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Sant'Alfonso Maria de Liguori
Rifless. sulla verità della Divina Rivelaz.

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Cap. I. La divina rivelazione è necessaria, e non è contraria alla ragione.

 

Io già nella mia opera della Verità della Fede alla seconda parte mi trovo avere scritto a lungo contro il pestifero sistema de' deisti; dunque, dirà alcuno (stimando superflua la mia applicazione) che serviva il trattarne di nuovo? Ma se i nemici della nostra religione non sono mai sazj d'impugnarla con mille libretti, che tutto giorno cacciano fuori, perché deesi giudicar superfluo, che gli amici non lascino di difenderla? All'insolenza ed eccesso del lor furore bisognerebbe opporre tutto lo sforzo del valor cristiano. Oggidì si vedon portate in trionfo le menzogne della miscredenza da innumerabili scrittori malvagi, tutti impegnati ad accreditarla; e per nostra sciagura la verità della fede divina, che sola merita di esser venerata e predicata, non trova che pochi seguaci, che svelatamente la difendono, e gli altri molti, che potrebbero, e dovrebbero sostenerla, o tacciono, o ne parlano con molta riserba. A me dispiace, che non ho un capitale di scienza, che vaglia contra tutti i deisti, per impiegarla in continua difesa della divina rivelazione, ch'è la base e 'l fondamento della nostra fede, e della nostra cattolica religione. Emendate mores, et emendabo verba, dicea s. Agostino agli uomini impudici, cui dispiacea l'udirlospesso declamare contra l'impudicizia. Cessino una volta gl'increduli di spargere il lor veleno, che cagiona la morte di tante anime; ed allora noi cesseremo di scrivere contro di essi, e di avvertire del loro inganno coloro, che da' medesimi si lasciano ingannare. Si tratta di religione, si tratta della salute di anime redente da Gesù Cristo col suo sangue, si tratta della fede, senza cui non vi è salute, ogni studio, ogni fatica, ogni eccesso è poco.

 

Quanto mi accora il sentire che certe obbiezioni de' deisti contra le verità a noi rivelate facciano impressione ad alcuni, e specialmente a' poveri giovani, a cui, tirati dagli appetiti del senso, piace il sentir parlare di libertà! Odono essi tanto esaltare la ragion naturale, le scoperte fatte dagli antichi filosofi circa la natura di Dio, e dell'uomo; e così prima cominciano a dubitare delle massime della religione, indi le riprovano, e poi adottano i sentimenti de' naturalisti; e dicono, che basta all'uomo per salvarsi il vivere secondo la religion naturale, senza necessità di attenersi alla religion rivelata. Questa è la prima macchia dei deisti per atterrare la religion cristiana, il riprovar la necessità della divina rivelazione (sulla quale tutta la nostra religione sta fondata) come superflua ed inutile; e quindi poi giungono a dire, che i misterj che da noi si credono rivelati da Dio, della Trinità, dell'incarnazione del Verbo divino, della redenzione del genere umano, della grazia dell'eucaristia, e degli altri sagramenti, e dogmi che insegna la nostra religione, sono tutte invenzioni di preti, che più nuocono, che giovano.


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Ecco come parla il Rousseau nel suo Emilio1: «La religione (dice) consiste in sapere, che esiste un supremo Fattore, che ci comanda di esser giusti, di amarci scambievolmente, e di esser fedeli alle promesse; consiste inoltre nel sapere, che dopo questa vita ve n'ha un'altra, in cui questo Essere supremo sarà rimuneratore de' buoni, e punitore de' malvagi.» E poi soggiunge: «Ecco la vera e sola religione, che non è soggetta a fanatismo (per fanatismo intende la rivelazione). Io non ne conosco altra fuori che questa.» Indi dice: «Lasciate i dogmi misteriosi, e le capricciose dottrine, che servono a rendere gli uomini più folli che buoni.» Così anche parla il Tindall teologo inglese: Non offender veruno, sii giusto, onesto, e fedele, e sarai santo.

