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S. Alfonso Maria de Liguori
Pratica di amar Gesù Cristo

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CAPO VIII.

Caritas non agit perperam.

Chi ama Gesù Cristo fugge la tepidezza ed ama la perfezione, i di cui mezzi sono: 1. Il desiderio. 2. La risoluzione. 3. L'orazione mentale. 4. La comunione. 5. La preghiera.

S. Gregorio spiegando questo passo, non agit perperam (I Cor. XIII, 4), dice che la carità impiegandosi sempre più nel solo amore divino, non sa ammettere quel che non è conforme al retto e santo: Quia caritas quae se in solum Dei amorem dilatat, quidquid a rectitudine discrepat ignorat (San Greg. Mor. l. 10. c. 8).1 Ciò ben lo scrisse prima l'Apostolo dicendo che la carità è un vincolo che lega insieme nell'anima le virtù più perfette: Caritatem habete, quod est vinculum perfectionis (Coloss. III, 14). E poiché la carità ama la perfezione, per conseguenza abborrisce la tepidezza colla quale servono taluni a Dio con gran pericolo di perdere la carità, la divina grazia, l'anima e tutto.

Bisogna non però avvertire che vi sono due sorta di tepidezza, l'una inevitabile e l'altra evitabile. L'inevitabile è quella da cui non sono esenti neppure i santi; e questa comprende tutti i difetti che da noi si commettono senza piena volontà, ma solo per la nostra fragilità naturale. Tali sono le distrazioni nell'orazione, i disturbi interni, le parole inutili, le vane curiosità, i desideri di comparire, i gusti nel mangiare o nel bere, i moti di concupiscenza non subitamente repressi, e simili. Questi difetti dobbiamo noi evitarli quanto possiamo; ma, per cagion della debolezza di nostra natura infettata dal peccato, è impossibile evitarli tutti. Dobbiamo bensì detestarli dopo averli commessi,


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perché sono disgusti di Dio; ma, come avvertimmo nel capo antecedente, ci dobbiam guardare di disturbarci per quelli. Scrisse S. Francesco di Sales: “Tutti quei pensieri che ci danno inquietudine non sono da Dio ch'è principe di pace, ma provengono sempre o dal demonio o dall'amor proprio o dalla stima che facciamo di noi stessi.”2

Tali pensieri pertanto che c'inquietano bisogna subito rigettarli e non farne conto. Dice il medesimo santo che i difetti indeliberati siccome involontariamente si fanno così anche involontariamente si cancellano.3 Un atto di dolore, un atto di amore basta a cancellarli. La Ven. Suor Maria Crocifissa benedettina vide una volta un globo di fuoco, sovra cui essendovi buttate molte pagliuccie osservò che tutte quelle restarono incenerite.4 Le fu dato ad intendere per tal figura che un atto


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fervente di amor divino distrugge tutt'i difetti che abbiamo nell'anima. Lo stesso effetto fa la santa comunione, secondo quel che abbiamo nel Concilio di Trento (Sess. XIII, c. 2), ove chiamasi l'Eucaristia antidotum quo liberamur a culpis quotidianis.5 Sicché tali difetti sono bensì difetti, ma non impediscono la perfezione, cioè di camminare alla perfezione, poiché in questa vita niuno giunge alla perfezione prima che arrivi al regno beato.

La tepidezza poi che impedisce la perfezione è la tepidezza evitabile, quando taluno commette peccati veniali deliberati; poiché tutte queste colpe commesse ad occhi aperti ben possono dalla divina grazia evitarsi anche nello stato presente. Quindi dicea S. Teresa: “Da peccato avvertito, per molto piccolo che sia, Dio vi liberi.”6 Tali sono per esempio le bugie volontarie, le piccole mormorazioni, le imprecazioni, i risentimenti di parole, le derisioni del prossimo, le parole pungitive, i discorsi di stima propria, i rancori d'animo nudriti nel cuore, le affezioni disordinate a persone di diverso sesso. “Questi sono certi vermi, scrisse la stessa S. Teresa, che non si lascian conoscere, finché non abbian rose le virtù.”7 Onde la santa avvertì


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in altro luogo: “Per mezzo di cose picciole il demonio va facendo buchi per dove entrano cose grandi.”8

Bisogna dunque tremare di tai difetti deliberati, mentre Dio per quelli restringe la mano a' lumi più chiari ed agli aiuti più forti, e ci priva delle dolcezze spirituali; e quindi ne nasce che l'anima fa le cose spirituali con gran tedio e pena, e così poi comincia a lasciar l'orazione, le comunioni, le visite al Sacramento, le novene; ed in fine facilmente lascerà tutto, com'è avvenuto non di rado a tante anime infelici.

Questo importa quella minaccia che fa il Signore a' tepidi: Neque frigidus es, neque calidus: utinam frigidus esses, etc.: sed quia tepidus es... incipiam te evomere (Apoc. III, 15 et 16).9 Gran cosa! dice: Utinam frigidus esses! Come? è meglio esser freddo, cioè privo della grazia, che tepido? Sì, in certo modo è meglio esser freddo, perché il freddo può più facilmente emendarsi, scosso dal rimorso della coscienza; ma il tepido fa l'abito a dormire ne' suoi difetti senza pigliarsene pena e senza pensare ad emendarsi, e così rendesi quasi disperata la sua cura. Tepor, scrive S. Gregorio, qui a fervore defecit in desperatione est.10 Diceva il Ven. P. Luigi da Ponte che egli avea commessi


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innumerabili difetti in sua vita, ma che non mai avea fatta pace coi difetti.11 Taluni fan pace co' difetti, e quindi avviene la loro ruina; specialmente quando il difetto è con attacco di qualche passione di stima propria, di voler comparire, di accumular danari, di rancore verso alcun prossimo o di affezione disordinata con persona di diverso sesso. Allora vi è gran pericolo che i capelli diventino per quell'anima, come diceva S. Francesco d'Assisi, catene che la tirino all'inferno.12 Almeno quell'anima non si farà più santa, e perderà quella gran corona che Dio l'apparecchiava se fosse stata fedele alla grazia. L'uccello quando è sciolto da ogni laccio subito vola: l'anima quando è sciolta da ogni attacco terreno, subito vola a Dio; ma se sta ligata, ogni filo basterà ad impedirle il camminare a Dio. Oh quante persone spirituali non si fanno sante perché non si fan forza a sbrigarsi da certi piccioli attacchi!

Tutto il danno viene dal poco amore che si porta a Gesù Cristo. Coloro che sono gonfi della stima di se medesimi; quei che spesso si accorano per gli eventi difformi al lor desiderio; che sono molto indulgenti a se stessi per timore della lor sanità; che tengono il cuore aperto agli oggetti esterni e la mente sempre distratta, con avidità di ascoltare e saper tante cose


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che non tendono al divino servizio, ma solo a contentare il proprio genio; quei che si risentono ad ogni minima disattenzione che apprendono di aver ricevuta da alcuno: dal che poi ne avviene che spesso si turbano, e mancano all'orazione o al lor raccoglimento: ora tutti divoti e giubilanti, ora tutti impazienti e mesti, siccome accadono le cose a seconda o contra del loro umore; questi non amano o molto poco amano Gesù Cristo, e discreditano la vera divozione.

Ma chi mai si trovasse caduto in questo miserabile stato di tepidezza che ha da fare? È vero ch'è cosa molto difficile il vedere un'anima intepidita ripigliar l'antico fervore; ma disse il Signore che quel che gli uomini non possono, ben può farlo Iddio: Quae impossibilia sunt apud homines, possibilia sunt apud Deum (Luc. XVIII, 27).Chi prega e prende i mezzi, ben giungerà a tutto quel che desidera. Cinque sono i mezzi per uscir dalla tepidezza ed incamminarsi alla perfezione.

Il desiderio di quella.

La risoluzione di giungervi.

L'orazione mentale.

La frequenza della comunione.

La preghiera.

Il primo mezzo dunque è il desiderio della perfezione.

I desideri santi sono le ali che ci fanno alzare da terra; poiché, siccome dice S. Lorenzo Giustiniani, il santo desiderio vires subministrat, poenam exhibet leviorem:13 da una parte forza di camminare alla perfezione, e dall'altra alleggerisce la pena del cammino. Chi veramente desidera la perfezione non lascia mai di andare avanzandosi in quella; e se non lascia,


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finalmente vi arriverà. All'incontro chi non la desidera sempre anderà in dietro, e sempre troverassi più imperfetto di prima. Dice S. Agostino che nella via di Dio il non avanzarsi è tornare in dietro: Non progredi reverti est.14 Chi non si fa forza per andare avanti si troverà sempre in dietro, trasportato dalla corrente della nostra natura corrotta.

È un grande errore poi quel che dicono alcuni: Dio non vuol tutti santi. No, dice S. Paolo: Haec est... voluntas Dei, sanctificatio vestra (I Thess. IV, 3). Iddio vuol tutti santi, ed ognuno nello stato suo, il religioso da religioso, il secolare da secolare, il sacerdote da sacerdote, il maritato da maritato, il mercadante da mercadante, il soldato da soldato, e così parlando d'ogni altro stato. Son troppo belli i documenti che su questa materia la mia grande avvocata S. Teresa. In un luogo dice: “I nostri pensieri sieno grandi, che di qua verrà il nostro bene.”15 In altro luogo dice: “Non bisogna avvelire i desideri, ma confidare in Dio, che sforzandoci noi, a poco a poco potremo arrivare dove colla divina grazia arrivarono molti santi.”16 Ed in conferma di ciò ella attestava aver la sperienza che le persone animose in poco di tempo avean fatto gran profitto:17 “Poiché, diceva, il Signore talmente si compiace de' desideri,


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come se fossero eseguiti.”18 In altro luogo dice: “Iddio non fa molti segnalati favori, se non a chi ha molto desiderato il suo amore.”19 Dice di più in altro luogo: “Dio non lascia di pagare qualunque buon desiderio in questa vita, mentr'egli è amico di anime generose, purché vadano diffidate di loro stesse.”20 Di tale spirito generoso appunto era dotata la santa; onde giunse una volta a dire al Signore che se in paradiso avesse veduti altri che godessero più di lei, ciò non le importava; ma che poi se avesse avuto a vedere chi più di lei lo amasse, dicea che non sapeva come avesse potuto sopportarlo.21


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Bisogna dunque farsi animo grande: Bonus est Dominus... animae quarenti illum (Thren. III, 25). Dio è troppo buono e liberale con chi lo cerca di cuore. Né i peccati commessi ci possono impedire di farci santi, se veramente desideriamo di farci santi. Avverte S. Teresa: “Il demonio procura che paia superbia l'aver desideri grandi e voler imitare i santi; ma giova molto il farsi animo a cose grandi, ché quantunque l'anima non abbia subito forza, nondimeno un generoso volo, ed arriva molto avanti.”22 Scrive l'Apostolo: Diligentibus Deum omnia cooperantur in bonum (Rom. VIII, 28). Aggiunge la glosa: etiam peccata.23 Anche i peccati commessi possono cooperare alla nostra santificazione, in quanto la loro memoria ci rende più umili e più grati, vedendo i favori che Dio ci dispensa dopo che l'abbiamo tanto offeso. Io non posso niente, dee dire il peccatore, né merito niente, altro non merito che l'inferno; ma ho che fare con un Dio di bontà infinita che ha promesso di esaudire ognun che lo prega; ora, giacch'egli mi ha cacciato dallo stato di dannazione e vuole ch'io mi faccia santo, e già mi offerisce il suo aiuto, ben posso farmi santo, non colle forze mie, ma colla grazia del mio Dio che mi conforta: Omnia possum in eo qui me confortat (Phil. IV, 13). Allorché abbiamo dunque buoni desideri, bisogna che ci facciamo


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animo e, fidati in Dio, procuriamo di metterli in esecuzione; ma se poi troviamo impedimento in qualche impresa spirituale, quietiamoci nella divina volontà. Il voler di Dio dee preferirsi ad ogni nostro buon desiderio. S. Maria Maddalena de' Pazzi si contentava più presto di restar priva d'ogni perfezione, che averla senza il volere di Dio.24

Il secondo mezzo per la perfezione è la risoluzione di darsi tutto a Dio.

