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S. Alfonso Maria de Liguori
Rettitudine d'intenzione

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Testo


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Giesù, Gius.e, Maria, Teresa

 

Ogniuno sa che nell'opere nostre quale è il fine, tale è l'opera; quando la radice è santa, tutti i rami son santi. Dice S. Paolo: Si radix sancta, et rami1.

 

Padri miei, un sacerdote per farsi santo deve attendere sopra tutto a rettificare sempre l'intenzione in tutte l'opere sue. (Perch'è certo che il sacerdote, specialmente un missionario, necessariamente à da fare ogni giorno molte opere di Dio, tutto sta, se le fa solo per Dio, solo per dar gusto a Dio2).


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Ah, quante volte ci fa perdere tutto il merito qualche fine men retto d'intenzione, di rispetto umano, di proprio genio, e sopra tutto di qualche vana compiacenza d'esser lodato, stimato dagli uomini, prendendo per sé la gloria di quell'opera che tocca solo a Dio3.

 

È una ladra la vanagloria così occulta, che alle volte - dice un maestro di spirito - prima di farsi vedere, già si à preso ogni cosa. E così le riesce spesso di rubbarci la maggior parte delle fatiche4.

 

Né si creda che la vanagloria è tentazione di principianti. , è tentazione che il demonio ai più provetti nello spirito5. Confessa un S. Gregorio che, scrivendo i suoi libri, benché intendesse di faticare solo per Dio, nulladimeno dice che alle volte s'accorgeva che già una vana compiacenza era entrata dentro6. Quanti vanno ancora a predicare, a confessare solo per Dio, e poi l'entra un desiderio vano d'essere lodati o d'esser veduti7.

 

Riflette S. Cipriano che il demonio, dopo aver tentato Giesuchristo con altre tentazioni, lo tentò di vanagloria, perché gli era riuscito tante volte vincere con questa tentazione molti, che non avea potuto vincere con altre tentazioni8.


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Perciò i Padri antichi li novizij l'istruivano a fare penitenze, astinenze, mortificazioni, ma i più provetti l'avvertivano a guardarsi dalla vanagloria9, perché non vi vuol troppo a chi à fatto molte opere di virtù, specialmente l'opere de' missionarij, che portano con sé applausi e compiacenze, non vi vuol troppo a invanirsi di sé e così naufragare nel porto10.

 

E tremiamo che uno de' castighi, forse il più solito, che Dio manda a questa sorte di difetti, è il permettere per Dio la caduta in qualche gran precipizio, et oh, quanti più santi di noi anno esperimentato questo terribile castigo11.

 

Attenti dunque a metterci avanti gli occhi il solo gusto [di] Dio. Questo sia l'unico segno di tutte l'opere nostre, di tutti i pensieri, di tutti gli affetti, come Dio ci comanda: Pone me ut signaculum super cor tuum, super brachium tuum. ||2|| E così all'ora avremo Dio che si dirà ferito per noi d'amore: Vulnerasti cor meum, soror mea sponsa, in uno oculorum tuorum12. Ciò è da quell'unico fine di piacere a Dio, senza mirare ad altro.

 

I - E perciò, per aver sempre avanti gli occhi l'unico fine di piacere a Dio13, bisogna avvertire a non mirare il soccesso, ma il solo fine per cui facciamo quell'opera. Che voglio dire: quello stenta, predica, confessa, e poi s'inquieta, se non vede concorso, mozione, se non vede profitto ne' penitenti, se non si sente lodare dagli altri14. E perché? Perché il fine non era tutto per Dio. Se fusse stato tutto per Dio, non s'inquietarebbe, sapendo che solo possiamo piantare noi, ma il


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far frutto e la gloria del frutto tocca solo a Dio15.

 

2.16. - Con equale amore furono, dice S. Girolamo, ricevuti quello che portò 10 talenti lucrati, che quello che ne portò 4, perché tutti due adempirono la loro parte17.

 

3. - Il vero servo di Dio si rallegra del frutto sì perch'è gloria di Dio. Ma tanto se ne rallegra quando lo vede fatto per mezzo d'altri che per mezzo suo18: come il P.M. Au19, che tanto si consolava che S. Ignazio istituendo la Compagnia di Giesù avesse fatto quello ch'esso desiderava di fare20. E all'incontro, il vero servo di Dio non s'inquieta, quando non vede il frutto che sperava, perché avendo oprato solo per Dio già à conseguito il suo fine di piacere a Dio.

 

II. - Inoltre bisogna stare attenti ad astenerci senza evidentissima necessità di dire cosa che possa ridondare in lode propria21. Oh, quanti stimati di spirito c'incappano a questo.