 

Ma noi diciamo, che la sola religion naturale non basta all'uomo per fargli conseguire l'ultimo fine: dev'egli conoscere con certezza, e senza pericolo di errare, così la natura di Dio, ed i suoi attributi, come anche la natura dell'anima, la sua spiritualità, ed immortalità, e tutti i suoi doveri verso Dio, col conveniente culto che dee prestargli. Se mancano queste cognizioni, non vi può esseresantità, né salute, né religione. Or senza l'aiuto della divina rivelazione, gli uomini, per apprendere col solo lume naturale le verità, almeno le più principali della religion naturale, come sono l'esistenza di Dio, le sue perfezioni, la sua providenza, le leggi del giusto e dell'onesto, e tutte le proprietà dell'anima, dovrebbero impiegarvi uno studio molto lungo e faticoso. Ma di tale studio sarebbe incapace la massima parte degli uomini, perché altri sono di tardo ingegno, altri sono applicati agl'interessi temporali, altri alle cariche pubbliche. Sicché la massima parte poco conoscerebbe le verità della religione, e tanto meno adempirebbe per cagion dell'ignoranza i suoi doveri: quandoché all'incontro la religione, perché dee giovare alla salute di tutti, così dotti come ignoranti, dev'essere universale, e facile a comprendersi da ognuno, o che sia di mente sollevata, o debole.

 

In oltre quei che sono di mente sublime non potrebbero neppur giungere a conoscer le verità della sola religion naturale, se non quando sono in età molto avanzata, nella quale con una lunga esperienza abbiano acquistata la cognizion delle cose. Di più anche questi uomini valenti, perché sono uomini circondati da passioni, le quali fanno travedere le verità, con tutto il loro lungo scrutinio delle cose circa le verità naturali, tengono diversi pareri fra di loro; in modo che Cicerone, parlando degli antichi savj, scrisse: Tanta sunt in varietate, ut eorum molestum sit dinumerare sententias. Onde fra questi savj non possono mancarvi molti errori. Per apprendere senza errore le verità di quella religione che ci conduce ad ottenere la vita beata ed eterna, non è possibile arrivarvi, se non ci appoggiamo all'autorità infallibile della divina rivelazione. Questo è quel che dice il filosofo Loke nel suo cristianesimo ragionevole: Chi può crederle come verità incontrastabili, se la rivelazione non ce l'avesse manifestate? Lo stesso Bayle in un luogo confessa la necessità della rivelazione, dicendo: La ragione fa conoscere all'uomo le sue tenebre, la sua impotenza, e la necessità di una rivelazione.

 

È vero che alcuni antichi filosofi, Platone, Aristotile, Epicuro, Democrito, hanno scoverte col solo lume naturale più cose intorno a Dio, all'anima, alle virtù, alle leggi, a' premj e pene, come ne raccoglie le loro autorità Grozio2; ma con quanti errori essenziali? con quante idee false, e con quante sentenze diverse, che formano più confusione, che fermezza di verità? Altri han fatto Dio corporeo; altri gli han tolta la provvidenza; altri hanno approvato il culto degl'idoli; altri han permessa la vendetta, come Cicerone; altri la comunicazione delle mogli, come Platone. Dice il protestante


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Barbeyracco nelle note che fa a Puffendorfio, che dove non vi è vera religione, ogni sistema di buona morale sarà speculativo, ma non mai sarà posto in pratica; e 'l dotto p. Ansaldi nella sua opera contro i deisti saggiamente scrive che in coloro, i quali non han vera religione, la misura della giustizia è quella delle lor passioni, sicché giudicano le cose per giuste, o ingiuste, secondo la passione loro suggerisce, rapporta su di ciò un detto di Cicerone, il quale scrisse che la natura inclina l'uomo alla giustizia, ma la corruzione poi delle passioni estingue la cognizione della vera giustizia. Ecco dove arriva la sola ragion naturale, senza la rivelazion divina.

 

Ma quantunque col solo lume della natura si avesse cognizione di tutte le verità naturali, così d'intorno alle cose divine, come alle umane, queste cognizioni si apparterrebbero all'intelletto; ma chi poi forza alla volontà di seguire il bene conosciuto, e fuggire il male? Molti dotti conoscono i pregi delle virtù, e la deformità de' vizj; sanno indagare le loro origini e le loro definizioni; insegnano anche agli altri i precetti della morale: e poi, tirati dalle passioni di cupidigia, o d'ira, o d'invidia, o d'impudicizia, sono peggiori degli altri. È cosa troppo certa, e provata, anche coll'esperienza, che per viver bene vi bisogna la grazia, la quale alletti la volontà, e le dia forza di abbracciare il ben conosciuto. Il solo lume naturale non basta a farci camminare costantemente per la retta via; il senso e le passioni spesso ci fan traviare, ed anche spesso travedere in modo che neppure conosciamo il bene ed il male; l'occhio sano vede bene, ma se è offeso, o non vede, o poco vede. Questa nostra pratica impotenza, universale per tutti gli uomini, ci fa confessare la necessità della grazia, la quale solamente dalla religione rivelata ci vien manifestata.

