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S. Alfonso Maria de Liguori
Pratica di amar Gesù Cristo

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CAPO XIII.

Caritas non cogitat malum, non gaudet super iniquitate, congaudet autem veritati.

Chi ama Gesù Cristo non vuol altro se non quel che vuole Gesù Cristo.

La carità va sempre unita colla verità, onde la carità conoscendo che Dio è l'unico e vero bene, perciò abborrisce l'iniquità che si oppone alla divina volontà, e di altro non si compiace, se non di quello che vuole Iddio. Quindi è che l'anima che ama Dio poco si cura di quel che gli altri dicono di lei, e solo attende a fare quel che piace a Dio. Dicea il B. Errico Susone: “Quegli veramente sta bene con Dio, il quale si studia di soddisfare alla verità, e poi nulla stima in qualunque modo sia trattato o riputato dagli uomini.”1

Già di sovra più volte abbiam detto che tutta la santità e perfezione di un'anima consiste nel negare se stessa e nel seguire la volontà di Dio; ma qui cade il parlarne più di proposito. Questo dunque dee esser tutto il nostro studio, se vogliamo farci santi, il non seguir mai la propria volontà, ma sempre quella di Dio; poiché la sostanza di tutti i precetti e consigli divini si ristringe in fare e patire quel che vuole Dio e come lo vuole Dio. Preghiamo pertanto il Signore che ci


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doni la santa libertà di spirito: la libertà di spirito ci fa abbracciare ogni cosa che piace a Gesù Cristo, non ostante qualunque ripugnanza dell'amor proprio o di rispetto umano. L'amore di Gesù Cristo mette i suoi amanti in una totale indifferenza, per cui tutto loro è uguale, il dolce e l'amaro: niente vogliono di quel che piace a se stessi, e tutto vogliono quel che piace a Dio; colla stessa pace s'impiegano nelle cose grandi che nelle picciole, nelle cose piacevoli che nelle dispiacevoli: basta loro di piacere a Dio.

Dice S. Agostino: Ama et fac quod vis, ama Dio, e fa quel che vuoi.2 Chi ama veramente Iddio non va cercando altro che il gusto di Dio, ed in ciò solo trova il suo contento, in dar gusto a Dio. Scrive S. Teresa: “Chi non cerca se non la contentezza del suo diletto è contento di tutto ciò che il diletto appaga. Questa forza ha l'amore quando è perfetto, fa egli dimenticar la persona d'ogni proprio vantaggio e soddisfazione, e fa tutto rivolgere il di lei pensiero in dar gusto al suo diletto e in cercare come possa per sé e per altri onorarlo. Oh Signore, che tutto il danno ci viene dal non tenere gli occhi fissi in voi! Se non mirassimo che a camminare, presto giungeressimo; ma cadiamo ed inciampiamo mille volte ed anche erriamo la via per non mirare attentamente il vero cammino.”3 Ecco pertanto quale dee esser l'unico scopo di tutti i nostri pensieri, delle azioni, de' desideri e delle nostre preghiere, il gusto di Dio; e questo ha da essere il nostro cammino alla perfezione, l'andare appresso alla volontà di Dio.

Iddio vuole che ognuno di noi l'ami con tutto il cuore: Diliges Dominum Deum tuum ex toto corde tuo (Matt. XXII, 37). Quell'anima ama Gesù Cristo con tutto il suo cuore, la quale gli dice di vero cuore quel che gli disse l'Apostolo: Domine, quid me vis facere? (Act. IX, 6): Signore, fatemi sapere quel che volete da me, ch'io tutto voglio farlo. Ed intendiamo, che quando noi vogliamo ciò che vuole Dio allora vogliamo il nostro maggior bene; perché certamente Iddio non vuole che il meglio per noi. Dicea S. Vincenzo de' Paoli: “La conformità al divino