Molti son chiamati alla perfezione, sono spinti a quella dalla grazia, acquistano desiderio di quella; ma, perché poi non si risolvono, vivono e muoiono nel lezzo della lor vita tepida ed imperfetta. Non basta il desiderio della perfezione, se non vi è ancora una ferma risoluzione di conseguirla. Quante anime si pascono di soli desideri, ma non danno mai un passo nella via di Dio! Questi son que' desideri di cui parla il Savio: Desideria occidunt pigrum (Prov. XXI, 25). Il pigro sempre desidera, e non si risolve mai di prendere i mezzi propri del suo stato per farsi santo. Dice: Oh se stessi in un deserto e non in questa casa! Oh se potessi andare a vivere in un altro monastero, vorrei darmi tutto a Dio! E frattanto non può soffrire quel compagno, non può sentire una parola di contraddizione, si


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dissipa in molte cure inutili, commette mille difetti, di gola, di curiosità e di superbia: e poi sospira al vento: Oh se avessi, oh se potessi, ecc. Tali desideri fan più danno che utile; perché taluno si pasce di quelli, e frattanto vive e seguita a vivere imperfetto. Dicea S. Francesco di Sales: “Io non approvo che una persona attaccata a qualche obbligo o vocazione si fermi a desiderare un'altra sorta di vita, fuori di quella ch'è convenevole all'officio suo, né altri esercizi incompatibili al suo stato presente; perché ciò dissipa il suo cuore e lo fa languire negli esercizi necessari.”25

Bisogna dunque desiderar la perfezione, e risolutamente prendere i mezzi per quella. Scrive S. Teresa: “Dio non vuole da noi che una risoluzione, per poi far egli tutto dal canto suo. Di anime irresolute non ha paura il demonio.”26


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A ciò serve l'orazione mentale, per pigliare quei mezzi che ci conducono alla perfezione. Alcuni fanno molta orazione, ma in quella non concludono mai niente. Diceva la stessa santa: “Io vorrei orazione di poco tempo che produce grandi effetti, più presto che quella di molti anni in cui l'anima non finisce di risolversi a far qualche cosa di valore per Dio.”27 Ed altrove dice: “Io ho sperimentato che chi al principio si aiuta a risolversi di fare alcuna cosa, per difficile che sia, se si fa per dar gusto a Dio, non vi è che temere.”28

La prima risoluzione ha da essere di fare ogni forza e morir prima che di commettere qualunque peccato deliberato, per minimo che sia. È vero che tutti i nostri sforzi senza l'aiuto divino non possono bastarci a superar le tentazioni; ma Dio vuole che spesso noi ci facciamo dalla parte nostra questa violenza, poiché supplirà egli poi colla sua grazia e soccorrerà la nostra debolezza con farci ottener la vittoria. Questa risoluzione ci libera dall'impedimento di camminare avanti, e ci insieme un gran coraggio, poiché ella ci assicura di stare in grazia di Dio. Scrisse S. Francesco di Sales: “La maggior sicurezza che noi possiamo avere in questo mondo di esser in grazia di Dio non consiste già ne' sentimenti che abbiamo del suo amore, ma nel puro ed irrevocabile abbandonamento di


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tutto il nostro essere nelle sue mani, e nella risoluzione ferma di non mai consentire ad alcun peccato, né grandepiccolo.”29 Ciò viene a dire l'esser delicato di coscienza. - Avvertasi, altro è l'esser delicato di coscienza, altro l'essere scrupoloso. L'esser delicato è necessario per farsi santo, ma l'essere scrupoloso è difetto e fa danno; e perciò bisogna ubbidire a' padri spirituali, e vincere gli scrupoli che altro non sono che vane ed irragionevoli apprensioni.

Indi fa d'uopo risolversi a scegliere il meglio, non solo ciò ch'è di gusto di Dio, ma ciò ch'è di maggior gusto di Dio, senza riserba. Dice S. Francesco di Sales: “Bisogna cominciare con una forte e costante risoluzione di darsi tutto a Dio, protestandogli che per l'avvenire vogliamo esser suoi senza alcuna riserva, e poi andare spesso rinnovando questa medesima risoluzione.”30 S. Andrea di Avellino fe' voto di avanzarsi ogni giorno nella perfezione.31 Chi vuol farsi santo non è necessario che ne faccia voto; ma bisogna che ogni giorno procuri di dar qualche passo nella perfezione. Scrisse S. Lorenzo Giustiniani: “Quando uno cammina bene davvero, sente in sé una brama continua di avanzarsi; e quanto più cresce nella perfezione tanto più gli cresce la stessa brama; poiché, crescendogli ogni più il lume, gli pare sempre di non avere alcuna virtù e di non fare alcun bene; e se pur vede di far qualche


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bene, sempre gli pare molto imperfetto, e ne fa poco conto. Quindi è che egli sta di continuo faticando per l'acquisto della perfezione senza mai stancarsi.”32

E bisogna far presto, e non aspettare il domani. Chi sa se appresso non avremo più tempo di farlo? Avverte l'Ecclesiaste: Quodcumque facere potest manus tua, instanter operare (Eccl. IX, 10): quel che puoi fare, fallo presto né differirlo. E ne adduce la ragione: Quia nec opus, nec ratio, nec sapientia, nec scientia erunt apud inferos, quo tu properas (Ibid.): perché nell'altra vita non vi è più tempo di operare, né ragione di merito, né sapienza a ben fare, né scienza o sia sperienza a ben consigliarti, poiché dopo la morte quel ch'è fatto è fatto. Una religiosa del monastero di Torre de' Specchi in Roma, chiamata Suor Bonaventura, costei menava una vita molto tepida. Venne un religioso, il P. Lancizio, a dar gli esercizi spirituali alle monache, e Suor Bonaventura, perché niente desiderava di uscir dalla sua tepidezza, di mala voglia cominciò a sentire gli esercizi. Ma la grazia divina alla prima predica la guadagnò, ond'ella andò subito a' piedi del padre che predicava, e gli disse con vera risoluzione: “Padre, voglio farmi santa, e presto santa.” E col divino aiuto così fece, poiché non visse dopo tal tempo che otto mesi in circa, e fra quel poco tempo visse e morì da santa.33

Dicea Davide: Et dixi, nunc coepi (Ps. LXXVI, 11). Così replicava ancora S. Carlo Borromeo: “Oggi comincio a servire Dio.”34 E così bisogna fare, come per lo passato non avessimo


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fatto alcun bene. Siccome in fatti tutto quel che facciamo per Dio tutto è niente, perché tutto siam tenuti a farlo: ogni giorno dunque risolviamoci di cominciare ad esser tutti di Dio, né stiamo a vedere quel che fanno o come fanno gli altri. Pochi son quelli che da vero si fanno santi. Dice S. Bernardo: Perfectum non potest esse nisi singulare.35 Se vogliamo imitare il comune degli uomini, saremo sempre imperfetti, com'essi comunemente sono. Bisogna vincer tutto, rinunziare a tutto, per ottenere il tutto. Dicea S. Teresa: “Perché noi non finiamo di dar tutto a Dio il nostro affetto, né anche a noi vien dato tutto l'amor suo.”36 Oh Dio, che tutto è poco quel che si fa per Gesù Cristo, il quale per noi ha dato il sangue e la vita. “Tutto è schifezza, scrive la stessa santa, quanto possiamo fare, in comparazione di una sola goccia di sangue sparso dal Signore per noi.”37 I santi non sanno risparmiarsi quanto si tratta di piacere a un Dio che si è dato tutto a noi senza riserva appunto per obbligarci a non negargli niente. Scrisse il Grisostomo: Totum tibi dedit, nihil sibi reliquit.38 Iddio ti ha dato tutto se stesso, non è ragione che tu vai riservato con Dio. Egli è giunto a morire per tutti noi, dice l'Apostolo, acciocché ognuno di noi non viva che per colui il quale per noi è morto: Pro nobis omnibus mortuus est Christus, ut et qui vivunt iam non sibi vivant, sed ei qui pro ipsis mortuus est (II Cor. V, 15).

Il terzo mezzo per farsi santo è l'orazione mentale.

Scrive Giovanni Gersone (De medit. cons. 7) che chi non medita le verità eterne, senza miracolo non può vivere da 


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cristiano.39 La ragione si è perché senza l'orazione mentale manca la luce e si cammina all'oscuro. Le verità della fede non si vedono cogli occhi del corpo, ma cogli occhi dell'anima, quando ella le medita; chi non le medita non le vede e perciò cammina all'oscuro, e facilmente, stando nelle tenebre, si attacca agli oggetti sensibili, per li quali disprezza poi gli eterni. Scrisse Santa Teresa (Lettera 8) al vescovo di Osma: “Sebbene ci pare che non si trovino in noi imperfezioni, quando però apre Iddio gli occhi dell'anima, come suol farlo nell'orazione, ben elle compariscono.”40 E prima scrisse S. Bernardo che quegli il quale non medita seipsum non exhorret quia non sentit:41 non abborrisce se stesso perché non si conosce. L'orazione, dice il santo, regit affectus, dirigit actus,42 regola gli affetti dell'anima e dirige le nostre azioni a Dio; ma senza orazione gli affetti si attaccano alla terra, le azioni si conformano agli affetti, e così il tutto va in disordine.

È terribile il caso che si legge nella vita della Ven. Suor Maria Crocifissa di Sicilia (lib. 2. cap. 8). Mentre la serva di Dio stava orando, intese un demonio che si vantava di aver fatta lasciare l'orazione comune ad una religiosa; e vide in ispirito


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che dopo questa mancanza il demonio la tentava a dare il consenso ad una colpa grave, e che quella era già vicina ad acconsentirvi. Ella subito accorse, ed ammonendola la liberò dalla caduta.43 Dicea S. Teresa che chi lascia l'orazione “tra breve diventa o bestia o demonio.”44

Chi lascia dunque l'orazione lascerà di amare Gesù Cristo. L'orazione è la beata fornace ove si accende e si conserva il fuoco del santo amore: In meditatione mea exardescet ignis (Ps. XXXVIII, 4). S. Caterina di Bologna diceva: “Chi non frequenta l'orazione si priva di quel laccio che stringe l'anima con Dio. Onde non sarà difficile al demonio che trovando la persona fredda nel divino amore, la tiri a cibarsi di qualche pomo avvelenato.”45 All'incontro dicea S. Teresa: “A chi persevera


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nell'orazione, per quanti peccati opponga il demonio, tengo per certo che finalmente il Signore lo conduca a porto di salvazione.”46 In altro luogo dice: “Chi nel cammino dell'orazione non si ferma, benché tardi pure arriva.”47 Ed in altro luogo scrive che il demonio perciò si affatica tanto a distogliere l'anime dall'orazione, perché “sa il demonio che l'anima la quale con perseveranza attende all'orazione egli l'ha perduta.”48 - Oh quanti beni si raccolgono dall'orazione! Nell'orazione si concepiscono i santi pensieri, si esercitano gli affetti divoti, si eccitano i desideri grandi e si fanno le risoluzioni ferme di darsi intieramente a Dio; e così l'anima poi gli sagrifica i piaceri terreni e tutti gli appetiti disordinati. Dicea S. Luigi Gonzaga: “Non vi sarà molta perfezione senza molta orazione.”49 Avverta chi ama la perfezione questo gran detto del santo.


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Non già dee andarsi all'orazione per sentire le dolcezze dell'amor divino; chi vi va per tal fine, ci perderà il tempo, o poco profitto ne caverà. Dee la persona mettersi ad orare solo per dar gusto a Dio, cioè solo per intender ciò che voglia Dio da lui e per domandargli l'aiuto per eseguirlo. Il Ven. P. D. Antonio Torres diceva: “Il portar la croce senza consolazioni fa volare l'anime alla perfezione.”50 L'orazione senza consolazioni sensibili riesce la più fruttuosa per l'anima. Ma povera quell'anima che la lascia per non sentirvi gusto! Dicea S. Teresa: “L'anima che lascia l'orazione è come se da se stessa si ponesse all'inferno, senza bisogno di demoni.”51

Dall'esercizio poi dell'orazione avviene che la persona sempre pensi a Dio: “Il vero amante, dice S. Teresa, sempre si ricorda dell'amato.”52 E da qui nasce poi che le persone di orazione parlano sempre di Dio, sapendo quanto piace a Dio che gli amanti suoi si dilettino in parlar di lui e dell'amore ch'esso ci porta, e così procurino d'infiammarne anche gli altri. Scrisse la stessa santa: “Ai discorsi de' servi di Dio sempre si trova presente Gesù Cristo, e gli piace molto che si dilettino di lui.”53


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Dall'orazione ancora nasce quel desiderio di ritirarsi ne' luoghi solitari per trattare da solo a solo con Dio, e di conservare il racoglimento interno nel trattare gli affari esterni necessari. Dico necessari, o per ragion del governo della famiglia o degli offici imposti dall'ubbidienza; poiché la persona di orazione dee amar la solitudine e non dissiparsi in faccende ultronee ed inutili; altrimenti perderà lo spirito di raccoglimento ch'è un gran mezzo per mantenere l'unione con Dio. Hortus conclusus soror mea sponsa (Cant. IV, 12). L'anima sposa di Gesù Cristo dee essere un orto chiuso a tutte le creature, e non dee ammettere nel suo cuore altri pensieri ed altri negozi che di Dio o per Dio. Cuori aperti non si fanno santi. I santi che sono operari, in acquistare anime a Dio, anche in mezzo alle loro fatiche di predicare, prender le confessioni, trattar paci, assistere agl'infermi, non perdono il loro raccoglimento. Lo stesso corre per coloro che stanno applicati allo studio. Quanti per istudiare assai e farsi dotti non si fanno né santidotti, perché la vera dottrina è la scienza de' santi, cioè il sapere amar Gesù Cristo, mentre all'incontro l'amor divino apporta seco e la scienza e tutti i beni: Venerunt autem mihi omnia bona... cum illa, cioè colla santa carità (Sap. VII, 11). Il Ven. Giovanni Berchmans avea un affetto straordinario per lo studio, ma egli, colla sua virtù, non permise mai che lo studio gl'impedisse il profitto spirituale.54 Scrisse l'Apostolo: Non plus sapere, quam oportet sapere, sed sapere ad sobrietatem (Rom. XII, 3). Bisogna sapere, specialmente a chi è sacerdote; bisogna che sappia, perché il sacerdote dee istruire gli altri nella divina legge: Labia enim sacerdotis custodient scientiam et legem requirent ex ore eius (Malac. II, 7); bisogna che sappia, ma usque ad sobrietatem Chi per lo studio lascia l'orazione segno che


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nello studio non cerca Dio, ma se stesso. Chi cerca Dio lascia lo studio, quando non è attualmente necessario, per non lasciar l'orazione.

