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S. Alfonso Maria de Liguori
Rifless. sulla Passione di Gesù Cristo

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§ 1 - Della speranza che abbiamo in Gesù Cristo del perdono de' peccati

11. E parlando per 1. della remission dei peccati, sappiamo che il nostro Redentore a questo fine è venuto in terra a perdonare i peccatori: Venit enim filius hominis salvare quod perierat (Matth. XVIII, 11). Quindi il Battista, allorché dimostrò a' Giudei il loro Messia già venuto, disse: Ecce agnus Dei, ecce qui tollit peccatum mundi (Io. I, 29). La voce agnus secondo l'idioma greco significa propriamente quello agnello, come avesse detto il Battista: Ecco quell'agnello divino predetto da Isaia: Et quasi agnus coram tondente se obmutescet (Is. LIII, 7); ed anche da Geremia: Et ego quasi agnus... qui portatur


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ad victimam (Ier. XI, 19);17 e prima prefigurato da Mosè nell'agnello pasquale e nel sagrificio col quale, giusta la legge, ogni mattina sagrificavasi a Dio un agnello, ed in più altri che faceansi la sera per li peccati.18 Ma tutti quegli agnelli non valeano ad abolire un solo peccato; solo servivano a rappresentar il sagrificio dell'Agnello divino Gesù Cristo, che avea col suo sangue a lavare le anime nostre e liberarle così dalla macchia della colpa come dalla pena eterna meritata per la colpa - ciò importa la parola tollit, - assumendo sopra di sé il debito di soddisfare per noi colla sua morte la divina giustizia, secondo quel che scrisse Isaia (cap. LIII, v. 6): Posuit Dominus in eo iniquitatem omnium nostrum. Onde poi disse S. Cirillo: Unus pro omnibus occiditur, ut omne genus hominum Deo Patri lucrifaciat:19 Volle Gesù farsi uccidere per guadagnare a Dio tutti gli uomini che eran perduti. -Oh quanto è grande l'obbligo che abbiamo a Gesù Cristo! Se ad un reo già condannato a morte, mentre va alla forca col laccio già posto alla gola, venisse un amico e gli togliesse il laccio e l'applicasse a se stesso e, morendo in quel supplicio, ne liberasse il reo, quanto costui resterebbe obbligato ad amarlo? Ciò appunto ha fatto Gesù Cristo: egli ha voluto morire in croce per liberar noi dalla morte eterna.


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12. Qui peccata nostra, scrisse S. Pietro, ipse pertulit in corpore suo super lignum, ut peccatis mortui, iustitiae vivamus, cuius livore sanati sumus (Epist. I Petr. II, 24). Gesù dunque si caricò di tutti i nostri peccati, e li portò sopra la croce, per pagarne esso la pena colla sua morte ed ottenerne a noi il perdono e così restituire a noi già morti la vita perduta. Quid mirabilius, scrive S. Bonaventura, quam vulnera sanent, mors vivificet! (Stim. part. I cap. 1):20 Qual cosa più ammirabile poteva vedersi, che le piaghe guariscano le piaghe degli altri, e la morte di uno dia la vita a tutti gli uomini ch'erano morti! Scrive S. Paolo che Dio da peccatori che noi eravamo, odiati ed abbominevoli, ci ha renduti in Gesù Cristo grati ed amabili agli occhi suoi; poiché per li meriti del suo sangue ci ha rimessi i peccati, e ci ha donate con soprabbondanza le ricchezze della sua grazia: Gratificavit nos in dilecto Filio suo, in quo habemus redemptionem per sanguinem eius, remissionem peccatorum secundum divitias gratiae eius, quae superabundavit in nobis (Ephes. I, 6 ad 8). E ciò è avvenuto per lo patto fatto da Gesù Cristo col suo divino Padre, di perdonare a noi le colpe e riceverci nella sua amicizia, a riguardo della Passione e morte di esso suo Figlio.