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volere è il tesoro del cristiano ed il rimedio per tutti i mali; poiché ella contiene l'annegazione di sé e l'unione con Dio e tutte le virtù.”4 Ecco in somma ove sta tutta la perfezione: Domine, quid me vis facere? Ci promette Gesù Cristo: Et capillus de capite vestro non peribit (Luc. XXI, 18). Viene a dire che il Signore ci paga ogni buon pensiero che abbiamo di dargli gusto ed ogni tribolazione che abbracceremo con pace uniformandoci alla sua santa volontà. Dicea S. Teresa: “Il Signore non manda mai un travaglio senza pagarlo con qualche favore, sempre che noi l'accettiamo con rassegnazione.”5

Ma la nostra uniformità al divino volere ha da essere intiera senza riserba, e costante senza rivocazione. Qui consiste il sommo della perfezione, ed a ciò, replico, debbono tendere tutte le nostre operazioni, tutti i desideri e tutte le nostre orazioni. - Alcune anime di orazione leggendo le estasi e i ratti di S. Teresa, di S. Filippo Neri e di altri santi, s'invogliano di giungere ad avere queste unioni soprannaturali. Tali desideri debbono discacciarsi, perché son contrari all'umiltà; se vogliamo


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farci santi dobbiamo desiderare la vera unione con Dio ch'è l'unire totalmente la nostra volontà con quella di Dio. Scrive S. Teresa: “S'ingannano quei che credono che l'unione con Dio consiste in estasi, ratti e godimenti di lui. Ella non consiste in altro che nel soggettare la nostra volontà alla volontà di Dio; ed allora questa soggezione è perfetta, quando la volontà nostra si trova staccata da tutto, ed unicamente unita a quella di Dio, sì che ogni suo movimento sia il solo volere di Dio. Questa è la vera ed essenziale unione che sempre ho desiderata e continuamente chiedo al Signore.”6 E poi soggiunge: “Oh quanti siamo che diciamo questo e parci di non volere altro che questo; ma, miseri noi, quanto pochi ci arriviamo!”7 E questa è la verità: molti diciamo: Signore, vi


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dono tutta la mia volontà, non voglio altro se non quel che volete voi; ma quando poi ci avvengono le cose contrarie, non sappiamo quietarci colla divina volontà. E qui ne nasce quel lamentarci di aver mala fortuna in questo mondo, e 'l dire che tutte le disgrazie son le nostre, e di fare una vita infelice.

Se noi stessimo uniti colla divina volontà in tutte le avversità, ci faressimo certamente santi, e saressimo i più felici del mondo. Questa dunque dee essere tutta la nostra attenzione, di tenere unita la nostra volontà a quella di Dio in tutte le cose che ci succedono, o piacevoli o dispiacevoli. - Ci avverte lo Spirito Santo: Non ventiles te in omnem ventum (Eccli. V, 11). Taluni fanno come le banderuole che si voltano secondo tira il vento; se il vento è prospero, com'essi desiderano, si vedono tutti allegri e mansueti; ma se il vento è contrario, che le cose non avvengono come vorrebbero, si vedono tutti mesti ed impazienti; e perciò non si fanno santi, e fanno una vita infelice, perché in questa vita assai più sono le cose avverse che le prospere ad accaderci. Dicea S. Doroteo che il ricevere dalle mani di Dio tutte le cose, comunque vengano, è un gran mezzo per conservarsi in una continua pace e tranquillità di cuore. E perciò narra il santo che gli antichi padri dell'eremo non erano mai veduti adirati e malinconici, perché quanto loro accadeva tutto lo prendeano allegramente dalle mani di Dio.8


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Oh beato chi vive tutto unito ed abbandonato nel divino volere! Egli non si gonfia per gli successi felici né si abbatte per gli avversi, sapendo che tutti vengono dalla stessa mano di Dio; la sola volontà di Dio è la regola del suo volere; e perciò non fa altro se non quello che vuole Dio, e non vuole altro se non quello che fa Iddio. Non s'impegna a far molte cose, ma solo a far perfettamente ciò che intende esser gusto di Dio. Quindi antepone le più picciole obbligazioni del suo stato alle azioni più grandi e gloriose, vedendo che in queste vi può aver parte l'amor proprio, ma in quelle vi è certamente la volontà di Dio.