Inoltre il maggior male si è che senza l'orazione mentale non si prega. - In più luoghi delle mie opere spirituali ho parlato della necessità della preghiera, e specialmente in un libretto a parte intitolato: Del gran mezzo della preghiera,55 ed in questo capo brevemente anche ne dirò più cose. Basti solamente qui avvertire quel che scrisse il Ven. vescovo di Osma Monsig. Palafox (nell'Annot. alla lettera di S. Teresa 8, n. 10): “Come può durar la carità, se Dio non ci la perseveranza? Come ci darà la perseveranza il Signore, se non glie la chiediamo? E come glie la chiederemo senza l'orazione? Senza l'orazione non vi è comunicazione con Dio per conservar le virtù.”56 E così è, poiché chi non fa orazione mentale poco vede i bisogni dell'anima sua, poco conosce i pericoli della sua salute, poco i mezzi che dee usare per vincere le tentazioni, e così, poco conoscendo la necessità che ha di pregare, lascerà di pregare e certamente si perderà.

In quanto poi alla materia della meditazione, non vi è cosa più utile che meditare i novissimi, la morte, il giudizio, l'inferno e 'l paradiso; ma specialmente giova il meditar la morte, figurandoci di star moribondi sul letto, abbracciati col Crocifisso e vicini ad entrare nell'eternità. Ma sovra tutto, a chi ama Gesù Cristo e desidera di sempre più crescere nel santo amore, non vi è pensiero più efficace che quello della Passione del Redentore. Dicea S. Francesco di Sales che “il monte Calvario è il monte degli amanti.”57 Tutti gli amanti di


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Gesù Cristo se la fanno sempre su questo monte, ove non si respira altra aria che del divino amore. A vista d'un Dio che muore per nostro amore, e muore perché ci ama - dilexit nos et tradidit semetipsum pro nobis (Ephes. V, 2) - non è possibile il non ardentemente amarlo. Dalle piaghe del Crocifisso escono sempre tali saette d'amore che feriscono i cuori anche di pietra. Oh felice chi se la fa continuamente sul monte Calvario in questa vita! O monte beato, monte amabile! O monte caro, e chi più ti lascerà? Monte che mandi fuoco ed infiammi l'anime che in te perseverantemente dimorano!

Il quarto mezzo per la perfezione ed anche per la perseveranza in grazia di Dio è la frequenza della santa comunione della quale parlammo già nel capo II, ove dicemmo che un'anima non può far cosa di maggior gusto di Gesù Cristo, che riceverlo spesso nel Sagramento dell'altare.

Dicea S. Teresa: “Non vi è migliore aiuto per la perfezione che la comunione frequente: oh come il Signore mirabilmente la va perfezionando!” E soggiungeva che, ordinariamente parlando, le persone che più spesso si comunicano si trovano più avanzate nella perfezione; e che in quei monasteri ove più frequentasi la santa comunione, ivi regna più spirito.58 E perciò, come si dice nel decreto d'Innocenzo XI dell'anno 1679, i SS. Padri hanno tanto lodata e promossa la comunione frequente ed anche quotidiana.59 La comunione, come parla il Concilio di Trento (Sess. 13. c. 2.) ci libera dalle colpe giornali e ci preserva dalle mortali.60 S. Bernardo dice che la comunione reprime i moti dell'iracondia e dell'incontinenza, che sono le due passioni che più spesso e più fortemente ci assaltano.61


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S. Tommaso (3. p. q. 7g. a. 1.) dice che la comunione abbatte le suggestioni del demonio.62 E S. Giovan Grisostomo finalmente dice che la comunione c'infonde una grande inclinazione alle virtù ed una prontezza a praticarle, ed insieme ci compartisce una gran pace, e così ci rende facile e dolce il cammino della perfezione.63 Sovratutto niun sagramento infiamma tanto le anime dell'amor divino, quanto il sagramento dell'Eucaristia, ove Gesù Cristo a questo fine ci dona tutto se stesso, per unirci tutti a lui per mezzo del santo amore. Quindi dicea il Ven. P. Gio. d'Avila: “Chi allontana le anime dalla frequente comunione fa l'officio del demonio.”64 Sì, perché il demonio molto odia questo Sagramento da cui ricevono le anime gran forza per avanzarsi nel divino amore.

Per far bene poi la comunione vi bisogna il conveniente apparecchio. - Il primo apparecchio, o sia l'apparecchio rimoto, per poter frequentare la comunione quotidiana o di più volte la settimana, è l'astenersi 1. da ogni difetto deliberato, cioè commesso ad occhi aperti. 2. È l'esercizio di molta orazione mentale. 3. È la mortificazione de' sensi e delle passioni.

Insegna S. Francesco di Sales nella sua Filotea (al capo 20): “Chi avesse superata la maggior parte delle sue male inclinazioni, e fosse giunto a notabil grado di perfezione, potrebbe comunicarsi ogni giorno.”65 S. Tommaso l'Angelico


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insegna che ben può far la comunione quotidiana chi ha la sperienza che comunicandosi gli si aumenta il fervore del santo amore (Dist. 2. q. 13. a. 1. fol. 2.).66 Quindi disse Innocenzo XI nel mentovato decreto che la frequenza maggiore o minore della comunione dee determinarla il confessore che in ciò dovrà regolarsi secondo il profitto che vede ricavarsi dalle anime da lui dirette.67


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L'apparecchio prossimo poi alla comunione è quello che si fa nella stessa mattina della comunione, per cui vi bisogna almeno una mezz'ora di orazione mentale.

Inoltre per ritrarre gran frutto dalla comunione è necessario un lungo ringraziamento. Dicea il P. Giov. d'Avila che il tempo dopo la comunione è “tempo di guadagnar tesori di grazie.”68 S. Maria Maddalena de' Pazzi dicea che non vi è tempo più atto ad infiammarci di amor divino che il tempo dopo che ci siamo comunicati.69 E S. Teresa scrisse: “Dopo la comunione non perdiamo così buona occasione di negoziare con Dio. Non suole Sua Divina Maestà mal pagare l'alloggio se gli vien fatta buona accoglienza.”70


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Certe anime pusillanimi, esortate dal confessore a comunicarsi più spesso, rispondono: Ma io non ne son degna. Ma non sapete, sorella, che quanto più state a comunicarvi più ve ne rendete indegna? perché senza la comunione avrete meno forza, e commetterete più difetti. Eh via, ubbidite al vostro direttore e lasciatevi da lui guidare: i difetti non impediscono la comunione quando non sono pienamente volontari: oltreché tra' vostri difetti il maggiore è questo, il non ubbidire a quel che vi dice il padre spirituale.

Ma io per lo passato ho fatta una mala vita. E non sapete, vi rispondo, che chi sta più infermo ha più bisogno del medico e della medicina? Gesù nel Sagramento è medico e medicina. Dicea S. Ambrogio: Qui semper pecco, debeo semper habere medicinam (De sacr. c. 6).71 - Dirà: Ma il confessore non mi dice ch'io mi comunichi più spesso. E se esso non ve lo dice, cercategli voi la licenza di comunicarvi più spesso. Se egli poi ve la nega, ubbidite; ma frattanto fategli la richiesta. - Pare superbia. Sarebbe superbia se voleste comunicarvi contra il suo parere, ma non quando voi con umiltà glielo domandate. Questo pane celeste desidera fame. Gesù vuol esser desiderato, sitit sitiri, dice un divoto scrittore.72 Eh che il pensare, oggi mi son comunicato o domani mi ho da comunicare, oh come tiene l'anima attenta questo pensiero a fuggire i difetti e far la divina volontà! - Ma io non ho fervore. Se parlate


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del fervore sensibile, questo non è necessario, né Dio lo sempre anche all'anime sue dilette; basta che abbiate il fervore di una volontà risoluta di esser tutta di Dio e di avanzarvi nel divino amore. Dice Gio. Gersone che chi si astiene dalla comunione per non sentire quella divozione che vorrebbe sentire, fa come colui che non si accosta al fuoco per non sentirsi caldo.73

Ah Dio mio, che molte anime per non impegnarsi a vivere con più raccoglimento e maggior distacco dalle cose terrene, lasciano di chiedere la comunione; e questa è la vera ragione di non voler comunicarsi più spesso. Conoscono che colla comunione frequente non conviene quel voler comparire, quella vanità di vestire, quello stare attaccati alla gola, alle comodità ed alle conversazioni di spasso: conoscono che vi vorrebbe più orazione, più mortificazione interna ed esterna, più ritiratezza: e perciò si vergognano di accostarsi più spesso all'altare. Non ha dubbio che a tali anime sta bene l'astenersi dalla frequente comunione ritrovandosi in questo misero stato di tepidezza; ma da questa tepidezza dee in ogni conto uscirne chi, essendo chiamato a vita più perfetta, non vuol mettere in gran pericolo la sua eterna salute.

Giova ancor molto, per conservare l'anima in fervore, il fare spesso la comunione spirituale, tanto lodata dal Concilio di Trento (Sess. 13, c. 8), ove si esortano tutti i fedeli a praticarla.74 - La comunione spirituale, come dice S. Tommaso (3. p. q. 80. a. 1. ad 3) consiste in un ardente desiderio di ricever Gesù Cristo nel Sagramento;75 e perciò i santi han soluto farla più volte il giorno. Il modo di farla è questo: Gesù mio, io vi credo nel SS. Sagramento. Vi amo e vi desidero; venite all'anima mia. Io v'abbraccio, e vi prego a non permettere


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ch'io m'abbia a separar mai da voi. Più breve: Gesù mio venite a me, io vi desidero, vi abbraccio, stiamoci sempre uniti. - Questa comunione spirituale si può praticare più volte il giorno, quando si fa l'orazione, quando si fa la visita al SS. Sagramento, e specialmente quando si assiste alla Messa nel punto che si comunica il sacerdote. Dicea la B. Angela [leggi Agata] della Croce domenicana: “Se il confessore non mi avesse insegnato questo modo di così comunicarmi più volte il giorno, io non mi sarei fidata di vivere.”76

Il quinto mezzo, e 'l più necessario per la vita spirituale e per acquistar l'amore di Gesù Cristo, è il mezzo della preghiera.

Io dico primieramente che in questo mezzo Iddio ci fa conoscere il grande amor che ci porta. Qual prova maggiore d'affetto può dare una persona ad un amico, che dirgli: “Amico mio, cercami tutto quello che vuoi, e da me l'avrai?” Or questo appunto ci dice il Signore: Petite, et dabitur vobis: quaerite, et invenietis (Luc. XI, 9). Quindi la preghiera si chiama onnipotente appresso Dio per impetrar ogni bene: Oratio cum sit una omnia potest, scrisse Teodoreto.77 Chi prega ottiene da Dio quanto vuole. Son belle le parole di Davide: Benedictus Deus qui non amovit orationem meam et misericordiam suam a me (Ps. LXV, 20). Chiosando S. Agostino questo passo dice: “Quando vedi che non manca in te la preghiera, sta sicuro che non ti mancherà la divina misericordia.”78 E S. Gio. Grisostomo aggiunge: Semper obtinetur, etiam dum adhuc


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oramus:79 Quando noi preghiamo il Signore, prima che terminiamo di pregare egli ci dona la grazia che cerchiamo. Se dunque siamo poveri, non ci lamentiamo che di noi, mentre siamo poveri perché vogliamo esser poveri, e perciò non meritiamo compassione. Qual compassione può meritare un mendico che avendo un signor molto ricco il quale vuol provvederlo di tutto purché glie lo domandi, esso vuol restarsi nella sua povertà per non chiedere ciò che gli bisogna? Ecco, dice l'Apostolo, il nostro Dio che sta pronto ad arricchire ognun che lo chiama: Dives in omnes qui invocant illum (Rom. X, 12).

