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S. Alfonso Maria de Liguori
Riflessioni Devote sopra diversi punti...

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Testo

§. 1. Del pensiero dell'eternità.

 


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Il pensiero dell'eternità era chiamato da s. Agostino il gran pensiero, magna cogitatio. Questo pensiero ai santi ha fatto comparire tutt'i tesori e le grandezze di questa terra non altro che paglia, loto, fumo e sterco. Questo pensiero ha mandati ad intanarsi ne' deserti e nelle grotte tanti anacoreti, e tanti giovani nobili ed anche re ed imperadori a chiudersi nei chiostri. Questo pensiero ha dato coraggio a tanti martiri di soffrire gli eculei, le unghie di ferro, le graticole infocate e la morte nel fuoco.

 

No, che non siamo già noi stati creati per questa terra; il fine per cui ci ha posti Dio nel mondo è stato affinché colle buone opere ci meritiamo la vita eterna: Finem vero, vitam aeternam1. Onde dicea s. Eucherio che l'unico affare a cui dobbiamo attendere in questa vita è l'eternità, cioè di guadagnarci l'eternità felice e di evitare l'infelice: Negotium, pro quo contendimus, aeternitas est. Se assicuriamo questo negozio saremo sempre beati; se lo sgarriamo saremo sempre miseri.

 

Felice chi vive sempre a vista dell'eternità con fede viva che tra breve ha da morire ed entrare nell'eternità! Iustum ex fide vivit2. La fede è quella che fa vivere i giusti in grazia di Dio e che vita all'anime, distaccandoli dagli affetti terreni e ricordando loro i beni eterni che Dio propone a coloro che l'amano.

 

Dicea s. Teresa che tutt'i peccati hanno origine dalla mancanza di fede. Onde per vincere le passioni e le tentazioni bisogna che spesso ravviviamo la fede, dicendo: Credo vitam aeternam, credo che dopo questa vita la quale presto per me finirà vi è la vita eterna, o ripiena di contenti o ripiena di pene, che mi toccherà secondo i meriti o demeriti miei.

 

Dicea poi s. Agostino che chi crede l'eternità e non si converte a Dio ha perduto il cervello o la fede: O aeternitas (son sue parole), qui te cogitat nec poenitet, aut fidem non habet, aut si habet, cor non habet3. A proposito di ciò narra s. Gio. Grisostomo che i gentili quando vedeano peccare i cristiani, li chiamavano bugiardi o pazzi: Se voi non credete (diceano) quel che pubblicate di credere, voi siete bugiardi; se poi credete all'eternità e peccate, voi siete pazzi: Exprobrabant gentiles, aut mendaces aut stultos esse christianos: mendaces, si non crederent quod credere dicebant: stultos, si credebant et peccabant. Guai a' peccatori ch'entrano nell'eternità senz'averla conosciuta per non averci voluto pensare: Vae peccatoribus (esclama s. Cesario) qui incognitam ingrediuntur aeternitatem! e poi soggiunge: Sed vae duplex! Ingrediuntur


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et non egrediuntur. Miseri! per essi la porta dell'inferno si apre solo per entrarvi, non per uscirne.

 

S. Teresa replicava alle sue discepole, Figlie, un'anima, un'eternità! e volea dire: figlie, abbiamo un'anima; perduta questa, è perduto tutto; e perduta una volta è perduta per sempre. In somma da quest'ultima aperta di bocca che faremo in morte dipende l'esser per sempre contenti o per sempre disperati. Se l'eternità dell'altra vita, il paradiso, l'inferno fossero mere opinioni de' letterati e cose dubbie, pure dovremmo adoprar tutta la cura a viver bene e non metterci a rischio di perdere l'anima per sempre; ma no che non sono dubbie, ma son cose certe, cose di fede, molto più certe delle cose che vediamo cogli occhi di carne.

 

Preghiamo dunque il Signore che ci accresca la fede: Domine, adauge fidem; perché se non istiamo forti nella fede diventeremo peggiori di Lutero e di Calvino. All'incontro un pensiero di viva fede circa l'eternità che ci aspetta può farci santi.

 

Scrive s. Gregorio che quei che pensano all'eternità non si gonfiano nelle cose prospere né si abbattono nelle avverse; poiché nulla desiderando di questo mondo, di nulla temono: ecco le sue belle parole: Quisquis aeternitatis desiderio figitur, nec prosperitate attollitur nec adversitate grassatur; et dum nihil habet in mundo quod appetat, nihil est quod de mundo pertimescat.

 

Quando ci tocca soffrire qualche infermità o persecuzione ricordiamoci dell'inferno che ci abbiamo meritato colle nostre colpe; facendo così ci sembrerà leggera ogni croce e ringrazieremo il Signore, dicendo: Misericordiae Domini, quia non sumus consumpti1. Diciamo con Davide: se Dio non avesse avuta pietà di me già mi troverei all'inferno sin da quel primo tempo in cui l'offesi con peccato grave: Nisi quia Dominus adiuvit me, paulo minus habitasset in inferno anima mea2. Io per me già era perduto: voi siete stato quello, o Dio di misericordia, che avete stesa la mano e mi avete cavato fuori dall'inferno: Tu autem eruisti animan meam, ut non periret3.

 

Mio Dio, voi già sapete quante volte mi ho meritato l'inferno; ma ciò non ostante mi comandate ch'io speri ed io voglio sperare. I miei peccati mi spaventano, ma mi animo la vostra morte e la vostra promessa di perdonar chi si pente: Cor contritum et humiliatum Deus non despicies4. Io vi ho disprezzato per lo passato, ma ora v'amo sopra ogni cosa e mi pento sopra ogni male d'avervi offeso. Gesù mio, abbiate pietà di me. Madre di Dio Maria, intercedete per me.

 




1 Rom. 6. 22.



2 Gal. 3. 11.



3 In soliloq.



1 Thren. 3. 22.



2 Ps. 93. 17.



3 Is. 38. 17.



4 Ps. 50. 19.






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