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S. Alfonso Maria de Liguori
Rifless. sulla Passione di Gesù Cristo

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CAPO VIII - Della gratitudine che dobbiamo a Gesù Cristo per la sua Passione

1. Dice S. Agostino che essendo stato Gesù Cristo il primo a dar la vita per noi, egli ci ha obbligati a dar la vita per lui: Debitores nos fecit qui primus exhibuit (S. Aug. Tr. 46. in Io.). Onde poi scrive il santo: Mensa quae sit, nostis, ubi est corpus et sanguis Christi; qui accedit talem mensam praeparet.1 E


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vuol dire che quando noi andiamo alla mensa eucaristica per comunicarci, andando noi a cibarci ivi del corpo e sangue di Gesù Cristo, noi parimente per gratitudine dobbiamo preparargli l'offerta del nostro sangue e della nostra vita, se bisognasse dar l'uno e l'altra per la sua gloria. Troppo tenere son le parole di S. Francesco di Sales su quel testo di S. Paolo: Caritas enim Christi urget nos (II Cor. V, 14): L'amore di Gesù Cristo ci forza: a che ci forza? ci forza ad amarlo. Ma udiamo quel che dice S. Francesco: «Il saper noi, che Gesù ci ha amati sino alla morte e morte di croce, non è questo un sentire i nostri cuori stringere per una violenza che tanto è più forte, quanto è più amabile2 E poi soggiunge:»Il mio Gesù si tutto a me, ed io mi do tutto a lui; io viverò e morirò sopra il suo petto, né la morte né la vita da lui mai mi separeranno».3

2. S. Pietro, affinché noi ci ricordiamo di esser grati al nostro Salvatore, ci ricorda che non con oro o argento siamo stati riscattati dalla schiavitù dell'inferno, ma col sangue prezioso di Gesù Cristo, il quale si sacrificò per noi come un agnello innocente sull'altare della croce: Scientes quod non corruptibilibus auro vel argento redempti estis... sed pretioso sanguine quasi agni immaculati Christi (I Petr. I, 18 et 19). Grande pertanto sarà il castigo degl'ingrati a tanto beneficio, se non corrispondono. È vero che Gesù venne a salvar tutti gli uomini che stavano perduti: Venit enim filius hominis quaerere et salvum facere quod perierat (Luc. XIX, 10); ma è vero ancora quel che disse il santo vecchio Simeone, allorché da Maria fu presentato Gesù bambino nel tempio: Ecce positus


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est hic in ruinam et in resurrectionem multorum in Israel; et in signum cui contradicetur (Luc. II, 34). Con quelle parole, in resurrectionem multorum, dinotò la salute che dovean ricevere da Gesù Cristo tutti i credenti, i quali per la fede avean da risorgere dalla morte alla vita della grazia. Ma prima colle parole, positus est hic in ruinam, predisse che molti doveano cadere in maggior ruina per la loro ingratitudine al Figlio di Dio, ch'era venuto in terra a rendersi il bersaglio de' suoi nemici, come spiegano le parole seguenti, et in signum cui contradicetur; il che avvenne appunto in Gesù Cristo posto come il segno, a cui miravano tutte le calunnie, ingiurie e strazi che gli tramarono i Giudei. Questo segno poi- ch'è Gesù Cristo - non è contraddetto solo da' Giudei presenti che lo negano per Messia, ma anche da' Cristiani che ingrati contraccambiano il di lui amore con offese e disprezzi de' suoi precetti.

3. Il nostro Redentore, dice S. Paolo, è giunto sino a dar la vita per noi, affin di rendersi assoluto signore di tutti i nostri cuori per mezzo del suo amore dimostratoci col morire per noi: In hoc enim Christus mortuus est et resurrexit, ut et mortuorum et vivorum dominetur (Rom. XIV, 9). No, scrive l'Apostolo, noi non siamo più nostri dopo essere stati ricomprati col sangue di Gesù Cristo: Sive ergo vivimus, sive morimur, Domini sumus (Ibid., vers. 8). Onde, se non l'amiamo e non osserviamo i suoi precetti, tra' quali il primo è di amarlo, non solo siamo ingrati, ma ingiusti e meritiamo doppio gastigo. L'obbligo d'uno schiavo riscattato da Gesù Cristo dalle mani del demonio è d'impiegarsi tutto in amarlo e servirlo, o vivo o morto che sia. S. Gio. Grisostomo sul citato luogo di S. Paolo fa una bella riflessione, e dice che Iddio ha più pensiero di noi che noi non abbiamo di noi stessi, e perciò reputa come sua ricchezza la nostra vita e qual suo danno la nostra morte; onde se noi muoiamo, non solo a noi, ma anche a Dio muoiamo. Ecco le belle parole del santo: Maiorem nostri habet curam Deus, quam nos ipsi, et quod vitam nostram divitias suas et mortem damnum aestimat; non enim nobis ipsis tantum morimur, sed si morimur, Domino morimur.4 -