Sicché allora noi sarem beati, se riceveremo da Dio tutte le cose ch'egli dispone, con perfetta uniformità al suo divino volere, senza badare se sono uniformi o contrarie al nostro genio. Dicea la santa madre di Chantal: “Quando sarà che noi gusteremo la dolcezza della divina volontà in tutto ciò che ci avviene, non considerando altro che il divino beneplacito dal quale è certo che, con eguale amore e per lo nostro meglio, ci vengono compartite così le avversità che le prosperità? Quando sarà che ci abbandoneremo affatto nelle braccia del nostro amorisissimo Padre celeste lasciando a lui la cura delle nostre persone e de' nostri affari, non riserbando per noi che il solo desiderio di piacere a Dio?”9 - Diceano gli amici del P.S. Vincenzo de' Paoli allorché viveva: “Il signor Vincenzo è sempre Vincenzo.”10 E voleano dire che il santo in ogni evento, prospero o avverso, si vedea sempre colla faccia serena, sempre eguale a se stesso: poiché, vivendo tutto abbandonato in Dio, di niente temeva e nulla altro volea, se non quello che piaceva a Dio. Scrive S. Teresa: “In questo santo abbandonamento si genera quella bella libertà di spirito che hanno i perfetti, in cui trovasi tutta la felicità che in questa vita si può desiderare: poiché di nulla temendo e nulla volendo o bramando delle cose del mondo, tutto possedono.”11


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Molti all'incontro si formano la santità secondo la loro inclinazione: chi è malinconico, nel viver solitario: altri ch'è faccendiere, in predicare e trattar paci: altri che ha genio aspro, in far penitenze e macerazioni: altri ch'è di genio liberale, in far limosine: altri in far molte orazioni vocali: altri in visitar santuari; e qui fan consistere tutta la loro santità. Le opere esterne son frutti dell'amore a Gesù Cristo, ma il vero amore consiste nell'uniformarci in tutto alla volontà di Dio, ed in conseguenza in negare noi stessi ed eleggere quello che più piace a Dio, e solo perché se lo merita.

Altri vogliono servire a Dio, ma in quello impiego, in quel luogo, con quei compagni o altre circostanze, altrimenti o lasciano l'opera o la fanno di mala voglia. Costoro non sono liberi di spirito, ma schiavi dell'amor proprio, e perciò poco meritano anche in ciò che fanno; ed all'incontro vivono sempre inquieti, perché stando attaccati alla propria volontà, riesce poi loro grave il giogo di Gesù Cristo. I veri amanti di Gesù Cristo amano solo quel che piace a Gesù Cristo, e solo perché piace a Gesù Cristo; e quando lo vuole e dove lo vuole e nel modo che lo vuole Gesù Cristo: o che voglia esso impiegarli in affari onorevoli o in faccende umili e vili, o in una vita di comparsa nel mondo o nascosta e negletta. Ciò importa il puro amore di Gesù Cristo; ed in ciò dobbiamo affaticarci combattendo contra gli appetiti dell'amor proprio che vorrebbe vederci occupati in quelle opere solamente che son gloriose o di nostra inclinazione. Ed a che serve l'esser in questo mondo il più onorato, il più ricco, il più grande senza la volontà di Dio? Diceva il B. Errico Susone: “Io vorrei più presto essere una vile bestiuola della


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terra colla volontà di Dio, che un serafino del cielo colla volontà mia.”12

Dice Gesù Cristo: Molti mi diranno: Signore, in nome tuo abbiamo discacciati i demoni e fatte gran cose: Domine, nonne in nomine tuo prophetavimus, et in nomine tuo daemonia eiecimus, et in nomine tuo virtutes multas fecimus? (Matth. VII, 22). Ma il Signore lor risponderà: Nunquam novi vos; discedite a me qui operamini iniquitatem (Ibid. 23): Andate via, io non vi ho conosciuti mai per miei discepoli, mentre voi avete voluto più presto seguire il vostro genio che il mio volere. E ciò va detto specialmente per quei sacerdoti operari che si affaticano per la salute e perfezione degli altri, ed essi intanto se ne vivono sempre nel pantano delle loro imperfezioni.

