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S. Alfonso Maria de Liguori
Selva di materie predicabili

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CAP. III. Della santità che deve avere un sacerdote

 

È grande la dignità de' sacerdoti, ma è grande ancora l'obbligo che l'accompagna. Ascendono essi ad una grande altezza, ma bisogna che vi vadano assistiti da gran virtù; altrimenti in vece di averne merito saranno riserbati ad un gran castigo. Magna dignitas, sed magnum est pondus. In alto gradu positi, oportet quoque ut in virtutum culmine sint erecti; alioquin non ad meritum, sed ad proprium praesunt iudicium3. E s. Pier Grisologo dice: Sacerdotes honorati; dicam autem onerati. E gran de onore il sacerdozio, ma è ancora un gran peso e porta seco un gran conto da rendere. Scrisse s. Girolamo: Non dignitas, sed opus dignitatis salvare convenit. Non si salva il sacerdote per la sua dignità, ma se fa opere convenienti alla sua dignità.

 

Ogni cristiano dee essere perfetto e santo, poiché ogni cristiano professa di servire ad un Dio santo. Hoc enim est, dice s. Leone, christianum esse, nimirum, terreni hominis imagine deposita, coelestem formam induere4. E perciò disse Gesù Cristo: Estote ergo vos perfecti sicut et Pater vester coelestis perfectus est5. Ma la santità de' sacerdoti debb'essere altra che quella de' secolari: Nihil in sacerdote commune cum multitudine6. E soggiunge il santo che siccome la grazia data al sacerdote è superiore, così la vita del sacerdote dee avanzare in santità quella de' secolari: Vita sacerdotis praeponderare debet sicut praeponderat gratia7. E s. Isidoro pelusiota dice che tanto dee differire la santità del sacerdote da quella di qualunque buon secolare, quanto differisce il cielo dalla terra: Tantum inter sacerdotem et quemlibet probum interesse debet, quantum inter coelum et terram discriminis est8. Insegna S. Tomaso che ciascuno è obbligato ad osservare quelle cose che convengono allo stato che ha eletto: Quicumque profitetur statum aliquem tenetur ad ea quae illi statui conveniunt. All'incontro dice s. Agostino che il chierico nello stesso tempo che prende il chericato s'impone sopra l'obbligo d'esser santo: Clericus duo professus est: sanctitatem et clericatum9. E Cassiodoro scrive: Professio clericorum vita coelestis. Il sacerdote è tenuto a maggior perfezione di tutti gli altri, come dice Tomaso da Kempis: Sacerdos ad maiorem tenetur perfectionem; mentre il suo stato è più sublime di tutti gli altri stati. Ed aggiunge Salviano che Dio dove a' secolari consiglia la perfezione, a' cherici l'impone: Clericis suis Salvator non ut caeteris voluntarium, sed imperativum officium perfectionis inducit10.

 

I sacerdoti antichi portavano scritto in fronte sulla tiara: Sanctum Domini, acciocché si ricordassero della santità che dovean professare. Le vittime che s'offerivano per li sacerdoti


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dovean tutte consumarsi. E perché? dice Teodoreto: Ut integritas sacerdotis monstraretur, qui totum se Deo dicaverit1. Dice s. Ambrogio che il sacerdote, per ben offerire il sacrificio, prima dee sacrificar se stesso con offerirsi tutto a Dio: Hoc enim est sacrificium primitivum quando unusquisque offert hostiam et a se incipit, ut postea munus suum possit offerre2. Ed Esichio scrisse che il sacerdote deve essere un perfetto olocausto di perfezione dalla gioventù sino alla morte: Sacerdos continuum esse debet perfectionis holocaustum, ut incipiens a perfecta sapientia in mane iuventutis, in eadem vespere vitae suae finiat. Quindi diceva Dio a' sacerdoti dell'antica legge: Separavi vos a caeteris populis ut essetis mei3. Or tanto maggiormente nella nuova legge vuole il Signore che i sacerdoti non s'applichino ai negozj del secolo, acciocché attendano a piacere solamente a quel Dio a cui si son dedicati: Nemo militans Deo implicat se negotiis saecularibus, ut ei placeat cui se probavit4. E ciò vuole la santa chiesa che promettano quelli che appena metton piede nel santuario col prender la prima tonsura: loro fa protestare di non volere da quel tempo in avanti altra parte che Dio: Dominus pars haereditatis meae et calicis mei; tu es qui restitues haereditatem meam mihi.

