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S. Alfonso Maria de Liguori
Apparecchio alla Morte

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PUNTO I

Fuvvi1 un certo antico filosofo, chiamato Aristippo,2 che viaggiando una volta per mare, naufragò colla nave, ed egli perdé tutte le sue robe; ma giunto al lido, essendo esso molto rinomato per la sua scienza, fu da' paesani di quel luogo provveduto di tutto ciò che avea perduto. Ond'egli scrisse poi a' suoi amici nella patria che dal suo esempio attendessero a provvedersi solamente di quei beni, che neppur3 col naufragio si perdono. Or questo appunto ci mandano a dire dall'altra vita i nostri parenti ed amici che stanno all'eternità, che attendiamo a provvederci qui in vita solamente di quei beni, che neppure colla morte si perdono. Il giorno della morte si chiama, «Dies perditionis (Iuxta est dies perditionis. Deut. 29. 21)».4 Giorno di perdita, perché in tal giorno i beni di questa terra, gli onori, le ricchezze, i piaceri tutti si han da perdere. Onde dice S. Ambrogio5 che questi non possiamo chiamarli beni nostri, mentre non possiamo portarli con noi all'altro mondo; ma le sole virtù ci accompagnano all'altra vita: «Non nostra sunt, quae non possumus auferre nobiscum; sola virtus nos comitatur».

Che serve dunque, dice Gesu-Cristo, guadagnarsi tutto il mondo, se in morte perdendo l'anima perderemo tutto? «Quid prodest homini, Si mundum universum lucretur6 Ah questa gran massima quanti giovani ne ha mandati a chiudersi ne' chiostri, quanti anacoreti a vivere


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ne' deserti, quanti martiri a dar la vita per Gesu-Cristo! Con questa massima S. Ignazio di Loiola7 tirò molte anime a Dio; e specialmente la bell'anima di S. Francesco Saverio, il quale stava in Parigi, applicato ivi a' pensieri di mondo. Francesco (gli disse un giorno il santo) pensa che il mondo è un traditore, che promette e non attende. Ma ancorché ti attendesse quel che ti promette il mondo, egli non potrà mai contentare il tuo cuore. Ma facciamo che ti8 contentasse, quando durerà questa tua felicità? può durare più che la tua vita? ed in fine che te ne porterai all'eternità? Vi è forse ivi alcun ricco, che si ha portata una moneta, o un servo per suo comodo? Vi è alcun re, che si ha portato un filo di porpora per suo onore? A queste parole S. Francesco lasciò il mondo, seguitò S. Ignazio e si fece santo. «Vanitas vanitatum»,9 così chiamò Salomone tutti i beni di questo mondo, dopo ch'egli non si negò alcun piacere di tutti quelli che stanno sulla terra, com'egli stesso confessò: «Omnia quae desideraverunt oculi mei, non negavi eis» (Eccl. 2. 10). Dicea suor Margherita di S. Anna carmelitana Scalza,10 figlia dell'imperator11 Ridolfo II: «A che servono i regni nell'ora della morte?» Gran cosa! tremano i santi in pensare al punto della loro salute eterna; tremava il P. Paolo Segneri,12 il quale tutto spaventato dimandava al suo confessore: Che dici, padre, mi salverò? Tremava S. Andrea d'Avellino,13 e piangeva dirottamente dicendo: Chi sa, se mi salvo! Da questo pensiero ancora era così tormentato S. Luigi Beltrando,14 che per lo spavento


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la notte sbalzava di letto dicendo: E chi sa, se mi danno! E i peccatori vivono dannati, e dormono, e burlano, e ridono!

Affetti e preghiere

Ah Gesù mio Redentore, vi ringrazio, che mi fate conoscere la mia pazzia e 'l male ch'ho fatto nel voltare le spalle a Voi, che per me avete speso il sangue e la vita. No che non meritavate d'esser trattato da me, come vi ho trattato. Ecco se ora mi venisse la morte, che cosa mi troverei, se non peccati e rimorsi di coscienza, che mi farebbero morire inquieto? Mio Salvatore, confesso, ho fatto male, ho fatto errore in lasciare Voi, sommo bene, per li miseri gusti di questo mondo; me ne pento con tutto il cuore. Deh per quel dolore che vi uccise nella croce, datemi un tal dolore de' miei peccati, che mi faccia piangere in tutta la vita che mi resta i torti che v'ho fatti. Gesù mio, Gesù mio perdonatemi, ch'io vi prometto di non darvi più disgusto e di sempre15 amarvi. Io non sono più degno del vostro amore, perché l'ho tanto disprezzato per lo passato; ma voi avete detto, che amate chi v'ama: «Ego diligentes me diligo» (Prov. 8).16 Io v'amo; amatemi ancora voi. Non mi voglio vedere più in disgrazia vostra. Io rinunzio a tutte le grandezze e piaceri del mondo, purché voi mi amiate. Dio mio, esauditemi per amore di Gesu-Cristo; Egli vi prega che non mi discacciate dal vostro cuore. Io tutto a voi mi consagro; vi consagro la vita, le mie soddisfazioni, i miei sensi, l'anima, il corpo, la17 mia volontà, la mia libertà. Accettatemi Voi, non mi rifiutate, come io meriterei, per aver rifiutata tante volte la vostra amicizia. «Ne proiicias me a facie tua».18

