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S. Alfonso Maria de Liguori
Rifless. sulla Passione di Gesù Cristo

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Riflessioni sulla morte di Gesù Cristo e nostra.

32. Scrive S. Giovanni che il nostro Redentore prima di spirare chinò la testa: Et inclinato capite tradidit spiritum (Io. XIX, 30). Chinò la testa in segno di accettar la morte con piena sommissione dalle mani del Padre, mentre allora compiva la sua umile ubbidienza: Humiliavit semetipsum, factus obediens usque ad mortem, mortem autem crucis (Philip. II, 8). Gesù, stando in croce, colle mani e piedi in quella inchiodato, non avea libertà di muovere altra parte del corpo fuori del capo. Dice S. Atanasio che la morte non ardiva di accostarsi a toglier la vita all'autor della vita, onde bisognò che egli stesso col chinare il capo - che solamente allora potea muovere - chiamasse la morte che venisse ad ucciderlo: Mors ad ipsum non audebat accedere, Christus inclinato capite eam vocavit (S. Athan. Qu. 6. Antioch.).52 A tal proposito riflette S. Ambrogio che S. Matteo parlando della morte di Gesù scrisse: Iesus autem iterum clamans voce magna emisit spiritum (Matth. XXVII, 50). Dice S. Ambrogio che il Vangelista scrisse emisit per dinotare che Gesù non morì per necessità o per violenza de' carnefici, ma perché volle spontaneamente morire: Emisit, quia non invitus amisit; quod enim emittitur, voluntarium est: quod amittitur, necessarium (S. Ambr. in Luc. l. 10, c. 24).53 Volle spontaneamente morire per salvare l'uomo dalla morte eterna, a cui l'uomo stava condannato.


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33. Ciò fu già predetto dal profeta Osea con quelle parole: De manu mortis liberabo eos, de morte redimam eos. Ero mors tua, o mors; morsus tuus ero, inferne (Osee, XIII, 14). Questo testo i santi Padri S. Girolamo, S. Agostino, S. Gregorio,54 e lo stesso S. Paolo, come tra poco vedremo, l'applicano letteralmente a Gesù Cristo, che colla sua morte ci liberò dalle mani della morte, cioè dall'inferno ove si prova una eterna morte: e propriamente, come spiegano gl'interpreti, nel testo ebreo in vece della parola mortis vi sta la voce sceol, la quale significa inferno.55 Come va poi che Gesù Cristo fu la morte della morte? Ero mors tua, o mors? Sì, perché il nostro Salvatore colla sua morte vinse e distrusse la morte a noi recata dal peccato. Quindi scrisse l'Apostolo: Absorpta est mors in victoria.


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Ubi est mors victoria tua? Ubi est mors stimulus tuus? stimulus autem mortis peccatum est (I Cor. XV, 54 ad 56).56 L'Agnello divino Gesù colla sua morte distrusse il peccato che era la cagione della nostra morte; e questa fu la vittoria di Gesù, poich'egli morendo tolse dal mondo il peccato e, per conseguenza, ci liberò dalla morte eterna, a cui prima soggiacea tutto il genere umano. A ciò corrisponde quell'altro testo dell'Apostolo: Ut per mortem destrueret eum qui habebat mortis imperium, id est diabolum (Hebr. II, 14). Gesù distrusse il demonio, cioè distrusse la potenza del demonio, il quale per cagion del peccato avea l'imperio della morte, viene a dire avea la potestà di dar la morte temporale ed eterna a tutti i figli di Adamo infetti del peccato. E questa fu la vittoria della croce, dove morendo Gesù ch'è l'autor della vita, colla sua morte recò a noi la vita; onde canta poi la Chiesa:

Qua vita mortem pertulit,

Et morte vitam protulit.57

E tutta fu opera dell'amor divino, che qual sacerdote sagrificò all'Eterno Padre la vita del suo unigenito Figlio, per la salute degli uomini; pertanto canta la stessa Chiesa:

Almique membra corporis

Amor sacerdos immolat.58

E quindi esclama S. Francesco di Sales: «Consideriamo questo divin Salvatore disteso sulla croce, come sovra il suo altare di amore, dove muore d'amore per noi. Ah perché non ci gettiamo dunque in ispirito sovra di esso, per morire sulla croce con colui, che ha voluto morirvi per amore di noi?»59 Sì, dolce mio Redentore, io mi abbraccio alla vostra croce,


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ed a questa abbracciato voglio vivere e morire, baciando sempre con amore i vostri piedi impiagati e trafitti per me.