Scrive s. Girolamo che la medesima veste sacra, il medesimo stato grida e cerca la santità della vita: Clamat vestis clericalis, clamat status professi animi sanctitatem5. Sicché il sacerdote non solo dee star lontano da ogni vizio, ma dee fare un continuo sforzo per giungere alla perfezione, ch'è quella perfezione che solo possono avere i viatori, come dice s. Bernardo: Iugis conatus ad perfectionem perfectio reputatur6.

 

Piange s. Bernardo in vedere tanti che corrono a prendere i sacri ordini senza considerare la santità che si richiede in coloro che vogliono ascendere a tanta altezza: Curritur passim ad sacros ordines sine consideratione. Dice s. Ambrogio: Quaeramus quis potest dicere: Portio mea Dominus, et non libido, divitiae, vanitas. Dice l'apostolo s. Giovanni: Fecit nos regnum et sacerdotes Deo et Patri suo7. Spiegano gli interpreti (Menochio, Gagneo e Tirino) la parola regnum e dicono che i sacerdoti sono il regno di Dio, sì perché in essi regna Dio in questa vita colla grazia e nell'altra colla gloria: In quo Deus regnat, nunc per gratiam, postea per gloriam; sì perché essi son fatti re per regnare sui vizj: Fecit nos reges; regnamus enim cum ipso et imperamus vitiis. Dice s. Gregorio che il sacerdote deve essere morto al mondo ed a tutte le passioni per vivere una vita tutta divina: Necesse est ut (sacerdos), mortuus omnibus passionibus, vivat vita divina8. Il presente sacerdozio è lo stesso di quello che Gesù Cristo ha ricevuto dal Padre: Et ego claritatem quam dedisti mihi dedi eis9. Se dunque il sacerdote rappresenta Gesù Cristo, dice il Grisostomo, il sacerdote dee esser così puro che meriti stare in mezzo agli angeli: Necesse est sacerdotem sic esse purum ut in coelis collocatus inter coelestes illas virtutes medius staret.

 

Vuole s. Paolo che il sacerdote sia tale che non sia capace di riprensione:


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Oportet... episcopum irreprehensibilem esse1. E qui per vescovo certamente s'intende ogni sacerdote, poiché il santo da' vescovi passa a parlare de' diaconi: Diaconos similiter pudicos etc.2, senza nominare i sacerdoti; dunque intende l'Apostolo comprenderli sotto il nome del vescovo; e così appunto l'intendono s. Agostino e s. Giovan Grisostomo, il quale, specialmente parlando di questo punto, scrive: Quae de episcopis dixit, etiam sacerdotibus congruit. La parola poi irreprehensibilem già ognuno intende che importa il possedere tutte le virtù: Omnes virtutes comprehendit3. E Cornelio a Lapide, spiegando la detta parola, scrive: Qui non tantum vitio careat, sed qui omnibus virtutibus sit ornatus.