Vergine SS. Madre mia Maria, pregate Voi Gesù per me; alla19 vostra intercessione io tutto confido.




1 [6.] Fuvvi, om. VR BR1 BR2.; che, om. VR BR1 BR2.



2 [6.] ERASMUS D., Apothegmata, l. III, n. 61; Lugduni 1556, 199: «Quodam tempore cum civibus aliquot suis navigans [Aristippus] naufragio eiectus est... Tandem cum hi qui cum Aristippo venerant, pararent reditum in patriam, rogarentque illum ecquid vellet suis civibus enuntiari: Ut, inquit, studeant sibi huiusmodi parare opes, quae naufragio non pereunt, sed simul cum possidente enatant».



3 [11.] neppur) neppure BR2.



4 [16.] Deuter., 32, 35.



5 [18.] S. AMBR., Expositio Evang. sec. Lucam, l. VII, n. 122; PL 15, 1730: «Neque enim nostra sunt, quae non possumus auferre nobiscum. Sola virtus comes est defunctorum». Cfr. CSEL 32 (IV), 334.



6 [24.] Matth., 16, 26.



7 [2.] TORSELLINI O., Vita del B. Francesco Saverio, l. I, c. 2; Milano 1606, 6-7. Vedi anche BARTOLI D., Vita di S. Ignazio, l. II, n. 2; Venezia 1735, 97.



8 [7.] che ti) che 'l ND1 VR ND3 BR1 BR2.



9 [12.] Eccle., 1, 2.



10 [16.] FRANCESCO DELLA CROCE, op. cit., Napoli 1687, 167: «Burlandosi degli auguri felici di due famosi astrologi, e con un superiore disprezzo, cambiò le speranze, che l'offerivano, con quelle del cielo, e diceva: A che servono i regni nell'ora della morte?».



11 [17.] imperator) imperador BR2.



12 [19.] MASSEI G., Ragguaglio della vita del vener. servo di Dio il P. Paolo Segneri, n. 62; Firenze 1701, 94: «Altre volte sospirando diceva al medesimo suo compagno: Padre, credete voi che io mi salverò? Se Iddio mi farà misericordia di salvarmi, oh quanto basso dovrò io stare in paradiso?»



13 [20.] BAGATTA G. B., Vita del B. Andrea Avellino, Napoli 1696, 189.



14 [22.] MARCHESE D., Sagro diario domenicano, 10 ottobre; V, Napoli 1679, 386: «Erano grandi i timori che avea Luigi di non aversi a vedere per tutta l'eternità separato dall'unico e increato suo bene, perché chi ama assai, assai teme; quindi era spesso costretto interrogare i suoi amici: Amico, che dici? mi salverò? Ma li servivano quei sì grandi timori come di mantici per avvivare, non per estinguere la fermissima speranza, che della sua eterna salute aveva nel solo sommo bene, non essendo quel suo timore servile ma filiale e perfetto, e il Signore, che per arricchirlo di meriti lo lasciava alle volte o tra i ghiacci di timori tremare o

tra le tenebre interiori e l'aridità più tormentose penare, non mancava poi con celesti favori d'avvivare le sue speranze». Cfr. ROSIGNOLI C. G., Verità eterne, lez. II, par. I; Opere, III, Venezia 1713, 122; Acta SS. Bolland., 53 (X oct.), Parisiis 1868, 376.



15 [14.] di sempre) di, om. VR ND3 BR1 BR2.



16 [17.] Prov., 8, 17.



17 [22.] corpo, la) corpo e la VR BR1 BR2.



18 [25.] Ps., 50, 13.



19 [26.] alla) nella VR BR1 BR2.






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