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Oh qual gloria è la nostra, mentre viviamo in questa valle di lagrime in mezzo a tanti nemici e tanti pericoli di perderci, il poter dire: Domini sumus, siamo di Gesù Cristo; e se siamo cosa sua, egli avrà cura di conservarci in sua grazia in questa vita, e di tenerci seco in eterno nella vita futura.

4. Gesù Cristo dunque è morto per ciascuno di noi, acciocché ciascuno di noi viva solo a quel suo Redentore, ché morto per di lui amore: Et pro omnibus mortuus est Christus, ut et qui vivunt iam non sibi vivant, sed ei qui pro ipsis mortuus est et resurrexit (II Cor. V, 15). Chi vive a se stesso, a sé dirige tutti i suoi desideri, timori, dolori, e mette in sé la sua felicità. Ma di chi vive a Gesù Cristo, tutti i suoi desideri non sono che di amarlo e dargli gusto; tutte le sue gioie sono in compiacerlo, e tutti i suoi timori non sono che di disgustarlo. Non si affligge che in vedere il suo Gesù disprezzato, e non gode che in vederlo dagli altri amato. Questo è vivere a Gesù Cristo e questo egli giustamente

pretende da ognuno di noi. A questo effetto egli ha procurato di guadagnarsi con tante pene da lui sofferte tutto il nostro amore.

5. Forse pretende troppo? No, dice S. Gregorio: troppo giustamente lo pretende, dopo che ci ha dati tali segni del suo amore che sembra essere impazzito per nostro amore: Stultum visum est, scrive S. Gregorio (Hom. VI), ut pro hominibus


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auctor vitae moreretur.5 Egli senza riserba si è dato tutto a noi: ha ragion di pretendere che noi ci diamo tutti a lui, ed a lui applichiamo tutto il nostro amore; e se gliene togliamo parte, con amare altra cosa fuori di lui o non per lui, ha ragione di lamentarsi di noi. Minus te amat, scrive S. Agostino, qui tecum aliquid amat quod non propter te amat.6

6. E che altro possiamo noi amare fuori di Gesù Cristo, che le creature? ed a fronte di Gesù Cristo, che altro sono le creature che vermi di terra, fango, fumo e vanità? A S. Clemente papa fu offerto dal tiranno un mucchio di argento, di oro e di gemme, purché avesse rinunziato a Gesù Cristo; allora il santo gittò un sospiro e poi esclamò: «Ah Gesù mio, bene infinito, come sopporti di venire stimato dagli uomini meno del loto della terra7 No, dice S. Bernardo, che ne' martiri non già la temerità o la mancanza di mente li faceva andare incontro agli eculei, alle lamine infocate ed alle morti


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più crudeli, ma l'amore a Gesù Cristo, vedendolo morto in croce per loro amore: Neque hoc facit stupor, sed amor (S. Bern. Serm. LXII, in Cant.).8 Vaglia per tutti l'esempio di S. Marco e S. Marcelliano, che stando inchiodati colle mani e coi piedi, erano rimproverati dal tiranno come stolti in voler patire un tormentocrudo per non rinnegar Gesù Cristo; ma essi risposero che non aveano mai provate delizie più grandi di quelle che allora gustavano nello stare trafitti da quei chiodi: Numquam tam iucunde epulati sumus, quam cum hic fixi esse coepimus.9 E tutti i santi per dar gusto a Gesù Cristo, così straziato e disprezzato per noi, con allegrezza abbracciarono la povertà, le persecuzioni, i disprezzi, le infermità, i dolori e la morte. Le anime sposate a Gesù Cristo sulla croce, non hanno cosa per loro più gloriosa che aver seco le insegne del Crocifisso quali sono i patimenti.

