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S. Alfonso Maria de Liguori
Rifless. sulla Passione di Gesù Cristo

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CAPO II - Riflessioni sulle pene particolari che patì Gesù Cristo nella sua Passione.1

1. Veniamo a considerare le pene particolari che patì Gesù Cristo nella sua Passione, e che già prima da più secoli furon predette da' profeti, e specialmente da Isaia nel capo 53.


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Questo profeta, come dicono S. Ireneo, S. Giustino, S. Cipriano ed altri,2 parlò così distintamente delle pene del nostro Redentore, che parve essere un altro Vangelista; onde disse poi S. Agostino che le parole d'Isaia spettanti alla Passione di Gesù Cristo han bisogno più delle nostre meditazioni e lagrime che di spiegazione de' sagri interpreti;3 a ed Ugone Grozio (De vera rel. Christ. 1. 5. §. 19) scrive, che gli stessi Ebrei antichi non poteron negare che Isaia parlasse - precisamente nel capo 53 - del Messia da Dio promesso.4 Alcuni han voluto applicare i passi d'Isaia ad altri personaggi nominati nella Scrittura fuori di Gesù Cristo, ma dice Grozio: Quis potest nominari aut regum aut prophetarum in quem haec congruant? Nemo sane.5 Così scrive quest'autore, quantunque più volte abbia egli cercato di stravolgere in persona di altri le profezie che parlano del Messia.

2. Scrive Isaia: Quis credidit auditui nostro? et brachium Domini cui revelatum est? (LIII, 1). Ciò ben si avverò, come dice S. Giovanni, allorché gli Ebrei, non ostante che avessero veduti tanti miracoli operati da Gesù Cristo, che ben lo dimostravano


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vero Messia mandato da Dio, non vollero crederlo. Cum autem tanta signa fecisset coram eis, non credebant in eum; ut sermo Isaiae prophetae impleretur quem dixit: Domine, quis credidit auditui nostro? et brachium Domini cui revelatum est? (Io. XII, 37 et 38). Chi presterà fede, diceva Isaia, a quanto è stato da noi udito? e chi ha conosciuto il braccio, cioè la potenza del Signore? Colle quali parole predisse Isaia l'ostinazione de' Giudei in non voler credere in Gesù Cristo qual lor Redentore. Figuravansi essi che quel Messia dovea fare su questa terra una gran pompa fra gli uomini della sua grandezza e potenza e, trionfando di tutti i suoi nemici, così riempire di ricchezze e di onori il popolo giudeo; ma no: il profeta soggiunse alle parole riferite di sopra: Ascendet sicut virgultum coram eo, et Sicut radix de terra sitienti (Is. LIII, 2). Pensavano i Giudei che il Salvatore dovea comparire qual superbo cedro del Libano; ma Isaia predisse che sarebbesi fatto vedere come un umile arboscello, o qual radice ch'esce da una terra arida, spogliata d'ogni bellezza e splendore: Non est species ei, neque decor (Ibid.).

3. Siegue indi Isaia a descrivere la Passione del Signore: Et vidimus eum et non erat aspectus, et desideravimus eum (Ibid.). Noi, avendolo mirato, abbiam desiderato di riconoscerlo, ma non abbiam potuto; poiché altro non abbiam ravvisato che un uomo il più disprezzato e vile della terra ed un uomo di dolori: Despectum et novissimum virorum, virum dolorum... unde nec reputavimus eum (Ibid., 3). Adamo, per la superbia in non voler ubbidire al divino precetto, recò la ruina a tutti gli uomini; perciò il Redentore colla sua umiltà volle dar rimedio a tal male, contentandosi di esser trattato come l'ultimo e 'l più abbietto tra gli uomini: novissimum virorum, viene a dire, col ridursi all'estrema bassezza. Quindi esclamò S. Bernardo: O novissimum et altissimum! o humilem et sublimem! o opprobrium hominum et gloriam angelorum! Nemo illo sublimior, nemo humilior (Serm. 37)6 Se dunque, soggiunge poi il santo, il Signore più alto di tutti si è renduto


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il più basso di tutti, ognuno di noi deve ambire di esser posposto a tutti, e temere di esser preferito ad alcuno: Desiderabis abiici omnibus; et reformidabis praeferri etiam minimo.7

Ma io, Gesù mio, temo d'esser posposto ad alcuno e vorrei esser preferito a tutti! Signore, datemi umiltà. Voi, Gesù mio, con tanto amore abbracciate i disprezzi per insegnarmi ad esser umile, ad amar la vita nascosta ed abbietta; ed io voglio essere stimato da tutti e comparire in tutto? Deh Gesù mio, datemi il vostro amore; egli mi renderà simile a voi. Non mi lasciate vivere più ingrato all'amore che mi avete portato. Voi siete onnipotente, fatemi umile, fatemi santo, fatemi tutto vostro.