Sicché l'umile preghiera ottiene tutto da Dio; ma bisogna insiem sapere che quanto ella ci è utile, altrettanto ci è necessaria per salvarci. È certo che per vincer le tentazioni de' nemici abbiamo assoluto bisogno del divino aiuto; e talvolta in certi insulti più veementi, la grazia sufficiente che Iddio dona a tutti potrebbe bastarci a resistere, ma per la nostra mala inclinazione non ci basterà, e vi bisognerà una grazia speciale. Chi prega l'ottiene, ma chi non prega non l'ottiene, e si perde. E parlando singolarmente della grazia della perseveranza finale, di morire in grazia di Dio, ch'è la grazia assolutamente necessaria alla nostra salute, senza la quale saremo perduti in eterno, dice S. Agostino che questa grazia Iddio non la dona se non a chi prega.80 E questa è la ragione per cui tanti pochi si salvano; perché pochi son quelli che attendono a cercare a Dio questa grazia della perseveranza.

In somma dicono i SS. Padri che a noi la preghiera è necessaria non solo di necessità di precetto - per cui dicono i dottori che chi trascura per un mese di raccomandare a Dio la sua salute eterna non è scusato da peccato mortale - ma anche di necessità di mezzo; viene a dire che chi non prega è impossibile che si salvi. E la ragione in breve si è perché


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non possiamo ottener la salute senza l'aiuto delle divine grazie, e queste grazie non le concede Iddio se non a chi prega. E perché in noi le tentazioni ed i pericoli di cadere in disgrazia di Dio sono continui, continue ancora hanno da essere le nostre preghiere. Onde scrisse S. Tommaso che all'uomo per salvarsi è necessario un continuo pregare: Necessaria est homini iugis oratio, ad hoc quod caelum introëat (3. p. q. 39. a. 5).81 E prima lo disse Gesù Cristo: Oportet semper orare et non deficere (Luc. XVIII, 1); ed indi l'Apostolo: Sine intermissione orate (I Thess. V, 17). In quello spazio che intermetteremo di raccomandarci a Dio, il demonio ci vincerà. La grazia della perseveranza, sebbene da noi non può meritarsi, come insegna il Concilio di Trento (Sess. 6, cap. 13),82 nulladimeno dice S. Agostino che, col pregare, in certo modo ella può meritarsi: Hoc Dei donum perseverantiae suppliciter emereri potest, id est supplicando impetrari (De dono persev. c. 6).83 Il Signore vuol dispensarci le sue grazie, ma vuol essere pregato, anzi, come scrive S. Gregorio, vuol esser importunato e quasi costretto colle nostre preghiere: Vult Deus orari, vult cogi, vult quodam modo importunitate vinci.84 E dicea S. Maria Maddalena de'


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Pazzi che quando noi cerchiamo grazie a Dio, non solo egli ci esaudisce, ma in certo modo ci ringrazia.85 Sì, perché essendo Dio una bontà infinita che brama di diffondersi agli altri, ha per così dire un infinito desiderio di dispensarci i suoi beni; ma vuol essere pregato: onde quando si vede pregato da una anima, è tanto il compiacimento che ne riceve, che in certo modo esso ne la ringrazia.

Dunque se vogliamo conservarci sempre in grazia di Dio sino alla morte, bisogna che sempre facciamo i pezzenti e teniamo la bocca aperta a pregare Dio che ci aiuti, replicando sempre: Gesù mio, misericordia: non permettete ch'io mi abbia a separare da voi: Signore, assistetemi: Dio mio, aiutatemi. Questa era la continua orazione che praticavano i padri antichi nel deserto: Deus, in adiutorium meum intende: Domine, ad adiuvandum me festina (Ps. LXIX, 2):86 Signore, aiutami ed aiutami presto, perché se trattieni ad aiutarmi, io cadrò e mi perderò. E ciò bisogna farlo specialmente in tempo di tentazioni: chi non fa così, è perduto.

Ed abbiamoci gran fede alla preghiera. È promessa di Dio d'esaudir chi lo prega: Petite et accipietis (Io. XVI, 24). Che dubitiamo, dice S. Agostino, giacché il Signore colla promessa fatta si è obbligato e non può mancare di farci le grazie che gli cerchiamo? Promittendo debitorem se fecit 


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(De verb. Dom. serm. 2).87 Quando ci raccomandiamo a Dio, bisogna che allora abbiamo una confidenza certa che Dio ci esaudisce, ed otterremo quanto vogliamo. Ecco quel che dice Gesù Cristo: Omnia quaecumque orantes petitis, credite quia accipietis, et evenient vobis (Marc. XI, 24).

Ma io son peccatore, dirà taluno, non merito di essere esaudito. Ma Gesù Cristo dice: Omnis... qui petit accipit (Luc. XI, 10): Ognuno che cerca ottiene: ognuno, o sia giusto o peccatore. Insegna S. Tommaso che la forza della preghiera ad ottenerci le grazie non consiste ne' meriti nostri, ma nella misericordia di Dio che ha promesso di esaudir chi lo prega: Oratio in impetrando non innititur nostris meritis; sed soli divinae misericordiae (2. 2. q. 178. a. 2 ad 1).88 E 'l nostro Salvatore, per toglierci ogni timore quando preghiamo, ci disse: Amen, amen dico vobis, si quid petieritis Patrem in nomine meo, dabit vobis (Io. XVI, 23); come dicesse: Peccatori, voi non avete meriti da ottener le grazie, onde fate così: quando volete le grazie, chiedetele a mio Padre in nome mio, cioè per li meriti miei e per amor mio, e poi cercate quanto volete e vi sarà dato. Ma notiamo quella parola, in nomine meo, viene a dire, come spiega S. Tommaso, in nomine Salvatoris, cioè che le grazie che domandiamo hanno da essere grazie spettanti alla salute eterna;89 e perciò bisogna avvertire che la promessa


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non è per le grazie temporali: queste, quando sono utili alla salute eterna, il Signore ce le concede, e quando no, ce le nega. Onde le grazie temporali bisogna che le cerchiamo sempre colla condizione, se hanno da giovare all'anima. Ma quando son grazie spirituali, allora non ci vuol condizione, ma confidenza e confidenza certa, dicendo: Padre eterno, in nome di Gesù Cristo liberatemi da questa tentazione, datemi la santa perseveranza, datemi l'amor vostro, datemi il paradiso. Queste grazie possiamo cercarle anche a Gesù Cristo in nome suo, cioè per li meriti suoi, perché anche di ciò vi è la promessa di Gesù Cristo: Si quid petieritis me in nomine meo, hoc faciam (Io. XIV, 14). E quando preghiamo Dio, ricordiamoci di raccomandarci ancora alla dispensiera delle grazie Maria. Dice S. Bernardo che Iddio è quegli che fa le grazie, ma le fa per mano di Maria: Quaeramus gratiam et per Mariam quaeramus, quia quod quaerit invenit, et frustrari non potest (Serm. de aquaeduct.).90 Se Maria prega ancora per noi, siam sicuri, perché le preghiere di Maria son tutte esaudite, né hanno mai ripulsa.




1 «Non agit perperam (caritas), quia quo se in solum Dei ac proximi amorem dilatat, quidquid a rectitudine discrepat ignorat.» S. GREGORIUS MAGNUS, Moralia in Job, lib. 10, cap. 6 (al. 8), n. 10.



2 «Rien ne nous trouble que l' amour propre et l' estime que nous faisons de nous-même. Si nous n' avons pas les tendretés ou attendrissements de coeur, les goûts et sentiments en l' oraison, les suavités intérieures en la méditation, nous voilà en tristesse; si nous avons quelque difficulté à bien faire, si quelque difficulté s' oppose à nos justes desseins, nous voilà empressés à vaincre tout cela et nous en défaire avec de l' inquétude. Pourquoi tout cela? Parce, sans doute, que nous aimons nos consolations, nos aises, nos commodités... L' amour propre est donc l' une des sources de nos inquiétudes; l' autre c' est l' estime que nous faisons de nous-mêmes. Que veut dire que, s' il nous arrive quelque imperfection ou péché, nous sommes étonnés, troublés et impatients? Sans doute c' est que nous pensionis être quelque chose de bon, résolu et solide; et partant, quand nous voyons par effet qu' il n' en est rien et nous avons donné du nez en terre, nous sommes trompés, et par conséquent troublés, offensés et inquiétés... C' est là l' autre source de notre inquétude... Toutes les pensées qui nous rendent de l' inquiétude et agitation d' esprit ne sont nullement de Dieu, qui est Prince de paix (Is. IX, 6); ce sont donc des tentationis de l' ennemi, et partant il les faut rejeter et n' en tenir compte.» A Madame Bourgeois, Abbesse du Puits-d' Orbe, Lettre 280, avril 1605. Œuvres, XIII, Annecy, 1904.



3 «Ne vous troublez point de quoi vous ne remarquez pas toutes vos menues chutes pour vous en confesser; non, ma Fille, car, comme vous tombez souvent sans vous en apercevoir, aussi vous vous relevez sans vous en apercevoir... Ne vous mettez donc pas en peine pour cela... Pour ce que vous n' aurez pas remarqué, remettez-le à la douce miséricorde de Celui-là qui met la main au dessous de ceux qui tombent sans malice, afin qu' ils ne se froissent point (Ps. XXXVI. 24), et les reléve si vitement et doucement qu' ils ne s' aperçoivent pas, ni d' être tombés, parce que la main de Dieu les a recueillis en leurs chutesss, ni d' être relevés, parce qu' elle les a retirés si soudain qu' ils n' y ont point pensé.» A Madame de la Valbonne. Lettre 1382. Œuvres, XVIII, Annecy, 1912. - Cf. CAMUS, Esprit de S. François de Sales, partie 15, ch. 8.



4 «(Mentre ancora novizia, era combattuta internamente da grande scrupolo, temendo di mancare o contro la temperanza o contro la povertà), cadé tramortita per improviso deliquio in veduta delle Religiose commensali. Questa fu l' occasione opportuna di vedere stesa al suo soccorso la mano divina; imperocché nella maggior fievolezza del corpo, levandole in alto lo spirito, le fé vedere come un gran carbone vivamente acceso, in cui infocatesi molte minutissime pagliucce, vi si consumavano sopra, fino al non distinguersi da quel medesimo fuoco, nel quale perdeano l' essere. Fu accompagnato il sentimento con queste due parole, che udì proferirsi nell' anima: Nosce et quiesce. E in fatti conobbe il signigicato di quella misteriosa rappresentazione, penetrando con quanta facilità un vero atto di amor di Dio, qual fuoco ardente, incenerisca le aride paglie delle umane imperfezioni, le quali restano sempre, con eccesso infinito, superate dalla divina misericordia. Si quietò altresì, stimolata a respirare in seno alla stesso Misericordia di Dio.». G. TURANO, Vita... della Ven... Suor Maria Crocifissa della Concezione, O. S. B., nel Monastero di Palma, lib. 1, cap. 10.



5 «Sumi autem voluit (Salvator noster) Sacramentum hoc tamquam spiritualem animarum cibum... et tamquam antidotum quo liberemur a culpis quotidianis et a peccatis mortalibus praeservemur.» CONCILIUM TRIDENTINUM, Sessio 13, Decretum de SS. Eucharistiae Sacramento, cap. 2.



6 «Pecado muy de advertencia, por chico que sea, Dios nos libre de él; cuànto màs, que no hay poco siendo contra una tan gran Majestad, y viendo que nos està mirando.» S. TERESA, Camino de perfecciòn, cap. 41. Obras, III, pag. 198.



7 «Mas ay de nosotros, que pocos debemos de llegar a ella (la uniòn con la voluntad de Dios)! aunque a quien se guarda de ofender a el Senor y ha entrado en religiò,, le parezca que todo lo tiene hecho. Oh, que quedan unos gusanos que no se dan a entender, hasta que, como el que royò la yendra a Jonàs (Ion. IV, 6, 7), nos han roido las virtudes con un amor propio, una propia estimaciòn, un juzgar los pròjimos, aunque sea en pocas cosas, una falta de caridad con ellos, no los quiriendo como a nosotros mesmos: que, aunque arrastrando cumplimos con la obligaciòn para no ser pecado, no llegamos con mucho a lo que ha de ser para estar del todo unidas con la voluntad de Dios.» S. TERESA, Moradas quintas, cap. 3. Obras, IV, pag. 87, 88.



8 Parla la Santa Madre degli ordini e Monasteri in cui cose minutissime vanno a poco a poco rovinando la disciplina e lo spirito: questa dottrina l' applica S. Alfonso alle anime singole, usando il demonio, nell' uno e nell' altro caso, la medesima industria. «Miren los presentes (Fratelli e Sorelle della Riforma Carmelitana), que son testigos de vista, las mercedes que nos ha hecho (Nuestro Senor), y de los trabajos y desasosiegos que nos ha librado, y los que estàn por venir, pues lo hallan llano todo, no dejen caer ninguna cosa de perfeciòn, por amor de Nuestro Senor. No se diga por ellos lo que de algunas Ordenes, que loan sus principios; ahora comenzamos, y procuren ir comenzando siempre de bien en mejor. Miren que por muy pequenas cosas va el demonio barrenando agujeros por donde entren las muy grandes. No les acaezca decir: «en esto no va nada, que son ectremos». Oh hijas mias, que en todo va mucho, como no sea ir adelante!» S. TERESA, Las Fundaciones, cap. 29. Obras, V.