La perfezione consiste: in un vero disprezzo di se stesso; in una total mortificazione de' propri appetiti; in una conformità perfetta alla volontà di Dio; chi manca in una di queste virtù è fuori della via della perfezione. Perciò diceva un gran servo di Dio esser meglio nelle nostre azioni proporci il solo fine di fare la volontà di Dio che la gloria di Dio; perché facendo la volontà di Dio, noi anche procuriamo la sua gloria; ma proponendoci la gloria di Dio, spesso c'inganniamo, facendo la volontà propria sotto il pretesto della gloria di Dio. Scrive S. Francesco di Sales: “Son molti quei che dicono al Signore: Io mi do tutto a voi senza riserva; ma pochi sono quei che abbracciano la pratica di questo abbandonamento. Questo consiste in una certa indifferenza a ricevere ogni sorta di accidenti, siccome arrivano, secondo l'ordine della divina provvidenza, tanto l'afflizioni quanto le consolazioni, così i dispregi e gli obbrobri come l'onore e la gloria.”13


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Nel patire adunque, e nell'abbracciare con allegrezza le cose dispiacenti e contrarie al nostro amor proprio, si conosce chi veramente ama Gesù Cristo. Dice Tommaso da Kempis che non può chiamarsi degno amante chi non è apparecchiato a patire ogni cosa per l'amato ed a seguire in tutto la volontà dell'amato: Qui non est paratus omnia pati et ad voluntatem stare dilecti non est dignus amator appellari.14 All'incontro, diceva il P. Baldassarre Alvarez che chi si rassegna con pace ne' travagli al divino volere, “corre a Dio per le poste.”15 E la santa madre Teresa scrisse: “E qual maggiore acquisto può esservi, che aver qualche testimonianza che diamo gusto a Dio?”16 Ed io soggiungo che noi non possiamo avere testimonianza più certa di dar gusto a Dio, che abbracciando con pace le croci che Dio ci manda. Gradisce il Signore che noi lo ringraziamo de' benefici che ci fa in questa terra, ma dice il P. Giovanni d'Avila, che “vale più un Benedetto sia Dio nelle cose avverse che seimila ringraziamenti nelle cose prospere.”17

E bisogna qui avvertire che non solo dobbiamo ricevere con rassegnazione le cose avverse che ci vengono direttamente da Dio, come sono le infermità, il poco talento, le perdite accidentali delle robe; ma anche quelle che ci vengono indirettamente da Dio, ma direttamente dagli uomini, come sono le persecuzioni, i furti, le ingiurie; perché in verità tutte


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ci vengono da Dio. Un giorno Davide fu vilipeso da un suo vassallo chiamato Semei che lo maltrattò non solo colle ingiurie, ma anche colle pietre. Uno volea tagliar la testa a quel temerario, ma Davide rispose: Dimitte eum ut maledicat; Dominus enim praecepit ei ut malediceret David (II Reg. XVI, 10).Disse: Lasciatelo dire, perché il Signore gli ha imposto che così mi maledica: cioè, s'intende, Iddio si avvale di costui per castigare i miei peccati, e perciò permette ch'egli così m'ingiurii.