4. Virum dolorum, chiamollo anche Isaia, l'uomo de' dolori. A Gesù crocifisso ben gli sta applicato il testo di Geremia: Magna est enim velut mare contritio tua (Thren. II, 13). Come nel mare vanno a scorrere tutte le acque de' fiumi, così in Gesù Cristo si unirono ad affliggerlo tutti i dolori degli infermi, tutte le penitenze degli anacoreti e tutti gli strazi e vilipendi sofferti da' martiri. Fu egli colmato di dolori nell'anima e nel corpo: Et omnes fluctus tuos induxisti super me (Ps. LXXXVII, 8). Padre mio, diceva il nostro Redentore per bocca di Davide, mandaste sovra di me tutte le onde del vostro sdegno; e quindi disse in morte che moriva sommerso in un mar di dolori e d'ignominie: Veni in altitudinem maris et tempestas demersit me (Ps. LXVIII, 3). Scrisse l'Apostolo, che Iddio mandando il Figlio a pagar col suo sangue la pena delle nostre colpe, volle in ciò dimostrare quanto fosse grande la sua giustizia: Quem proposuit Deus propitiationem per fidem in sanguine ipsius ad ostensionem iustitiae suae (Rom. III, 25). Notate, ad ostensionem iustitiae suae.


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5. Per far concetto di quanto patì Gesù Cristo nella sua vita e specialmente poi nella sua morte, bisogna considerare quel che dice il medesimo apostolo nella sua lettera a' Romani: Deus Filium suum mittens in similitudinem carnis peccati, et de peccato damnavit peccatum in carne (Rom. VIII, 3). Gesù Cristo, mandato dal Padre a redimere l'uomo, vestì la carne infetta del peccato di Adamo, e quantunque non avesse contratta la macchia del peccato, nondimeno si addossò le miserie contratte dalla natura umana in pena del peccato, e si offerì all'Eterno Padre a soddisfare colle sue pene la divina giustizia per tutte le colpe degli uomini: Oblatus est quia ipse voluit; e 'l Padre, come scrive Isaia, Posuit... in eo iniquitatem omnium nostrum (Is. LIII, 6). Ecco Gesù pertanto carico di tutte le bestemmie, di tutti i sagrilegi, laidezze, furti, crudeltà e di tutte le sceleraggini che han commesse e commetteranno gli uomini. Eccolo in somma fatto l'oggetto di tutte le maledizioni divine meritate da tutti gli uomini per le loro colpe: Christus nos redemit de maledicto legis, factus pro nobis maledictum (Gal. III, 13). Quindi scrisse S. Tommaso che il dolore cosi interno come esterno di Gesù Cristo superò tutti i dolori che possono patirsi in questa vita: Uterque autem dolor in Christo fuit maximus inter dolores praesentis vitae (S. Thom. III p. q. 46, a. 6).8

6. In quanto al dolore esterno del corpo, basta sapere che a Gesù Cristo fu dal Padre adattato un corpo fatto a posta per patire, ond'egli disse: Corpus... aptasti mihi (Hebr. X, 5). Riflette S. Tommaso che nostro Signore patì dolori e tormenti in tutti i suoi sensi: patì nel tatto, poiché gli furon lacerate tutte le carni: patì nel gusto col fiele ed aceto: patì nell'udito col sentir le bestemmie e le derisioni che gli dissero: patì nella vista col guardar la sua Madre che l'assisté nella sua morte.9 Patì poi in tutti i suoi membri: il capo gli fu tormentato dalle spine, le mani e' piedi da' chiodi, la faccia dagli


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schiaffi e sputi, e tutto il corpo da' flagelli,10 nel modo appunto che predisse già Isaia, cioè che il Redentore dovea comparire nella sua Passione come un lebbroso, che non ha parte di carne sana e mette orrore a chi lo guarda, in vedere un uomo tutto piaghe da capo a piedi. Basta dire che Pilato con tal vista di Gesù flagellato sperò di ottener da' Giudei di poterlo esimere dalla morte, quando lo dimostrò al popolo dalla loggia, dicendo: Ecce Homo. Dice S. Isidoro che gli altri uomini, quando il dolore è grande e dura, per la stessa grandezza del dolore essi perdono il senso del dolore: Prae doloris magnitudine sensum doloris amittunt.11 Ma in Gesù Cristo non fu così; gli ultimi dolori furono parimente aspri come i primi, ed i primi colpi de' flagelli furon tanto dolorosi quanto gli ultimi; sì, perché la Passione del nostro Redentore non fu opera degli uomini, ma della giustizia di Dio che volle castigare il Figlio con tutto il rigore, che meritavano i peccati di tutti gli uomini.

Sicché, Gesù mio, voi colla vostra Passione avete voluto prendervi la pena a me dovuta per li miei peccati! Dunque se io meno vi avessi offeso, meno voi avreste patito nella vostra morte. Ed io, ciò conoscendo, potrò vivere da oggi avanti senza amarvi e senza pianger sempre le offese che vi ho fatte? Gesù mio, mi pento di avervi disprezzato, e v'amo sovra ogni cosa. Deh non mi disprezzate voi, accettatemi ad amarvi, mentre ora io v'amo e non voglio amare altro che voi. Troppo ingrato vi sarei se, dopo tante misericordie che mi avete usate, amassi in avvenire altra cosa fuori di voi.

