per di più, fu martire di penitenza. Entrato in Congregazione nell' età di 63 anni, ed accettato da S. Alfonso «per averlo in casa per edificazione degli altri,» diceva egli stesso ai suoi giovani compagni di noviziato: «Anch' io, benché tardi e zoppo, non mancherò raggiungervi e farmi santo.» E così fece, non uscendo mai di casa, ma essendo ivi modello di ogni virtù e colonna dell' osservanza. - Sia per questo, sia per altri connotati, riesce chiaro che qui S. Alfonso parli del P. Francesco M. Margotta. Dottorato in legge con dispensa di età, avvocato, poi governatore di città, ebbe fin da quel tempo nome di santo. Perseguitato dalla madre per contrarre matrimonio, ricusò fermamente di lasciarsi avvincere al mondo. Un fatto strepitoso, di cui fanno fede, tra altri, il P. Girolamo Ferrara, morto anch' egli (1767) in concetto di santità, e Mgr Volpe, di Nocera, lo legò per sempre al Signore. Essendosi Francesco ammalato gravemente, la madre fece chiamare presso di lui il suo santo padre spirituale, D. Gaetano Giuliani, dei Pii Operai. Questi, che abitava in altra città, venuto con ritardo a causa dell' età avanzata e della stagione, lo trovò morto, e vestito per essere trasportato in chiesa. Rivolto alla dolente madre, D. Gaetano le disse: «Se Gesù Cristo ve lo ridona, voi lo donerete a Gesù Cristo?» Avutane la promessa, quel novello Eliseo, buttato sul cadavere, tanto insistette colle ripetute preghiere: «Gesù Cristo mio, io lo voglio per la gloria tua, io lo voglio: questa grazia te la cerca Giuliani, me la devi fare,» che Francesco tornò a novella vita. Poco dopo aiutato dai lumi del santo direttore, si consarò allo stato ecclesiastico. Divenuto Rettore del seminario diocesano di Conza, e poi Vicario generale, per la fondazione della nostra casa di Caposele, tanto si affezionò alla vita apostolica di Alfonso e dei suoi compagni, che, coi consigli di D. Angelo Latessa, rinunziata la carica, in età di 48 anni, divenne il più umile dei novizi. Nella Congregazione, faticò molto, qual missionario, Rettore di casa, Consultore e  Procuratore Generale, Maestro dei novizi. Fu specchio di virtù. Ebbe strettissima amicizia - amicizia da santi - col taumaturgo S. Gerardo Maiella. Il Signore lo provò più volte, ma specialmente verso la fine della sua vita per due anni, con terribili tempeste di desolazioni interne; Maria SS., nel giorno della sua Natività, gli rendette all' improvviso la pienezza della pace e delle divine consolazioni, un anno prima della felice morte di quel suo devotissimo servo.



5 «Fatevi anco beffe della vanagloria, dicendole: Né per te io fo questo, né per te lascerò io di farlo. Signor mio, a te offerisco tutto quello che mai farò o dirò o penserò in tutta la vita mia. E quando pur venga in campo la vanagloria ditele voi: Tarde venis, che già tutto è Dio.» B. GIOVANNI AVILA, Lettera a una persona che desiderava servire a Dio, ma non le bastava l' animo; Lettere spirituali, Roma, 1669, parte 1, lettera 30.



6 «Quid ais, o homo pusillanimis et infelix? res Deo placita agenda tibi proponitur, et tu de mercede sollicitus es?... Rem Deo acceptam facis, et aliam mercedem requiris? Vere ignoras quantum boni sit placere Deo: si id namque scires, nullum aliud huic par praemium esse putares.» S. IO. CHRYSOSTOMUS, De compunctione lib. 2, ad Stelechium, n. 6. MG 47-420.