7. Udiamo quel che dice S. Agostino: Vobis parum amare non licet: totus vobis fixus sit in corde qui pro vobis fixus est in cruce (S. Aug. De s. virginit. c. 55).10 A noi che crediamo per fede un Dio morto in croce per nostro amore, non è lecito amarlo poco; non deve esserci fisso nel cuore altro amore, se non quello che dobbiamo a colui il quale per nostro amore ha voluto morire trafitto in croce. Uniamoci dunque tutti con S. Paolo e con esso diciamo: Christo confixus sum cruci. Vivo


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autem iam non ego, vivit vero in me Christus... qui dilexit me et tradidit semetipsum pro me (Gal. II, 19 et 20). Commentando S. Bernardo queste parole: Vivo autem iam non ego, vivit vero in me Christus, soggiunge S. Bernardo: Ac si diceret: Ad alia quidem omnia mortuus sum, non sentio, non attendo; si quae vero sunt Christi, haec vivum me inveniunt et paratum (S. Bern. Serm. 7 in quadrag.).11 Io, dicea l'Apostolo - e così dee dire ognuno che ama il Crocifisso - ho lasciato di vivere a me stesso dopo che Gesù Cristo ha voluto morire per me, prendendo sopra di sé quella morte che a me toccava; e perciò io son morto a tutte le cose del mondo; quelle che non sono per Gesù Cristo, io, come fossi morto, non le sento né vi attendo; ma quelle poi che riguardano il suo gusto e la sua gloria, elle mi trovano vivo ed apparecchiato ad abbracciarle, siano sudori, disprezzi, dolori ed anche la morte. Quindi dicea S. Paolo: Mihi... vivere Christus est (Philip. I, 21); volendo dire con queste brevi parole: Gesù Cristo è il mio vivere, mentr'egli è tutto il mio pensiero, tutto il mio intento, tutta la mia speranza, tutto il mio desiderio, perché egli è tutto il mio amore.

8. Fidelis sermo: nam si commortui sumus et convivemus: si sustinebimus et conregnabimus: si negaverimus et ille negabit nos (II Tim. II, 11, 12). È certa la promessa: se noi muoiamo con Cristo, || viveremo eternamente con Cristo: |12 se soffriremo con pazienza i patimenti con Cristo, regneremo con Cristo. I re della terra dopo la vittoria de' nemici fan parte dei beni acquistati a coloro che seco han combattuto; così farà Gesù Cristo nel giorno del giudizio: farà parte dei beni celesti a tutti coloro che han faticato e patito per la sua gloria. -Dice l'Apostolo: Si commortui sumus et convivemus. Il morire con Cristo importa il negare noi stessi, cioè negare a noi quelle soddisfazioni che se non ce le neghiamo, veniamo a negar


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Gesù Cristo, il quale giustamente poi nel giorno de' conti negherà noi, et ille negabit nos, cioè ci rifiuterà per suoi. E qui bisogna intendere che non solo neghiamo Gesù Cristo, quando neghiamo la fede, ma ancora quando neghiamo di ubbidirlo in quel che vuole da noi, come nel rimetter per amor suo al prossimo qualche affronto ricevuto; in cedere a quel punto di vano onore; in rompere quell'amicizia che ci mette a pericolo di perder l'amicizia di Gesù Cristo; e in disprezzare quel timore di esser tenuti per ingrati: giacché la prima gratitudine la dobbiamo a Gesù Cristo, che ha dato il sangue e la vita per noi, cosa che niuna creatura per noi l'ha fatta.

O amore divino, e come puoi esser così disprezzato dagli uomini! O uomini, mirate su quella croce il Figlio di Dio che quale agnello innocente si sta sagrificando colla morte per pagare i vostri peccati e cosi guadagnarsi il vostro amore. Guardatelo, guardatelo ed amatelo.

Gesù mio, o amabile infinito, non mi fate più vivere ingrato a tanta bontà. Per lo passato io son vivuto scordato del vostro amore e di quanto avete patito per me: ma da ogg'innanzi non voglio pensare ad altro che ad amarvi.

O piaghe di Gesù, impiagatemi di amore; o sangue di Gesù inebbriatemi di amore; o morte di Gesù, fatemi morire ad ogni amore che non è amor di Gesù. V'amo, Gesù mio, sovra ogni cosa; v'amo con tutta l'anima mia; v'amo più di me stesso. Io v'amo e, perché v'amo, vorrei morir di dolore pensando che per lo passato tante volte vi ho voltate le spalle ed ho disprezzata la vostra grazia. Deh per li meriti vostri, mio Salvatore crocifisso, datemi il vostro amore e rendetemi tutto vostro.

O Maria speranza mia, fatemi amar Gesù Cristo, e niente più vi domando.