7. Ecco come tutto fu prenunziato da Isaia: Et nos putavimus eum quasi leprosum, et percussum a Deo, et humiliatum. Ipse autem vulneratus est propter iniquitates nostras, attritus est propter scelera nostra: disciplina pacis nostrae


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super eum et livore eius sanati sumus. Omnes nos quasi oves erravimus, unusquisque in viam suam declinavit; et posuit Dominus in eo iniquitatem omnium nostrum (Is. LIII, 4 ad 6). E Gesù, pieno di carità, volentieri si offerì senza replica ad eseguir la volontà del Padre che volea vederlo straziato da' carnefici a loro voglia: Oblatus est quia ipse voluit, et non aperuit os suum, et quasi agnus coram tondente se obmutuit (Ibid. 7).12 Come un agnello che si fa tosar la lana senza lamentarsi, così l'amoroso nostro Salvatore, nella sua Passione, si fe' tosare, non già la lana ma la pelle, senza aprir la bocca. Qual obbligo aveva egli mai di soddisfare per li nostri peccati? Ma volle da sé caricarsene per liberarci dalla dannazione eterna; onde ciascun di noi dee ringraziarlo e dirgli: Tu autem eruisti animam meam ut non periret: proiecisti post tergum tuum omnia peccata mea (Is. XXXVIII, 17).

8. E così, fattosi Gesù volontario debitore per sua bontà di tutti i nostri debiti, volle tutto per noi sagrificarsi sino a dar la vita tra i dolori della croce, com'egli stesso l'espresse per S. Giovanni: Ego pono animam meam... nemo tollit eam a me, sed ego pono eam a meipso (Io. X, 17 et 18).

9. S. Ambrogio parlando della Passione di nostro Signore, scrisse che Gesù Cristo ne' dolori che per noi patì: Aemulos habet, pares non habet (S. Ambr. in Luc.).13 Han cercato i santi d'imitar Gesù Cristo nel patire per rendersi a lui somiglianti; ma chi mai di loro è giunto ad eguagliarlo ne' suoi patimenti? Egli certamente patì per noi più che non han patito tutti i penitenti, tutti gli anacoreti e tutti i martiri: poiché Dio gli addossò il peso di soddisfare a rigore la sua divina giustizia, per tutti i peccati degli uomini: Et posuit Dominus in eo iniquitatem omnium nostrum (Is. LIII, 6). E come scrisse San Pietro, Gesù portò sulla croce tutte le nostre colpe, per pagarne la pena nel suo sagrosanto corpo: Peccata nostra ipse pertulit in corpore suo super lignum (I Petr. II, 24). Scrive S. Tommaso che Gesù Cristo nel redimerci non solo attese


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alla virtù e merito infinito che aveano i suoi dolori, ma volle soffrir un dolore che bastasse a soddisfar pienamente ed a rigore per tutti i peccati del genere umano: Non solum attendit quantam virtutem dolor eius haberet, sed etiam quantum dolor eius sufficeret secundum humanam naturam ad tantam satisfactionem (S. Thom., III p. q. 46, a. 6, ad 6).14 E S. Bonaventura scrisse: Tantum voluit doloris sufferre, quantum si ipse omnia peccata fecisset.15 Dio stesso tanto seppe aggravar le pene di Gesù Cristo ch'elle fossero proporzionate all'intiero pagamento di tutti i nostri debiti; e con ciò avverossi quel che scrisse Isaia nel citato cap. 53, v. 10, che Iddio volle stritolare il suo Figlio coi dolori per la salute del mondo: Et Dominus voluit conterere eum in infirmitate.

10. Per quel che si legge nelle vite de' santi martiri, sembra che alcuni di loro han sofferti dolori più acerbi di Gesù


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Cristo; ma dice S. Bonaventura che i dolori di niun martire poteron mai eguagliare nella vivacità i dolori del nostro Salvatore, i quali furon più acuti di ogni dolore: Nullus potuit ei aequari vivacitate sensus; dolor illius fuit omnium dolorum acutissimus (S. Bon. de Pass. Christi).16 Similmente scrisse S. Tommaso che il dolore di Cristo fu il dolore più grande che può patirsi di senso nella vita: Dolor Christi sensibilis fuit maximus inter dolores praesentis vitae (III p. q. 46, a. 6).17 Quindi scrisse S. Lorenzo Giustiani (De agon. Chri.) che nostro Signore in ciascun tormento che soffrì per ragion dell'acerbità e dell'intension del dolore venne a soffrire tutti i cruci de' martiri: In singulis tormentis singula martyrum sustinebat supplicia.18 E tutto ciò ben lo predisse in brevi parole il re Davide allorché, parlando in persona di Cristo, scrisse: Super me confirmatus est furor tuus... In me transierunt irae tuae (Ps. LXXXVII, 8 et 17). Sicché tutta l'ira divina. conceputa contra i nostri peccati, andò a scaricarsi sulla persona di Gesù Cristo, e così s'intende quello che di lui dice l'Apostolo: Factus pro nobis maledictum (Galat. III, 13). Gesù diventò la maledizione - come scrive il testo greco, - cioè l'oggetto di tutte le maledizioni meritate da noi peccatori.