9 Scio opera tua, quia neque frigidus es, neque calidus: utinam frigidus esses aut calidus! Sed quia tepidus es, et neque frigidus nec calidus, incipiam te emovere ex ore meo. Apoc. III. 15, 16.



10 «Calidus quippe est qui bona studia et arripit et consummat; frigidus vero est qui consummanda nec inchoat. Et sicut a frigore per teporem transitur ad calorem, ita a calore per teporem reditur ad frigus. Quisquis ergo amisso infidelitatis frigore vivit, sed nequaquam tepore superato excrescit ut ferveat, procul dubio calore desperato, dum noxio in tepore demoratur, agit ut frigescat. Sed sicut ante teporem frigus sub spe est, ita post frigus tepor in desperatione. Qui enim adhuc in peccatis est, conversionis fiduciam non amittit. Qui vero post conversionem tepuit, et spem quae esse potuit de peccatore subtraxit. Aut calidus ergo quisque esse, aut frigidus quaeritur, ne tepidus evomatur; ut videlicet aut, necdum conversus, adhuc de se spem conversionis praebeat, aut, iam conversus, in virtutibus inardescat; ne evomatur tepidus, qui, a calore quem proposuit, torpore ad noxium frigus redit.» S. GREGORIUS MAGNUS, Regulae pastoralis liber, pars 3, cap. 34 (al. 58), in fine. ML 77-119.



11 «Quelli stessi leggierissimi difetti non furono che rari, e niuno abituale; onde in una pubblica esortazione ebbe in buona occasione a protestar con lagrime: «Ho avuto mancamenti, ma non mai consuetudine con loro, mai in mia vita.» Di tanto neppur contento, arrivò 20 anni prima della sua morte a far quel gran voto di mai peccar venialmente con avvertenza.» PATRIGNANI, Menologio di pie memorie d' alcuni Religiosi d. C. d. G.,  16 febbraio 1624.



12 «Quae sunt, inquit, religioso cum muliere tractanda negotia, nisi cum sanctam paenitentiam vel melioris vitae consortium religiosa petitione deposcit? Ex nimia securitate minus cavetur hostis, et diabolus, si de suo capillum potest habere in homine, cito exrescere facit in trabem.» S. BONAVENTURA, Legenda S. Francisci, cap. 5, n. 5. Opera, tom. 8, ad Claras Aquas, 1898, pag. 517. - MARCO DA LIBSONA, Croniche del P. S. Francesco, lib. 1, cap. 33. - Opuscula B. P. FRANCISCI (Pedeponti, 1739), pag. 44: Collatio 6.



13 «In hunc vero spiritualem conflictum, desideriorum armis et zelo patiendi pro Christo procedendum est. Qui enim absque huiusmodi zelo in hunc spiritualem agonem intrare praesumpserit, facile vincetur; qui autem ad cuncta toleranda adversa praemunitus fuerit, gaudeat, quia, supra durissimam petram fundatus, a sua soliditate everti non poterit. Hoc namque desiderium tamquam firmissimum adamas in spiritualis structura aedificii pro fundamento locandum est... Quis enim huius sancti desiderii valet profectus explicare? Animo quippe vires subministrat, et poenam exhibet leviorem, perseverantiam praebet, coaequat martyribus, et caelesti patria dignum suum efficit possessorem. Opera namque eo sunt superno Iudici gratiora, quo ardentiori fuerint facta caritate.» S. LAURENTIUS IUSTINIANUS, De disciplina et perfectione monasticae conversationis, cap. 6. Opera, Lugduni, 1628, p. 90, col. 1 et 2.



14 Vedi Appendice, 45.



15 « En otras cosillas, que os he escrito, os he dicho esto muchas veces, y ahora os lo torno a decir y rogar, que siempre vuestros pensamientos vayan animosos, que de aqui vernàn a que el Senor os dé gracia, para que lo sean las obras.» S. TERESA, Conceptos del amor de Dios, cap. 2. Obras, IV, pag. 231. - «Ayda mucho tener altos pensamientos para que lo sean las obras.» Camino de perfecciòn, cap. 4. Obras. III, pag. 25.



16 «Tener gran confianza porque conviene mucho no apocar los deseos, sino creer de Dios que, si nos esforzamos poco a poco, aunque no sea luego, podremos llegar a lo que muchos santos con su favor.» S. TERESA, Vida, cap. 13. Obras, I, pag. 91.



17 «Quiere Su Majestad y es amigo de ànimas animosas, como vayan con humildad y ninguna confianza de sì; y no he visto a ninguna de éstas que quede baja en este camino, ni ninguna alma cobarde, con amparo de humildad, que en muchos anos ande lo que esotros en muy pocos. Espàntame lo mucho que hace en este camino animarse a grandes cosas; aunque luego no tenga fuerzas el alma, da un vuelo y llega a mucho, aunque como avecita que tiene pelo malo, cansa y queda.» S. TERESA, Libro de la Vida, cap. 13. Obras, I, 91, 92. - «Veo yo venir ahora a esta casa unas doncellas que son de poca edad... Todas juntas se ofrecen en sacrificio por Dios. Cuàn de buena gana les do yo aqui la ventaja, y habìa de andar avergonzada delante de Dios; porque lo que Su Majestad no acabò conmigo en tanta multitud de anos como ha que comencé a tener oraciòn, y me comenzò a hacer mercedes, acaba con ellas en tres meses, y aun con alguna en tres dias, con hacerlas muches menos que a mi, aunque bien las paga Su Majestad.» Libro de la Vida, cap. 39. Obras, I, 350, 351.



18  Vedi Appendice, 46.



19 « Mas acabando de recibir a el Senor (nella santa comunione), pues tenéis la mesma persona delante, procurà cerrar los ojos del cuerpo, y abrir los de alma, y miraros al corazòn; que yo os digo, y otra vez lo digo, y muchas lo querria decir, que si tomàis esta costumbre todas las veces que comulgardes, y procurà tener tal conciencia que os sea licito gozar a menudo de este Bien, que no viene tan disfrazado, que, como he dicho, de muchas maneras no se dé a conocer conforme a el deseo que tenemos de verle; y tanto lo podéis desear, que se os descubra del todo. Mas si no hacemos caso de El, sino que en recibiéndole nos vamos de con El a buscar otras cosas màs bajas, qué ha de hacer? Hanos de traer por fuerza a que le veamos que se nos quiere dar a conocer? No, que no le trataron tan bien cuando se dejò ver a todos a el descubierto, y les decia claro quién era, que muy pocos fueron los que le creyeron. Y ansi, harta misericordia nos hace a todos, que quiere Su Majestad entendemos que es El el que està en el santisimo Sacramento. Mas que le vean descubiertamente, y comunicar sus grandezas y dar de sus tesoros, no quiere sino a los que entiende que mucho le desean, porque éstos son sus verdaderos amigos.» Camino de perfecciòn, cap. 34 (verso la fine). Obras, III, pag. 165, 166. - «También me parece que anda Su Majestad a probar quién le quiere, si no uno, si no otro, descubriendo quién es con deleite tan soberano, por avivar la fe, si està muerta, de lo que nos ha de dar, diciendo: Mirà, que esto es una gota de el mar grandisimo de bienes, por no dejar nada por hacer con los que ama, y como ve que le reciben, ansi da y se da. Quiere a quien le quiere; y qué bien querido, y qué buen amigo!» S. TERESA, Libro de la Vida,  cap. 22 (verso la fine). Obras, I, 174.



20 «Muchas veces he pensado espantada de la gran bondad de Dios, y regalàdose mi alma de ver su gran manificencia y misericordia. Sea bendito por todo, que he visto claro no dejar sin pagarme, aun en esta vida, ningun deseo bueno.» S. TERESA, Libro de la Vida, cap. 4. Obras, I, pag. 25. - «Quiere Su Majestad y es amigo de ànimas animosas, como vayan con humildad y ninguna confianza de si.» Libro de la Vida, cap. 13. Obras, I, pag. 91.



21 «Venianle unos impetus tan grandes de amor de Dios, que no se podia valer ni cabia en si, sino que le parecia que se le acababa la vida y le daban grandes arrobamientos. Decia que con ver a otros con màs gloria que a sì, se holgaria, pero no llevaria en paciencia de que otros amasen màs a Dios que ella. Todos los trabajos le parecian pequenos por su amor.» Deposiciòn de la Hermana TERESA DE JESUS (figlia di Lorenzo de Cepeda, fratello della S. Madre), en el Proceso de Avila (1596). Obras, II, Apendices, 56, 4a (domanda).



22 «Siempre la humildad delante... Mas es meneser entendamos còmo ha de ser esta humilidad; porque creo el demonio hace mucho dano para no ir muy adelante gente que tiene oraciòn, con hacerlos entender mal de la humildad, haciendo que nos parezca soberbia tener grandes deseos y querer imitar a los santos y desear ser màrtires. Luego nos dice u hace entender que las cosas de los santos son para admirar, mas no para hacerlas los que somos pecadores. Esto también lo digo yo; mas hemos de mirar cuàl es de espantar y cuàl de imitar... Nos podemos esforzar, con el favor de Dios, a tener un gran desprecio de mundo, un no estimar honra, un no estar atada a la hacienda. Tambien se pueden imitar los santos en procurar soledad y silencio y otras muchas virtudes, que no nos mataràn estos negros cuerpos, que tan concertadamente se quieren llevar para desconcertar el alma.» S. TERESA, Libro de la Vida, cap. 13. Obras, I, pag. 92, 93. - «Tener gran confianza, porque conviene mucho no apocar los deseos, sino  creer de Dios que, si nos esforzamos poco a poco, aunque no sea luego, podremos llegar a lo que muchos santos con su favor; que si ellos nunca se determinaran a desearlo y a poco a poco a ponerlo por obra, no subieran a tan allo estado.» Libro de la Vida, cap. 13. Obras, I, pag. 92. - «Espàntame lo mucho que hace en este camino animarse a grandes cosas; aunque luego no tenga fuerzas el alma, da un vuelo y llega a mucho, aunque como avecita que tiene pelo malo, causa y queda.» Libro de la Vida, cap. 13. Obras, I, pag. 92.



23  Vedi Appendice,  47.



24 (Parla la Santa, in estasi, dell' operazione che fa lo Spirito Santo nell' anima e della grazia che comunica.) «Io con desiderio lo desidero (lo Spirito Santo coi suoi doni) e non desidero; e ben conosco di doverlo e non doverlo desiderare; e con questo desiderio lo desidero, e per me stessa e per tutti... In che maniera questo? Son pure cose contrarie, desiderare e non desiderare. Dico che non lo voglio desiderare da me stessa come da me stessa, perché non voglio aver alcun desiderio, e ardirò di dire, anzi dirò, che se me lo desse perché in ciò si facesse la mia volontà, e non la sua come sua e non come mia, ancorché in questo ci fosse la sua volontà, ma non ci fosse ella primieramente, e dirò anche totalmente la sua, in nessun modo vorrei esserne contenta: tanto m' importa a non voler ripossedere e far mio quel che di già gli ho donato; e voglio che sia tutto suo, perché dir possa con ogni verità in ogni cosa: Fiat voluntas tua. Dico del mio volere, del mio desiderare, sicché il bene che non mi viene per questa via non mi par bene, e piuttosto eleggerei, e così bramo, non aver alcun altro dono - fuorché questo, che è pur suo, di lasciar tutto il mio volere e il mio desiderio in lui - che avere qualunque dono si sia, solo per mio desiderio e mio volere. In me sint, Deus, vota tua, non vota mea.  No, no, ch' io non voglio.» Vinc. PUCCINI, Vita, Firenze, 1611, parte 3, Giorno secondo, pag. 46, 47; Vita 1671, cap. 83. - (Risponde il Verbo all' «amantissima sua sposa»:) «Contro al proprio volere, prenderai (come rimedio) una morta volontà, tanto che non vogli anco me stesso, se non tanto quanto è volontà mia.» PUCCINI, Vita, Firenze, 1611, Prima Notte, pag. 18.



25 «Je n' approuve nullement qu' une personne attachée à quelque devoir ou vacation, s' amuse à désirer une autre sorte de vie que celle qui est convenable à son devoir, ni des exercices incompatibles à sa condition présente; car cela dissipe le coeur et l' alanguit és exercices nécessaires. Si je désire la solitude des Chartreux, je perds mont temps, et ce désir tient la place de celui que je dois avoir de me bien employer à mon office présent... Or, cela s' entend des désirs qui amusent le coeur; car quant aux simples souhaits, ils ne fout nulle nuisance, pourvu qu' ils ne soient pas fréquents.» Introduction à la vie dévote, partie 3, ch. 37.