7 « Sin saber còmo, se hallò (un amante dell' ubbidienza) con aquella libertad de espiritu tan preciada y deseada que tienen los perfetos, adonde se halla toda la felicidad que en esta vida se puede desear; porque, no quiriendo nada, lo poseen todo. Ninguna cosa temen ni desean de la tierra, ni los trabajos las turban, ni los contentos las hacen movimiento: en fin, nadie la puede quitar la paz, porque ésta de solo Dios depende; y como a El nadie le puede quitar, sòlo lemor de perderle puede dar pena, que todo lo demàs de este mundo es, en su opiniòn, como si no fuese, porque ni le hace ni le deshace para su contento.» S. TERESA, Las Fundaciones, cap. 5. Obras, V, 40, 41. - «Que no, mi Dios, no, no màs confianza en cosa que yo pueda querer para mi; quered Vos de mi lo que quisiéredes querer, que eso quiero, pues està todo mi bien en contentaros. Y si Vos, Dios mio, quisiéredes contentarme a mi, cumpliendo todo lo que pide mi desseo, veo que iria perdida. - Qué miserable es la sabiduria de los mortales, y incierta su providencia! Proveed Vos por la vuestra los medios necessarios, para que mi alma os sirva màs a vuestro gusto que al suyo. No me castiguéis en darme lo que yo quiero u deseo, si vuestro amor - que en mi viva siempre - no lo deseare. Muera ya este yo, y viva en mi otro que es màs que yo, y para mi pejor que yo, para que yo le pueda servir. El viva y me dé vida; El reine, y sea yo su cativa, que no quiere mi alma otra libertad.» Exclamaciones del alma a Dios, XVII. Obras, IV, 293.



8 «Todo lo que hacia de labor y de oficios, era con un fin que no dejaba perder el mérito, y ansi decia a las hermanas: «No tiene precio la cosa màs pequena que se hace, si va por amor de Dios: no habiamos de menear los ojos, si no fuese por este fin y por agradarle.» S. TERESA, Las Fundaioines, cap. 12. Obras, V, 97. - La sua prima figlia:  «E' la prima rosa che... piantata da Teresa in terra, scelse il celeste giardiniero per il suo (giardino del cielo): perché, sebbene morirono altre prima di lei... ella fu la prima di quelle che meritarono istoria particolare. Le pagò il Signore il molto che l' amò e lo servì con darle per istorica la sua santa Madre.» FRANCESCO DI S. MARIA, Riforma dei Scalzi di N. S. del Carmine, tom. 1, lib. 1, cap. 19.



9 «Siccome ella nel suo operare non aveva altra mira che di piacere e dar gloria a Dio, così insegnava alle sue discepole; e per accenderle a questo, mostrava loro, con varii discorsi e ragionamenti, quanto grata si rendeva a Dio quell' anima che opera con questa pura intenzione, e come questa avvalora e fa meritevole ogni opera, ancorché picciola; e diceva che chi facesse tutte le opere sue con questa pura intenzione di dar gloria a Dio, dopo la morte anderia in paradiso senza toccare il purgatorio.» PUCCINI, Vita, 1671, cap. 107.



10 «Ainsi lisons-nous d' un des anciens Pères qu' il avait accoutumé de demeurer un peu pensif devant que le commencer aucune oeuvre; et interrogé pourquoi il le faisait, répondit que nos oeuvres n' ayant point de vraie bonté que ce qu' elles en prennent des bonnes intntions, il s' appliquait pour lors à en produire une bonne et bien pure, afin de rendre son action bonne et valablo; imitant l' archer, qui, voulant tirer an blanc, demeure quelque temps pour appointer sa fléche et prendre sa visee... Tous, et nommément ceux qui commencent, doivent être soigneusement instruits de tirer leurs fléches, c' est-à-dire toutes leurs pensées, toutes leurs paroles et toutes leurs oeuvres, au blanc de la gloire de Dieu, ou d' une autre bonne fin, et devant que de les décocher, s' arrêter quelque peu pour viser droit.» SAINT-JURE, S. I.,  De la connaissance et de l' amour du Fils de Dieu Notre-Seigneur Jésus-Christ, liv. 3, ch. 15 (on liv. 3, partie 2, chap. 3), section 3. - Titolo dell' opera traduzione italiana: Erario della vita cristiana e religiosa, ovvero l' arte di conoscere Cristo Gesù e di amarlo.



11 «Racconta (il P. BALD. ALVAREZ) in un suo libretto, che il giorno di San Matteo, facendo con Nostro Signore alcune amorose querele di non aver tempo per dimorar con lui solo a solo, Factum est ad me verbum Domini: gli disse Nostro Signore: «Contentatevi che mi servo di voi, quantunque non istiate con meco;» con che rimase per allora molto consolato.» Ven. P. LOD. DA PONTE, Vita, cap. 2, § 1. - «Vedendosi quasi oppresso dalle molte e spesse occupazioni, dolcemente querelandosi col suo Dio perché gli mancasse il tempo di trattenersi solo a solo con lui: «Fu fatta, dice, dal Signore questa parola nel mio interno: «Bastiti ch' io mi servo di te, quantunque io non ti tenga meco;» e con questo rimasi rassenerato e contento.» Op. cit., cap. 49. -






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