Dicea per tanto S. Maria Maddalena de' Pazzi che tutte le nostre orazioni non debbono indrizzarsi ad altro fine che ad ottenere da Dio la grazia di seguire in tutto la sua santa volontà.18 Certe anime golose di gusti spirituali nell'orazione non van cercando altro che di aver sentimenti piacevoli e teneri per deliziarsi; ma l'anime forti e che han vero desiderio di esser tutte di Dio non cercano a Dio altro che luce per intendere la sua volontà e forza per adempirla perfettamente. - Per giungere alla purità dell'amore è necessario sottomettere in tutto la nostra volontà a quella di Dio.19 “Non crediate mai, dicea S. Francesco di Sales, di essere arrivati alla purità che dovete avere, finché la vostra volontà non sia del tutto, anche nelle cose più ripugnanti, allegramente sottomessa a quella di Dio.” Poiché, come dice S. Teresa, “il dono della nostra volontà a Dio lo tira ad unirsi colla nostra bassezza.”20 Ma ciò


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non potrà mai ottenersi, se non per mezzo dell'orazione mentale e di continue preghiere fatte alla sua divina maestà, e senza un vero desiderio di esser tutti di Gesù Cristo senza riserba.

O Cuore amabilissimo del mio divin Salvatore, Cuore innamorato degli uomini, mentre ci amate con tanta tenerezza; Cuore in somma degno di regnare e possedere tutti i nostri cuori, oh potessi io fare intendere a tutti l'amore che voi loro portate e le finezze che usate con quelle anime che vi amano senza riserba! Deh gradite, Gesù amor mio, l'offerta e 'l sagrificio che vi fo oggi di tutta la mia volontà! Fatemi intendere quel che volete da me, ch'io tutto voglio farlo colla grazia vostra.




1 «Prout quisque plus minusve resignatus est, ita etiam magis vel minus rebus temporariis afflicitur ac promovetur. Homini cuidam semiresignato, cum diros nimirum sentiret dolores, eiusmodi intus verba dicebantur: « Tam studiose mei curam geres, teque adeo contemnes, modo scias mecum recte ac prospere avi, ut nihili facias utcumque tecum agatur.» B. Henricus Suso, De Veritate dialogus, Appendix quarumdam sublimium quaestionum, cap. 16. Opera, interprete Surio, Coloniae Agrippinae, 1588, pagina 321. - «Unum est quod praefracto animo perferre necessario debeas, ut ubi praecipuam qualibet in re navaris operam, alii id pessime interpretentur: et quibus vel maxime gratificare ac inservire studueris, illi omnium in te ingratissimi sint, maximeque malevoli. Non potest quisquam aeque placere omnibus. Quod si cunctis placere voles, Deum et veritatem non poteris non offendere. Improborum maledicentia, bonorum laus est.» Epistola 7. Ibid., pag. 249.



2 «Dilige et quod vis fac». S. AUGUSTINUS, In Epist. Iannis ad Parthos (i. e. in I Io.), tract. 7, cap. 4, n. 8. ML 35-2033. -Vedi Appendice, 3.



3 S. TERESA, Las Fundaciones, c. 5: Obras, V. - Camino de perfecciòn, cap. 16: Obras, III. -Vedi Appendice, 86.



4 «Parlant un jour aux siens: «La perfection de l' amour, leur dit-il, ne consiste pas dans les extases, mais à bien faire la volonté de Dieu; et celui-là entre tous les hommes sera le plus parfait, qui aura sa volonté plus conforme à celle de Dieu: en sorte que notre perfection consiste à unir tellement notre volonté à celle de Dieu, que la sienne et la nôtre  ne soient qu' un même vouloir et non-vouloir; et celui qui excellera davantage en ce point sera le plus parfait. Lorsque Notre-Seigneur voulut enseigner le moyen d' arriver à la perfection à cet homme dont il est parlé dans l' Evangile, il lui dit: «Si quelqu' un veut venir aprés moi, qu' il renonce à soi-même, qu' il porte sa croix et qu'il me suive.» Or, je vous demande, qui est-ce qui renonce plus à soi-même ou qui porte mieux la croix de la mortification et qui suit plus parfaitement Jésus-Christ, que celui qui s' étudie à ne faire jamais sa volonté et à faire toujours la volonté de Dieu? L' Ecriture dit aussi en quelque autre lieu, que celui qui adhére à Dieu est un même esprit avec Dieu. Or, je vous demande, qui est-ce qui adhére plus parfaitement à Dieu que celui qui ne fait que la volonté du même Dieu et jamais la sienne propre, qui ne veut et qui ne souhaite autre chose que ce que Dieu veut? Oh que c' est là un moyen bien court pour acquérir, en cette vie un grand trèsor de grâces! » ABELLY, Vie, liv. 3, ch. 5.