 

In oltre, senza la divina rivelazione, come sapressimo il modo di riconciliarci con Dio, dopo di aver perduta la sua grazia con qualche colpa grave? Lo stesso lume naturale ci fa sapere i precetti naturali, e che Dio vuol essere ubbidito, quando comanda, e punisce con pene orrende coloro, che hanno la temerità in faccia sua di trasgredir le sue leggi. Ora chi si trova di aver commesso qualche peccato, e vede il castigo che si merita, come potrà senza la rivelazione di Dio, che promette di perdonare il peccatore pentito, potrà (dico) trovar pace nel rimorso che prova del male commesso, e liberarsi dal terrore della divina vendetta, se non coll'abbandonarsi alla disperazione, e darsi volontariamente la morte? Secondo il lume naturale, il solo pentimento del delitto fatto non è mezzo appresso i tribunali della terra di ricuperare la grazia perduta del principe, né di evitare le pene stabilite dalle leggi. I gentili pensarono col lavarsi nel mare o ne' fiumi, o con bruciare vitelli e polli sugli altari de' loro Dei, di purgare i loro peccati; ma chi non vede, che tali mezzi eran tutti vani e ridicoli? I giudei aveano i loro sacrificj di espiazione per le colpe commesse, ma quelli non servivano che solo a purgarli dalle macchie esterne contratte, ma non dall'interne dell'anima; e se ad essi la contrizione de' peccati bastava ad ottenere loro il perdono, ciò avveniva per la fede, almeno implicita, che aveano del futuro Messia, il quale colla sua morte avea da ottener loro la riconciliazione con Dio. E questo è quello, che insegna la religione rivelata: insegna ella, che i peccatori hanno la certa speranza del perdono, fondati sopra la passione di Gesù Cristo, il quale si caricò di tutte le nostre colpe, e così per noi soddisfece la divina giustizia, e per li meriti suoi ottenne il perdono a' peccatori. Ma senza questa rivelazione, non vi sarebbe speranza di perdono.

 

Dicono i deisti: ma la religione dev'essere proporzionata all'uomo, ed alla sua capacità naturale; che perciò non può pensarsi, che Dio abbia voluto


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obbligarlo a credere misterj superiori alla sua ragion naturale: così parla l'autore delle Lettere sulla religione essenziale. Primieramente rispondo, non essere stata cosa ingiusta l'averci Iddio obbligati a credere misterj, che superano la nostra natural comprensione; anzi era giusto, che noi soggettassimo a Dio non solamente la volontà con ubbidire a' suoi precetti, ma anche l'intelletto col credere per certo quel che egli ci propone a credere, benché nol comprendiamo; tanto esige la maestà, e l'autorità di un Dio. Ma per risponder direttamente alla falsa ragione del mentovato autore, dico che se l'uomo fosse fatto solo per questa vita mortale, e per questi beni della terra, come son fatte le bestie, in tal caso potrebbe bastargli la sola sua religion naturale, senza bisogno di credere misterj che superano la mente umana; ma Dio l'ha creato per lo paradiso, e non già quello di Maometto, di cui anche le bestie si vergognerebbero, mentre questo impostore non promette nella vita futura altri beni che piaceri di senso; ma per lo paradiso del cielo, ove si godono beni spirituali, ed eterni, sì grandi, che da noi potranno nell'altra vita provarsi, ma quaggiù non possono, mentre siamo mortali, comprendersi, come scrive l'apostolo: Oculus non vidit, nec auris audivit, nec in cor hominis ascendit quae preparavit Deus iis qui diligunt illum1. Avendoci dunque Iddio creati per uno stato sopranaturale, e per beni che sorpassano la nostra capacità, acciocché noi ci affaticassimo a conseguirli colle buone opere, era necessario che ne avessimo un ardente desiderio, e prima una ferma credenza: e pertanto ci ha fatto sapere colla sua rivelazione, che i beni a noi preparati in cielo sono incomprensibili. E posto ciò, che l'uomo è creato in quest'ordine sopranaturale per la vita futura, la religion rivelata ben è proporzionata, non già alla nostra capacità che abbiamo in questa vita temporale, ma a quella che speriamo di avere nella vita eterna, ch'è l'ultimo nostro fine

