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S. Alfonso Maria de Liguori
Pratica di amar Gesù Cristo

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CAPO XII.

Caritas non irritatur.

Chi ama Gesù Cristo non mai si adira col prossimo

La virtù di non adirarsi nelle cose contrarie che avvengono è figlia della mansuetudine. Degli atti appartenenti alla mansuetudine già ne abbiam dette più cose ne' capi antecedenti; ma perché questa è una virtù che continuamente dee esercitarsi da chi vive in mezzo agli uomini, ne diremo qui alcune altre cose più particolari e più utili alla pratica.

L'umiltà e la mansuetudine furono le virtù care a Gesù Cristo, onde disse a' suoi discepoli che ciò avessero appreso da lui, l'essere umili e mansueti: Hoc discite a me, quia mitis sum et humilis corde (Matt. XI, 29). Il nostro Redentore fu chiamato agnello, Ecce Agnus Dei (Io. I, 29), sì per ragion del sagrificio che di lui avea da farsi sulla croce per soddisfare i nostri peccati, sì per ragion della mansuetudine ch'egli dimostrò in tutta la sua vita e specialmente in tempo della sua Passione. Quando in casa di Caifas ricevé lo schiaffo da quel ministro che nello stesso tempo lo trattò da temerario dicendogli: Sic respondes pontifici? (Io. XVIII, 22), Gesù altro non rispose che queste parole: Si male locutus sum, testimonium perhibe de malo, si autem bene, quid me caedis? (Io. XVIII, 23). Questa mansuetudine poi seguì ad esercitarla sino alla morte: stando in croce, mentre tutti lo schernivano e bestemmiavano, egli altro non faceva che pregare l'Eterno Padre a perdonarli: Pater, dimitte illis, non enim sciunt quid faciunt (Luc. XXIII, 34).

Oh come son cari a Gesù Cristo i cuori mansueti che nel ricevere gli affronti, le derisioni, le calunnie, le persecuzioni, ed anche le battiture e le ferite, non si adirano con chi l'ingiuria o percuote! Mansuetorum semper tibi placuit deprecatio (Iudith. IX, 16). Le preghiere de' mansueti son sempre gradite a Dio, viene a dire che sono sempre esaudite. A' mansueti sta con modo speciale promesso il paradiso: Beati mites,


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quoniam ipsi possidebunt terram (Matth. V, 4). Diceva il P. Alvarez che il paradiso è la patria dei disprezzati, perseguitati e calpestati; sì, perché a costoro, non già a' superbi che sono onorati e stimati dal mondo, sta riserbato il possesso di quel regno eterno.1 Scrisse Davide che i mansueti non solo otterranno l'eterna beatitudine, ma anche in questa vita godranno una gran pace: Mansueti... haereditabunt terram, et delectabuntur in multitudine pacis (Ps. XXXVI, 11). Sì, perché i santi non conservano rancore con chi gli maltratta, ma l'amano più di prima; ed il Signore, in premio della loro pazienza, accresce loro la pace interna. Dicea S. Teresa: “Colle persone che diceano male di me parmi ch'io ponessi in loro un nuovo amore.”2 Onde poi la sagra Ruota scrisse della santa: Offensiones ipsi amoris escam ministrabant: le offese le porgevano materia di più amare chi più l'offendeva.3 Una tal mansuetudine però non può aversi se non da chi è dotato d'una grande umiltà e basso concetto di sé, per cui crede di meritare ogni disprezzo; e perciò all'incontro i superbi son sempre iracondi e vendicativi, perché han concetto di se stessi e stimansi degni di ogni onore.


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Beati mortui qui in Domino moriuntur (Apoc. XIV, 13) Bisogna dunque morir nel Signore per esser beato e per cominciare a godere la beatitudine sin da questa vita: s'intende quella beatitudine che può aversi prima di andare in cielo, quale certamente è molto minore di quella del cielo, ma è tale che supera tutti i piaceri sensibili di questa vita: Et pax Dei quae exsuperat omnem sensum custodiat corda vestra, così scrisse l'Apostolo a' suoi discepoli (Philip. IV, 7). Ma per giungere ad ottener questa pace, anche in mezzo agli affronti ed alle calunnie, bisogna esser morto al Signore.