 

Ah, quell'Io, quell'Io maledetto, che sempre si mette avanti. Tesseremo alle volte un lungo discorso, e all'ora vogliamo tutta l'attenzione da chi ci sente, e tutto il discorso si ridurrà a lodare noi stessi. È vero, qualche [volta] si fa per necessità, per profitto del prossimo, per dar gloria a Dio. Ma rare volte si fa per necessità, per lo più si fa per spirito di vanità22.

 

Verrà quell'operario dalla missione o dal quadragesimale, e tutto il racconto sarà del concorso avuto, del frutto fatto alle sue prediche,


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del durare che à fatto al confessionale; e tutto perché? Per esser lodato. Che ne cacci?, se non motivi di compiacenza, per farsi perdere tutto quello ch'ai guadagnato23.

 

S. Ilarione, quando si vedea stimato o lodato, si metteva a piangere e diceva: Parmi che Dio mi paghi in questa vita24.

 

E così bisognerebbe che facciamo ancor noi, quando siamo lodati; bisogna spezzare il discorso, dare tutta la gloria a Dio; soli Deo ecc.25.

 

III. - Di più bisogna vergognarci di prendere nella Congregazione o nelle missioni gli officij più onorati. Gli officij più desiderati da noi anno da essere quelli che c'impone l'obbedienza26.

 

IV - Sopra tutto finalmente bisogna usar diligenza ad indrizzare sempre attualmente, quanto si può, tutte l'opere a Dio27. Non solo colla protesta generale della mattina, ma bisogna procurare indrizzare attualmente ogni azzione per dar gusto a Dio28. Come faceva quel Padre antico, che prima di fare ogni azzione si fermava e diceva: Piglio la mira per mandare quest'opera ||3|| dritto a Dio29.

 

E così, quanto è possibile, anco sul mezzo dell'azzioni che facciamo, rinnovare l'intenzione per dar gusto a Dio; s'è possibile, confessando


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in ogni confessione rinnovare quest'intenzione, nell'officio in ogni salmo e così predicando e in tutte l'altre azzioni, specialmente che sono più di nostro genio30.

 

E quando viene la vanagloria, disprezzarla è il miglior modo, dice S. Bernardo, e dirle, come consiglia il P.M. [ETML-M:U="[]"]Av[ila]: Sei arrivata tardi, perché quest'opera già l'ò data a Dio31.

 

Oh, come s'opera bene, Padri miei, quando s'opera solo per Dio, s'opera d'altra maniera. E chi non vede poi che quel continuo operare per Dio è un continuo amare. E questo è il vero amare, amare con amor puro, senza interesse, solo per dar gusto a Dio32.

 

Il vero amore, dice S. Bernardo, altro non cerca che se stesso: Verus amor seipso contentus est, ipse praemium sibi est. Praeter se non requirit causam, non fructum; amo quia amo, amo ut amem. L'amore non desidera altro premio che amare33. E per questo istesso sarà più grande il premio di Dio, dice S. Crisostomo, perché quanto più noi siamo disinteressati con Dio, tanto più Dio è liberale con noi34.

 

Ah, quanto guadagnerebbe ecc. V[edi] Zelo35.

 

Fine. Dura meno d'un 436.

 

||4|| Per i sacerdoti

 

Rettitudine d'intenzione

 

Va bene, non si tocchi più

 

Dura meno d'un 4

 




1 RODRIGUEZ I 70, n. 2: «Onde se il fine e l'intenzione dell'opera sarà buona, buona sarà l'opera [...]; e questo è pur quello stesso che dice l'Apostolo S. Paolo: S. Paolo: Si radix sancta, et rami». Rom. 11, 16.

2 The same thought, partly in the same vords, is developed by Alphonsus in the Selva, part II, chapter X, n. 9. In the first edition of Naples 1760, p. 361: «Il sacerdote

che vuol farsi santo, dee fare tutto ciò che fa, solo per dar gusto a Dio». The expression «dar gusto a Dio» vhich occurs often in Alphonsus' writings is also used repeatedly by Rodriguez.



3 The same thought is developed by Alphonsus in the Selva, part II, chapter X, n. 10. In the first edition of Naples 1760, p. 362: «Ma, oh Dio, che poche nostre opere son pienamente gradite a Dio, perché poche son quelle che facciamo senza qualche desiderio della nostra gloria propria».

RODRIGUEZ I 72, n. 1: «La vanagloria ci ruba tutto il merito delle buone opere. [...] Avvertite di non far l'opere buone alla presenza degli uomini, per esser veduti e lodati da loro, perché in questo modo non avrete premio alcuno ne' Cieli».