11. E sinora non abbiam parlato, se non del solo dolore esterno del corpo di Gesù Cristo, ma chi potrà mai spiegare e comprendere il suo dolore interno dell'anima, che superò mille volte l'esterno? Questa pena interna fu tale che nell'orto


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di Getsemani gli fe' versare sudore di sangue da tutto il corpo e gli fe' dire che quella bastava a dargli morte: Tristis est anima mea usque ad mortem (Matth. XXVI, 38). E giacche quella mestizia bastava a farlo morire, perché non morì? Risponde S. Tommaso che non morì perché egli stesso impedì la sua morte, volendo conservarsi la vita per darla poi tra poco sul patibolo della croce.19 Quella mestizia poi nell'orto afflisse più sensibilmente Gesù Cristo, del resto egli la patì in tutta la sua vita, giacché sin dal principio che cominciò a vivere, ebbe sempre davanti gli occhi le cause del suo interno dolore: tra le quali cause la più tormentosa gli fu il vedere l'ingratitudine degli uomini all'amore che loro dimostrava nella sua Passione.

12. Quantunque poi nell'orto venne un angelo a confortarlo, come scrive S. Luca: Apparuit autem illi angelus de caelo confortans eum (Luc. XXII, 43); scrive nondimeno il Ven. Beda che questo conforto in vece di alleggerirgli la pena gliel'accrebbe: Confortatio dolorem non minuit, sed auxit.20 Poiché l'angelo lo confortò a patire con più costanza per la salute dell'uomo; onde soggiunge Beda che allora Gesù fu confortato a patire col rappresentarglisi la grandezza del frutto della sua Passione, senza diminuirsi punto la grandezza del dolore: Confortatus est ex fructus magnitudine, non subtracta doloris magnitudine. Quindi immediatamente dopo l'apparizione dell'angelo, scrive il Vangelista, che Gesù Cristo fu posto in agonia e sudò sangue in abbondanza sino a bagnarne la terra: Et factus in agonia prolixius orabat; et factus est


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sudor eius sicut guttae sanguinis decurrentis in terram (Luc. XXII, 43 et 44).

13. Scrive di più S. Bonaventura, che il dolore di Gesù giunse al sommo: dolor fuit in summo;21 in modo che l'afflitto Signore, nel vedere la pena che dovea patire in quello estremo della sua vita, n'ebbe tale spavento che pregò il divin suo Padre che ne lo liberasse: Pater mi, si possibile est transeat a me calix iste (Matth. XXVI, 39). Ma ciò lo disse non già per esser liberato da tal pena, mentr'egli già si era offerto da sé a soffrirla, - oblatus est quia ipse voluit (Is. LIII, 7), - ma per far intendere a noi l'angoscia che provava nel sottoporsi a quella morte così amara, secondo il senso; ma secondo la ragione egli, così per secondare la volontà del Padre come per ottenere a noi la salute che tanto desiderava, subito soggiunse: Verumtamen non sicut ego volo, sed sicut tu; e seguitò a così pregare e rassegnarsi per tre ore: Et oravit tertio eumdem sermonem dicens (Matth. XXVI, 39 et 44).

14. Ma seguitiamo le predizioni d'Isaia. - Egli predisse gli schiaffi, i pugni, gli sputi ed altri maltrattamenti che patì Gesù Cristo nella notte precedente alla sua morte, per mano de' manigoldi che lo tennero carcerato nel palagio di Caifas per condurlo nella seguente mattina a Pilato e farlo condannare alla croce: Corpus meum dedi percutientibus et genas meas vellentibus, faciem meam non averti ab increpantibus et conspuentibus in me (Is. L, 6). Questi maltrattamenti poi furono descritti da S. Marco, il quale aggiunge che quei ministri, trattando Gesù da falso profeta, affin di schernirlo, gli copriron la faccia con un panno e poi, percotendolo con pugni


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e schiaffi, l'importunavano a profetizzare chi di essi l'avesse percosso: Et coeperunt quidam conspuere eum et velare faciem eius et colaphis eum caedere et dicere ei: Prophetiza; et ministri alapis eum caedebant (Marc. XIV, 65).

15. Siegue Isaia e parla della morte di Gesù Cristo: Sicut ovis ad occisionem ducetur (cap. LIII, vers. 7). L'eunuco della regina Candace, come si legge negli Atti degli Apostoli (cap. VIII, v. 32), leggendo ciò dimandò a S. Filippo ch'era venuto ad associarlo per divina ispirazione, di chi s'intendessero quelle parole, e 'l santo gli spiegò tutto il misterio della Redenzione operato da Gesù Cristo: onde l'eunuco, illuminato allora da Dio, volle subito esser battezzato. - Siegue indi Isaia a predire il gran frutto che dovea recare al mondo la morte del Salvatore, e che da quella dovean nascere spiritualmente molti santi: Si posuerit pro peccato animam suam, videbit semen longaevum,... in scientia sua iustificabit ipse iustus servus meus multos (Is. LIII, 10 et 11).