1 «(Apostolus Ioannes) in Epistola sua dixit: Sicut Christus pro nobis animam suam posuit, sic et nos debemus animas pro fratribus ponere (I Io. III, 16). Debemus, dixit: debitores nos fecit qui primus exhibuit. Ideo quodam loco scriptum est: Si sederis caenare ad mensam potentis, sapienter intellige quae apponuntur tibi; et mitte manum tuam, sciens quia talia te oportet praeparare (Prov. XXIII, 1, 2, secundum LXX). Mensa potentis quae sit, nostis; ibi est corpus et sanguis Christi: qui accedit ad talem mensam, praeparet

talia. Et quid est, praeparet talia? Quomodo ipse pro nobis animam suam posuit, sic et nos debemus, ad aedificandam plebem et asserendam fidem, animas pro fratribus ponere.» S. AUGUSTINUS, In Ioannem, tractatus 47, n. 2. ML 35-1733.



2 «Et maintenant, je vous prie, sachant que Jésus-Christ, vrai Dieu éternel, tout-puissant, nous a aimés jusques à vouloir souffrir pour nous la mort, et la mort de la croix (Philipp. II, 8), ô mon cher Théotime, n' est-ce pas cela avoir nos coeurs sous le pressoir et les sentir presser de force, et en exprimer de l' amour par une violence et contrainte qui est d' autant plus violente qu' elle est toute aimable et amiable?» S. FRANCOIS DE SALES, - Traité de l' amour de Dieu, liv. 17, ch. 8.



3 «Mon Jésus est tout mien et je suis toute sienne (Cant. II, 16), je vivrae et mourrai sur sa poitrine, ni la mort ni la vie ne me séparera jamais de lui.» Méme ouvrage, liv. 7, ch. 8.

4 «Quid ergo illud est, Nemo nostrum sibi vivit? Liberi non sumus, Dominum habemus qui vult nos vivere, et non vult nos mori: et haec ambo magis

ad illum spectant quam ad nos. His enim ostendit ipsum magis nos curare, quam nos ipsi curemus, et divitias suas vitam nostram putare, mortemque nostram damnum suum. Non enim nobis ipsis morimur tantum, sed Domino, si quidem moriamur. Mortem vero hic eam quae ex fide est dicit. Satis quidem illud est ad persuadendum quod Deus curam nostri gerat, quod et ei vivamus et ei moriamur: verum, non hoc contentus, aliud subiungit, dicens: Sive ergo vivimus, sive morimur, Domini sumus. Et ab illa morte ad naturalem  transiens, ne videatur asperiorem facere sermonem, aliud signum, illudque maximum, providentiae suae dat. Quale est illud? In hoc enim Christus et mortuus est et resurrexit et revixit, ut et mortuorum et vivorum dominetur. Itaque et hoc tibi persuadeat ipsum semper curare salutem et emendationem nostram. Nisi enim tantam erga nos providentiam habuisset, quae necessitas erat (Encomiae seu Incarnationis? Qui ergo tantam curam gerit ut nos sui efficiamur, ut etiam formam servi acceperit et mortuus sit, ipse postquam sui facti sumus, nos contemnet? Non est hoc, non utique est; nollet enim tantum negotii proiicere: In hoc enim, inquit, et mortuus est; quasi quis dicat: Ille servum suum contemnere non possit: suum enim curat marsupium. Neque ita nos pecunias amamus, ut ille salutem nostram. Ideo non pecunias, sed sanguinem suum pro nobis effudit: et ideo numquam eos abiicere possit, pro quibus tantum pretium solvit.» S. Io. CHRYSOSTOMUS, In Epist. ad Romanos, hom. 25, n. 3. MG 60-631.



5 «Stultum quippe hominibus visum est ut pro hominibus auctor vitae moreretur.» S. GREGORIUS MAGNUS, XL Homiliae in Evangelia, lib. 1, hom. 6, n. 1. ML 76-1096.



6 «Da quod iubes, et iube quod vis. Imperas nobis continentiam.... Per continentiam quippe colligimur in unum, a quo in multa defluximus. Minus enim te amat qui tecum aliquid amat quod non propter te amat. O amor qui semper ardes et numquam exstingueris! Caritas Deus meus, accende me. Continentiam iubes: da quod iubes, et iube quod vis.» S. AUGUSTINUS, Confessiones, lib. 10, cap. 29, n. 40. ML 32-796.