Il morto, per quanto è maltrattato e calpestato dagli altri niente si risente; e così il mansueto, come morto che più non vedesente, dee soffrire tutti i disprezzi che gli son fatti. Chi ama di cuore Gesù Cristo a ciò ben arriva, poiché, tutto uniformato alla di lui volontà, riceve con quella stessa pace ed animo eguale così le cose prospere come le avverse, così le consolazioni come le afflizioni, così le ingiurie come le cortesie. Così facea l'Apostolo, onde poi dicea: Superabundo gaudio in omni tribulatione nostra (II Cor. VII, 4). - Oh felice chi giunge a questo grado di virtù! Egli gode una continua pace, la quale è un bene che avanza tutti gli altri beni di questo mondo. Dicea S. Francesco di Sales: “Che vale tutto il mondo in paragone della pace del cuore?”4 Ed in verità, a che servono tutte le ricchezze, tutti gli onori del mondo a chi vive inquieto e non ha il cuore in pace?

In somma per istarcene sempre uniti con Gesù Cristo, bisogna che facciamo tutto con tranquillità, senza inquietarci di alcuna avversità che incontriamo. Non in commotione Dominus (III Reg. XIX, 11): il Signore non abita ne' cuori turbati.


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Udiamo i belli documenti che su questa materia ci il maestro della mansuetudine, S. Francesco di Sales: “Non vi mettete mai in collera né le aprite mai la porta per qualunque pretesto, perché entrata ch'è una volta in noi, non è più in nostra mano, quando vogliamo, il discacciarla né il moderarla. I rimedi perciò sono: Rigettarla subito con divertire altrove la mente, e senza dir parola. Ad imitazione degli apostoli allorché videro il mare in tempesta, ricorrere a Dio a cui s'appartiene di mettere il cuore in pace. Se vedrete che la collera per vostra debolezza ha posto già il piede nel vostro spirito, in tal caso fatevi forza per rimettervi in calma, e poi procurate di praticare atti di umiltà e di dolcezza verso la persona contra cui vi sentite adirato; ma tutto ciò bisogna farlo con soavità e senza violenza, poiché molto importa il non inasprir le piaghe.”5 Ed a tal proposito diceva il santo ch'egli ebbe da faticare in sua vita a superare due passioni che più lo predominavano, cioè la collera e l'amore: per superar la passione della collera confessava d'aver dovuto faticare per 22 anni affin di soggiogarla; in quanto poi alla passione dell'amore, avea procurato di mutare oggetto lasciando le creature e rivolgendo tutti gli affetti suoi a Dio.6 E così il santo si acquistò una pace internagrande che la dimostrava anche da fuori, facendosi vedere quasi sempre con volto sereno e colla bocca a riso.7

Unde bella, nisi ex concupiscentiis vestris? (Iac. IV, 1). Quando alcuno per qualche incontro si sente agitato dalla collera,


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allora gli sembra di trovar sollievo e pace se sfogo all'ira cogli atti o almen colle parole; ma no, s'inganna, perché dopo aver fatto quello sfogo si troverà molto più turbato di prima. Chi vuol conservarsi in una continua pace si guardi dallo star mai di mal umore. E quando si accorge di esser preso da mal umore, procuri di scacciarlo subito e non farlo dormire la notte seco, disviandosi con leggere qualche libro, col cantare qualche canzoncina divota o col discorrere di fatti ameni con alcuno amico.

Dice lo Spirito Santo: Ira in sinu stulti requiescit (Eccl. VII, 10). La collera nel cuore degli stolti che poco amano Gesù Cristo vi trova alloggio per lungo tempo; ma nel cuore degli amanti di Gesù Cristo, se mai vi entra di soppiatto, presto ne vien discacciata, e non vi dimora. - Un'anima che ama di cuore il Redentore non si trova mai di malo umore, perché non volendo ella altro che quel che vuole Iddio, ha sempre tutto quel che vuole, e perciò si ritrova sempre tranquilla e sempre eguale a se stessa. Il divino volere la rasserena in tutte le avversità che le accadono: e quindi è ch'ella esercita una mansuetudine universale con tutti. Ma questa mansuetudine non si può ottenere senza un amor grande a Gesù Cristo. Si vede infatti che noi non mai siamo più mansueti e dolci cogli altri, se non quando proviamo maggior tenerezza verso Gesù Cristo.

