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S. Alfonso Maria de Liguori
Riflessioni Devote sopra diversi punti...

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§. 24. Della casa dell'eternità.

 

Ibit homo in domum aeternitatis suae1. Erriamo nel chiamar casa nostra quella ove al presente abitiamo, la casa del nostro corpo tra breve sarà una sepoltura, in cui dovrà stare sino al giorno del giudizio; la casa poi dell'anima è il paradiso o l'inferno, secondo si avrà meritato, ed ivi dovrà stare per tutta l'eternità.

 

Alla sepoltura i nostri cadaveri non vi andranno da sé, vi saranno portati da altri; ma l'anima andrà da sé al luogo che le toccherà, o di gaudio eterno o di pena eterna: Ibit homo in domum aeternitatis suae. Secondo l'uomo opera bene o male, così egli portasi coi piedi suoi alla casa del paradiso o dell'inferno, la quale casa non si muta mai.

 

Quelli che abitano in questa terra sogliono spesso mutar casa o per loro genio o perché ne vengono scacciati. Nell'eternità non si muta mai casa; dove si entra la prima volta ivi si ha da abitare per sempre: Si ceciderit lignum ad austrum sive ad aquilonem, in quocumque loco ceciderit, ibi erit2. Chi entra nell'austro del cielo sarà sempre felice; chi entra nell'aquilone dell'inferno sarà sempre infelice.

 

Chi entra dunque nel cielo sarà sempre unito con Dio, sempre in compagnia de' santi, sempre in somma pace e sarà appieno contento; perché ogni beato è ripieno e saziato di gaudio, né mai avrà timore di perderlo. Se nei beati entrasse il timore di perdere quel gaudio che godono non sarebbero più beati, perché il solo sospetto di perdere quel gaudio che possedono, disturberebbe loro la pace che godono. All'incontro chi entra nell'inferno sarà sempre lontano da Dio, sempre a penare in quel fuoco tra i dannati. Né si pensi che i patimenti dell'inferno siano simili a quelli della terra, dove col farci l'abito si va diminuendo la pena. Siccome nel paradiso quelle delizie non verranno mai a tedio, ma sembreranno sempre nuove come fosse la prima volta che si godessero; il che significa quel cantico quasi nuovo che sempre canteranno i beati: Et cantabunt quasi canticum novum3; così all'incontro nell'inferno le pene non verranno mai a minorarsi per tutta l'eternità; l'abito non ne diminuirà mai la pena. I miseri dannati in tutta l'eternità ne sentiranno lo stesso cruccio che ne sentirono la prima volta che le provarono.

 

Dicea s. Agostino che chi crede l'eternità e non si converte a Dio ha perduto il senno o la fede: O aeternitas, qui te cogitat nec poenitet, aut fidem non habet, aut si habet cor non habet4.

 

Guai, esclamava s. Cesario, guai ai peccatori ch'entrano nell'eternità senza averla conosciuta, col trascurare di pensarvi! Vae peccatoribus qui incognitam ingrediuntur aeternitatem! E poi soggiunge: Sed vae duplex, ingrediuntur et non egrediuntur.


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Ma doppio male, il primo sarà cadere in quella fossa di fuoco; il secondo sarà che chi vi cade più non ne sorgerà: la porta dell'inferno si apre solo ad entrarvi, non ad uscirne.

 

No che non han fatto troppo i santi con andare ad intanarsi nelle grotte e nei deserti a mangiar erbe, a dormir sulla terra, per salvarsi l'anima: no, non hanno fatto troppo, dice s. Bernardo, perché dove si tratta d'eternità non vi è sicurtà che basti: Nulla nimia securitas ubi periclitatur aeternitas; son le parole del santo.

 

Quando dunque Dio ci visita con qualche croce d'infermità, di povertà o d'altro male, ricordiamoci dell'inferno meritato, e così ci parrà leggera ogni tribolazione; diciamo allora con Giobbe: Peccavi et vere deliqui, et ut eram dignus non recepi1. Signore, io vi ho offeso e tante volte tradito, e non sono stato punito come meritava; come posso lamentarmi se voi mi mandate qualche tribolazione, io che mi ho meritato l'inferno?

 

Deh Gesù mio, non mi mandate all'inferno, perché nell'inferno non vi potrei più amare, ma avrei da odiarvi per sempre. Privatemi di tutto, di robe, di sanità, di vita, ma non mi private di voi. Fate ch'io v'ami e vi lodi sempre, e poi castigatemi e fate di me quel che vi piace. O Madre di Dio, pregate Gesù per me.

 




1 Eccli. 12. 5.



2 Eccl. 11. 3.



3 Apoc. 14. 3.



4 Soliloq.



1 Iob. 33. 27.






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