26 Essendosi  messa in viaggio per la fondazione di «Villanueva de la Jara», senza tener conto di gravissime difficoltà di ogni genere né dello stato deplorevole della sua salute: «Fué Dios servido de hacer tan buen tiempo, y darme tanta salud, que parecia nunca habia tenido mal; que yo me espantaba, y consideraba lo mucho que importa no mirar nuestra fiaca dispusiciòn, cuando entendemos se sirve el Senor, por contradiciòn que se nos ponga delante, pues es poderoso de hacer de los flacos fuertes y de los enfermos sanos. Y cuando esto no hiciere, serà lo mejor padecer para nuestra alma, y puestos los ojos en su honra y gloria, olvidarnos a nosotros... Yo confieso que mi ruindad y flaqueza muchas veces me ha hecho temer y dudar; mas no me acuerdo ninguna, después que el Senor me diò habito de Descalza, ni algunas anos antes, que no me hiciese merced, por su sola misericordia, de vencer estas tentaciones, y arrojarme a lo que entendia era mayor servicio suyo, por dificultoso que fuese. Bien clara entiendo que era poco lo que hacia de mi parte, mas no quiere màs Dios de esta determinaciòn para hacerlo todo de la suya. Sea por siempre bendito y alabado. Amen.» S. TERESA, Las Fundaciones, cap. 28. Obras, V, 252. - «El demonio ha gran miedo a ànimas determinadas, que tiene ya expiriencia le hacen gran dano, y cuanto él ordina para danarlas, viene en provecho suyo y de los otros, y que sale él con perdida... Y si conoce a uno por mudable, y que no està firme en el bien y con gran determinaciòn de perseverar, no le dejarà a sol ni a sombra; miedos le pornà, y inconvenientes, que nunca acabe. Yo lo sé esto muy bien por expiriencia, y ansi lo he sabido decir, y digo que no sabe nadie lo mucho que importa.» S. TERESA, Camino de perfecciòn, cap. 23. Obras, III.



27 «No entiendo otra cosa ni la querria entender, sino que oraciòn de poco tiempo, que hace efetos muy grandes - que luego se entienden, que es imposible que los haya pa dejarlo todo, solo per contentar a Dios, sin gran fuerza de amor - yo la querria màs que la de muchos anos, que nunca acabò de determinarse màs a el postrero que al primero, a hacer cosa que sea nada por Dio; salvo si unas cositas menudas como sal, que no tienen peso ni tomo, que parece un pàjaro se las llevara en el pico, no tenemos por gran  efeto y mortificaciòn; que de algunas cosas hacemos caso, que hacemos por el Senor, que es làstima las entendamos, aunque se hiciesen muchas... No digo yo que no las terna Su Majestad en mucho, sigun es bueno; maas querria yo no hacer caso de ellas, ni ver que las hago, pues no son nada.» S. TERESA, Libro de la Vida, cap. 39. Obras, I, 351, 352.



28 «Ya tengo expiriencia en muchas, que si me ayudo al principio a determinarme a hacer lo que, siendo sòlo per Dios, hasta en comenzarlo quiere, para que màs merezcamos, que el alma sienta aquel espanto, y mientra mayor, si sale con ello, mayor premio y màs sabroso se hace después. Aun en esta vida lo paga Su Majestad por unas vias, que sòlo quen goza de ello lo entiende. Esto tengo por expiriencia, como he dicho, en muchas cosas harto graves; y ansi jamàs aconsejaria, si fuere persona que hubiera de dar parecer, que, cuando una buena inspiracion acomete muchas veces, se deje por miedo de poner por obra; que si va desnudamente por solo Dios, no hay que temer sucederà mal, que poderoso es para todo.» S. TERESA. Libro de la Vida, cap. 4. Obras, I.



29 «La plus grande assurance que nous pouvons avoir en cette vie consiste en ce pur et irrévocable ebandonnement de tout son être entre les mains de Dieu, et en l' absolue résolution de ne jamais vouloir, por chose que ce soit, consentir à faire volontairement aucun péché grand ni petit; car nous ne sommes pas plus assurés quand nous sentons l' amour de Dieu que quand nous ne le sentons pas. Enfin la grande assurance consiste au ce que dessus.» S. FRANÇOIS de SALES, à la Mère de Chantal, Lettre 2092 (ann. 1615-1621). Œuvres, XXI, Annecy, 1923.



30 S. FRANÇOIS de SALES, Introduction à la vie dèvote, liv. 12, ch. 8. -  Vedi Appendice, 48.



31 « Ecco dunque i due gran voti singolari e particolari di questo santo, che daranno sempre da ammirar a tutto il mondo... Il primo voto fu di sempre contradire alla propria volontà... Il secondo voto, di stupor non minore, fu l' obbligarsi di salire ogni giorno un grado più alto alla perfezione, sicché non passasse di che non superasse se stesso nella virtù... Sta registrato negli Atti della di lui canonizzazione e nella Segreteria dei SS. Riti: Duobus peculiari religione votis sese Deo vir piissimus obstrinxerat. Unum erat quo semper propriae voluntati obsistere, alterum quo, divinae gratiae adiutus praesidio, ad novum aliquem de die in diem perfectionis gradum conscendere firma sponsione statuerat; quibus promissis fideliter stetisse constat.» G. M. MAGENIS, Chier. Reg., Vita, Brescia, 1739, lib. 1, cap. 8, Appendice storica.



32 S. LAURENTIUS IUSTINIANUS, De disciplina et perfectione monasticae conversationis, cap. 6 et 24. - Vedi Appendice, 49.



33 Vedi Appendice, 50.



34 Conforme a questo detto, S. Carlo guardava più al da farsi che al già fatto. «Ad un personaggio forestiero che lo lodava delle sue opere, dicendo di non sapere come egli potesse far tanto, rispose che non si deve guardare alle opere, ma alle imperfezioni che in esse si commettono, ed al molto che si manca di fare.» GIUSSANO, Vita, lib. 8. cap. 16. - Essendo stato riferito al Sommo Pontefice delle sue aspre penitenze affinché lo adducesse a più mite e prudente tenor di vita, rispose doversi egli piuttosto vergognare di seguir troppo da lontano le orme di Cristo Nostro Signore e dei santi vescovi, ed aggiunse: «Itaque ego ea expendens quae necessario agenda sunt, et videns quantum a praestituta vivendi ratione absim, conor utcumque huiusmodi exercitationum aliquas amplecti, quibus et veterem emendare et futuram praecavere animi remissionem possim, atque in munere meo, ut decet, versari: quemadmodum Sanctitas etiam Vestra a me exiget, credo. Verumtamen plane perspicio me, ut ita dicam, hactenus ingressum nondum huius vitae rationem quae congrua adeo muneri videtur meo: tantum abest ut eo usque processerim, unde monitis retrahi debeam, quemadmodum fortasse de me audiit.» GLUSSIANUS (Giussano). De fama, virtutibus et miraculis S. Caroli Borromaei, lib. 1 (Vitae liber 8), cap. 26, col. 992, in nota. - «Non fece tutto il Signor Cardinale in una volta; ma, da che cominciò da buon senno a incaminarsi alla perfezione, andò ogni di disponendo - come dice il profeta - ascensiones in corde suo.» Gio. Batt. Possevino, Mantovano, Discorsi della vita ed azioni di Carlo Borromeo (Roma, 1591), cap. 23.



35 Vedi Appendice, 51.



36 «Donosa manera de buscar amor de Dios!... Ansi que, porque no se acaba de dar junto, no se nos da por junto este tesoro.» S. TERESA, Libro de la Vida, cap. 11. Obras, pag. 76.



37 «Es todo asco cuanto podemos hacer, en comparaciòn de una gota de sangre que el Senor por nosotros derramò.» S. TERESA, Libro de la Vida, cap. 39. Obras, I, 353.



38 Vedi Appendice, 13.



39 «Dum enim recogito quod absque meditationis exercitio nullus, secluso miraculo Dei speciali, ad perfectionem contemplationis dirigitur aut pervenit, nullus ad rectissimam christianae religionis normam attingit, imo vix se componit, audeo zelans sanctae meditationis studium suadere.» Io. GERSONIUS, Tractatulus consolatorius de meditatione, Consideratio 7. Opera, tom. 3, Antwerpiae, 1706, col. 451.



40 Vedi Appendice, 52.



41 «Vereor... ne in mediis occupationibus, quoniam multae sunt, dum diffidis finem, frontem dures, et ita sensim te ipsum quodammodo sensu prives iusti utilisque doloris. Multo prudentius te illis subtrahas vel ad tempus, quam potiare (patiare) trahi ab ipsis et duci certe paulatim quo tu non vis. Quaeris quo? Ad cor durum. Nec pergas quaerere quid illud sit: si non expavisti, tuum hoc est. Solum est cor durum, quod semetipsum non exhorret, quia nec sentit. Quid me interrogas? Interroga Pharaonem.» S. BERNARDUS, De consideratione ad Eugenium III, lib. 1, cap. 2, n. 3. ML 182-730.



42 «Et primum quidem ipsum fontem suum, id est mentem, de qua oritur, purificat consideratio. Deinde regit affectus, dirigit actus, corrigit excessus, componit mores, vitam honestat et ordinat, postremo divinarum pariter et humanarum rerum scientiam confert. Haec est quae confusa disterminat, hiantia cogit, sparsa colligit, secreta rimatur, vera vestigat, verisimilia examinat, ficta et fucata explorat. Haec est quae agenda praeordinat, acta recogitat; ut ni hil in mente resideat aut incorrectum (al. correptione) egens. Haec est quae in prosperis adversa praesentit, in adversis quasi non sentit: quorum alterum fortitudinis, alterum prudentiae est.» S. BERNARDUS,  De consideratione, lib. 1, cap. 7. ML 182-737.



43 «Nel mese appresso di giugno (1673), trovandosi nell' orazione comune, giunse a ferirle altamente l' orecchio una terribile voce, che in barbara favella tre volte articolò ciò che significa «Fa guerra! fa guerra! fa guerra!»... Argomentò che fosse del nemico, onde sollecita implorò col Sub tuum praesidium il solito patrocinio di Maria, e da questa le fu allora rivelato che quel demonio, di cui... aveva udita la ... voce, tenea per ufficio nel monastero di tentar le religiose nelle piccole trasgressioni, che assalita tal sorella... ne era uscito vittorioso, inducendola a mancare dall' orazione comune senza particolar necessità. Or fattosi il passo per l' apertura di quella difettosa minuzia, voleva avanzarsi a maggiori acquisti, tentandola in materia grave; al che bisognando l' aiuto d' altri suoi infernali compagni, incitavali alla guerra... Si portò (Crocifissa) sollecita alla cella, ove fluttuava nel pericolo di cadere la poco avveduta religiosa. Quivi ad impedirle l' ingresso, le si fé incontro il demonio in figura d' uomo bruttissimo, che posto in più sulla soglia, colle braccia distese in forma di croce, teneva occupata la porta. Non ristette però Crocifissa, ma, al vedere figurato il segno sacrosanto della croce, quantunque il demonio l' esprimesse , tutta drizzando la sua intenzione alla forma, e niente curando della materia, con profonda adorazione disse: Per signum crucis de inimicis nostris libera nos, Deus noster. A quest' atto, con grida e minacce... disparve l' insidioso tentatore, e al dipartirsi, diede una sì forte spinta a Crocifissa... che il braccio... se ne risentì per molto tempo. Restò con questo libera dalla rea suggestione quella religiosa.» G. TURANO, Vita... della Ven... Suor Maria Crocifissa della Concezione, O. S. B., nel Monastero di Palma, lib. 2, cap. 8.



44 De vitis Patrum, lib. 8, cap. 98. - Vedi Appendice, 53.



45 «Fu sentita dir più volte...: «Quando vedrete una persona religiosa che non si dà all' orazione, non fate gran fondamento sopra di lei, e non abbiate gran speranza dei fatti suoi, perché, sebbene ella nel dì fuori porta gli abiti di persona dedicata al culto divino, come le manca lo spirito dell' orazione, non potrà durar lungo tempo in quella maniera di vita. Chi non frequenta l' orazione, e chi non ne gusta, non ha in sé quel legame che ci tiene annodati e stretti con Dio; onde non sarà gran fatto che il mondo e il demonio, trovandolo così solo, l' inducano a collegarsi con loro.» G. GRASSETTI, S. I., Vita, lib. 3, cap. 2.



46 «Pues para lo que ho tanto contado esto es, como he ya dicho, para que se vea la misericordia de Dios y mi ingratitud; lo otro, para que se entienda el gran bien que hace Dios a un alma que la dispone para tener oraciòn con voluntad, aunque no esté tan dispuesta como es menester, y como, si en ella persevera, por pecados, y tentaciones y caìdas de mil maneras que ponga el demonio, en fin, tengo por cierto la saca el Senor a puerto de salvaciòn, como, a lo que ahora parece, me ha sacado a mi.» S. TERESA, Libro de la Vida, cap. 8. Obras, I, pag. 56. - «Yo quisiera aquì tener gran autoridad para que se me creyera esto: a el Senor suplico Su Majestad la dé. Digo que no desmaye nadie de los que han comenzado a tener oraciòn con decir: si torno a ser malo, es peor ir adelante con el ejercicio de ella. Yo lo creo si se deja la oraciò, y no se enmienda de el mal; mas si no la deja, crea que le sacarà a puerto de luz.» Libro de la Vida, cap. 19. Obras, I, pag. 139.