 

Per undici secoli fu escluso dal chericato ognuno che dopo il battesimo avesse commesso un solo peccato mortale; così abbiamo dal concilio niceno can. 10., dal toletano can. 30., dall'illiberitano can. 76., e dal cartaginese IV. can. 68. E se uno fosse stato ordinato e dopo fosse caduto in peccato, era deposto per sempre e chiuso in un monastero, come abbiamo da più canoni4. Ed ivi nel can. 6. se ne assegna la ragione: Qui sancti non sunt sancta tractare non debent. Nonnisi quod irreprehensibile est sancta defendit ecclesia. E nel can. 44. del conc. cartaginese si dice: Clerici, quibus pars Dominus est, a saeculi societate segregati vivant. E più fa quel che abbiamo nel Tridentino5: Decet omnino clericos in sortem Domini vocatos vitam moresque componere, ut habitu, gestu, sermone aliisque rebus nil, nisi grave ac religione plenum praeseferant. Anche ne' chierici vuole il concilio che sia santo così il vestire, come il trattare, il parlare ed ogni azione. Dice il Grisostomo che il sacerdote di più dee esser così santo che tutti lo mirino come esempio di santità; poiché Dio a questo fine ha posti i sacerdoti sulla terra, acciocché vivano come angeli e sieno i luminari ed i maestri delle virtù a tutti gli altri: Sacerdos debet vitam habere immaculatam, ut omnes in illum, veluti in aliquod exemplar excellens, intueantur. Idcirco enim nos elegit, ut simus quasi luminaria et magistri caeterorum, ac veluti angeli versemur in terris6. Cherico, secondo insegna s. Girolamo, significa chi ha Dio per sua porzione. Pertanto dice s. Agostino: Clericus interpretetur primo vocabulum suum et nitatur esse quod dicitur7. Intenda la significazione del suo nome e secondo quello viva; e se Dio è la sua porzione, solo a Dio viva: Cui Deus portio est, nihil debet curare, nisi Deum8.

 

Il sacerdote è ministro di Dio costituito a due troppo alti e nobili officj, cioè ad onorarlo co' sacrificj ed a santificare le anime: Omnis namque pontifex ex hominibus assumptus pro hominibus constituitur in iis quae sunt ad Deum9. Scrive su ciò s. Tommaso: Omnis pontifex constituitur in iis quae sunt ad Deum, non propter gloriam, non propter divitias. Ogni sacerdote è scelto dal Signore ed è posto nel mondo per attendere non a far danari, non a farsi stimare, non a pigliarsi spasso, non ad ingrandir la casa, ma ad attendere solamente agl'interessi della gloria divina: Constituitur in iis quae sunt ad Deum.


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Perciò nelle scritture il sacerdote si chiama homo Dei1. Uomo che non è del mondo né de' parenti né suo, ma solo di Dio e che non cerca altro che Dio; onde dee dirsi de' sacerdoti quel che dicea Davide: Haec est generatio quaerentium eum2. Ecco il genere di coloro che cercano solo Dio. Siccome in cielo Dio ha destinati alcuni angeli ad assistere al suo trono, così in terra tra gli uomini ha destinati i sacerdoti a procurar la sua gloria. Perciò loro dice: Separavi vos a caeteris populis ut essetis mei3. Dice s. Giovan Grisostomo: Idcirco nos ille elegit ut veluti angeli cum hominibus versemur in terris4. E Dio stesso dice: Sanctificabor in iis qui appropinquant mihi5. Soggiunge l'interprete: Idest, agnoscar sanctus ex sanctitate ministrorum

 

Dice s. Tommaso che altra santità più grande ricercasi ne' sacerdoti che ne' religiosi, per ragione degli altissimi ministeri a cui son deputati i sacerdoti, specialmente nel celebrare il sacrificio della messa: Quia per sacrum ordinem aliquis deputatur ad dignissima ministeria quibus ipsi Christo servitur in sacramento altaris: ad quod requiritur maior sanctitas interior quam requirat etiam religionis status6. Unde gravius peccat, soggiunge, caeteris paribus, clericus in sacris ordinibus constitutus, si aliquid contrarium sanctitati agat, quam aliquis religiosus qui non habet ordinem sacrum. È celebre la sentenza in ciò di s. Agostino: Vix bonus monachus bonum clericum facit. Sicché qualunque cherico non può dirsi buono, se non avanza in bontà un buon monaco.