5 «Regalàbame con Dios, quejàbame a El como consentia tantos tormentos que padeciese; mas ello era bien pagado, que casi siempre eran después en gran abundancia las mercedes; no me parece sino que sale el alma del crisol, como el oro, màs afinada y clarificada para ver en sì al Senor.» S. TERESA, Libro de la Vida, cap. 30. Obras, I. - «Oh, oh, que es (Dios) muy bun pagador, y paga muy sin tasa!» Camino de perfecciòn, cap. 37. Obras, III. - «Por este camino que fué Cristo han de ir los que le siguen, si no se quieren perder, y bienaventurados trabajos, que aun acà en la vida tan sobradamente se pagan.» Libro de la Vida, cap. 11. Obras, I, 77.



6« En lo que està la suma perfeciòn, claro està que no es en regalos interiores ni en grandes arrobamientos ni visiones, ni en espiritu de profecia; sino en estar nuestra voluntad tan conforme con la de Dios, que ninguna cosa entendamos que quiere, que no la queramos con toda nuestra voluntad, y tan alegremente tomemos lo sabroso como lo amargo, entendiendo que lo quiere Su Majestad... Yo os digo que no por falta de ella (la soledad) dejaréis de disponeros para alcanzar esta verdadera uniòn que queda dicha, que es hacer mi voluntad una con la de Dio. Esta es la uniòn que yo deseo, y querria en todas; que no unos  embebecimientos muy regalados que hay, a quien tienen puesto nombre de uniòn, y serà ansi, siendo después de ésta que dejo dicha. Mas si después de esa suspensiòn queda poca obediencia y propia voluntad, unida con su amor propio me parece a mi que estarà, que no con la voluntad de Dios.» S. TERESA, Las Fundaciones, cap. 5. Obras, V. pag. 42, 43, 44. - «Oh, santa Esposa! vengamos a los que vos pedis, que es aquella santa paz, que hace aventurar al alma a ponerse a guerra con todos los del mundo, quedando ella con toda seguridad y pacifica. Oh qué dicha tan grande serà alcanzar esta merced! Pues es juntarse con la voluntad de Dios, de manera que no haya divisiòn entre El y ella, sino que sea una mesma voluntad; no por palabras, no por solos deseos, sino puesto por obra; de manera que en entendiendo que sirve màs a su Esposo en una cosa, haya tanto amor y deseo de contentarle, que no escuche las razones que le darà el entendimiento, ni los temores que le pornà, sino que deje obrar la fe de manera, que no mire provecho ni descanso, sino acabe ya de entender que en esto està todo su provecho.» S. TERESA, Conceptos del amor de Dios, cap. 3 (principio). Obras, IV, 239. - Si veda pure la nota seguente.



7 «La verdadera union se puede muy bien alcanzar, con el favor de Nuestro Senor, si nosotros nos esforzamos a procurarla, con no tener voluntad si no atada con lo que fuere la voluntad de Dios. Oh, qué de ellos habré que digamos esto, y nos parezca que no queremos otra cosa, y moririamos por esta verdad...! Pues yo os digo, y lo diré muchas veces, que cuando lo fuere, que habéis alcanzado esta merced del Senor, y ninguna cosa se os dé de estotra uniòn regalada que queda dicha, que lo que hay de mayor precio en ella es por proceder de ésta que ahora digo... Oh qué uniòn ésta para deseae! Venturosa el alma que la ha alcanzado, que vivirà en esta vida con descanso, y en la otra también... Mas de ser posible no hay que dudar, como lo sea la uniòn verdaderamente con la voluntad de Dios. Esta es la uniòn que toda mi vida he deseado; ésta es la que pide siempre a Nuestro Senor, y la que està màs clara y sigura. Mas ay de nosotros, que pocos debemos de llegar a ella!» S. TERESA, Moradas quintas, cap. 3. Obras, IV, pag. 86, 87.