 

Ma replicano i deisti, che la religion rivelata non solo è superiore, ma è contraria alla nostra ragion naturale; e perciò appunto è contraria, perché è superiore. Dice Bayle: noi vediamo la rivelazione contraria alla ragione, e la ragione contraria alla rivelazione: dunque (ne inferisce) o c'inganna la ragione, o c'inganna la rivelazione; quindi conclude, che la rivelazione non è vera. No, signor Bayle, la rivelazione è vera, e non c'inganna, poich'è totalmente falso il supporre che per essere la rivelazione superiore alla ragione, sia contraria alla ragione. Si dice superiore alla ragione, quando la ragione non capisce il modo, con cui son connessi i termini della proposizione: contraria poi alla ragione si dice, quando l'intelletto conosce positiva ripugnanza fra i termini. I misterj rivelati son superiori, perché non possiamo intendere il come, e 'l modo di quelli, non potendo una mente finita comprender le cose che comprende una mente infinita, qual'è quella di Dio. Per esempio, dice Bayle: non può capirsi, come in Dio vi siano tre persone distinte, ed una sola natura; mentre noi sappiamo, che tre persone fanno tre distinte nature individue. Ma si risponde, che non può da noi comprendersi il come ciò avvenga; ma essendo questo mistero superiore alla nostra ragione, benché non possiamo colla nostra ragione comprenderlo; non perciò possiamo dire, ch'è falso il mistero della Trinità.

 

E così parlando degli altri misterj rivelati, essi da noi col solo lume naturale non posson comprendersi, ma niun naturalista ha dimostrato mai, che tali misterj non possono essere veri. Solamente Roberto Olchot teologo inglese volle sostenere, che le dottrine rivelate son false, perché son contrarie alla ragione; ma scrive Francesco Ferrariese2 che questo scrittore da tutti fu censurato. È vero che i principj della


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ragion naturale sono raggi dell'eterna sapienza, ma anche i misterj da Dio rivelati sono una partecipazione della sua sapienza, onde è impossibile, che questi sieno contrarj alla ragion naturale; altrimenti Iddio, ch'è la verità per essenza, sarebbe contrario a se stesso: sicché solo possiamo dire che i misterj rivelati noi non li comprendiamo, ma non che siano falsi. Posto poi, che tali misterj sono stati rivelati da Dio, noi dobbiamo soggettar la ragione alla rivelazione, benché secondo la nostra ragione non li comprendiamo; perché intanto noi non li comprendiamo, in quanto la rivelazione è superiore alla nostra ragione.

 

Ma chi accerta (replicano di nuovo i deisti), che la rivelazione sia fatta da Dio? Ce ne accerta la chiesa cattolica, dataci da Dio per maestra nelle cose di fede; e ce ne accertano tutti i segni, o sieno motivi di credibilità, che sono sì forti e convincenti, che non possono negarsi se non dagli ostinati, che voglion negare anche le verità conosciute. Questi motivi sono le autorità delle sagre scritture, l'avveramento delle profezie, i miracoli, la conversione de' gentili, la costanza de' martiri, ed altri, de' quali, oltre a quello che si è detto nel presente libro, ne ho scritto a lungo nella seconda parte della mia opera grande sulla Verità della fede. Qui però voglio accennarne solamente i principali, e prima di tutto voglio parlare dell'autorità della sagra scrittura.