Ma perché questa tenerezza non sempre la proviamo, bisogna che nell'orazione mentale ci apparecchiamo a soffrire gl'incontri che mai ci possono avvenire. Così han fatto i santi, e si son trovati poi pronti a ricevere con pazienza e mansuetudine le ingiurie, gli schiaffi e le ferite. In quel tempo che ci troviamo insultati dal prossimo, se non ci troviamo preparati più volte da prima, difficilmente saremo atti a discernere quel che dobbiamo fare per non farci vincere dall'ira. Allora la passione ci farà vedere esser ragionevole che rintuzziamo con audacia l'audacia di chi ci maltratta a torto: ma scrive S. Gio. Grisostomo che non è mezzo giusto di spegnere il fuoco acceso


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nell'animo del prossimo col fuoco d'una risposta risentita, ma è causa di più accenderlo: Igne non potest ignis exstingui (Chrysost. Hom. 98 in Gen.).8 - Dirà taluno: Ma non è ragione di usar cortesia e dolcezza con un temerario che senza ragione ti offende. Ma risponde S. Francesco di Sales: “Bisogna usar mansuetudine non solo colla ragione, ma contra la ragione.”9

Allora bisogna procurar di rispondere con qualche parola benigna, e questa è la via di spegnere il fuoco: Responsio mollis frangit iram (Prov. XV, 1). Ma quando l'animo sta disturbato, il miglior espediente sarà allora il tacere. Scrive S. Bernardo: Turbatus prae ira oculus rectum non videt (Lib. 2. De cons. cap. 11).10 L'occhio quando è offuscato dallo sdegno non vede più quel ch'è giusto e quel ch'è ingiusto; la passione è come un velo che ci si pone davanti gli occhi e non ci fa più discernere il dritto dal torto, onde bisogna fare il patto che S. Francesco di Sales avea fatto colla sua lingua: “Io ho


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fatto il patto, egli scrisse, colla mia lingua, di non parlare quando è turbato il cuore.”11

Ma certe volte par che sia necessario il reprimere con parole aspre alcuno insolente. Disse Davide: Irascimini et nolite peccare (Ps. IV, 5). Dunque talvolta è lecito l'adirarsi, purché si faccia senza colpa. Ma qui sta il punto. Speculativamente parlando alle volte sembra spediente il parlare o rispondere con asprezza ad alcuni per farli ravvedere; ma in pratica è molto difficile che ciò riesca senza nostra colpa; onde la via sicura è quella di ammonire o di rispondere sempre con dolcezza e stare attento a non mai risentirsi. Dicea S. Francesco di Sales: “Io non mi son mai risentito che appresso non me ne sia pentito.”12 E quando in quell'incontro ci sentiamo ancor


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noi riscaldati, come ho detto di sovra, la via più sicura è di tacere, riserbando l'ammonizione o la risposta a tempo più opportuno, quando il cuore più non fuma.

Questa mansuetudine dobbiamo specialmente esercitarla poi quando siamo corretti da' nostri superiori o dagli amici. Scrive S. Francesco di Sales: “Il gradir le riprensioni fa vedere che uno ama le virtù contrarie a quei difetti de' quali vien ripreso, e perciò questo è un gran segno che profitta nella perfezione.”13 Inoltre bisogna che usiamo la mansuetudine ancora con noi stessi. Il demonio ci fa vedere che sia cosa lodevole l'adirarci con noi quando commettiamo qualche difetto; ma no, ella è opera del nemico che cerca di tenerci inquieti, acciocché non siamo atti a far niente di bene. Dicea S. Francesco di Sales: “Tenete per certo che tutti quei pensieri che ci danno inquietudine non sono da Dio ch'è principe di pace, ma provengono o dal demonio o dall'amor proprio, o dalla stima che facciamo di noi stessi. Questi sono i tre fonti da cui nascono tutti i nostri disturbi. E perciò quando ci vengono pensieri che c'inquietano, bisogna subito rigettarli e disprezzarli.”14

Inoltre ci è sommamente necessaria la mansuetudine quando dobbiamo far qualche riprensione agli altri. Le correzioni fatte con zelo amaro fanno spesso più danno che utile, specialmente quando colui che dee esser corretto sta turbato;


