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S. Alfonso Maria de Liguori
Rifless. sulla Passione di Gesù Cristo

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§2 - Della speranza che abbiamo in Gesù Cristo della perseveranza finale

20. Per ottener la perseveranza nel bene, non dobbiamo noi confidare ne' nostri propositi e promesse fatte a Dio; se noi fidiamo alle nostre forze, siamo perduti. Tutta la nostra


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speranza di conservarci in grazia di Dio abbiamo da collocarla ne' meriti di Gesù Cristo; e così, confidando sull'aiuto di lui, persevereremo sino alla morte, ancorché fossimo combattuti da tutti i nemici della terra e dell'inferno. Alle volte ci troveremo talmente abbattuti di animo ed assaliti dalle tentazioni che ci sembrerà di esser quasi perduti: non perdiamo allora il coraggio né ci abbandoniamo alla diffidenza; ricorriamo al Crocifisso, ed egli ci sosterrà a non cadere. Permette il Signore che anche i santi si trovino talvolta in simili tempeste e timori. S. Paolo scrive che le afflizioni e spaventi, ch'egli patì nell'Asia, furon tali che gli faceano venire in tedio la vita: Supra modum gravati sumus supra virtutem, ita ut taederet nos etiam vivere (II Cor. I, 8). Con ciò l'Apostolo dichiarò qual egli era secondo le sue proprie forze, affin d'istruirci che Iddio da quando in quando ci lascia nella desolazione, acciocché conosciamo la nostra miseria e, diffidati di noi stessi, ricorriamo con umiltà alla sua pietà ed impetriamo da esso la forza di non cadere: Ut non simus fidentes in nobis, sed in Deo qui suscitat mortuos (Ibid. vers. 9). Più chiaramente S. Paolo ciò l'espresse in altro luogo, scrivendo: Aporiamur, sed non destituimur;... deiicimur, sed non perimus (II Cor. IV, 8, 9):26 Ci vediamo oppressi dalla mestizia e dalle passioni, ma non ci abbandoniamo alla disperazione; siamo come gittati nel lago, ma non restiamo sommersi, poiché 'l Signore colla sua grazia ci forza di resistere a' nemici. Ma sempre ci avverte l'Apostolo a tenere avanti gli occhi che noi siamo fragili e facili a perdere il tesoro della divina grazia, e che tutta la virtù di conservarla ci viene non da noi, ma da Dio: Habemus autem thesaurum istum in vasis fictilibus, ut sublimitas sit virtutis Dei et non ex nobis (II Cor. IV, 7).

21. Restiamo dunque fermamente persuasi che in questa vita dobbiamo sempre guardarci di mettere alcuna confidenza nelle nostre operazioni. La nostra più forte arma, colla quale riporteremo sempre vittoria negli assalti dell'inferno, è la santa preghiera: questa è l'armatura di Dio, della quale parla S. Paolo: lnduite vos armaturam Dei ut possitis stare


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adversus insidias diaboli (Ephes. VI, 11). Poiché, soggiunge, non dobbiamo già combattere con uomini di carne, ma co' principi e potestà dell'inferno: Quoniam non est nobis colluctatio adversus carnem et sanguinem, sed adversus principes et potestates (Ibid. vers. 12). Siegue indi a dire: State succincti lumbos vestros in veritate et induti loricam iustitiae, et calceati pedes in praeparatione evangelii pacis; in omnibus sumentes scutum fidei, in quo possitis omnia tela nequissimi ignea exstinguere; et galeam salutis assumite et gladium spiritus, quod est verbum Dei, per omnem orationem et obsecrationem etc. (Ibid. vers. 14 ad 18).

Fermiamoci a ben intendere le riferite parole. State succincti lumbos vestros in veritate; qui allude l'Apostolo al cingolo militare, con cui si cingeano i soldati in segno della fedeltà che giuravano al lor sovrano. Il cingolo che dee cingere il cristiano, ha da esser la verità della dottrina di Gesù Cristo, secondo la quale dobbiam reprimere tutti i moti disordinati e specialmente gl'impudici che sono i più pericolosi. - Et induti loricam iustitiae; la corazza del cristiano dev'esser la buona vita, altrimenti avrà poca forza di resistere agli insulti de' nemici. -Et calceati pedes in praeparatione evangelii pacis; le scarpe militari che deve usare il cristiano affin di gire speditamente ove bisogna, a differenza di chi va a piedi nudi che lentamente cammina, han da essere l'animo apparecchiato ad abbracciar colla pratica ed insinuare anche agli altri coll'esempio le massime sante del Vangelo. -In omnibus sumentes scutum fidei, in quo possitis omnia tela nequissimi ignea exstinguere; lo scudo poi, col quale ha da difendersi il soldato di Cristo contra i dardi infuocati, cioè penetranti come fuoco, del nemico, ha da essere la fede costante, avvalorata dalla santa speranza e principalmente dalla divina carità. -Et galeam salutis assumite et gladium spiritus quod est verbum Dei; la celata, come intende S. Anselmo,27 sia la