 

Scrive s. Ambrogio: Verus minister altaris Deo non sibi natus est. Viene a dire che un sacerdote deve scordarsi de' suoi comodi, vantaggi e passatempi; dee pensare che dal giorno in cui ha ricevuto il sacerdozio, egli non è più suo, ma di Dio; e ad altro non dee attendere che agl'interessi di Dio. Il Signore ha tutta la cura che i sacerdoti siano puri e santi, acciocché poi purgati da ogni difetto vengano ad offerirgli i sacrificj: Et sedebit conflans et emundans argentum; et purgabit filios Levi et colabit eos quasi aurum et quasi argentum; et erunt Domino offerentes sacrificia in iustitia7. E nel Levitico si dice: Sancti erunt Deo suo et non polluent nomen eius: incensum enim Domini et panes Dei sui offerunt, et ideo sancti erunt8. Dunque i sacerdoti antichi, solo perché offerivano a Dio l'incenso ed i pani di proposizione, ch'erano una semplice figura del ss. Sacramento dell'altare, dovean esser santi. Quanto più debbono essere puri e santi i sacerdoti della nuova legge, che offeriscono a Dio l'Agnello immacolato, il suo medesimo Figlio! Dice Estio che noi non offeriamo vitelli o incenso come i sacerdoti antichi, sed ipsum corpus Domini quod in ara crucis pependit. Adeoque sanctitas requiritur, quae sita est in puritate animi, sine qua quisquis accedit immundus accedit. Onde dice poi il Bellarmino: Vae miseris nobis, qui ministerium altissimum sortiti, tam procul absumus a fervore quem Deus in umbraticis sacerdotibus exigebat9!

 

Anche quelli che dovean portare i sacri vasi voleva il Signore che


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fossero mondi da ogni macchia: Mundamini qui fertis vasa Domini1. Quanto più puri debbono essere i sacerdoti che portano nelle mani e nel petto Gesù Cristo! Quanto mundiores esse oportet qui in manibus et corpore portant Christum2! E s. Agostino dice: Oportet mundum esse qui non solum vasa aurea debet tractare, sed etiam illa in quibus Domini mors exercetur. La beata Vergine Maria dovette esser santa e pura da ogni macchia perché dovea portar nel seno e trattare da madre col Verbo incarnato; perciò, dice s. Gio. Grisostomo, come non farà di bisogno che splenda in santità più del sole quella mano del sacerdote che tocca le carni di un Dio, quella bocca che vien ripiena di fuoco celeste e quella lingua che vien fatta rubiconda del sangue di Gesù Cristo! Quo solari radio non splendidiorem oportet esse manum carnem hanc dividentem, os quod igne spirituali repletur, lingua quae tremendo nimis sanguine rubescit3! Il sacerdote sull'altare tien le veci di Gesù Cristo. Dee dunque, dice s. Lorenzo Giustiniani, accostarsi a celebrare come Gesù Cristo, imitando quanto gli è possibile la purità e santità di Gesù Cristo: Accedat ut Christus, ministret ut sanctus. Acciocché un confessore dia la comunione quotidiana ad una monaca, qual perfezione vi richiede! E al sacerdote che si comunica ogni mattina, perché non si richiede la stessa perfezione?

 

Bisogna confessare, dice il concilio di Trento, che non v'è opera più santa che possa fare un uomo, quanto il celebrare una messa: Necessarium fatemur nullum aliud opus adeo sanctum et divinum tractari posse quam hoc tremendum mysterium4. Onde soggiunge che dee il sacerdote metter tutta la cura a celebrare il santo sacrificio dell'altare colla maggior purità di coscienza che sia possibile: Satis apparet omnem operam in eo esse ponendam ut quanta maxime fieri potest interiori cordis munditia peragatur. Or quale orrore, dice s. Agostino, è sentir poi quella lingua che chiama dal cielo in terra il Figlio di Dio parlar contro di Dio, e il veder quelle mani che bagnansi nel sangue di Gesù Cristo imbrattarsi colle sozzure del peccato! Lingua quae vocat de coelo Filium Dei contra Deum loquitur: et manus quae intinguntur sanguine Christi polluuntur sanguine peccati5?