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allora bisogna trattenersi a correggerlo, ed aspettar il tempo che in esso siasi sedato il bollore dell'ira. E così anche bisogna che noi ci asteniamo di correggere altri quando stiamo di mal umore, perché allora l'ammonizione riuscirà sempre fatta con asprezza, e 'l reo, vedendosi ripreso in tal modo, farà poco conto dell'ammonizione come fatta per passione. Ciò corre per quel che spetta al bene del prossimo, ma per quel che si appartiene al nostro profitto, facciamo vedere che amiamo Gesù Cristo sopportando con pace ed allegrezza i maltrattamenti, le ingiurie e i disprezzi.




1 «Né intralasciava anch' egli (in un gran travaglio) di animar se stesso a ripigliare spirito, così esortandosi: «O in quanto grand' errore sei, se ti piaggi e lusinghi d' andare intero intero, e non ben pestato e calpestato, al cielo! Intendila: il regno de' cieli è il regno degli storpiati, dei tentati, dei battagliati, dei disprezzati, e di coloro che passarono per sentieri calcati di afflizioni e di calamità. Povero di te! come dunque oseresti, tra sì celebri e famosi eroi e capitani, comparire di sì vil cuore? e se Iddio ti facesse giudice e parte della tua causa, e che da te dipendesse la final decisione, forse non decideresti contro te stesso? Vuole Iddio che tu bene intenda che preziosissimo si è quel Bene, al quale c' incamminiamo, e per cui ottenere tanto patiamo.» Ven. Bald. ALVAREZ,  Vita (Lod. da Ponte), cap. 40, § 1.



2 S. TERESA, Relacion II, Relacion III: Obras, II. Moradas sextas: Obras, IV. - Vedi Appendice, 83.



3 «Novit igitur B. Teresia... pro persecutoribus exorare Dominum... quod adeo verum et notum fuit ut R.mus D.nus Alvarus de Mendoza, episcopus Abulensis, diceree soleret quod, ut aliquis a B. Teresia amaretur, medium efficax erat ei iniuriam vel damnum aliquod inferre, ut deponunt (plures testes).» Acta authentica Canonizationis S. Teresiae: AUDITORUM ROTAE facta Paulo PP. V Relatio altera. Inter Acta Sanctorum Bollandiana, die 15 Octobris, n. 1233. - «Quos (persecutores) adeo dilexit ut vulgo iactaretur quisquis diligi a Teresia vellet, aut detrimentum ultro conferret aut iniuriam.» Oratio I. B. MILLINI, Concistorialis Aulae Advocati. Ibid., n. 1346. - «Cum ingentes pateretur persecutiones et adversitates, diligebat tamen persequentes et orabat pro his qui oderant se. Quin imo detrimenta et offensiones, quas patiebatur, amoris et caritatis ipsi escam ministrabant: adeo ut viri graves dicere solerent, qui amari a Teresia vellet, damno aut iniuria ut eam afficeret oportere.» GREGORIUS PP. XV, Bulla Canonizationis. Ibid., n. 1392.



4 «Conservez-le donc bien, ce coeur en ce juste contentement qu' il a de se sentir en paix avec son Dieu: paix de laquelle le prix n' est point au monde, non plus que la récompense, puisqu' elle vous est acquise par le mérite du sang de notre Sauveur, et qu' elle vous acquerra le paradis éternel, si vous la gardez bien.» S. FRANÇOIS DE SALES, Lettre 1390, à Madame de Blanieu, 18 janvier 1618 - ( Euvres,  XVIII, Annecy, 1912. - «Notre Bienheureux Fondateur a été très grand amateur de la paix. Il n' égalait bien aucun à celui-là... Il disait «que rien ne devait être capable de nous ôter la paix, quand tout se bouleverserait sens dessus dessous; car qu' est-ce que tout le monde ensemble en comparaison de la paix du coeur?» S. Jeanne de CHANTAL, Déposition pour la béatification et canonisation de S. François, art. 37. Vie et Œuvres de la Sainte, III, 185.