7 «Comprehensus Sanctus (Clemens) adductus est ad Vicarium... Beatus Martyr ait: «Sapientia nostra et prudentia Christus est Dei Filius....» Ad haec Vicarius: «...Accede ad beatos in perpetuum deos, eos contemnentium poenas tecum recogitans, at venerantium honores animo versans....» Risit magnanimus ille.... et ait: «....Nec.... divitiis nec minis abducturum nos putes a Veritate.... Solum autem caeleste regnum quaero, quod nullo fine terminabitur.» Acta S. Clementis, Ancyrani episcopi, n. 8 (inter Acta Sanctorum Bollandiana, die 23 ianuarii.) - «Iussit (Imperator Diocletianus) coram proferri auri et argenti plurimum, codicillos dignitatum et praefecturarum, vestes pretiosas et splendidas, et quaecumque ornatus avidi homines expetere solent: ex adverso vero poenarum instrumenta, manus ferreas, scalpra, lectos ferreos, sartagines, prunas, lebetes,  cassides, subulas, rotas, et graves catenas aliaque poenarum et doloris instrumenta et genere varia et numero prope infinita. Tum.... protensa ad propositas opes manu: «Ista, inquit, dii tibi offerunt, si eos agnoveris et colueris.» Avertit faciem Martyr, veluti a rebus vilibus, foedis et aspectu indinis, dixitque cum gemitu: «Ea sint cum ipsis in perditionem!.... Aurum et argentum terra sunt infructuosa.... splendidae vestes, vermium opus, esca tinearum, aut irrationalibus animantibus vi avulsa lana, aut in inutilibus oceani conchis reposita.... Optimi vero Dei nostri bona, genuina et immutabilia sunt.... quae neque tempus alterat, neque tinea corrumpit, neque omnino aeternitas vetustate valebit conficere.» Ibid., n. 14. - Cf. Acta eiusdem martyrus, auctore Simeone Metaphraste (inter Acta Sanctorum Bollandiana), n. 15, 26, 27.

8 « Stat martyr tripudians et triumphans, toto licet lacero corpore.... Ubi ergo tunc anima martyris? Nempe in tuto, nempe in petra (Columba mea in foraminibus petrae: Cant. II, 14), nempe in visceribus Iesu, vulneribus nimirum patentibus ad introendum. Si in suis esset visceribus, scrutans ea ferrum profecto sentiret; dolorem non ferret, succumberet, et negaret. Nunc autem in petra habitans, quid mirum si in modum petrae duruerit? Sed neque hoc mirum, si exsul a corpore dolores non sentiat corporis. Neque hoc facit stupor, sed amor. Submittitur enim sensus, non amittitur. Nec deest dolor, sed superatur, sed contemnitur.» S. BERNARDUS, In Cantica, sermo 61, n. 8. ML 183-1074.



9 «Tenentur post haec Marcellianus et Marcus, et ambo ligati ad stipitem clavos in pedibus acutos acceperunt.... Dicit eis Fabianus (praefectus): «Infelices et miseri, deponite amentiam vestram, et liberate vosmetipsos a cruciatibus imminentibus super vos.» Cui respondentes ambo dixerunt: «Numquam tam bene epulati sumus; modo coepimus esse fixi in amore Christi.» Acta S. Sebastiani ( inter Acta Sanctorum Bollandiana, die 20 ianuarii), cap. 22, n. 84.



10 «Si ergo magnum amorem coniugibus deberetis, eum propter quem coniuges habere noluistis, quantum amare debetis? Toto vobis figatur in corde, qui pro vobis est fixus in cruce: totum teneat in animo vestro, quidquid noluistis occupari connubio. Parum vobis amare non licet, propter quem non amastis et quod liceret.» S. AUGUSTINUS, Liber de sancta virginitate, cap. 55, n. 56. ML 40-428.



11 «Necesse est ut qui non vivit in se, vivat Christus in illo. Hoc est enim quod ait Apostolus: Vivo autem, iam non ego, vivit vero in me Christus (Galat. II, 20). Ac si diceret: Ad alia quidem omnia mortuus sum, non sentio, non attendo, non curo: si qua vero sint Christi, haec me vivum inveniunt et paratum. Nam si non aliud possum, saltem sentio: placet quod ad eius honorem fieri video, displicent quae aliter fiunt. Magnus omnino gradus est iste.» S. BERNARDUS, Sermo VII in Quadragesima, De peregrino, mortuo et crucifixo, n. 2. ML 183-184.



12 Le parole «viveremo eternamente con Cristo» mancano nell' edizione Veneta (Remondini, 1786).




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