 

Se Iddio richiedea tanta purità in coloro che doveano offerirgli le vittime degli animali o i pani in sacrificio, e proibiva che le offerisse colui che avesse qualche macchia: Qui habuerit maculam non offeret panes Deo suo6: quanta maggior purità, dice il Bellarmino, richiedesi in chi deve offerire a Dio il suo medesimo Figlio, l'Agnello divino! Si tanta sanctitas requirebatur in sacerdotibus qui sacrificabant boves et oves, quid, quaeso, requiritur in sacerdotibus qui sacrificant divinum agnum7? Per la parola maculam dice s. Tommaso che s'intende ogni vizio: Qui est aliquo vitio irretitus non debet ad ministerium ordinis admitti8. Era nella vecchia legge proibito di sacrificare a' ciechi, zoppi o scabbiosi: Nec accedet ad ministerium eius, si coecus fuerit, si claudus,… si gibbus, ... si habens iugem scabiem9. I santi padri intendendo


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spiritualmente i mentovati difetti, dicono esser indegno di sacrificare chi è cieco, cioè chi chiude gli occhi alla divina luce: indegno il zoppo, cioè quel sacerdote pigro che niente si avanza nella via di Dio e vive sempre cogli stessi difetti, senza orazione, senza raccoglimento: indegno il gobbo, che coll'affetto sta sempre inclinato alla terra, alle robe, agli onori vani, agli spassi del mondo: indegno il rognoso, per cui s'intende il voluttuoso che sempre s'imbratta in diletti di senso: Sus lota in volutabro luti1. In somma è indegno di accostarsi all'altare chi non è santo, perché colle macchie che porta contamina il santuario di Dio: Nec accedat ad altare, quia maculam habet et contaminare non debet sanctuarium meum2.

 

Dee inoltre il sacerdote esser santo per l'officio che tiene così di dispensatore de' sacramenti: Oportet... sine crimine esse, sicut Dei dispensatorem3: come di mediatore tra Dio ed i peccatori: Medius stat sacerdos dice s. Giovan Grisostomo, inter Deum et naturam humanam; illinc beneficia ad nos deferens, et nostras petitiones illi proferens, Dominum iratum reconcilians, et nos eripiens ex illius manibus4. Per mezzo de' sacerdoti Dio comunica la sua grazia a' fedeli ne' sacramenti. Per essi li rende suoi figli per mezzo del battesimo e li salva: Nisi quis renatus fuerit denuo, non potest videre regnum Dei5. Per essi risana gl'infermi, anzi risuscita i morti alla divina grazia, quali sono i peccatori, per mezzo del sacramento della penitenza. Per essi nutrisce le anime e conserva loro la vita della grazia per mezzo del sacramento dell'Eucaristia: Nisi manducaveritis carnem meam… non habebitis vitam in vobis6. Per essi forza a' moribondi di superare le tentazioni dell'inferno per mezzo del sacramento dell'estrema Unzione. Insomma, dice il Grisostomo, senza i sacerdoti non possiamo salvarci: Sine his salutis compotes fieri non possumus7. S. Prospero chiama i sacerdoti divinae voluntatis iudices; s. Gio. Grisostomo muros ecclesiae; s. Ambrogio, castra sanctitatis; s. Gregorio nazianzeno mundi fundamenta et fidei columnas. Onde dice s. Girolamo che il sacerdote col vigore della sua santità ha da portar il peso di tutti i peccati del mondo: Sacerdos onus totius orbis portat humeris sanctitatis. Oh che peso tremendo! Orabitque pro eo sacerdos et pro peccato eius coram Domino..., dimitteturque peccatum8. Che perciò la s. chiesa obbliga i sacerdoti a recitar l'officio ogni giorno ed a celebrare la messa almeno più volte l'anno. Anzi dice s. Ambrogio che i sacerdoti non debbono cessar mai giorno e notte dal pregare per il popolo: Sacerdotes die ac nocte pro plebe sibi commissa oportet orare.