5 S. FRANÇOIS DE SALES, Introduction à la vie dèvote, partie 3, ch. 8. -Vedi Appendice, 84.



6 Vedi Appendice, 85.



7 «Notre Bienheureux Fondateur a été très grand amateur de la paix. Il n' égalait bien aucun à celui-là; elle avait pris une si profonde racine en son coeur, que rien ne le pouvait ébrauler; il disait souvent: «Advienne qui voudra, je n' en veux perdre un seul brin de paix, moyennant la grâce de Dieu.» Il disait que rien ne devait être capabla de nous ôter la paix, quand tout se bouleverserait sens dessus dessous... Comme il disait, il le pratiquait... Mgr de Bérulle... dit une fois à une digne religieuse qui me l' a raconté, que notre Bienheureux possédait une paix imperturbable; et comme il avait en lui ce trésor, c' est la vérité qu' il le communiquait aux personnes qui s' approchaient de lui... Je l' ai éprouvé une infinité de fois en moimême, et en quantité d' autres personnes... Je me souviens de deux hommes qui se disputaient une fois avec violence en notre parloir. Ce saint Prélat les regardait avec une douceur trés grande, tantôt l' un, tantôt l' autre, leur disant des paroles si amiables, qu' enfin sa débonnaireté les toucha si fort qu' ils s' accoiseérent, et les renvoya en paix.» S. Jeanne de CHANTAL, Déposition pour la béatification et canonisation de S. François, art. 37. Vie et Œuvres de la Sainte, III, 185, 186. - «Je ne pense pas que l' on pouisse exprimer la grande suavité et débonnaireté que Dien avait répandues en son âme; il la répandait même dans les coeurs de ceux qui le voyaient.» Ibid., art. 32, pag. 167. - «(Aveva) una grazia singolare nella bocca, la quale per lo più vedevasi come sorridente.» GALLIZIA, Vita, lib. 6, cap. 1.



8 « Hoc vere summae virtutis est, ut non solum eos qui bene in nos afficiuntur, magno studio diligamus, et eis omnibus modis serviamus; sed ut etiam eos qui nobis infesti esse volunt, assiduitate officiorum nobis conciliemus amicos. Nihil enim mansuetudine violentius. Nam sicut rogum vehementer incensum aqua iniecta restinguit, ita et animum camino magis exardescentem, verbum cum mansuetudine prolatum exstinguit. Et duplex inde nobis lucrum accrescit, tum quod nos mansuetudinem exhibemus, tum quod fratris indignationem sedamus, et mentem eius a turbatione liberamus. Quid enim, dic mihi? Annon reprehendis fratrem tuum et accusas eius indignationem, quod hostiliter sit affectus erga te? Cur igitur non diversa via studes incedere, sed ipse magis irasci vis? Num potest igni ignis exstingui? Repugnat hoc naturae. Sic neque furor furore alio demulceri poterit umquam. Etenim quod igni est aqua, hoc est irae mansuetudo et moderatio.» S. IO. CHRISOSTOMUS, In Genesim, hom. 58, n. 5. MG 54-512.



9 «Il faut avoir la douceur jusques à l' extrémité envers le prochain, jusque même à la niaiserie... Ne recevez jamais aucun sentiment ni corroux de quelque chose que ce soit, ni sous quelque prétexte et apparence de raison que ce soit, car c' est toujours imperfection; il est mieux de faire toutes choses qui se peuvent et recevoir tout avec tranquillité et repos: cela est de grande perfection et édification.» S. FRANÇOIS DE SALES, Œuvres, XXI, Annecy, 1923, Lettre 2090, c, à la mére de Chantal.



10 «Caliginis duae sunt causae: ira et mollior affectus, Is iudicii censuram enervat, illa praecipitat. Quomodo ab alterutro non periclitetur, aut pietas clementiae, aut zeli rectitudo? Turbatus prae ira oculus clementer nil intuetur; suffusus fluxa quadam et muliebri mollitie animi, rectum non videt. Non eris innocens, si aut punias eum cui forte parcendum esset, aut parcas ei qui fuerat puniendus.» S. BERNARDUS, De consideratione, ad Eugenium PP., lib. 2, cap. 11. ML 182-755.