13. Ed in questo senso l'Apostolo chiamò Gesù Cristo mediatore del nuovo testamento.

Nelle Scritture sagre la voce testamento si prende in due sensi, per patto o sia accordo fra due parti che stanno in discordia; e per promessa o sia disposizione di ultima volontà, per cui il testatore lascia la sua eredità agli eredi, ma tal disposizione non si rende stabile se non colla morte del testatore. -Del testamento come promessa si parlerà nel § III; nel presente § I parliamo del testamento come patto, secondo la quale significazione parlò già l'Apostolo, quando scrisse di Gesù Cristo: Et ideo novi testamenti mediator est (Hebr. IX, 15).

Era l'uomo, per cagion del peccato, debitore alla divina giustizia e nemico di Dio; venne in terra il Figliuolo di Dio ed assunse carne umana; e nello stesso tempo, essendo già egli Dio uomo, si fece mediatore fra l'uomo e Dio, facendo le parti


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dell'uno e dell'altro; ed affin di conciliar la pace fra di loro ed ottenere all'uomo la divina grazia, si offerì esso a pagare col suo sangue e colla sua morte il debito dell'uomo. Or questa riconciliazione fu già prefigurata nel vecchio testamento in tutti i sagrifici che allora si faceano ed in tutti i simboli ordinali da Dio, come erano il tabernacolo, l'altare, il velo, il candeliere, il turibolo e l'arca, ove serbavasi la verga e le tavole della legge. Tutti questi istrumenti eran segni e figure della Redenzione promessa; e perché tale Redenzione dovea compirsi col sangue di Gesù Cristo, perciò Iddio ordinò che i sagrifici si facessero coll'effusione del sangue degli animali, che era figura del sangue dell'Agnello divino, e che tutti i mentovati simboli fossero del loro sangue aspersi: Unde nec primum quidem (testamentum) sine sanguine dedicatum est (Hebr. IX, 18).

14. Dice S. Paolo che il primo testamento, cioè la prima alleanza, patto o mediazione, che si fece nell'antica legge e che figurava la mediazione di Gesù Cristo nelle legge nuova, si celebro col sangue de' vitelli e degl'irci, e di questo sangue venivano aspersi il libro, il popolo, il tabernacolo e tutti i vasi sacri: Lecto enim omni mandato legis a Moyse universo populo, accipiens sanguinem vitulorum et hircorum cum aqua et lana coccinea - la lana tinta rossa anche significava Gesù Cristo: siccome la lana di sua natura è bianca e poi si fa rossa col colore del quale vien tinta, così Gesù, candido per la sua innocenza e natura, comparve poi sulla croce rosseggiante di sangue, giustiziato qual malfattore; e così avverossi di lui quel che ne disse la Sposa de' cantici: Dilectus meus candidus et rubicundus (Cant. V, 10) - et hyssopo - anche l'issopo, erba umile, significava l'umiltà di Gesù Cristo - ipsum quoque librum et omnem populum aspersit dicens: Hic sanguis testamenti quod mandavit ad vos Deus; etiam tabernaculum et omnia vasa ministerii sanguine similiter aspersit; et omnia pene in sanguine secundum legem mundantur, et sine sanguinis effusione non fit remissio (Hebr. IX, 19 ad 22). Volle ripetere l'Apostolo più volte la voce di sangue, per imprimere nei cuori de' Giudei e di tutti, che senza il sangue di Gesù Cristo non vi era speranza di perdono alle nostre colpe. Siccome poi nella vecchia legge per lo sangue delle vittime veniva agli Ebrei tolta la macchia esterna de' peccati che commetteano contro la legge ed era loro perdonata la pena temporale dalla legge imposta


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così il sangue di Gesù Cristo nella legge nuova ci lava dalla macchia interna delle colpe, secondo quel che scrisse S. Giovanni: Dilexit nos et lavit nos... in sanguine suo (Apoc. I, 5): e ci libera dalla pena eterna dell'inferno.