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speranza dell'eterna salute; e finalmente la spada dello spirito o sia la nostra spada spirituale dev'esser la divina parola, per la quale Iddio replicatamente ci promette di esaudir chi lo prega: Petite et dabitur vobis (Matth. VII, 7); Omnis enim qui petit accipit (Ibid. vers. 8); Clama ad me et exaudiam te (Ier. XXXIII, 3); Invoca me et eruam te (Ps. XLIX, 15).28

22. Onde conchiude l'Apostolo: Per omnem orationem et obsecrationem, orantes omni tempore in spiritu et in ipso vigilantes in omni instantia et obsecratione pro omnibus sanctis (Ephes. VI, 18). Sicché la preghiera è l'arma fortissima, per cui il Signore ci la vittoria contra tutte le passioni malvage e tentazioni dell'inferno; ma questa preghiera dev'esser fatta in spiritu, cioè non solo colla bocca, ma anche col cuore. Di più dev'essere continua in ogni tempo della nostra vita, orantes omni tempore: siccome son continue le battaglie, così deve esser continua la nostra orazione. Continua e replicata, in omni instantia et obsecratione: se la tentazione non cessa alla prima preghiera, bisogna replicar la seconda, la terza, la quarta; e se dura tuttavia la tentazione, bisogna aggiungere i gemiti, le lagrime, l'importunità, la veemenza, come volessimo far forza a Dio a concederci la grazia della vittoria; ciò significano le parole in omni instantia et obsecratione. Aggiunge l'Apostolo: Pro omnibus sanctis; il che importa il pregare non solo per noi, ma per la perseveranza di tutti i fedeli che stanno in grazia di Dio e specialmente de' sacerdoti, acciocché si affatichino per la conversione degl'infedeli e di tutti i peccatori, replicando nelle nostre orazioni la preghiera di S. Zaccaria: Illuminare his, aui in tenebris et in umbra mortis sedent (Luc. I, 79).

23. Molto giova poi per resistere a' nemici ne' combattimenti spirituali, il prevenirli nelle nostre meditazioni con prepararci a far tutta la violenza, che possiamo in quei casi che possono avvenirci all'improvviso. Così poi si son veduti i santi rispondere con tanta mansuetudine o pure non dir parola e non turbarsi in tempo di ricevere una gravissima ingiuria, una gran persecuzione, un gran dolore del corpo o dell'anima, la perdita di una roba di gran valore, la morte di un parente molto amato. Tali vittorie ordinariamente non


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si ottengono senza l'aiuto di una vita molto aggiustata, senza la frequenza de' sagramenti, e senza un continuo esercizio di meditazioni, lezioni spirituali e preghiere. Onde queste vittorie difficilmente si ottengono da coloro che non sono molto cautelati a fuggir le occasioni pericolose o stanno attaccati alle vanità e piaceri del mondo, e poco praticano la mortificazione de' sensi: da coloro in somma che fanno una vita molle. Scrive S. Agostino che nella vita spirituale, primo vincendae delectationes, postea dolores (Serm. CXXXV).29 Viene a dire, che uno il quale sta dedito a cercar piaceri sensuali, difficilmente resisterà ad una gran passione o veemente tentazione che l'assalta: uno che troppo ama la stima del mondo, difficilmente soffrirà un affronto grave, senza perdervi la grazia di Dio.

24. È vero che tutta la forza per viver senza peccato e fare opere buone dobbiamo sperarla non da noi, ma dalla grazia di Gesù Cristo; ma dobbiamo noi aver gran cura di non renderci, per nostra colpa, più deboli di quelli che siamo. Certi difetti, de' quali non facciamo conto, saran cagione che ci mancherà la luce divina e che il demonio diventi contro di noi più forte. Per esempio, quel volere far comparsa nel mondo di dottrina o di nobiltà, quella vanità nel vestire, quel cercare certe comodità superflue, quel risentirsi ad ogni parola o atto di poca attenzione, quel voler piacere a tutti con discapito del profitto spirituale, quel tralasciare le opere di pietà per rispetto umano, quelle piccole disubbidienze a' superiori, piccole mormorazioni, piccole avversioni conservate nel cuore, quelle leggiere bugie, leggiere derisioni del prossimo, quei perdimenti di tempo in ciarle o curiosità inutili; in somma ogni attacco alle cose terrene ed ogni atto di amor proprio disordinato, può servire al nemico per tirarci in qualche precipizio; o almeno quel difetto deliberatamente voluto ci priverà di quel soccorso divino abbondante, senza cui ci troveremo caduti in qualche ruina.