 

È cosa manifesta per tutte le istorie, e particolarmente per quella che sta scritta nella sagra bibbia, che fu la prima scrittura uscita al mondo, prima della quale non se ne trova altra; è cosa manifesta, dico, che dopo la creazione del mondo e degli uomini, tutte le nazioni (fuori dell'ebrea, a cui fu fatta la prima rivelazione) viveano accecate nelle tenebre dell'ignoranza, ed immerse nelle cloache de' vizj più detestabili; e quel ch'era peggio, senza cognizione del vero Dio, poiché altri adoravano per Dio i pianeti, altri le bestie, altri le pietre. La maggior parte poi adoravano Dei favolosi e viziosi, come un Giove adultero, una Venere impudica, un Apollo incestuoso, un Vulcano vendicativo. Adoravano sinanche uomini morti, ch'erano stati in vita mostri di laidezze e di crudeltà. Anche i filosofi antichi, i quali erano i maestri del mondo, benché avessero riconosciuto un solo Dio, nondimeno (come scrive s. Paolo) per l'oscurità della ragione umana caddero in mille errori: Evanuerunt in cogitationibus, et obscuratum est insipiens cor eorum1. Anche circa i precetti naturali, quanti errori presero! Platone ammise la comunicazione delle mogli, Aristotile e Cicerone dissero esser lecita la vendetta. In somma in mezzo a quella sì grande oscurità, e perversione di costumi, ad altro non attendea ciascuno, che a secondare le sue passioni, e gli appetiti del senso, e quindi l'inferno facea continua strage di anime.

 

Ora io dimando, donde ebbe origine tanta cecità, e tanto sconcerto nell'uomo, ravvisato dagli stessi Gentili, in vedersi ciascuno quasi tirato a forza ad abbracciare il male quantunque conosciuto, come scrisse quel loro poeta: Video bona, proboque, deteriora sequor; conosco il bene, ed al peggior m'appiglio? Come poteva Iddio, creando l'uomo dotato di ragione, a fin di amarlo e servirlo, crearlo disordinato in se stesso, così ottenebrato nella mente, e così inclinato al male colla volontà? onde dicea Giobbe, quasi lagnandosi con Dio: Quare posuisti me contrarium tibi, et factus sum mihimetipsi gravis2? Anche Bayle confessa (come narrammo di sopra) e dice: La ragione fa conoscere all'uomo le sue tenebre, la sua impotenza, e la necessità d'una rivelazione. Ma dove noi troveremo questa rivelazione divina, che ci scopra questo grande sconcerto nell'uomo?

 

Ecco la religion cristiana, che per mezzo delle sagre scritture ci scopre l'origine di questo gran male: Hoc inveni (scrisse l'Ecclesiaste) quod Deus


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fecit hominem rectum, et ipse se infinitis miscuerit quaestionibus1. Iddio creò l'uomo illuminato nella mente, e sano nella volontà, come ci fa sapere la rivelazione; ma tutto il danno provenne dal peccato del primo uomo Adamo che colla sua colpa infettò tutti i suoi posteri; e quindi bisognò, che Dio colla nuova luce della rivelazione l'illuminasse a conoscer le verità della fede, e con nuova grazia per mezzo del Redentore invigorisse l'uomo a poter eseguir i suoi doveri.

 

Queste medesime scritture poi ci fan sapere gli altri misterj da Dio rivelati. Ma come (dicono i deisti) possiamo noi saper con certezza, che in queste scritture veramente Iddio ha parlato? Di ciò anche ne ho parlato a lungo nella citata mia opera della verità della fede, ove ho dimostrata la genuinità ed autenticità delle scritture del vecchio e nuovo testamento; solamente dico qui, che 'l Signore per renderci sicuri della verità in queste sagre scritture rivelate ha fatto, che i libri dell'uno e dell'altro testamento tutti corrispondessero esattamente fra di loro. E quindi bisogna intendere che 'l volume delle sagre scritture è composto di molti libri, istorici, legali, profetici, e morali; e di questi i posteriori fan testimonio degli anteriori, e specialmente del Pentateuco di Mosè. Di più noi vediamo ne' seguenti libri sagri approvati da per tutto gli stessi punti della legge data da Dio a Mosè, e raccomandatane l'osservanza. Gli autori poi di questi libri sono vivuti in diversi secoli, e sono stati gli uomini più santi, più dotti ed illuminati della loro nazione, come sono stati un Samuele, un Davide, un Salomone, un Isaia, un Geremia, un Daniele, un Ezechiele, ed altri profeti, le predizioni de' quali tutte si sono verificate poi cogli eventi; sicché non vi è opera, che possa avere maggior certezza di verità, che quella delle divine scritture; oltre il giudizio comune di un'intiera nazione, la quale sempre fermamente ha tenuti questi libri, come ispirati da Dio.