16. Davide poi predisse altre circostanze più particolari della Passione di Gesù Cristo; specialmente nel salmo 21 predisse ch'ei doveva essere trafitto da' chiodi nelle mani e ne' piedi, in modo che gli si avrebbon potute numerare tutte le ossa: Foderunt manus meas et pedes meos, dinumeraverunt omnia ossa mea (vers. 17 et 18). Predisse che prima d'esser crocifisso, gli sarebbero state tolte le vesti e divise tra' carnefici: parlando delle vesti esteriori, perché l'interiore ch'era inconsutile, doveva esser posta alla sorte: Diviserunt sibi vestimenta mea et super vestem meam miserunt sortem (vers. 19). Questa profezia sta poi rammemorata da S. Matteo c. XXVII, v. 35, e da S. Giovanni c. XIX, v. 23. In oltre quel che scrisse S. Matteo delle bestemmie e delle derisioni de' Giudei contra Gesù Cristo mentre stava in croce: Praetereuntes autem blasphemabant eum moventes capita sua et dicentes: Vah qui destruis templum Dei et in triduo illud reaedificas, salva temetipsum: si filius Dei es, descende de cruce. Similiter et principes sacerdotum illudentes cum scribis et senioribus dicebant: Alios salvos fecit, seipsum non potest salvum facere; si rex Israel est, descendat nunc de cruce et credimus ei. Confidit in Deo, liberet nunc si vult eum, dixit enim: Quia filius Dei sum (Matth. XXVII, 39 ad 43). Questo che scrisse S. Matteo,


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quasi tutto in accorcio fu predetto da Davide con quelle parole: Omnes videntes me deriserunt me, locuti sunt labiis et moverunt caput: speravit in Domino, eripiat eum: salvum faciat eum, quoniam vult eum (Ps. XXI, 8 et 9).

17. Predisse ancora Davide la gran pena che dovea patire Gesù nella croce in vedersi abbandonato da tutti ed anche da' suoi discepoli, fuori di S. Giovanni e della SS. Vergine; ma questa amata Madre colla sua assistenza non diminuiva la pena del Figlio, ma più l'accresceva per la compassione ch'egli ne avea in vederla così afflitta per la sua morte. Sicché il povero Signore nelle angosce della sua amara morte non ebbe chi lo consolasse; e ciò ben fu profetizzato da Davide: Et sustinui qui simul contristaretur et non fuit; et qui consolaretur et non inveni (Ps. LXVIII, 21). Ma la pena maggiore dell'amitto nostro Redentore fu quella di vedersi abbandonato anche dall'eterno suo Padre, onde esclamò, secondo predisse Davide: Deus, Deus meus, respice in me, quare me dereliquisti? longe a salute mea verba delictorum meorum (Ps. XXI, 2). Come dicesse: Padre mio, i peccati degli uomini - che chiamo miei, perché di essi mi son caricato -impediscono di liberarmi da questi dolori che mi stanno togliendo la vita, e voi, mio Dio, in tanti miei affanni perché mi avete abbandonato? Quare me dereliquisti? A queste parole di Davide corrispondono quelle che scrive S. Matteo dette da Gesù stando in croce poco prima della sua morte: Eli, Eli, lamma sabacthani? hoc est: Deus meus, Deus meus, ut quid dereliquisti me? (Matth. XXVII, 46).

18. Da tutto ciò ben si raccoglie, quanto ingiustamente ricusano i Giudei di riconoscere Gesù Cristo come loro Messia e Salvatore, per esser egli morto con una morte così obbrobriosa. Ma non si accorgono che se Gesù Cristo in vece di morir da reo in croce fosse morto con una morte onorata e gloriosa presso gli uomini, non sarebbe già quel Messia promesso da Dio e predetto dai profeti, i quali da tanti secoli prima avean prenunziato che il nostro Redentore dovea morire sazio di vituperi? Dabit percutienti se maxillam, satiabitur opprobriis (Thren. III, 30). Tutte queste umiliazioni e tutti i patimenti di Gesù Cristo già predetti da' profeti non furon conosciuti neppure da' suoi discepoli, se non dopo la sua risurrezione ed ascensione in cielo: Haec non cognoverunt


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discipuli eius primum: sed quando glorificatus est Iesus, tunc recordati sunt, quia haec erant scripta de eo et haec fecerunt ei (Io. XII, 16).

19. In somma colla Passione di Gesù Cristo sofferta con tanti dolori e con tante ignominie si avverò quel che scrisse Davide: Iustitia et pax osculatae sunt (Ps. LXXXIV, 11). Si baciarono insieme la giustizia e la pace; poiché per li meriti di Gesù Cristo gli uomini ottennero la pace con Dio, ed all'incontro, colla morte del Redentore, restò soprabbondantemente soddisfatta la divina giustizia. Si dice soprabbondantemente, perché a redimerci non era già necessario che Gesù Cristo soffrisse tanti patimenti e tanti obbrobri, bastava -come si disse -una sola sua goccia di sangue, una semplice sua preghiera a salvare tutto il mondo; ma egli, per accrescere le nostre speranze e per maggiormente infiammarci del suo amore, volle che la nostra Redenzione fosse non solo bastante, ma anche soprabbondante, come predisse Davide: Speret Israel in Domino, quia apud Dominum misericordia et copiosa apud eum redemptio (Ps. CXXIX, 6 et 7).