8 «Intelligamus, si vel bene vel male a quoquam fuerimus affecti, id omne desuper esse, et in cunctis quae nobis occurrerint, gratias semper agendas, ferentes semper in nos omnem accusationem. Dixerunt enim maiores nostri, quod quidquid nobis boni evenisset, id esse divinam dispensationem; si autem malum ullum venisset, esse id peccata nostra... Hinc patres et seniores nostros invenimus huiusce virtutis fuisse studiosissimos, et minima quaeque ac vilia in Deum semper retulisse. Quare in pace, otio et quiete semper exstitisse. Ita fecit sanctissimus ille senex, in cuius pulmentum cum minister incautus oleum lini perniciosum pro melle infudisset, idque praesenisset, nihil locutus est, sed comedit tacens unam atque alteram paropsidem, quantumque sibi opus fuit. Neque fratrem accusavit in animo, neque cogitavit quod esset ab eo contemptus, neque verbum ullum quod eum tristitia afficeret, locutus est. Hoc autem ubi cognovit frater, coepit conqueri dicens: «Occidi te, Pater abba; et tu peccatum huiusmodi super me posuisti tuo silentio.» Audi, obsecro, qua mansuetudine respondit illi senex: «Ne te excrucies vel affligas, fili; si me voluisset Deus mel edere, mel apposuisses.»... En senis constantiam, nusquam erga fratrem conturbari, etsi dies plurimos aeger capere cibum numquam potuisset... Nos autem quavis etiam re facillima in proximum irruimus...» S. DOROTHEUS, Doctrina VII, n. 4 et 6. MG 88-1702, 1706.



9 S. J. DE CHANTAL, Vie et Œuvres, II, Entretiens 69 et 73, Fragments d' entretiens. - Vedi Appendice, 87.



10 ABELLY, Vie liv. 3, ch. 21. -Vedi Appendice, 88.



11 «Ansi lo estaba una persona que ha pocos dias que hablé, que la obediencia le habia traido circa de quice (quince) anos tan trabajado en oficios y gobiernos, que en todos éstos no se acordaba de haber tenido un dia para si, aunque él procuraba lo mejor que podia algunos ratos al dia de oraciòn, y de traer limpia conciencia. Es un alma de las màs inclinadas a obediencia que yo he visto, y ansi la pega a cuantas trata. Hale pagado bien el Senor, que, sin saber còmo, se hallò con aquella libertad de espiritu tan preciada y deseada que tienen los perfetos, adonde se halla toda la felicidad que en esta vida se puede desear; porque, no quiriendo nada, lo poseen todo. Ninguna cosa temen ni desean de la tierra, ni los trabajos las turban, ni los contentos las hacen movimiento; en fin, nadie la puede quitar la paz, porque ésta de solo Dios depende; y como a El nadie le puede quitar, sòlo temor de perderle puede dar pena, que todo lo demàs de este mundo es, en su opinion, como si no fuese, porque ni le hace ni le deshace para su contento.» S. TERESA, Las Fundaciones, cap. 5. Obras, V, pag. 40, 41. - «Aquel ya se entrega en sus manos (de Dios), y el gran amor la tiene tan rendida, que no sabe ni quiere màs de que haga Dios lo que quisiere de ella.» Moradas quintas, cap. 2. Obras, IV, pag. 82.