 

Ma per ottenere le grazie agli altri è necessario che il sacerdote sia santo. Scrive l'Angelico: Qui sunt medii inter Deum et plebem debent bona conscientia nitere quoad Deum, et bona fama quoad homines9. Altrimenti, dice s. Gregorio, sarebbe temerario come quell'intercessore il quale si presentasse al principe per ottenere il perdono a' ribelli quando egli fosse reo dello stesso delitto: Quantae hoc audaciae est quod apud


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Deum locum intercessoris obtineo, cui me familiarem esse per vitae meritum non agnosco1! Chi vuole intercedere per altri bisogna che sia ben veduto dal principe; altrimenti, se esso gli è odioso, più presto irriterà il principe a maggiore sdegno: Cum is qui displicet, segue a dire il santo, ad intercedendum mittitur, irati animus ad deteriora provocatur. Quindi scrive s. Agostino che il sacerdote, pregando per gli altri, bisogna che abbia tal merito appresso Dio che possa impetrare ciò ch'essi non possono sperare per il loro demerito: Talem oportet esse Domini sacerdotem, ut quod populus pro se non valet apud Dominum, ipse sacerdos mereatur impetrare. E il papa Ormisda nel can. Non negamus, dist. 61. disse: Sanctiorem esse convenit toto populo quem necesse est orare pro populo. Ma piange s. Bernardo dicendo: Ecce mundus sacerdotibus plenus est, et rarus invenitur mediator; perché avvi pochi sacerdoti che sieno degni mediatori. Dice s. Agostino, parlando de mali ecclesiastici: Plus placet Deo latratus canum quam oratio taliun clericorum. Scrive il p. Marchese nel suo Diario domenicano che una serva di Dio del suo ordine pregando il Signore a placarsi col popolo per li meriti de' sacerdoti, il Signore le rispose che questi co' loro peccati più l'irritavano che nol placavano.

 

Inoltre i sacerdoti debbono esser santi perché son posti da Dio nel mondo per esemplari di virtù. S. Gio. Grisostomo li chiama doctores pietatis: s. Girolamo salvatores mundi da s. Prospero son chiamati ianuae populis civitatis aeternae: da s. Pier Grisologo forma virtutum. Onde scrisse s. Isidoro: Qui in erudiendis ad virtutem populis praeerit, necesse est ut sanctus sit et in nullo reprehensibilis. Il papa Ormisda scrisse: Irreprehensibiles esse convenit quos praeesse necesse est corrigendis2. E s. Dionigi pronunciò quella celebre sentenza, che niuno dee ardire di farsi guida degli altri, se non si vede nelle virtù fatto similissimo a Dio: In divino omni non est audendum aliis ducem fieri, nisi secundum omnem habitum suum factus sit deiformissimus et Deo simillimus3. Dice s. Gregorio che le prediche de' sacerdoti di poco buona vita riportano più disprezzi che frutto: Cuius vita despicitur, restat ut eius praedicatio contemnatur4. Aggiunge s. Tommaso: Et eadem ratione (contemnuntur) omnia spiritualia ab eis exhibita. Scrisse s. Gregorio nazianzeno che il sacerdote purgari prius oportet, deinde purgare; ad Deum appropinquari et alios adducere; sanctificari et postea sanctificare; lucem fieri et alios illuminare.