20. E ciò ben anche fu dichiarato da Giobbe, allorché parlando in persona di Cristo disse: Utinam appenderentur peccata mea... et calamitas quam patior in statera! quasi arena maris haec gravior appareret (Iob VI, 2, 3). Qui Gesù anche per bocca di Giobbe chiamò suoi i peccati nostri, mentr'egli erasi obbligato a soddisfare per noi affin di render nostra la giustizia sua. Delicta nostra, scrisse S. Agostino, Christus sua delicta fecit ut iustitiam suam nostram iustitiam faceret (S. Aug. in Ps. XXI).22 Onde poi la glossa sul testo citato di Giobbe così commentò: In statera divinae iustitiae Passio Christi praeponderat peccatis humanae naturae.23 Tutte le vite degli uomini non bastavano già a soddisfare per un solo peccato, ma le pene di Gesù Cristo han pagato per tutte le nostre colpe: Ipse est propitiatio pro peccatis nostris (I Io. II, 2). Quindi S. Lorenzo Giustiniani fa coraggio ad ogni peccatore di vero cuore pentito a sperare certamente il perdono


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per li meriti di Gesù Cristo, dicendogli: In Christi patientis afflictionibus tua metire delicta.24 Volendo dire con ciò: Peccatore, non misurare già le tue colpe colla tua contrizione, perché tutte l'opere tue non possono ottenerti il perdono: misurale colle pene di Gesù e da queste spera il perdono, poiché il tuo Redentore abbondantemente ha pagato per te.

21. O Salvatore del mondo, nelle vostre lacere carni aperte da' flagelli, dalle spine e da' chiodi, riconosco l'amore che mi avete portato e l'ingratitudine mia in avervi fatte tante ingiurie dopo tanto amore; ma il sangue vostro è la speranza mia, mentre col prezzo di questo sangue mi avete liberato dall'inferno tante volte per quante l'ho meritato. Oh Dio, che ne sarebbe di me per tutta l'eternità, se voi non aveste pensato a salvarmi colla vostra morte? Misero, io già sapeva che perdendo la vostra grazia mi condannava da me stesso a viver per sempre disperato e lontano da voi nell'inferno, e pure ho ardito più volte di voltarvi le spalle! Ma torno a dire, il sangue vostro è la speranza mia. Oh fossi morto e non vi avessi mai offeso! O bontà infinita, io meritava di restar cieco e voi mi avete illuminato con nuova luce! meritava di restar più indurito e voi mi avete intenerito e compunto; onde ora abborrisco più che la morte gli disprezzi che vi ho fatti, e mi sento un gran desiderio di amarvi. Queste grazie che da voi ho ricevute mi assicurano che già mi avete perdonato e mi volete salvo. Ah Gesù mio, e chi potrà lasciare di amarvi in avvenire ed amare altra cosa fuori di voi? Io v'amo, Gesù mio, ed in voi confido; accrescete in me questa confidenza e questo amore, acciocch'io da ogg'innanzi mi scordi di tutto e non pensi ad altro che ad amarvi e darvi gusto.

O Maria madre di Dio, ottenetemi l'esser fedele al vostro Figlio e mio Redentore.




1 Nelle ediz. del 1774 e 1786 (Remondini, Bassano) si legge: «....nella sua morte», ma nella I (Paci, Napoli, 1773), come nel testo.



2 S. IRENAEUS, Contra haereses, lib. 4, cap. 33, n. 1. MG 7-1072. - S. IUSTINUS, Dialogus cum Tryphone Iudaeo, n. 13 (per totum): MG 6-502, 503. - S. CYPRIANUS, Testimoniorum libri tres adversus Iudaeos, lib. 2, cap. 13. ML 4-707. - Questi Padri interpretano il capo 53 d' Isaia come profezia della Passione di Gesù Cristo. Altri dicono Isaia più Evangelista che profeta: «Hic infirmitates nostras portat, etc. Evangelium est, an prophetia?» S. AUGUSTINUS, Sermo 44, de verbis Isaiae LIII, 2-9, n. 5. ML 38-259. - «De Christo et Ecclesia.... multo plura quam ceteri prophetavit: ita ut a quibusdam evangelista, quam propheta, potius diceretur.» IDEM, De civitate Dei, lib. 18, cap. 29, n. 1. ML 41-585. - «(Isaias) non prophetiam mihi videtur texere, sed evangelium.» S. HIERONYMUS, Epistola 53, ad Paulinum, n. 7. ML 22-547. - «Sicque exponam Isaiam, ut illum non solum prophetam, sed evangelistam et apostolum doceam.» IDEM, Commentariorum in Isaiam Prologus. ML 24-18. - «Mihi videtur beatus propheta Isaias non sola prophetiae gratia plurimum exornatus, sed et decoribus apostoli. Est enim hic propheta simul et apostolus: et in hac scriptione sua hadebit sermones evangelicae praedicationis splendore non carentes.» S. CYRILLUS ALEXANDRINUS, In Isaiam, lib. 1, Proemium. MG 70-14.



3 Dopo citate le profezie d' Isaia su di Cristo e della Chiesa, continua Agostino: «Quid contra hanc evidentiam expressionemque rerum et praedictarum et impletarum dici potest?» S. AUGUSTINUS, De consensu Evangelistarum, lib. 1, cap. 31, putat haec de Christi Passione et Resurrectione vaticinia explicatione non egere: nimirum egent pia meditatione, vivaci sensu et lacrymis.» CORNELIUS A LAPIDE, Comment in Isaiam, cap. 53, Synopsis capitis.



4 «Melius antiqui Hebraeorum fatebantur haec de Messia dici.» HUGO GROTIUS, De veritate religionis christianae, lib. 5, § 19.