4 RODRIGUEZ I 71, n. 3: «Tutti i Santi ci avvertono che ci guardiamo bene dalla vanagloria, perché dicono essi che è un ladro molto sottile, che ci suol assaltare e rubarci l'opere buone; ed entra tanto occultamente e simulatamente che molte volte prima d'esser sentito e conosciuto, ci ha già rubato e ci ha spogliati. S. Gregorio dice che è come un ladro dissimulato».

5 RODRIGUEZ I 75, n. 3: «Quei Padri antichi non istruivano i principianti e i novizi nel modo di difendersi dalla vanagloria [...]. I provetti [...], i quali [...] si sono esercitati assai nelle virtù, sono quegli che hanno bisogno di questi ricordi e di questi avvertimenti».

6 RODRIGUEZ I 71, n. 3: «Io confesso, dice il Santo [S. Gregorio] nell'ultimo capo dei suoi Morali, che quando mi fermo ad esaminare la mia intenzione nello scrivere questi libri, mi pare di non cercar altro che di piacere in questo a Dio, ma poi in un tratto m'avveggo e trovo esservi entrato dentro [...] ed una certa vana compiacenza».

7 RODRIGUEZ I 71, n. 3, at the end: «Così nella Religione molte volte pigliamo l'ufficio di predicare ed altri ufficj simili per giovare alle anime, e di poi va entrando in noi la vanità, e desideriamo di piacere e dar gusto agli uomini ed essere riputati e stimati».

8 RODRIGUEZ I 74-75, n. 1: «Il beato San Cipriano, trattando di quella tentazione, colla quale il demonio assalì Cristo la seconda volta, [dice ecc.]. Aveva esperienza, dice S. Cipriano, che quegli che non aveva potuto vincere con altre tentazioni, li aveva poi vinti con questa di vanagloria e di superbia».

9 RODRIGUEZ I 75, n. 2: «Il Santo Abate Nilo riferisce di que' Padri vecchi e esperimentati, che educavano e ammaestravano i novizi in un modo differente da i provetti, perché a' novizi insegnavano ed imponevano che si dessero assai alla temperanza e all'astinenza [...]. Ma a' provetti davano per avvertimento che stessero molto preparati per difendersi e guardarsi dalla vanagloria e dalla superbia».

10 RODRIGUEZ I 75, n. 2: «Il vascello, che non s'era aperto, né aveva patito nocumento alcuno navigando tanto tempo pel mare, venne a naufragare e a perire in porto».

11 We did not find a parallel text of this paragraph in RODRIGUEZ.

12 The verses of the Canticles (8, 6 and 4, 9) are also quoted and commented on in RODRIGUEZ I 81, n. 2. Alphonsus has them in the same order in his Vera Sposa, chapter XIX, n. 10.

13 The insertion «per aver... piacere a Dio» is added in the margin.



14 RODRIGUEZ I 87, n. 1: «Quando metti mano a qualche opera [...], non guardare principalmente al frutto e al buon successo dell'opera, ma a fare in essa la volontà di Dio: di maniera tale che quando udiamo le confessioni, quando predichiamo, quando leggiamo, non abbiamo principalmente da guardare, se si convertono, se si emendano e se fanno profitto le persone colle quali trattiamo, o quelle che confessiamo, o a cui predichiamo».

15 Ibid.: «Il successo poi della tal'opera, cioè che l'altro realmente si emendi e cavi frutto dalla predica e dal sermone, non dipende questo da noi, ma da Dio: Ego plantavi, Apollo rigavit, sed Deus incrementum dedit». 1 Cor. 3, 6.

16 The numbering of the paragraphs is not in good sequence. The arabic n. 1 is missing.

17 RODRIGUEZ I 89, n. 6: «Con uguale ilarità ed onore, dice il Santo [S. Girolamo (= Saint Jerome), in his comment on Mt. 25, 21], accolse il Padrone quello che portò quattro talenti, e quello che ne portò dieci».

18 RODRIGUEZ I 90, n. 2: «Il vero servo di Dio ha da desiderare sì puramente l'onore e la gloria di Dio e il frutto e la salute delle anime, che quando Dio vorrà che questo si faccia per mezzo d'un altro, egli ne resti tanto contento ed allegro quanto se si facesse per mezzo suo».

19 Padre Maestro Avila. Juan de Avila (c. 1499‑1569; canonized in 1970) is often called «Maestro Avila» in devotional literature. He is quoted several times by Saint Alphonsus in his works and has to be considered as one of his direct sources. See G. CACCIATORE in Introduzione generale [alle] Opere ascetiche di S. Alfonso M. de Liguori, Roma 1960, 187, 226, 231.

20 The narrative that Avila was so pleased with the founding of the Jesuits by Saint Ignatius, though for many years he had been thinking of founding a similar institute himself, is given in RODRIGUEZ I 90, n. 2.