15. Ecco come tutto lo spiega S. Paolo nel medesimo capo: Christus autem assistens pontifex futurorum bonorum per amplius et perfectius tabernaculum non manufactum, id est non huius creationis, neque per sanguinem hircorum,... sed per proprium sanguinem introivit semel in sancta, aeterna redemptione inventa (Hebr. IX, 11 et 12). Il pontefice entrava allora per lo tabernacolo nel sancta sanctorum e, coll'aspersione del sangue degli animali, purgava i delinquenti dalla macchia esterna contratta e dalla pena temporale; poiché per la remission della colpa e per la liberazione della pena eterna, era assolutamente necessaria agii Ebrei la contrizione colla fede e speranza nel Messia venturo, che dovea morire per ottener loro il perdono. Gesù Cristo all'incontro, per mezzo del suo corpo - questo è il tabernacolo più ampio e più perfetto indicato dall'Apostolo sagrificato colla morte sovra la croce, è entrato nel sancta sanctorum del cielo ch'era a noi chiuso, e ce l'ha aperto per mezzo della Redenzione. - Quindi S. Paolo, per animarci a sperare il perdono di tutte le nostre colpe confidando nel sangue di Gesù Cristo, siegue a dire: Si enim sanguis hircorum et taurorum et cinis vitulae aspersus inquinatos sanctificat ad emundationem carnis; quanto magis sanguis Christi, qui per Spiritum Sanctum semetipsum obtulit immaculatum Deo, emundabit conscientiam nostram ab operibus mortuis ad serviendum Deo viventi? (Hebr. IX, 13 et 14). Dice: Quanto magis sanguis Christi, qui per Spiritum Sanctum semetipsum obtulit immaculatum Deo; Gesù offerì se stesso a Dio, immacolato, senza ombra di colpa; altrimenti non sarebbe stato degno mediatore atto a riconciliare Dio coll'uomo peccatore; né il suo sangue avrebbe avuta la virtù di purgare le nostre coscienze ab operibus mortuis, cioè da' peccati, opere morte senza merito ed opere di morte degne di pene eterne; ad serviendum Deo viventi: Iddio non ci perdona ad altro fine se non perché la vita che ci resta, la impieghiamo tutta a servirlo ed amarlo. - Conclude finalmente l'Apostolo: Et ideo novi testamenti mediator est (Ibid. vers. 15). Perciò il nostro Redentore, per l'immenso amore che ci portava, volle col prezzo


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del suo sangue riscattarci dalla morte eterna; quindi ci ottenne da Dio il perdono, la grazia ed anche l'eterna felicita, se noi siamo fedeli a servirlo sino alla morte. Questa fu la mediazione o sia patto passato fra Gesù Cristo e Dio, in vigor di cui fu promesso a noi il perdono e la salute.

16. Questa promessa poi del perdono de' peccati per li meriti del sangue di Gesù Cristo, ci fu confermata da Gesù stesso nel giorno precedente alla sua morte, allorché, lasciandoci il sagramento dell'Eucaristia, disse: Hic est enim sanguis meus novi testamenti qui pro multis effundetur in remissionem peccatorum (Matth. XXVI, 28). Disse effundetur, mentre era prossimo il sagrificio nel quale dovea spargere non parte ma tutto il suo sangue, per soddisfare i nostri peccati ed ottenerci il perdono. Indi volle che questo sagrificio si rinnovasse ogni giorno in ogni Messa che si celebra, acciocché il suo sangue continuamente perorasse a nostro favore. E perciò Gesù Cristo fu chiamato sacerdote secondo l'ordine di Melchisedech: Tu es sacerdos in aeternum secundum ordinem Melchisedech (Ps. CIX, 4). Aronne offerì sagrifici di animali; ma il sagrificio di Melchisedech fu di pane e vino, il quale fu figura del sagrificio dell'altare, in cui il nostro Salvatore, sotto le specie di pane e di vino, offerì nella cena a Dio il suo corpo e sangue, che dovea nel giorno seguente sagrificargli nella sua Passione, e che siegue ogni giorno ad offerirgli per mano de' sacerdoti, rinnovando per essi il sagrificio della croce. -Perché poi Davide abbia chiamato Gesù Cristo sacerdote eterno, lo spiega S. Paolo (Hebr. VII, 24 et seq.) dicendo: Hic autem eo quod maneat in aeternum, sempiternum habet sacerdotium. I sacerdoti antichi avean fine colla loro morte; ma Gesù, perché è eterno, eterno ancora è il suo sacerdozio. Ma come egli in cielo siegue ad esercitare questo suo sacerdozio? Anche lo spiega l'Apostolo soggiungendo: Unde et salvare in perpetuum potest accedentes per semetipsum ad Deum, semper vivens ad interpellandum pro nobis (Ibid. vers. 25). Il gran sagrificio della croce rappresentato già in quello dell'altare ha virtù di salvare per sempre tutti coloro che per mezzo di Gesù Cristo, ben disposti colla fede e colle buone opere, si accostano a Dio; e questo sagrificio, come scrivono S. Ambrogio e S. Agostino,21