5 La stessa opera, l. c.

6 «O novissimum et altissimum! o humilem et sublimem! o opprobrium hominum et gloriam angelorum! Nemo illo sublimior, neque humilior.» S. BERNARDUS, In feria IV Hebdomadae Sanctae, sermo de Passione Domini, n. 3. ML 183-264.

7 «Sumamus et nos de mysterio eius (Christi) moribus nostris exemplum.... Descendamus per viam humilitatis, ponaturque nobis primus gradus, id est primus profectus, nolle dominari; secundus, velle sublici; tertius, in ipsa subiectione quaslibet contumelias et iniurias illatas aequanimiter pati.» S. BERNARDUS, Sermones de diversis, sermo 60, n. 3. ML 183-684. - «Noli te, homo, comparare maioribus, noli minoribus, noli aliuqibus, noli uni... Non mediocrem, non vel penultimum, non ipsum saltem inter novissimos eligere locum nos voluit: sed recumbe, inquit, in novissimo loco (Luc. XIV, 10), ut solus videlicet omnium novissimus sedeas, teque nemini, non dico praeponas, sed nec comparare praesumas.» IDEM, In Cantica, sermo 37, n. 7. ML 183-974.

8 «In Christo patiente fuit verus dolor: et sensibilis, qui causatur ex corporali nocivo, et dolor interior, qui causatur ex apprehensione alicuius nocivi, qui tristitia dicitur. Uterque autem dolor in Christo fuit maximus inter dolores praesentis vitae.» S. THOMAS, Sum. Theol., III, qu. 46, art. 6, c.



9 «Fuit etiam passus secundum omnem sensum corporeum: secundum tactum quidem, flagellatus et clavis confixus; secundum gustum, felle et aceto

potatus; secundum olfactum, in loco fetido cadaverum mortuorum, qui dicitur Calvariae, appensus patibulo; secundum auditum, lacessitus vocibus blasphemantium et irridentium; secundum visum, videns matrem et discipulum quem diligebat flentes.» S. THOMAS, Sum. Theol., III, qu. 46, art. 5, c.



10 «Secundum genus, passus est omnem passionem humanam... Tertio potest considerari quantum ad corporis membra. Passus est enim Christus in capite pungentium spinarum coronam; in manibus et pedibus fixionem clavorum; in facie alapas et sputa; et in toto corpore flagella.» Ibidem.



11 Non abbiamo ritrovato questa sentenza presso S. Isidoro.

12 Oblatus est quia ipse voluit, et non aperuit os suum; sicut ovis ad occisionem ducetur, et quasi agnus coram tondente se obmutescet, et non aperiet os suum. Is. LIII, 7.



13 «Passio Domini aemulos habet, pares non habet.» S. AMBROSIUS, Expositio Evangelii secundum Lucam, lib. 10, n. 52 (in cap. XXII, 31), ML 15-1817.



14 «Christus voluit genus humanum a peccatis liberare, non sola potestate, sed etiam iustitia. Et ideo non solum attendit quantam virtutem dolor eius haberet ex divinitate unita, sed etiam quantum dolor eius sufficieret secundum naturam humanam, ad tantam satisfactionem.» S. THOMAS, Sum. Theol., III, qu. 46, a. 6, ad 6.



15 Non abbiamo trovato questa sentenza presso S. Bonaventura. E' vero che egli dice (in IV Sent., dist. 20, art. unicus, qu. 2, ad 1 et 2): «Peccatum nostrum satis punitum fuit, quando Christus pro nobis poenam subiit et suam pro nobis poenam exposuit et nostram fecit.» Ma, oltreché il Santo Dottore non parla espressamente dei singoli peccati, pare che si appoggi più sul valore della soddisfazione di Cristo che sulla intensità della pena subita, la quale avrebbe corrisposto, secondo il testo citato, al numero e alla gravità dei peccati commessi dagli uomini. - Più sicuramente, come abbiamo veduto nella nota precedente, può asserirsi esser questa dottrina di S. Tommaso. Oltre la ragione addotta che è fondamentale e che vale per tutta la Passione di Cristo, S. Tommaso ne addita un' altra, nel corpo del medesimo articolo, la quale ci mostra che i singoli peccati degli uomini, come se fossero stati propri di lui, hanno influito direttamente sul dolore interiore del Redentore nostro, e l' hanno accresciuto secondo il loro numero e la loro gravità, e per conseguenza, secondo tutte le circostanze, di persona o altro, che rendono più grave un qualche peccato. Queste sono le parole dell' Angelico: «Dolor in Christo fuit maximus inter dolores praesentis vitae.... Primo quidem, propter causas doloris.... Doloris autem interioris causa fuit primo quidem omnia peccata humani generis, pro quibus satisfaciebat patiendo, unde ea quasi sibi adscribit dicens in Ps. 21: Verba delictorum meorum.» Il dolore corrisponde all' oggetto, ed all' attitudine del paziente ad essere affetto da quell' oggetto. Ora, come riflette lo stesso S. Tommaso (ibid., ad 4): «Christus doluit pro peccatis omnium aliorum: qui dolor in Christo excessit omnem dolorem cuiuscumque contriti, tum quia ex maiori sapientia et caritate processit, ex quibus dolor contritionis augetur, tum quia pro omnibus peccatis simul doluit, secundum illud Is. LIII: Vere dolores nostros ipse tulit.» - Sotto questo riguardo, non già della rigorosa giustizia commutativa, ma dell' oggetto del dolore, non crediamo che contendano con S. Tommaso i discepoli di Scoto.