34. Ma prima di passare avanti, fermiamoci a contemplare il nostro Redentore già morto sulla croce. - Parliamo prima al suo Padre divino: Eterno Padre, respice in faciem Christi tui (Ps. LXXXIII, 10), guardate qui il vostro unico Figlio, che per compiacere la vostra volontà, di salvare l'uomo perduto, è venuto in terra, ha presa carne umana, e colla carne ha assunte sopra di sé tutte le nostre miserie, fuor dei peccato. Egli in somma si è fatto uomo, ed ha voluto vivere per tutta la sua vita fra gli uomini, ma il più povero, il più disprezzato e 'l più tribolato di tutti; finalmente si è ridotto a morire, come lo vedete, dopo che gli stessi uomini gli han lacerate le carni co' flagelli, ferita la testa colle spine e trafitte le mani e' piedi co' chiodi nella croce; ond'egli poi è morto su quel legno di puro dolore, disprezzato qual uomo più vile del mondo, deriso qual falso profeta, bestemmiato qual sacrilego impostore per aver detto ch'era vostro figlio, trattato in somma e condannato a morir giustiziato come uno de' malfattori il più malvagio. Voi stesso poi gli avete renduta la morte così dura e desolata, avendolo privato d'ogni sollievo. Diteci, qual mancanza mai vi ha commessa questo vostro Figlio diletto, che si abbia meritato un gastigoorrendo? Voi già sapete la sua innocenza, la sua santità, perché l'avete trattato così? Ma ben vi sento rispondere e dire: Propter scelus populi mei percussi eum (Is. LIII, 8). No che non meritava egli né poteva meritare alcun gastigo, essendo la stessa innocenza e santità: il gastigo era dovuto a voi per le vostre colpe, per cui meritavate la morte eterna; ed io per non veder voi, amate mie creature, perdute in

eterno, per liberarvi da tanta ruina, ho abbandonato questo mio Figlio ad una vita così tribulata e ad una morte così acerba. Pensate, o uomini, sino a qual segno io vi ho amati; Sic enim Deus, così ci fa sapere S. Giovanni, dilexit mundum, ut Filium suum unigenitum daret (Io. III, 16).

35. Lasciate ora ch'io mi rivolga a voi, Gesù mio Redentore. Io vi miro su questa croce pallido e abbandonato, che più non parlate e non più respirate, perché non avete più vita; e non avete neppure più sangue, poiché tutto l'avete già sparso, come avevate prima della vostra morte già predetto: Hic


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est sanguis meus novi testamenti qui pro multis effundetur (Marc. XIV, 24). Non avete più vita, perché l'avete data per dar vita all'anima mia, ch'era già morta per li suoi peccati. Non avete più sangue, perché l'avete sparso per lavare i peccati miei. Ma perché perdere voi la vita e dare tutto il sangue per noi miseri peccatori? Ecco S. Paolo ci fa sapere il perché: Dilexit nos et tradidit semetipsum pro nobis (Eph. V, 2).

36. Cosi questo divin Sacerdote, che fu insieme il sacerdote e la vittima, sagrificando la sua vita per la salute degli uomini che amava, compi il gran sagrificio della croce, e perfezionò l'opera dell'umana Redenzione. Gesù Cristo colla sua morte ha tolto l'orrore alla nostra morte; dinanzi ella non era che un supplicio di ribelli, ma per la grazia e meriti del nostro Salvatore è divenuta un sagrificio si caro a Dio che, unendolo noi con quello della morte di Gesù, ci rende degni di godere la stessa gloria che gode Iddio. e di sentirci dire un giorno, come speriamo: Intra in gaudium Domini tui.

37. Sicché la morte da un oggetto qual ella è di dolore e di spavento, Gesù morendo la mutò in un passaggio dal pericolo di una ruina eterna alla sicurezza di una eterna felicità, e dalle miserie di questa vita alle delizie immense del paradiso. Onde i santi han guardata la morte, non già con timore, ma con gioia e desiderio.- Dice S. Agostino che gli amanti del Crocifisso patienter vivunt, delectabiliter moriuntur:60 soffrono


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con pazienza la vita e muoiono con diletto. E come l'ordinaria sperienza ci fa vedere, quelle persone dabbene che in vita sono state più tribulate dalle persecuzioni, dalle tentazioni, dagli scrupoli o da altri avvenimenti molesti, in morte poi sono state dal Crocifisso più consolate, superando con gran pace tutti i timori e le angustie della morte. Che se poi talvolta è avvenuto che alcuni santi, come si legge nelle loro vite, sono morti con gran timor della morte, il Signore l'ha fatto per loro maggior merito: poiché il lor sagrificio, quanto più è riuscito lor duro, tanto più è divenuto grato a Dio e ad essi più profittevole per la vita eterna.