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continua Gesù come uomo ad offerirlo al Padre a nostro beneficio, seguendo ivi a fare, come faceva in terra, l'officio di nostro avvocato e mediatore ed anche di sacerdote, ch'è di pregare per noi, siccome esprimono le parole, semper vivens ad interpellandum pro nobis.

17. Dice S. Giovan Grisostomo che tutte le piaghe di Gesù Cristo sono tante bocche che continuamente implorano da Dio a noi peccatori il perdono delle colpe: Tot vulnera, tot ora.22 Oh quanto meglio, scrive S. Paolo, perora per noi e c'impetra la divina misericordia il sangue di Gesù Cristo, che non implorava la divina vendetta il sangue di Abele contra Caino! Accessistis ad... mediatorem Iesum, et sanguinis aspersionem melius loquentem quam Abel (Hebr. XII, 22 ad 24). Onde sta scritto tra le rivelazioni fatte a S. Maria Maddalena de' Pazzi che un giorno le disse Iddio queste parole: «La mia giustizia si è cangiata in clemenza colla vendetta presa sovra le carni innocenti di Gesù Cristo. Il sangue di questo mio Figlio non cerca da me vendetta, come il sangue di Abele, ma solo cerca misericordia; ed a questa voce non può la mia giustizia non restar placata. Questo sangue le lega le mani, sì che non può muoversi a prender quella vendetta de' peccati che prima si prendeva».23


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18. Scrive S. Agostino che Iddio ci ha promessa la remission de' peccati e la vita eterna; ma è più quel che ha fatto per noi di quello che ci ha promesso: Plus fecit quam promisit.24 Il donarci il perdono e 'l paradiso niente costava a Gesù Cristo; ma il redimerci gli è costato il sangue e la vita. L'apostolo S. Giovanni ci esorta a fuggire il peccato; ma affinché non diffidiamo del perdono di tutte le colpe commesse, se abbiamo ferma risoluzione di più non commetterle, ci coraggio a sperare il perdono, dicendo che abbiamo che fare con Gesù Cristo, il quale non solo è morto per perdonarci, ma di più, dopo la morte, si è fatto nostro avvocato appresso il suo divin Padre: Filioli mei, haec scribo vobis, ut non peccetis; sed et si quis peccaverit, advocatum habemus apud Patrem, Iesum Christum iustum (I Io. II, 1). - A' nostri peccati spetta per giustizia la divina disgrazia e la dannazione eterna; ma la Passione del Salvatore esige a favor nostro la grazia e l'eterna salute, e l'esige per giustizia, mentre l'Eterno Padre, a riguardo de suoi meriti, gli ha promesso di perdonarci e salvarci, sempre che noi siamo disposti a poter ricevere la sua divina grazia, e vogliamo ubbidire a' suoi precetti, come scrive S. Paolo: Et consummatus, factus est omnibus obtemperantibus sibi causa salutis aeternae (Hebr. V, 9). Sicché Gesù Cristo