11 «Un gentilhomme auquel il tenait par alliance, s' étant offensé d' une action que François avait faite sans le moindre soupçon qu' elle pût lui deplaire, vint en plein jour dans la cour de l' évéché, avec une meute de chiens, des cornets et des trompettes, faire un vacarme incroyable, et, montant de là dans la chambre de l' évêque, il vomit contre lui les injures les plus blessantes. A tant d' audace, François... n' opposant qu' un silence plein de douceur, le gentilhomme... redouble ses outrages, jusqu' à ce qu' enfin, fatigué de parler seul, il se retire la menace et l' injure à la bouche. «Monseigneur, demanda alors à Drançois le père de Coex (Quoex), qui avait vu toute la scène,  comment n' avez-vous pas réprimé cet insolent au moins par quelques paroles fermes et sévères? - Mon père, répondit François, j' ai fait un pacte avec ma langue, c' est qu' elle se taira tant que mon coeur sera ému, et ne répliquera jamais à aucune parole capable de me provoquer à la colère: et vèritablement il ne fallait pas aigrir davantage ce pauvre homne en essayant de lui faire comprendre son tort. A la réflexion il deviendra plus sage et se repentira de sa faute.» En effet, quelques jours après, le coupable revint, les larmes aux yeux, demander pardon et remercier le saint évèque dont la douceur l' avait préservé d' une plus grande faute, confessant que, dans le transport de rage où il était, il aurait tué à coups de poignarà, celui qui aurait voulu raisonner avec lui.» HAMON, Vie, liv. 6, ch. 4. - Gallizia, Vita, lib. 3, cap. 34.



12 «Je ne me suis mis en colère, pour justement que ç' ait été, que je n' aie reconnu par aprés que j' eusse encore plus justement fait de ne me point courroucer.» S. FRANÇOIS DE SALES, Œuvres, XIV, Annecy, 1906, Lettre 502 (sans date), à la Baronne de Chantal.  - Mème texte: S. J. de CHANTAL, Vie et Œuvres, II: Fragments du petit livret, ou Ecueil fait par elle des Avis de direction de S. François de Sales, n. 11. - «Je suis un chétif homme, sujet à passion; mais, par la grâce de Dieu, depuis que je suis berger, je ne dis jamais parole passionnée de colère à mes brebis. Il est vrai que, sur la résistance de ces bous N. N., je menaçai celui-ci de son Supérieur, et l' autre de N.; mais je ne fis rien en cela que ce que je dois faire et que je ferai toujours en tel cas. Je fus ému à la vérité, mais je retius toute mon émotion, et confessai ma faiblesse à notre Mère, qui, en cette occasion, n' eut, non plus que moi, aucune parole de passion.» S. FRANÇOIS DE SALES, Œuvres, XVIII, Annecy, 1912, Lettre 1310, 16 mai 1617, à M. Philippe de Quoex.



13 «A quoi l' on peut connaitre si l' on avance dans la vertu. Entre plusieurs moyens, il faisait beaucoup de cas de celui-ci, savoir: d' aimer la correction et répréhension; car, comme c' est signe d' un bon estomac quand il digère facilement les viandes dures et grossières, aussi est-ce une bonne marque de santé spirituelle de pouvoir dire avec le Prophète: Le juste me corrigera dans la miséricorde, mais l' huile du pècheur, c' est-à-dire du flatteur, n' engraissera point ma tête (Ps. CXL, 5)... Qui aime la correction, aime la vertu contraire au dèfaut dont il est repris, et fait son profit de ces avertissements pour éviter le vice qui lui est opposé... Celui qui est désireux de la vertu... ne trouve rien de difficile, pas même les corrections et répréhensions, pour arriver à ce  but.» CAMUS, Esprit de S. Françoius de Sales, part. 16, ch. 19.



14 S. FRANÇOIS DE SALES, Lettre 280; à Madame Bourgeois, avril 1605. Œuvres, XIII, Annecy, 1904. Vedi sopra, cap. 8, n. 2, pag. 74. - «Gardez-vous des empressements et inquiétudes, car il n' y a rien qui nous empêche plus de cheminer en la perfection. Jetez doucement votre coeur ès plaies de Notre-Seigneur, et non pas à force de bras; ayez une extrême confiance en sa miséricorde et bontè qu' il ne vous abandonnera point, mais ne laissez pas pour cela de vous bien prendre à sa sainte croix.» Lettre  216, à la Baronne de Chantal, 3 mai 1604. Œuvres, XII, Annecy, 1902.






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