47 «Comencé a tornar en mi, aunque no dejaba de hacer ofensas a el Senor; mas como no habie perdido el camino, aunque poco a poco, cayendo y levantado, iba por él; y el que no deja de andar y ir adelante, aunque tarde, llega. Non parece es otra cosa perder el camino sino dejar la oraciòn. Dios nos libre por quien El es.» S. TERESA, Libro de la Vida, cap. 19. Obras, I, pag. 143.



48 «Oh! vàlame Dios, que céguedad tan grande! Y qué bien acierta el demonio, para su propòsito, en cargar aqui la mano! Sabe el traidor, que alma que tenga con perseverancia oraciòn, la tiene perdida, y que todas las caidas que la hace dar, la ayudan, por la bondad de Dios, a dar después mayor salto en lo que es su servicio: algo le va en ello.» S. TERESA, Libro de la Vida, cap. 19. Obras, I, pag. 139.



49 «Non solo aveva la presenza continua di Dio in tutte le azioni, per la quale cercava farle con la maggior perfezione che fosse possibile, ma di più stava sempre unito con Dio per mezzo dell' orazione; nella quale poneva tanto studio, come se in quella consistesse l' acquisto d' ogni perfezione, e soleva dire che chi non è uomo d' orazione e di raccoglimento, è quasi impossibile che arrivi a perfetta vittoria di se medesimo, ed a grado eminente di santità e di perfezione, come l' esperienza stessa dimostra. E tutta quella immortificazione, perturbazione d' animo, inquietudine e scontentezza, che talora si vede in persone religiose, diceva nascere da questo, che non si danno all' esercizio della meditazione ed orazione, quale egli chiamava la via compendiosa ed accorciatoia della perfezione.» CEPARI, Vita, lib. 2, cap. 7.



50 «Trovandosi nell' orazione un' anima avvolta (nelle) tenebre... egli (il Padre Torres) ad animarla così le scrive: «... Non si affligga per le sue tenebre: eserciti fra di esse la fede... né si travagli in forzare e violentar le potenze, per avere quel sentimento o quel fervore sensibile che è solita d' avere... Contentiamoci... di partecipar qualche poco l' amarezza dell' abbandonato Gesù in croce. Anzi la sposa fedele di questo dovrebbe godere più che d' altro, ed in questo cercare la sua consolazione. Se dunque il Signore la fa degna di questa grazia e la vuole a parte del suo calice amaro, lo benedica. Il portar la croce con Gesù senza consolazione, non fa perdere lo spirito, ma fa correre, anzi volare l' anima alla perfezione. Disce dunque pati fortiter et Christiformiter; né si sgomenti, né si lamenti più.» Lodovico SABBATINI d' Angora, de' PP. OO., Vita del Padre D. Antonio de Torres, Preposito Gen. della Cong. de' Pii Operai, Napoli, 1732, lib. 4, cap. 1, p. 290, 291.



51 «Hizome en esto gran bateria el demonio, y pasé tanto en parecerme poca humildad tenerla (la oraciòn), siendo tan ruin, que, como ya he dicho, la dejé ano y medio, almenus un ano, que de el medio no me acuerdo bien; y no fuera màs, ni fué, que meterme yo mesma, sin haber menester demonios que me hiciesen ir a el infierno.» S. TERESA, Libro de la Vida, cap. 19. Obras, I, pag. 139.



52 «El verdadero amante en toda parte ama y siempre se acuerda del amado. Recia cosa seria, que sòlo en los rincones se pudiese traer oraciòn.» S. TERESA, Las Fundaciones, cap. 5. Obras V, pag. 45.



53 S. TERESA, Libro de la Vida, cap. 34. Obras, I, 290-292. - Vedi Appendice, 54.



54 «Iam quo ille die ad aram particeps Eucharistiae fuisset, eius quidem diei antemeridianum amne tempus cum in legendis Sanctorum Patrum insumeret, negabat quidquam detrimenti studium doctrinae suae, cui eam operam ipse detraheret, capere, quam Deus et maiore copia et pleniore intelligentiae mensura postea sibi solitus esset restituere.» Barth. POVIUS, Balearicus, Vita, lib. 7, § 6. - «Tutta la mattina delle comunioni spendeva in leggere le vite de' Santi Padri, e diceva che ciò non era detrimento degli studi, perché Dio lo compensava. Il tempo che gli avanzava dagli studi ed occupazioni, tutto l' impiegava o in leggere libri spirituali, o in orazione.» V. CEPARI, S. I., Vita, parte 2.



55 Questa opera, a cui lo stesso Santo Dottore dava una grandissima e giusta importanza, verrà riprodotta nel vol. II di queste Opere ascetiche.



56 «Come può durar la carità, se Iddio non ci dà la perseveranza? come ce la darà il Signore, se non gliela chiediamo? come gliela chiederemo senza l' orazione? Come dunque può farsi questo sì gran miracolo senza di essa, tolto il canale delle influenze divine all' anima, che è propriamente l' orazione? per qual parte correrà questa acqua dello Spirito Santo? Dunque senza l' orazione non vi è comunicazione con Dio per conservar le virtù acquistate, né per acquistar le perdute, né vi è altro mezzo, e sto per dire, altro rimedio per aver bene.» S. Teresa, Lettere, con le Annotazioni di Mgr Gio. di PALAFOX e Mendoza, Vescovo di Osma, (Venezia, 1739); Lettera 8, a D. Alfonso Velazquez, Vescovo di Osma, Annotazione 10. - Questa lettera, come abbiam detto (Appendice, 52) è apocrifa.



57 «Théotime, le mont Calvaire est le mont des amants.» S. FRANÇOIS DE SALES, Traité de l' amour de Dieu, liv. 12, ch. 13. Œuvres. V, Annecy, 1894, p. 346.



58 Vedi Appendice, 55.



59 «Frequens quotidianusve Sacrosanctae Eucharistiae usus a SS. Patribus (fuit) semper in Ecclesia probatus.» Decretum S. C. Concilii circa communionem quotidianam, 12 febr. 1679. Apud Lacroix, Theol. Mor., lib. 6, pars 1, n. 665. - Fontes Juris Canonici, vol. V. n. 2848.



60 «Sumi autem voluit (Salvator noster) Sacramentum hoc tamquam spiritualem animarum cibum... et tamquam antidotum, quo liberemur a culpis quotidianis, et a peccatis mortalibus praeservemur.» Sessio 13, Decretum de SS. Eucharistiae Sacramento, cap. 2.



61 «Duo enim illud sacramentum (corporis et sanguinis Domini) operatur in nobis: ut videlicet et sensum minuat in minimis, et in gravioribus peccatis tollat omnino consensum. Si quis vestrum non tam saepe modo, non tam acerbos sentit iracundiae motus, invidiae, luxuriae, aut ceterorum huiusmodi, gratias agat corpori et sanguini Domini, quoniam virtus sacramenti operatur in eo, et gaudeat quod pessimum ulcus accedat ad sanitatem.» S. BERNARDUS, Sermo in Cena Domini, n. 3. ML 183-272, 273.



62 «Peccatum est quaedam mors spiritualis animae. Unde hoc modo praeservatur aliquis a peccato futuro, quo praeservatur corpus a morte futura. Quod quidem fit dupliciter. Uno modo, in quantum natura hominis interius roboratur contra interiora corruptiva: et sic praeservatur a morte per cibum et medicinam. Alio modo, per hoc quod munitur contra exteriores impugnationes: et sic praeservatur per arma, quibus munitur corpus. - Utroque autem modo hoc sacramentum praeservat a peccato. Nam primo quidem, per hoc quod Christo coniungit per gratiam, roborat spiritualem vitam hominis, tamquam spiritualis cius et spiritualis medicina... Alio modo, in quantum signum est passionis Christi, per quam victi sunt daemones: repellit enim omnem daemonum impugnationem.» S. THOMAS, Suum. Theol., III. qu. 79, art. 6, c.



63 S. IO. CHRISOSTOMUS, In Ioannem, hom. 46 (al. 45) nn. 3 et 4: MG 59-261, 262; In Matthaeum, hom. 4, n. 9: MG 57-50; In Epist. I ad Cor., hom. 24, n. 5: MG 61-204. - Vedi Appendice, 56.



64 B. GIOVANNI AVILA. Trattati del SS. Sacramento dell' Eucaristia, Trattato 27. - Vedi Appendice, 57.



65 «Je ne vitupère ni loue absolument que l' on communie tous les jours, mais laisse cela à la discrétion du père spirituel de celui qui se voudra résoudre sur ce point; car la disposition requise pour une si fréquente communion devant être fort exquise, il n' est pas bon de le conseiller généralement; et parce que cette disposition là, quoique exquise, se peut trouver en plusieurs bonnes âmes, il n' est pas bon non plus d' en divertir et dissuader généralement un chacun, ains cela se doit traiter par la considération de l' état intétieur d' un chacun en particulier... Puisque, comme je présuppose, vous n' avez nulle sorte d' affection au péché véniel... quand votre père spirituel le trouverait bon, vous pourriez utilement communier encore plus souvent que tous les dimanches... Pour communier tous les huit jours, il est requis de n' avoir ni péché mortel, ni aucune affection au péché véniel, et d' avoir un grand désir de se communier; mais, pour communier tous les jours, il faut, outre cela, avoir surmonté la plupart des mauvaies inclinations, et que ce soit par avis du pére spirituel.» S. FRANÇOIS DE SALES, Introduction à la vie dévote, partie 2. ch. 20. - Non ostante il rigore- che tale oggi ci pare con ragione, data la decisione della Chiesa- delle condizioni richieste da S. Francesco di Sales per la comunione frequente e quotidiana, può e deve considerarsi il santo Dottore, se si tien conto del tempo in cui visse, come uno dei promotori e protagonisti della frequente comunione. Leggasi, se non altro, la seconda parte del capitolo seguente della «Filotea» (cap. 21, da queste parole: «Si les mondains vous demandent...»): la conclusione logica di quanto ivi asserisce il Santo sulle ragioni che uno ha di comunicarsi, è la legislazione attuale della Chiesa. Lo stesso deve dirsi, e forse ache più, di S. Alfonso, come altrove vedremo.



66 «In hoc Sacramento, duo requiruntur ex parte recipientis, scilicet desiderium coniunctionis ad Christum, quod facit amor; et reverentia sacramenti, quae ad donum timoris pertinet. Primum autem incitat ad frequentationem huius Sacramenti quotidianam, sed secundum retrahit; unde si aliquis experimentaliter cognosceret ex quotidiana sumptione fervorem amoris augeri et reverentiam non minui, talis deberet quotidie communicare; si autem sentiret per quotidianam frequentationem reverentiam minui et fervorem non multum augeri, talis deberet intendum abstinere, ut cum maiori reverentia et devotione postmodum accederet: unde quantum ad h oc unusquisque relinquendus est iudicio suo.» S. THOMAS, in IV Sententiarum, distinctio XII, quaestio 3, art. 1, Ad secundam quaestionem. - «Reverentia huius Sacramenti habet timorem amori conjunctum: unde timor reverentiae ad Deum dicitur timor filialis... Ex amore enim provocatur desiderium sumendi; ex timore autem consurgit humilitas reverendi. Et ideo utrumqe pertinet ad reverentiam huius sacramenti, et quod quotidie sumatur, et quod aliquando abstineatur... Amor tamen et spes ad quae semper Scriptura nos provocat, praeferuntur timori: unde et, cum Petrus dixisset: Exi a me, Domine, quia peccator homo ego, respondit Jesus: Noli temere.» S. THOMAS, Sum. theol., III, qu. 80, art. 10, ad 3.



67 «Multiplices enim sunt conscientiarum recessu, variae ob negotia spiritus alienationes, multae e contra gratiae et Dei dona parvulis concessa: quae cum humanis oculis scrutari non possimus, nihil certe de cuiusque dignitate atque integritate, et consequenter de frequentiore aut quotidiano vitalis panis esu potest constitui. Et propterea, quod ad negotiatores attinet, frequens ad sacram alimoniam percipiendam accessus, confessariorum secreta cordis explorantium iudicio est relinquendus, qui ex conscientiarum puritate, et frequentiae fructu, et ad pietatem processu laicis negotiatoribus et coniugatis, quod prospicient eorum saluti profuturum, id illis praescribere debebunt.» Decretum S. C. Concilii, circa communionem quotidianam, 12 febr. 1679.



68 «Finita la messa si starà da sé una mezz' ora, o un' ora intera, rendendo grazie al Signore di così gran beneficio, che si sia degnato di venire in una stalla tanto vile; gli domanderà anco perdono della mala preparazione, supplicandolo di qualche grazia, essendo salito a farne tante.» B. GIOVANNI AVILA, Lettere spirituali, Firenze, 1601, parte 1, ad un sacerdote, mostrandogli quanto debba esser grato a Dio per il grado sacerdotale, ed in qual maniera debba ordinar la vita sua, pag. 77.