38. Oh quanto era più dura la morte degli antichi fedeli, prima della morte di Gesù Cristo! Allora che il Salvatore non era ancora comparso, si sospirava la sua venuta, si aspettava secondo la sua promessa, ma non si sapeva il quando; il demonio avea gran dominio sulla terra, il cielo era per gli uomini affatto chiuso. Ma dopo la morte del Redentore, l'inferno è restato vinto, la divina grazia si è dispensata alle anime, Iddio si e riconciliato cogli uomini, e si è aperta la patria del paradiso a tutti coloro che muoiono innocenti o che hanno espiate le loro colpe colla penitenza. Che se alcuni poi, benché muoiono in grazia, non entrano subito in cielo, ciò avviene per i loro difetti non ancora purgati; del resto la morte altro non fa che rompere i loro lacci, affinché liberi possano andare ad unirsi perfettamente con Dio, da cui sono quaggiù lontani in questa terra di esilio.

39. Procuriamo dunque, anime cristiane, stando in questo esilio, di guardar la morte non come sciagura, ma come fine del nostro pellegrinaggio così pieno di angoscie e di pericoli e come principio della nostra felicità eterna, che speriamo ottenere un giorno per li meriti di Gesù Cristo. E con questo pensiero del cielo distacchiamoci quanto possiamo dagli oggetti terreni, che possono farci perdere il cielo e mandarci alle pene eterne. Offeriamoci a Dio, protestandoci di voler morire quando a lui piace, con accettar la morte in quel modo ed in quel tempo ch'egli ha destinato; pregandolo sempre che, per li meriti della morte di Gesù Cristo, ci faccia uscir da questa vita in grazia sua.

40. Gesù mio e mio Salvatore, che per ottenere a me una buona morte vi avete eletta una mortepenosa e desolata,


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io mi abbandono tutto nelle braccia della vostra misericordia. Da più anni io dovrei stare all'inferno per le offese che vi ho fatte, separato da voi per sempre; voi in vece di castigarmi come io meritava, mi avete chiamato a penitenza e spero che mi avete a quest'ora già perdonato; ma se non mi avete perdonato ancora per mio difetto, perdonatemi ora che addolorato a' piedi vostri vi cerco pietà; vorrei, Gesù mio, morir di dolore pensando alle ingiurie che vi ho fatte. O sanguis innocentis, lava culpas poenitentis. Perdonatemi e datemi l'aiuto di amarvi con tutte le forze sino alla morte; e quando giungerà il fine della mia vita, fatemi morire ardendo per voi d'amore, per seguire ad amarvi in eterno. Da ora unisco la morte mia alla vostra santa morte, per la quale spero di salvarmi. In te, Domine, speravi non confundar in aeternum.

O gran Madre di Dio, voi dopo Gesù siete la speranza mia: In te, Domina, speravi non confundar in aeternum.




52 «Omnes Scripturas Christus adimpleverat... Omnibus impletis quae pati debuerat, sola mors restabat adhuc. Atque haec quidem sibi meutens, appropinquare non audebat: ideo Christus inclinato capite vocavit ipsam.» Dicta et interpretationes parabolarum Evangelii, seu Quaestiones in Novum Testamentum, qu. 41. Inter Opera S. Athanasii, MG 28-726. - Però queste «Questioni» non sono di S. Atanasio, ma vennero cavate da varii autori.



53 « Et hoc dicto, tradidit spiritum. Et bene tradidit, qui non invitus spiritum amisit. Denique Matthaeus (XXVII, 50) ait: Emisit spiritum: quod enim

emittitur, voluntarium est: quod amittitur, necessarium.» S. AMBROSIUS, Expositio Evangelii secundum Lucam, lib. 10, n. 127. ML 15-1835. - In qualche antica edizione (Chevallon, Parisiis, 1539) si legge: «Et bene tradidit, qui non invitus amisit.» Certamente, questa lezione si accorda meglio col contesto: «Quod amittitur, necessarium.» Oltreché, poco sopra (n. 126), S. Ambrogio aveva detto: «In manus tuas, Domine, commendo spiritum meum. Et bene commendatur spiritus, qui reservatur: quod enim commendatur, utique non amittitur.»



54 «Liberavit autem omnes Dominus et redemit in passione crucis et effusione sanguinis sui, quando anima eius descendit in infernum, et caro eius non vidit corruptionem, et ad ipsam mortem atque infernum locutus est: Ero mors tua, o mors: idcirco enim mortuus sum, ut tu mea morte moriaris: Ero morsus tuus, inferne, qui omnes tuis faucibus devorabas.» S. HIERONYMUS, In Osee, lib. 3 (in cap. XIII, v. 14). ML 25-937.