 

La mano che dee lavare le lordure degli altri bisogna ch'ella non sia imbrattata: Oportet munda sit manus quae diluere aliorum sordes curat5. Ed in altro luogo dice che quella fiaccola che non arde non può accendere le altre: Qui non ardet non incendit. Al qual proposito disse s. Bernardo che il parlar d'amore a chi non ama è linguaggio barbaro e forestiero: Lingua amoris ei qui non amat barbara est et peregrina. I sacerdoti son posti nel mondo come tanti specchj in cui debbono mirarsi i secolari: Spectaculum facti sumus mundo et angelis6. Quindi disse il Tridentino,


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parlando degli ecclesiastici: In eos… tamquam in speculum, reliqui omnes oculos coniiciunt ex iisque sumunt quod imitentur1. Dicea pertanto Filippo abate che i sacerdoti sono eletti da Dio per difendere i popoli, ma che a ciò non basta la loro dignità, vi bisogna ancora la santità de' costumi: De medio populi segregantur ut seipsos et populum tueantur. Ad hanc autem tuitionem clericalis non sufficit praerogativa dignitatis, nisi dignitati adiungatur cumulus sanctitatis.

 

Perciò considerando il maestro angelico tutto quel che di sopra si è detto, scrisse che per degnamente esercitare gli ordini sacri vi bisogna una bontà non ordinaria: Ad idoneam executionem ordinum non sufficit bonitas qualiscumque, sed requiritur bonitas excellens2. Ed altrove dice: Illi qui in divinis mysteriis applicantur perfecti in virtute esse debent3. Ed in altro luogo: Interior perfectio ad hoc requiritur quod aliquis digne huiusmodi actus exerceat4. I sacerdoti debbono essere santi, acciocché in vece di onore non siano di disonore a quel Dio di cui sono ministri: Sancti erunt Deo suo et non polluent nomen eius5. Se si vedesse un ministro del re che va giocando per li ridotti pubblici, che si trattiene nelle taverne, che s'accomuna colla plebaglia, parla e fa cose di poco onore del re; che stima si farebbe del re? I sacerdoti cattivi svergognano Gesù Cristo, di cui son ministri. Scrive s. Gio. Grisostomo che i gentili potrebbero dire di loro: Qualis est Deus eorum qui talia agunt? Numquid sustineret eos talia facientes, nisi consentiret operibus eorum? I cinesi, gli indiani, mirando un sacerdote di Gesù Cristo di mali costumi potrebbero dire: Come possiam credere che sia vero Dio quello che insegnano tali sacerdoti? Se egli fosse il vero Dio, come vedendo la loro mala vita potrebbe sopportarli senza esser a parte de' loro vizj?

 

Quindi esortava s. Paolo: In omnibus exhibeamus nosmetipsos sicut Dei ministros6. Facciamoci conoscere, dicea parlando a' sacerdoti, per veri ministri di Dio: in multa patientia, (come siegue a dire), nel soffrire con pace la povertà, le infermità, le persecuzioni: in vigiliis, in ieiuniis, nell'essere vigilanti per quel che spetta alla gloria di Dio e nel mortificare i sensi: In castitate, in scientia, in suavitate, in charitate non ficta etc.; nel custodire la purità del corpo, nell'attendere allo studio per giovare alle anime, nell'esercitare la mansuetudine e la vera carità col prossimo: quasi tristes, semper autem gaudentes, apparendo afflitti perché lontani da' piaceri del mondo, ma godendo la pace che godono i figli di Dio: Tamquam nihil habentes, et omnia possidentes: poveri de' beni terreni, ma ricchi in Dio; giacché chi possiede Dio, possiede tutto. Tali debbono essere i sacerdoti. Debbono insomma esser santi perché ministri di un Dio santo: Sancti estote, quia ego sanctus sum7. Debbono essere pronti a dar la vita per le anime perché ministri di Gesù Cristo ch'è venuto a morire per noi sue pecorelle, come già disse egli stesso: Ego sum pastor bonus. Bonus pastor animam suam dat pro ovibus suis8. Debbono in fine


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totalmente impiegarsi ad accendere in lutti gli uomini il s. fuoco dell'amor divino, mentre son ministri del Verbo incarnato che a questo fine è venuto nel mondo, come anch'egli disse: Ignem veni mittere in terram; et quid volo, nisi ut accendatur1?