69 (Diceva alle sue Novizie): «Se desiderate, o figliuole, di pervenire in breve a gran perfezione, prendete per vostro Maestro il Crocifisso: tenete attente le orecchie alle sue parole, perché del continuo vi parla al cuore, e particolarmente in quell' ora quando avete ricevuto il Santissimo Sacramento.» Per questo soleva dir loro sovente: «Che cosa in questa mattina ha favellato Gesù Cristo al vostro cuore? perocché sino dai miei più teneri anni mi fu questo di gran frutto e utilità.» E certamente faceva tal conto della frequenza del Santissimo Sacramento, che non poteva comportare che alcuna se ne privasse volontariamente, dicendo: «Non sapete, o figliuola benedetta, di quello che in questa mattina vi siete privata? Non sapete voi che non c' è il più efficace mezzo per acquistar la vera perfezione, che questo Santissimo Sacramento? E se di questo bene vi sapeste servire, in brevi giorni diverreste piena di celeste amore. Ricordatevi che Dio è immensa carità, e per amore si vuol comunicare alle anime, mercé di questo amoroso cibo. Guardate di non lo prendere per usanza ma con attual divozione.»... Diceva ancor loro che il più opportuno tempo ad avanzarsi nella perfezione della vita spirituale è quello dopo la comunione, non volendo perciò che le sue novizie così presto andassero agli esercizi comuni, dopo che s' erano comunicate.» PUCCINI, Vita, Firenze, 1611, parte 1, cap. 65.



70 «No suele Su Majestad pagar mal la posada, si le hacen buen hospedaje... Estaos vos con El de buena gana; no perdàis tan buena sazòn de negociar, como es el hora (la hora) después de haber comulgado. Si la obediencia os mandare,  hermanas, otra cosa, procurà  dejar el alma con el Senor; que si luego llevàis el pensamiento a otra, y no hacéis caso, ni tenéis cuenta con que està dentro de vos, còmo se os ha de dar a conoscer? Este, pues, es buen tiempo para que os ensene nuestro Maestro, y que le oyamos, o besemos los pies porque nos quiso ensenar, y le supliquéis no se vaya de con vos.» S. TERESA, Camino de perfecciòn, cap. 34. Obras, III, 164, 165.



71 « Ergo quotiescumque accipis, quid tibi dicit Apostolus? Quotiescumque accipimus, mortem Domini annuntiamus. Si mortem annuntiamus, annuntiamus remissionem peccatorum. Si quotiescumque effunditur sanguis, in remissionem peccatorum funditur, debeo illum semper accipere, ut semper mihi peccata dimittatur. Qui semper pecco, semper debeo habere medicinam.» S. AMBROSIUS, De Sacramentis, lib. 4, cap. 6, n. 28. ML 16-446.



72 Chi sia questo divoto autore, non sappiamo. Però questa sentenza è di S. Gregorio Nazianzeno, il quale parla, non della comunione, ma dell' unione spirituale con Dio, quantunque molto bene si applichi al desiderio che ha Gesù Sacramentato di esser desiderato da noi. S. GREGORIUS NAZIANZENUS, Carminum  lib. 1, sectio 2, XXXIII, Tetrastichae sententiae, Sententia 37, vers. 145-148, MG 37-938, 939:

Dei solius rerumqua e divinarum insatiabilis esto,

Qui accipientibus etiam plus largitur,

Sitiens sitiri, largiter semper fluens;

In ceteris vero, superari non sit molestum.

Altrove, riferisce S. Alfonso questa sentenza, attribuendola al suo vero autore.



73 «Contemplabatur (Maria) tales, qui nolunt accedere (ad sacram mensam) nisi sint actualiter devoti et fervidi, similiter agere quasi frigidus nolit ad ignem proximare, nisi prius calidus sit.» IO. GERSONIUS, Collectorium super Magnificat, tractatus 9, partitio 3. Opera, tom. 3, Antwerpiae, 1706, col. 422.



74 «Recte et sapienter Patres nostri tres rationes hoc sanctum sacramentum accipiendi distinxerunt. Quosdam enim docuerunt sacramentaliter dumtaxat id sumere ut peccatores; alios tantum spiritualiter, illos nimirum, qui voto propositum illum caelestem panem edentes, fide viva, quae per dilectionem operatur, fructum eius et utilitatem sentiunt; tertios porro sacramentaliter simul et spiritualiter.» CONCILIUM TRIDENTINUM, Sessio 13, Decretum de SS. Eucharistiae Sacramento, cap. 8.



75 Vedi Appendice, 58.



76 Non essendovi, nel secondo o nel terzo Ordine di S. Domenico, alcuna Venerabile, Beata o Santa di questo nome -Angela della Croce- argomentiamo trattarsi della B. Agata della Croce (+1621), altrove (Introduzione alle Visite) lodata da S. Alfonso per la sua ardentissima divozione alla comunione spirituale. Non abbiamo fin qui ritrovata la sua Vita, scritta da uno dei suoi confessori, Fr. Antonio dei Martiri, O. M.



77 THEODORETUS, Religiosa Historia, cap. 16. MG 84-1418. ML 74-75. - Vedi Appendice, 59.



78 «Quamdiu ergo hic sumus, hoc rogemus Deum ut non a nobis amoveat deprecationem nostram et misericordiam suam; id est, ut perseveranter oremus, et perseveranter misereatur. Multi... in novitate suae conversionis ferventer orant, postea languide, postea frigide, postea negligenter: quasi securi fiunt. Vigilat hostis, dormis tu... Non deficiamus orando: et hoc ex beneficio ipsius est. Propterea dixit: Benedictus Deus meus, qui non amovit deprecationem meam et misericordiam suam a me. Cum videris non a te amotam deprecationem tuam, securus esto, quia non est a te amota misericordia ejus.» S. Augustinus, Enarratio in Ps.  65, n. 24. ML 36-801.



79: «Ait: Adhuc te loquente, dicam: Ecce adsum (Isa. LVIII, 9). Quis pater sic filios nepotesque audiat? quae mater ita parata promptaque sit, si se filioli advocent? Nemo certe, non pater, non mater, sed Deus solus assidue exspectat, num quis se domesticorum advocet, nel unquam ut decet vocatus a nobis, non audivit. Ideo ait: Adhuc te loquente, non exspectabo donec finieris, sed statim exaudiam.» S. IO. CHRYSOSTOMUS, In Matthaeum hom. 55 (al. 56), n. 5. MG 58-538, 539.



80 «(Constat) alia Deum danda etiam non orantibus, sicut initium fidei, alia nonnisi orantibus praeparasse, sicut usque in finem perseverantiam. Cavendum est igitur ne... exstinguatur oratio.» S. AUGUSTINUS, De dono perseverantiae, cap. 16, n. 39. ML 45-1017.



81 «Per baptismum Christi specialiter aperitur nobis introitus regni caelestis, qui primo homini praeclusus fuerat per peccatum. Unde baptizato Christo, aperti sunt caeli, ut ostenderetur quod baptizatis patet via in caelum. Post baptismum autem necessaria est homini iugis oratio, ad hoc quod caelum introeat. Licet enim per baptismum remittantur peccata, remanet tamen fomes peccati, nos impugnans interius, et mundus et daemones qui impugnant exterius. Et ideo signanter dicitur Luc. III, 21, quod, Jesu baptizato et orante, apertum est caelum, quia scilicet fidelibus necessaria est oratio post baptismum.» S. THOMAS AQUINAS, Sum. Th., III, qu. 39, art. 5, c.



82 «De perseverantiae munere... quod quidem aliunde haberi non potest nisi ab eo qui potens est eum qui stat statuere ut perseveranter stet, et eum qui cadit restituere, nemo sibi certi aliquid absoluta certitudine polliceatur, tametsi in Dei auxilio firmissimam spem collocare et reponere omnes debent...» CONCILIUM TRIDENTINUM, Sessio 6, De iustificatione, cap. 13. - «Si quis dixerit iustificatum, vel sine speciali auxilio Dei in accepta iustitia perseverare posse, vel cum eo non posse: anathema sit.» Ibid., canon 22.



83 «Hoc ergo Dei donum suppliciter emereri potest.» S. AUGUSTINUS, De dono perseverantiae, lib. 6, cap. 10. ML 45-999.



84 «Vult Deus rogari, vult cogi, vult quadam importunitate vinci. Ideo tibi dicit: Regnum Dei vim patitur, et violenti rapiunt illud (Matth. XI, 12). Esto ergo sedulus in oratione, esto in precibus importunus, cave ne ab oratione deficias. Si dissimulat audire quem rogas, esto raptor, ut regnum caelorum accipias; esto violentus, ut vim etiam ipsis inferas caelis. Quid hac rapina locupletius? quid hac gloriosius violentia?» S. GREGORIUS MAGNUS, Ps. VI paenitentialis (Ps. CIX), n. 2. ML 79-633.



85 «Il Padre Eterno, ritirando ora i suoi divini occhi nel suo eterno essere , si muove a voler mostrare l' altezza della sua gratitudine alle creature... Il quarto grado di gratitudine non è solo farsi soggetta alla persona a cui si dona, ma il riconoscerla come benefattrice in ricevendo ella il dono. Ma come può esser questo, che il Padre Eterno riconosca la creatura per benefattrice, la quale ha ricevuto il dono, sendo egli donante, ed ella - che era ed è di sua natura mendica - beneficata ed arricchita? Sì, sì. Perocché tanto si compiace di dare, che istima per dono il ricevere che altri fa de' suoi doni, e tanto brama comunicarsi, che il voler partecipare della sua comunicazione gli è come se altri comunicasse qualche gran bene con esso lui. O grande Iddio! Deus meus es tu, quia bonorum meorum non eges. O mare di carità! o immenso mare d' amore! fa che io non sia quella che, con la strettezza del mio cuore e scarsezza del mio amore, impedisca l' influsso amoroso e pieno de' doni tuoi.» Vinc. PUCCINI, Vita, Firenze, 1611, parte 3, Quinta Notte, pag. 126, 127.



86 «Huius... spiritalis theoriae tradenda vobis est formula... Quae... a paucis, qui antiquissimorum patrum residui erant, tradita est... Erit itaque.. haec inseparabiliter proposita vobis formula pietatis: Deus in adiutorium meum intende, Domine, ad adiuvandum me festina.» CASSIANUS, Collatio 10 (Abbatis Isaac), cap. 10. ML 49-831 et seq.



87 «Dignaris... eis quibus omnia dimittis, etiam promissionibus tuis debitor fieri.» S. AUGUSTINUS, Confessionum lib. 5, cap. 9, n. 17. ML 32-714. - «Debitorem Dominus ipse se fecit, non accipiendo, sed promittendo.» Enarratio in Ps. 83. n. 16. ML 37-1068. - Cf. Enarr. in Ps. 109, n. 1: ML 37-1445; sermo 158, cap. 2, n. 2: ML 38-863; sermo 255, cap. 5, n. 6: ML 38-1184. - Nel Sermone 110, cap. 4, n. 4 (ML 38-640, 641), il quale, nelle antiche edizioni, era De verbis Domini Sermo 31 - e par che sia quello citato da S. Alfonso, non dovendosi tener troppo conto della numerazione, così spesso maltrattata dai tipografi di quel tempo - S. Agostino, dopo aver dichiarato come Dio, essendosi mostrato verace nelle promesse già adempiute, deve ritenersi verace anche nelle minacce finora non eseguite, viene a parlare delle promesse non ancora avverate, di quelle cioé che riguardano l' eterno premio dei giusti, e dice: «Promissorum suorum nobis chirograpum fecit. Non debendo enim, sed promittendo debitorem se Deus fecit: id est non mutuo accipiendo. Non possumus ergo ei dicere: Redde quod accepisti; sed plane dicimus: Redde quod promisisti.»



88 «Oratio, in impetrando, non innititur merito, sed divinae misericordiae.» S. THOMAS AQUINAS, Sum. Theol., II-II, qu. 178, art. 2, ad 1. - «Meritum innititur iustitiae, sed impetratio innititur gratiae.» II-II, qu. 83, art. 16, ad 2.



89 «Hoc petimus in nomine Salvatoris quod pertinet ad rationem salutis.» S. THOMAE AQUINATIS  Catena aurea, in Ioannis Evangelium, cap. 15, n. 4 (ex Augustino). - «Maneat ergo dilectio; ipse est enim fructus noster. Quae dilectio nunc est in desiderio, nondum in saturitate: et ipso desiderio quodcumque petierimus in nomine unigeniti Filii, dat nobis Pater. Quod autem accipere salvandis non expedit nobis, non existimemus non petere in nomine Salvatoris: sed hoc petimus in nomine Salvatoris, quod pertinet ad rationem salutis.» S. AUGUSTINUS, In Ioannis Evangelium, tractatus 86, n. 3 (in Io. XV, 16). ML 35-1852.



90 S. BERNARDUS, In Nativitate B. V. M., Sermo de aquaeductu, n. 8. ML 183-442.






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