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col morir consumato da' dolori, ha ottenuta l'eterna salute a tutti coloro che osservano la sua legge. Quindi ci esorta l'Apostolo: Per patientiam curramus ad propositum nobis certamen, aspicientes in auctorem fidei et consummatorem Iesum, qui proposito sibi gaudio sustinuit crucem, confusione contempta (Hebr. XII, 1 et 2). Andiamo, anzi corriamo con animo. grande, armati di pazienza a combattere coi nemici della nostra salute, tenendo sempre gli occhi fissi a Gesù crocifisso che, rinunziando ad una vita di gaudio su questa terra, ha voluto eleggersi una vita di pene ed una morte piena di dolori e di obbrobri, e così ha voluto compiere la nostra Redenzione.

19. O sangue prezioso, tu sei la speranza mia! O sanguis innocentis, lava sordes poenitentis. Gesù mio, i miei nemici, dopo avermi tirato ad offendervi, ora mi dicono che non vi è da sperare in voi più salute per me: Multi dicunt animae meae: Non est salus ipsi in Deo eius (Ps. III, 3). Ma io, fidato nel sangue che avete sparso per me, vi dirò con Davide: Tu autem, Domine, susceptor meus es (Ibid. vers. 4). I nemici mi atterriscono dicendo che dopo tanti peccati, s'io ricorro a voi, voi mi discacciate; ma io leggo in S. Giovanni la vostra promessa di non ributtare alcuno che a voi ricorre: Eum qui venit ad me non eiiciam foras (Io. VI, 37). A voi dunque ricorro pieno di confidenza: Te ergo quaesumus, tuis famulis subveni, quos pretioso sanguine redemisti.25 Voi, mio Salvatore, che avete sparso tutto il vostro sangue con tanto vostro dolore e con tanto amore per non vedermi perduto, abbiate pietà di me, e perdonatemi e salvatemi.




17 Et ego quasi agnus mansuetus qui portatur ad victimam. Ier. XI, 19.



18 Hoc est quod facies in altari: Agnos anniculos duos per singulos dies iugiter, unum agnum mane, et alterum vespere, decimam partem similae conspersae oleo tuso, quod habeat mensuram quartam partem hin. et vinum ad libandum eiusdem mensurae in agno uno. Alterum vero agnum offeres ad vesperam iuxta ritum matutinae oblationis, et iuxta ea quae diximus, in odorem suavitatis. Sacrificium est Domino, oblatione perpetua in generationes vestras. Exod. XXIX, 38-42. - Praecipe Aaron et filiis eius: Haec est lex holocausti: Cremabitur in altari tota nocta usque mane; ignis ex eodem altari erit. Vestietur tunica sacerdos et feminalibus lineis: tolletque cineres, quos vorans ignis exussit; et ponens iuxta altare, spoliabitur prioribus vestimentis, indutusque aliis, efferet eos extra castra, et in loco mundissimo usque ad favillam consumi faciet. Ignis autem in altari semper ardebit, quem nutriet sacerdos subiiciens ligna mane per singulos dies, et imposito holocausto, desuper adolebit adipes pacificorum. Ignis est iste perpetuus, qui numquam deficiet in altari. Levit. VI, 9-13.



19 «Unus enim mortuus est agnus pro omnibus, omnem hominum gregem servans Deo ac Patri: unus pro omnibus, ut omnes Deo subiiciat; unus pro omnibus, ut omnes lucrifaciat; ut omnes denique iam non sibi vivant, sed ei qui pro ipsis mortuus est et resurrexit.» S. CYRILLUS ALEXANDRINUS, In Ioannis Evangelium, lib. 2. (in Io. I, 29: Et ait: Ecce Agnus Dei). MG 73-191.

20 «Quid mirabilius quam quod mors vivificet, vulnera sanent?» Stimulus amoris, pars 1, cap. 1. Inter Opera S. Bonaventurae, VII, Lugduni, 1668. - Vedi Appendice, 2, 5°.