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25. Noi ci lamentiamo in ritrovarci così aridi e svogliati nell'orazione, nelle comunioni ed in tutti gli esercizi divoti; ma come Dio vuol farci godere la sua presenza e le sue visite amorose, mentre noi siamo così scarsi e disattenti con esso? Qui parce seminat, parce et metet (II Cor. IX, 6).

26. Se gli diamo tanti disgusti, come vogliamo raccogliere le sue consolazioni celesti? Se non ci distacchiamo in tutto dalla terra, non saremo mai tutti di Gesù Cristo; e chi sa dove andremo a parare. Gesù colla sua umiltà ci ha meritata la grazia di vincer la superbia; colla sua povertà la forza di disprezzare i beni terreni; e colla sua pazienza la costanza di vincere i disprezzi e le ingiurie: Quae superbia, scrive S. Agostino, sanari potest, si humilitate Filii Dei non sanatur? quae avaritia, quae paupertate Christi non sanatur? quae iracundia, si patientia Salvatoris non sanatur?30 Ma se noi ci raffreddiamo nell'amore di Gesù Cristo e trascuriamo di continuamente pregarlo che ci soccorra, ed all'incontro nutriamo nel cuore qualche affetto di terra, difficilmente saremo perseveranti nella buona vita. Preghiamo, preghiamo sempre: col pregare otterremo tutto.

27. O Salvatore del mondo, o mia unica speranza, deh per li meriti della vostra Passione, liberatemi da ogni affetto impuro che può essere ostacolo all'amore che vi debbo. Fate ch'io viva spogliato da tutt'i desideri che sanno di mondo; fate che l'unico oggetto de' miei desideri siate voi solo, che siete il


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sommo bene e l'unico bene degno d'esser amato. Per le vostre sagrosante piaghe, sanate le mie infermità e datemi la grazia di tener lontano dal cuore ogni amore che non è per voi, che meritate tutto il mio amore. Gesù amor mio, voi siete la speranza mia. Oh dolci parole, oh dolce conforto! Gesù amor mio, voi siete la speranza mia.




26 In omnibus tribulationibus patimur, sed non angustiamur; aporiamur, sed non destituimur; persecutionem patimur, sed non derelinquimur; deiicimur, sed non perimus. II Cor. IV, 8, 9.

27 «Galeam quoque salutis assumite, id est spem quae salutem aeternam exspectat; quae ideo galea dicitur, quia, sicut galea est in superiori parte armaturae, scilicet in capite, ita spes altior est omnibus aliis virtutibus (intellige: moralibus), et semper respicit ad superiora, spirans ad caelestia.» Ven. HERVEUS, Burgidolensis monachus, Commentaria in Epistolas B. Pauli, in Epist. ad Ephesios VI, 17. ML 181-1277. - Gli scopritori ed i primi editori di questi Commentarii li attribuirono a S. Anselmo.

28 Invoca me in die tribulationis: eruam te. Ps. XLIX, 15.

29 «Si iusti in Domino laetantur, iniusti non noverunt laetari nisi in saeculo. Sed ipsa est prima acies debellada: primo vincendae sunt delectationes, et postea dolores. Quomodo potest superare mundum saevientem, qui non potest superare blandientem?» S. AUGUSTINUS, Sermo 335 (al. de Sanctis 50), in Natali Martyrum, cap. 1, n. 1. ML 38-1470.

30 «Filius Dei hominem assumpsit, et in illo humana perpessus est. Haec medicina hominum tanta est quanta non potest cogitari. Nam quae superbia sanari potest, si humilitate Filii Dei non sanatur? Quae avaritia sanari potest, si paupertate Filii Dei non sanatur? Quae iracundia sanari potest, si patientia Filii Dei non sanatur? Postremo quae timiditas sanari potest, si resurrectione corporis Christi Domini non sanatur? Erigat spem suam genus humanum, et recognoscat naturam suam; videat quantum locum habeat in operibus Dei. Nolite vos ipsos contemnere, viri: Filius Dei virum suscepit. Nolite vos ipsas contemnere, feminae: Filius Dei natus ex femina est. Nolite tamen amare carnalia, quia in Filio Dei nec masculus nec femina sumus. Nolite amare temporalia, quia, si bene amarentur, amaret ea homo quem suscepit Filius Dei. Nolite timere contumelias et cruces et mortem, quia, si nocerent homini, non ea pateretur homo quem suscepit Filius Dei. Haec omnis hortatio, quae iam ubique praedicatur, ubique veneratur, quae omnem obedientem animam sanat, non esset in rebus humanis, si non essent facta illa omnia quae stultissimis displicent.» S. AUGUSTINUS, Liber de agone christiano, cap. 11, n. 12. ML 40-297, 298.




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