12 Vedi Appendice, 89.



13 «Il y a beaucoup de gens qui disent à Notre-Seigneur: Je me donne tout à vous sans aucune réserve; mais il y en a fort peu qui embrassent la pratique de cet abandonnement, lequel n' est autre chose qu' une parfaite, indifférence à recevoir toute sorte d' événements, selon qu' ils arrivent par l' ordre de la providence de Dieu, aussi bien l' affliction comme la consolation, la maladie comme la santé, la pauvreté comme les richeses, le mépris comme l' honneur et l' opprobre comme la gloire. Ce que j' entends selon la partie supérieure de notre âme, car il n' y a point de doute que l' inferieure et l' inclination naturelle tendra toujours plutôt du côte de l' honneur que du mépris, des richesses que de la pauvreté; quoique qucun ne puisse ignorer que le mépris, l' abjection et la pauvreté ne soient plus agréables à Dieu que l' honneur et l ' abondance de beaucoup de richesses.» S. FRANÇOIS DE SALES, Les vrais entreriens spirituels, Second entretien. Œuvres, VI, Annecy, 1895.



14 De Imitatione Christi, lib. 3, cap. 5, n. 32.



15 « A chi Dio aprì gli occhi per discernere quanto di bene sia in lui, li apre eziandio affinché vegga col medesimo lume la preziosità degli affanni e dei dolori, e conosca esser loro come i cavalli delle poste, coi quali velocissimamente si corrono gli immensi spazi che sono tra Dio e le anime, e che è ingiurioso alla sua Provvidenza chi li ha a disturbi.» Ven. LODOVICO DA PONTE, Vita, cap. 50, § 1.



16 S. TERESA, Libro de la Vida, cap. 10. Obras, I. -Vedi Appendice, 90.



17 « Questo è uno dei veri segni di esser figliuolo di Dio, quando si lascia la propria volontà per far la sua; e questo non mica nelle prosperità - che ciò sarebbe assai poco - ma nelle avversità, dove assai più vale un «Gran mercé a Dio,» un «Benedetto sia Dio», che tre mila ringraziamenti, ed altrettante benedizioni, quando ci ritroviamo in buona prosperità.» B. GIO. AVILA, Lettere spirituali, Roma, 1669, parte 1, lettera 41.



18 PUCCINI, Vita, Firenze, 1611, parte 1, cap. 59; Venezia, 1671, Detti e sentenze, § V, n. 33, 34; Firenze, 1611, parte 4, cap. 31. -Vedi Appendice, 91.



19 Affermissez tous les jours de plus en plus la résolution que vous avez prise avec tant d' affection de servir Dieu selon son bon plaisir et d' être tout entiérement sienne, sans vous rien réserver pour vous ni pour le monde. Embrassez avec sincérité ses saintes volontés, quelles qu' elles soient, et ne pensez jamais avoir atteint à la pureté de coeur que vous lui devez donner, jusques à ce que votre volonté soit non seulement du tout, mais en tout, et même és choses plus répugnantes, librement et gaiement soumise à la sienne tés sainte; regardant, à ces fins, non le visage des choses que vous ferez, mais Celui qui vous les commande, qui tire sa gloire et notre perfection des choses lees plus imparfaites et chétives, quand il lui plaît.» S. FRANÇOIS DE SALES, Lettre , 282, vers le 20 avril 1605, à la Présidente Brûlart. Œuvres, XIII, Annecy, 1904. - «Ne tenez compte d' être réputée et louée, mais désirez d' être méprisée et rebutée, et jusques à ce que vous soyez parvenue à ce degrà d' abjection, ne pensez pas avoir profité.» Lettre 1069 (Fragments), a, à la Mére de Chantal, 1605-1609. Œuvres, XXI, 151.



20 «Pone aqui nuestro buen Maestro estas palabras dichas (Fiat voluntas tua...), como quien sabe lo mucho que ganaremos de hacer este servicio a su Eterno Padre... Oh hermanas mias, qué fuerza tiene este don! No puede menos, si va con la determinaciòn que ha de ir, de traer a el Todopoderoso a ser uno con nuestra bajeza y trasformarnos en si, y hacer una uniòn del Criador con la criatura. Mirà si quedaréis bien pagadas, y si enéis buen Maestro, que como sabe por dònde ha de ganar la voluntad de su Padre, ensénanos a còmo y con qué le hemos de servir.» S. TERESA, Camino de perfecciòn, cap. 32 (prima della fine). Obras, III, pag. 155.






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