 

Il testamento nuovo chiaramente autentica la verità del vecchio, e 'l vecchio autentica quella del nuovo. Sicché la moltiplicità de' secoli in vece di oscurare la certezza della verità della rivelazione, maggiormente la rende chiara e certa. I libri dell'antica legge sono stati la figura, o sia l'abbozzo del ritratto, che poi nella nuova legge si è scoperto apertamente; mentr'essi han predetti tutti gli avvenimenti dell'umana redenzione, compiuta di poi da Gesù Cristo colla sua vita e morte. In modo che chi volesse negare le scritture del vecchio testamento, bisogna che neghi tutte le altre del nuovo, in cui si fa memoria delle antiche; e così all'incontro chi vuol negare le nuove scritture, bisogna che neghi anche le antiche, dove son chiaramente prenunziati i fatti avvenuti dopo la redenzione, come sono tutti i fatti spettanti all'opera dell'umana redenzione, la venuta del Messia, e la conversione dei gentili.

 

Queste scritture poi sono state divulgate per tutto il mondo; ond'è stato moralmente impossibile l'adulterarle. E quali mai possono presumersi essere stati questi adulteratori? I gentili certamente non poteano addossarsi questa fatica, poiché non poteano avere un tal impegno. Neppure han potuto essere gli ebrei, perché se mai eglino le avessero adulterate, prima di tutto ne avrebbero tolti molti fatti di loro obbrobrio; e maggiormente ne avrebbon tolte tante profezie, che sì chiaramente prediceano la venuta del Messia (da loro sino ad oggi così ostinatamente negata) con tutte le circostanze di poi avverate, come la distruzione del tempio e della città, la dispersione di essi, e la morte del Redentore datagli da' medesimi, cose già tutte predette da' profeti. Così neppure hanno potuto essere i cristiani, che abbiano adulterate queste scritture; perché gli ebrei ben avrebbero pubblicate per tutto il mondo le false aggiunzioni o mutazioni, che vi avessero fatte i cristiani


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ma ciò non si dice dagli ebrei.

 

Queste scritture poi troppo chiaramente sono state provate da' miracoli avvenuti così nell'antica, come nella nuova legge. Per miracolo già s'intende un prodigio che supera le forze della natura secondo il comun sentimento degli uomini, e che succede all'invocazione del nome di Dio chiamato in testimonio della religione; ond'è che i veri miracoli, i quali superano l'ordine naturale, non possono essere operati che da Dio, il quale è potente a mutare l'ordine della natura. Tale fu il miracolo avvenuto nel passaggio degli ebrei per lo mar rosso, che poi si chiuse al passaggio degli egizj, e tutti gli uccise. Tale fu il miracolo fatto alla vista di due milioni di uomini della colonna di nuvole, che nel deserto appariva agli ebrei nel giorno per ripararli dai raggi del sole, e di una colonna di fuoco nella notte per illuminarli nel cammino. Simile fu la predizione fatta da Mosè della voragine che assorbì Datan ed Abiron. Simile fu la vista data da Gesù Cristo al cieco nato; l'avere il medesimo saziate cinquemila persone nel deserto, con cinque pani e due pesci; l'aver risuscitato Lazzaro dopo essere stato nella sepoltura per quattro giorni; ed altri simili prodigj, avvenuti già non di nascosto, ma alla presenza di molta gente; a differenza de' miracoli che narra Maometto nell'Alcorano operati da sé, ma che niuno attesta di averli veduti. Tutti i miracoli poi di Gesù Cristo confermano le scritture così della vecchia, come della nuova legge, mentre gli evangelj sono mescolati delle une e delle altre scritture.

 

Dicono i contrarj: ma chi sa se questi prodigj non sieno stati operati per opera de' demonj, le forze de' quali non sono cognite a noi? Si risponde che se vi è Dio, come ammettono già i deisti, non può egli permettere alcun miracolo in testimonio di una falsa religione; poiché se lo permettesse, verrebbe egli stesso ad ingannarci. Sicché spetta alla divina provvidenza di farci intendere, quali sono i veri ed i falsi miracoli, che accadono in conferma della religione. I miracoli divini hanno una intrinseca e sopranaturale forza di persuadere a noi, che Iddio è quegli che opera; quindi sappiamo che i miracoli avvenuti nella propagazione del vangelo molto contribuirono a far conoscere a' gentili il vero Dio e la vera fede. Troppo dunque la ragion ci persuade, che la divina rivelazione è stata già fatta, e non ad altri è stata palesata che prima agli ebrei, e di poi con più perfezione a' cristiani.