21 «Quid enim tam proprium Christi, quam advocatum apud Patrem adstare populorum, mortem suam offerre pro cunctis, repellere necem, vitam reformare

perituris?» S. AMBROSIUS, Enarratio in Ps. 39, n. 8. ML 14-1060.

«Cum esset Deus, factus est propter nos homo, solus verus agnus immaculatus et sacerdos sine vitio... Tunc (sub antiquo Testamento) sacerdos solus intrabat in Sancta sanctorum, populus autem stabat foris: sicut nunc ille sacerdos (Christus) post resurrectionem suam intravit in secreta caelorum, ut ad dexteram Patris interpellet pro nobis. Populus autem cuius ille sacerdos est, adhuc foris gemit. Nam cum episcopus solus intus est, populus et orat cum illo, et quasi subscibens ad eius verba respondet, Amen.» S. AUGUSTINUS, Contra epistolam Parmeniani, lib. 2, cap. 7, n. 14. ML 43-59.



22 Adatta qui S. Alfonso un testo, non già del Grisostomo, ma del Crisologo, il quale, parlando di Lazaro, dice: «Itemque Deus, quia obduratis auribus unius oris nil erat vox clamantis, ad aperiendum cor divitis, totum corpus pauperis vulneribus aperit, ut in admonendo divite tot essent pauperis ora quot vulnera.» S. PETRUS CHRYSOLOGUS, Sermo 121. ML 52-532.



23 (La Santa in estasi parla in nome del Padre Eterno): «Gran potenza operò questo mio Verbo, abbassandosi sino ad esser cadavere, che fu arrivare al maggior segno d' umiltà, al qual poteva per voi giungere il mio Verbo nella carne mortale, e facendo, in un modo di dire costaggiù a voi, addormentare la mia divina giustizia, la quale placata e soddisfatta pei peccati del mondo con la vendetta presa sopra la carne innocentissima di lui, e sopra il sangue purissimo sparso per soddisfazione delle colpe dell' uomo, ora la giustizia mia par che sia cangiata in clemenza. - E sappi, o figliuola, che quel sangue sparso non

grida come il sangue d' Abello, o come quelle anime sante, come riferisce l' innamorato del mio Verbo Giovanni nella sua Apocalisse: Vindica sanguinem nostrum: ma solo grida misericordia e pietà, ed a questa voce non può la mia giustizia non restar placata e soddisfatta. E ti vuò dir di più, che questo sangue lega, per dir così, le mani della mia giustizia, che ella non si può muovere, per così dire, a prendere quella vendetta dei peccati, che prima nel mondo prendeva, quando non udiva la voce di questo sangue non ancora sparso; perché ora con diluvii, ora con fuochi ed incendii, ora con aprirsi la terra ed ingoiare i peccatori, puniva la mia giustizia i scellerati; e sai quel che ella fece colle acque del diluvio, coi fuochi nelle città infami, e con altri gastighi nel deserto ed altrove, talché ella mi mostrava Dio delle vendette; ma ora che ella sembra di non sapersi muovere a gastigare, come soddisfatta nel rigoroso gastigo preso per voi nel mio Verbo, o se pur si muove è piuttosto correzione d' amorevol madre coi figliuoli scredenti, che di severo giudice coi malfattori e colpevoli, e adesso s' adempie quel che fu scritto: Cum iratus fueris, misericordiae recordaberis. mercé di questa voce del sangue sparso del Verbo.» PUCCINI, Vita, Firenze, 1611, Parte 6, cap. 3, pag. 541.



24 «Quid tibi promisit Deus, o homo mortalis? Quia victurus es in aeternum. Non credis? Crede, crede. Plus est iam quod fecit quam quod promisit. Quid fecit? Mortuus est pro te. Quid promisit? Ut vivas cum illo. Incredibilius est quod mortuus est aeternus, quam ut in aeternum vivat mortalis.» S. AUGUSTINUS, Enarratio in Ps. 148, n. 8. ML 37-1942.

25 Hymnus Te Deum.




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