16 «Si autem consideretur qualitas sive conditio patientis, maxima erat afflictio propter maximam complexionis aequalitatem et propter sensus vivacitatem. Unde quia nullus potuit ei aequari nec in aequalitate complexionis nec in vivacittate sensus, dolor illius omnium dolorum fuit aacutissimus.» S. BONAVENTURA, In lib. III Sententiarum, dist. 16, art. 1, qu. 2.



17 Vedi sopra la nota 8.



18 «Affligebatur itaque pro offenso Dei, pro abiectione sui, non propter se, pro contemptu gratiae, pro futura corporis sui mystici persecutione, et pro plebis Hebraeorum reprobatione. Affliciebatur in singulis, afficiebatur in omnibus. Hoc voluit Propheta sentire cum diceret: Omnes nos quasi oves erravimus, unusquisque in viam suam declinavit, et Dominus posuit in eo iniquitatem omnium nostrum (Is. LIII, 6). Modo igitur quodam indicibili in omnibus electis suis omnia perferebat poenarum genera. Persequebatur in Apostolis, lapidabatur in Stephano, assabatur in Laurentio, sicque in singulis singula martyrum ceterorumque iustorum sustinebat tormenta. Nemo igitur praedestinatus ad vitam, sicut a sanguinis Christi pretio expers est, ita nec ab ipsius maerore alienus.» S. LAURENTIUS IUSTINIANUS, De triumphali agone Mediatoris Christi, cap. 19. Opera, Lugduni, 1628, pag. 329.

19 «Spiritus eius (Christi) habebat potestatem conservandi naturam carnis suae, ne a quocumque laesivo inflicto opprimeretur. Quod quidem habuit anima Christi quia erat Verbo Dei coniuncta in unitate personae. - Naturam corporalem in eius fortitudine conservavit, ut etiam in extremis positus voce mana clamaret... Sicut enim eius voluntate natura corporalis conservata est in suo vigore usque ad extremum, sic etiam, quando voluit, subito cessit nocumento illato.» S. THOMAS, Sum. Theol., III, qu. 47, art. 1, c. et ad 2. - «In Christo autem natura sua et tota alia natura subditur voluntati eius, sicut artificiata voluntati artificis; et ideo secundum voluntatis suae placitum, potuit animam ponere cum voluit.» IDEM, Expositio in Evang. B. Ioannis, cap. 10, lectio 4, n. 5.



20 Anche il MANSI, Bibliotheca moralis praedicabilis, tract. 60, discursus 17, n. 8, riferisce ex Beda in  Lucam queste parole, le quali però non si ritrovano nel Commentario di S. Beda in Luc. XXIII, 43:  «Confortatus est, sed tali confortatione quae dolorem non minuit, sed magis auxit. Confortatus enim est ex fructus magnitudine, non subtracta doloris amaritudine.»

21 «Dolor Passionis Christi inter ceteros dolores et passiones fuit acerbissimus et acutissimus.» S. BONAVENTURA, In III lib. Sententiarum, dist. 16. art. 1, qu. 2. - Così parla il Dottore Serafico dei dolori di Gesù Cristo nella sua Passione in generale; dell' agonia poi nell' Orto del Getsemani, dice: «Sciens namque Iesus omnia quae super ipsum ventura erant, secundum altissimae dispositionis arcanum, hymno dicto, exiit in Montem olivarum, more solito oraturus ad Patrem. Et tunc praecipue, iam mortis instante agone, cum dispersione ac desolatione ovium, quas pius pastor tenero complexabatur affectu, fuit tam horribilis in natura Christi sensibili imaginatio mortis, ut diceret: Pater, si fieri potest, transeat a me calix iste. Quanta vero fuerit in spiritu Redemptoris pro diversis causis anxietas, testes sunt guttae sanguinis ex toto corpore decurrentis in terram.» IDEM, Lignum vitae, n. 18. Opera, VIII, ad Claras Aquas, 1898, pag. 75.

22 «Longe a salute mea verba delictorum meorum.... Quomodo ergo dicit delictorum meorum, nisi quia pro delictis nostris ipse precatur, et delicta nostra sua delicta fecit, ut iustitiam suam nostram iustitiam faceret?» S. AUGUSTINUS, In Ps. XXI Enarratio 2, n. 3. ML 36-172.



23 NICOLAUS DE LIRA, Ord. Min., Postilla in Iob VI, 2.

24 «Pro tuis itaque facinoribus, o homo, tristare in Christo, atque de ipsius tibi collatis beneficiis laetare in illo. Te agnosce in illo, tua in eius afflictionibus metire delicta, debita tua in Christi lege membranis.... Ipsius attritio, livor, Passio atque interitus nostrae sunt calamitatis indices, et adeptae pacis spirituales testes... Hanc (pacem) itaque non in membranis, non in lapide neque in ligno, sed sanguine proprio in sua carne conscripsit. Librum hunc, ut ab universis legatur, publice exposuit.» S. LAURENTIUS IUSTINIANUS, De triumphali agone Mediatoris Christi, cap. 20. Opera, Lugduni, 1628, pag. 331.




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