 

Vediamo ora, che cosa ci a sapere questa rivelazione divina che sappiamo già essere registrata nelle sagre scritture. Ella ci a sapere che Adamo il quale fu il primo uomo creato da Dio, fu egli creato retto, colla mente ben atta a distinguere i suoi obblighi, e colla volontà inclinata al bene, benché libera a seguire il male, se avesse voluto abbracciarlo: colla promessa della vita eterna, se fosse stato ubbidiente; e colla minaccia della pena eterna, se disubbidiente. Ma Adamo essendosi ribellato da Dio col cibarsi del pomo vietato, fu privato della grazia divina; e poiché egli si ribellò da Dio, venne a ribellarsi in esso il senso dalla ragione; e questo castigo passò a tutti gli uomini come figli di un ribelle, essendo giusto che ogni ribelle resti disgraziato presso del suo sovrano con tutta la sua discendenza. Ond'è avvenuto poi, che per la colpa in noi trasfusa ci è rimasta ottenebrata la mente a conoscere la verità, e indebolita la volontà ad abbracciare il bene.

 

Tutte queste verità rivelate ci vengon manifestate nelle divine scritture, e secondo la ragione ci dimostra. Chi ne dubita, non può essere scusato da una gran temerità. Altrimenti se non fosse così, come potremmo noi pensare, che Dio, il quale sin dall'eternità ha amato l'uomo (In caritate perpetua dilexi te1), l'avesse creato poi così imperfetto, colla mente ottusa ed inabile a discernere i suoi doveri,


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e colla volontà propensa al male talmente, che in ogni uomo vi è una continua guerra tra il senso e la ragione? Ancorché volessimo noi unirci a quei materialisti, che non fanno Dio autore dell'uomo, ma la natura, come potressimo persuaderci, che la natura, la quale (secondo essi pensano) ha dato ordine a tutte le cose, abbia formato poi l'uomo così scomposto e disordinato? No, che né Dio né la natura ha formato l'uomo con tale sconcerto; il peccato fu quello che cagionò tal disordine, che la concupiscenza si opponesse alla ragione, e lo tenesse così inclinato al male, e così involto tra le tenebre. Lascio di parlare degli altri segni, che provano la verità della religione rivelata, mentre quei soli che qui abbiamo brevemente addotti, bastano a persuadere ogni mente.

 

Cessino dunque i deisti di dire che la religione rivelata è inutile, ed è contraria alla ragione, attesoché se dicono esser contraria, per cagion che le cose rivelate son contrarie alla ragione, ciò non possono asserirlo (come scrivemmo al n. 9. e 10.) se non dopo che avessero provato, che i misterj rivelati son chiaramente ripugnanti alla ragione; ma questa ripugnanza niun di loro l'ha mai provata, né mai la proverà, giacché i misterj rivelati non sono difformi alla ragione. Solamente posson dire che noi non siamo capaci di comprenderli, e ciò lo diciamo ancora noi, ma non già perché tali misterj sieno contrarj alla ragione, ma perché sono superiori alla nostra ragione, appartenendo essi allo stato sopranaturale della beatitudine eterna, per cui siamo creati; gli oggetti della quale noi finché viviamo quaggiù, non possiamo capirli in quanto al modo com'essi siano, ma dobbiamo crederli, perché Dio gli ha rivelati. Sicché non possono i deisti provare che le cose rivelate sieno contrarie alla ragione; neppur possono dire, che la stessa rivelazione, cioè la manifestazione dei misterj che dobbiam credere, sia in sé contraria alla ragione; solamente resta loro il dire, che la religione rivelata è superflua ed inutile, bastando all'uomo per giungere al suo ultimo fine della salute la religion naturale; ma a questa opposizione già da principio del n. 2. abbiam risposto, provando che la rivelazione non solamente non è inutile all'uomo, ma è stata necessaria dopo la ruina cagionata dal peccato.

 




1 T. 3. p. 87.



2 De vera relig. christ.



1 1. Cor. 2. 9.



2 L. 1. contra gentes.



1 Rom. 1. 21.



2 Iob. 7. 20.



1 Eccl. 7. 30.



1 Ier. 31. 3.






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