21 RODRIGUEZ I 78, n. 4: «Il secondo rimedio [contro la vanagloria] è quello [...] che ci astegniamo con molta diligenza dalle parole che possono ridondare in nostra lode e riputazione».

22 Alphonsus added this paragraph in the margin marking the text where it was to be inserted. We did not find a parallel text in RODRIGUEZ.

23 The last sentence of this paragraph is added in the margin. Note the direct speech in the second person singular.

24 RODRIGUEZ I 79‑80, n. 6: «S. Girolamo narra di S. Ilarione che veggendo che lo seguitava tanta gente e che tutti lo stimavano grandemente [...], se ne attristava molto e piangeva perciò ogni giorno. Laonde dimandato da' suoi discepoli della cagione del suo pianto e della sua tristezza, rispondeva il Santo: Parmi che coll'essere io tanto stimato dagli uomini, Dio mi paghi in questa vita quel che io fo in suo servizio».

25 RODRIGUEZ I 71, n. 1 quotes the versicle «Soli Deo honor et gloria». 1 Tim. 1, 17.

26 RODRIGUEZ I 91, n. 4: «Il secondo contrassegno [dal quale si conosce la retta intenzione] è, quando il Religioso fa l'ufficio suo, e le cose che gli sono comandate, in tal maniera che non si cura che gli comandino più questa che quell'altra cosa, né che lo mettano più tosto in un ufficio che in un altro».

27 RODRIGUEZ I 81, n. 3: «Abbiamo da procurare di riferire e indirizzar'attualmente tutte l'opere nostre a Dio».

28 RODRIGUEZ I 81‑82, n. 3: «Per la prima cosa, subito che ci siamo levati la mattina, abbiamo da offerire a Dio tutti i pensieri, parole e operazioni di quel giorno, e chiedergli che ogni cosa sia per gloria ed onor suo [...]; ma abbiamo anche da procurare d'assuefarci, quanto più ci sia possibile, a non cominciar cosa, che prima non venga attualmente riferita alla maggior gloria di Dio».

29 RODRIGUEZ I 81, n. 2: «Si legge d'uno di que' Padri antichi che avanti a ciascuna opera, che voleva cominciare, stava prima alquanto fermo. Ed essendogli dimandato che cosa facesse, rispose: Vedete, le opere da se stesse non vagliono nulla, se non si fanno con buon fine e con buona intenzione. E siccome quegli che tira di balestra, per dar nel bersaglio, sta prima alquanto fermo, pigliando ad esso la mira, così io prima di far l'opera buona ordino e indirizzo la mia intenzione a Dio, il quale ha da essere il bersaglio e il fine di tutte l'opere nostre; e questo io sto facendo, quando sto fermo».

30 RODRIGUEZ I 82, n. 3: «Non abbiamo da contentarci solamente di riferire a Dio l'opere, che facciamo, una volta nel principio; ma dobbiamo inoltre riferirgliele mentre le stiamo facendo».

31 RODRIGUEZ I 80, n. 7: «Quando dopo venga la vanagloria, dice il Padre Maestro Avila, dille: «Tu arrivi tardi, che già la cosa è fatta ed è stata donata a Dio. Ed è anche molto ben fatto rispondere quello che rispose San Bernardo quando, mentre predicava, gli passò per la mente: O, come dici bene!—Né per te ho cominciato, né per te lascierò di tirare innanzi e finire».

RODRIGUEZ I 82, n 3: «Quando di poi [i. e. dopo aver offerto tutto a Dio] venga la vanagloria, possiamo dirle con verità: Tu sei arrivata tardi, che già la cosa è stata data ad altri».



32 RODRIGUEZ I 94, n. 7: «Il vero e perfetto amore non è mercenario, l'amor puro non prende forza dalla speranza [...]; né verrebbe meno, ancorché sapesse che non gli ha da esser data cosa alcuna, perché non si muove a ciò per interesse, ma per puro amore».—The last sentence of this paragraph is added in the margin.

33 RODRIGUEZ I 94‑95, n. 7 quotes and comments on these texts of Saint Bernard, Liber de diligendo Deo, chapter VII (not 3, as in RODRIGUEZ), n. 17, and Sermones in Cantica Canticorum, sermon LXXXIII, n. 4.

34 RODRIGUEZ I 95, n. 8: «Quanto più distorrai gli occhi da ogni sorta d'interesse e più puramente pretenderai di piacer'a Dio, dice S. Grisostomo, tanto maggiore sarà la tua rimunerazione»

35 Alphonsus has a long exposition on the priest's zeal in the Selva, part I, chapter IX. In the first edition of Naples 1760, pp. 127‑159.

36 I. e., un quarto (d'ora), a quarter (of an hour).




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