«Ad descensum itaque caelestis Domini profundum inferi panditur, peregrinum sibi lumen inferni nox aeterna miratur. Expavit ergo nox subito non suum mortuum, imo expavit mortem suam. Aderat enim ille, qui dudum per prophetam suum dixerat: O mors, ero mors tua: ero morsus tuus, inferne (Osee XIII, 14).» Inter Opera S. Augustini, Sermo 161, in Appendice (olim sermo 156 de Tempore), n. 1. ML 39-2062. -Però, questo Sermone  non è di S. Agostino. Si sospetta esser del semipelagiano Fausto, vescovo di Riez, per la somiglianza di stile con altri Sermoni, in cui la sua dottrina lo tradisce.

«Neque etenim infideles quosque, et pro suis criminibus aeternis suppliciis deditos, ad veniam Dominus resurgendo reparavit; sed illos ex inferni claustris rapuit, quos suos in fide et actibus recognovit. Unde recte etiam per Osee (XIII, 14) dicit: Ero mors tua, o mors: ero morsus tuus, inferne. Id namque quod occidimus, agimus ut penitus non sit. Ex eo etenim quod mordemus, partem abstrahimus, partemque relinquimus. Quia ergo in electis suis funditus occidit mortem, mors mortis  exstitit. Quia vero ex inferno partem abstulit et partem reliquit, non occidit funditus, sed momordit infernum.» S. GREGORIUS MAGNUS, XL Homiliae in Evangelia, lib. 2, hom. 22, n. 6. ML 76-1177.



55 «Pro mortis hebraice est sceol, id est inferni, ut vertit Syrus, sed eodem res redit: quia haec duo tunc erant coniuncta. Nam ante resurrectionem Christi, qui ibant in mortem, ibant pariter in infernum.» CORNELIUS A LAPIDE, Commentaria in Osee (in XIII, 14: De manu mortis liberabo eos ).

56 Tunc fiet sermo qui scriptus est: Absorpta est mors... I Cor. XV, 54, 55, 56.



57 In off. de Dominica Passionis,  hymnus ad utrasque Vesperas.



58 Dominica in Albis et tempore paschali, hymnus ad Vesperas.



59 «Voyons-le, Théotime, ce divin Rédempteur, étendu sur la croix, comme sur son bûcher d' honneur où il meurt d' amour pour nous... Hé, que ne nous jetons-nous en esprit sur lui, pour mourir sur la croix avec lui, qui, pour l' amour de nous, a bien voulu mourir!» S. FRANCOIS DE SALES, Traité de l' amour de Dieu, liv. 7, ch. 8. (Euvres, v, Annecy, 1894.

60 «Iam cum coeperit desiderare venientem Christum casta anima, quae desiderat amplexus sponsi.... non contra se pugnat quando orat, et dicit: Adveniat regnum tuum (Matt. VI, 10). Qui enim timet ne veniat regnum Dei, timet ne exaudiatur... Qui autem orat cum fiducia caritatis, optat iam ut veniat. De ipso desiderio dicebat quidam in Psalmo (VI, 4, 5): Et tu, Domine, usquequo? Convertere, Domine, et erue animam meam. Gemebat se differri. Sunt enim homines qui eum patientia moriuntur; sunt autem quidam perfecti qui cum patientia vivunt. Quid dixi? Qui adhuc desiderat istam vitam, quando illi venerit dies mortis, patienter tolerat mortem: luctatur adversum se, ut sequatur voluntatem Dei, et hoc potius agit animo, quod eligit Deus, non quod eligit voluntas humana; et ex desiderio vitae praesentis, fit lucta cum morte; et adhibet patientiam et fortitudinem, ut aequo animo moriatur: iste patienter moritur. Qui autem desiderat, sicut dicit Apostolus, dissolvi et esse cum Christo, non patienter moritur: sed patienter vivit, delctabiliter moritur. Vide Apostolum patienter viventem, id est, cum patientia hic non amare vitam, sed tolerare. Dissolvi, inquit, et esse cum Christo multo magis optimum: manere autem in carne necessarium propter vos (Philipp., I, 23, 24). Ergo, fratres, date operam, intus agite vobiscum, ut desideretis diem iudicii.» S. AUGUSTINUS, In Epist. Ioannis ad Parthos (in I Io.), Tractatus 9, n. 2. ML 35-2046, 2047.






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