 

Ciò era di che Davide instantemente pregava il Signore per bene di tutto il mondo, a far che i sacerdoti fossero vestiti di giustizia: Sacerdotes tui induantur iustitia2. La giustizia comprende tutte le virtù. Dee pertanto ogni sacerdote esser vestito di fede, vivendo colle massime non del mondo, ma della fede. Le massime del mondo sono: Bisogna star provveduto di roba e di danari, bisogna farsi stimare, bisogna pigliarsi tutti quegli spassi che possiamo prenderci. Le massime della fede sono: beato chi è povero; bisogna abbracciare i disprezzi, negare se stesso, amare il patire; vestirsi di s. confidenza, sperando tutto non già dalle creature, ma solamente da Dio; vestirsi d'umiltà, stimandosi degno d'ogni pena e disprezzo; vestirsi di mansuetudine, portandosi con dolcezza verso tutti, specialmente verso gli adirati ed i rozzi; vestirsi di carità verso Dio e verso gli uomini; verso Dio, vivendo ciascun sacerdote tutto unito con Dio e procurando per mezzo dell'orazione che il suo cuore sia quell'altare dove continuamente stia acceso il fuoco dell'amor divino; e verso il prossimo eseguendo quel che dice l'apostolo: Induite vos… sicut electi Dei, sancti et dilecti, viscera misericordiae3; e procurando di sovvenire a tutti così ne' bisogni spirituali come temporali, per quanto si può; dico a tutti, anche agl'ingrati e persecutori.

 

Diceva s. Agostino: Nihil in hac vita felicius et hominibus acceptabilius officio (sacerdotis); sed nihil apud Deum laboriosius et periculosius4. È gran felicità e pregio di un uomo l'esser sacerdote, l'aver la potestà di far discendere dal cielo nelle proprie mani il Verbo incarnato e liberare le anime dal peccato e dall'inferno, l'esser vicario di Gesù Cristo, esser la luce del mondo, il mediatore tra Dio e gli uomini, l'esser fatto più grande e nobile di tutti i monarchi della terra, l'avere una potenza maggiore degli angeli, l'esser in somma un Dio terreno, come s. Clemente chiama i sacerdoti: nihil felicius. Ma all'incontro nihil laboriosius et periculosius; perché, se nelle sue mani scende Gesù Cristo per esser suo cibo, bisogna che il sacerdote sia più puro dell'acqua, come fu dimostrato a s. Francesco. S'è mediatore con Dio a favore degli uomini, bisogna che egli non comparisca avanti a Dio reo d'alcun peccato. S'è vicario del Redentore, bisogna che gli sia simile nella vita. S'è luce del mondo, bisogna ch'egli sia tutto splendore di virtù. In somma s'è sacerdote, bisogna che sia santo. Altrimenti se non corrisponde, quanto maggiori sono stati i doni ricevuti da Dio, tanto maggiori, dice s. Gregorio, saranno i conti che ha da rendere a Dio: Cum enim augentur dona, rationes etiam crescunt donorum5. E s. Bernardo scrive che il sacerdote coeleste tenet officium, angelus Domini factus est; che perciò soggiunge: Tanquam angelus, aut eligitur aut reprobatur6. Per tanto dice s. Ambrogio che dee


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essere il sacerdote esente anche dai vizi più leggieri: Non mediocris esse debet virtus sacerdotalis, cui cavendum non modo ne gravioribus flagitiis sit affinis, sed ne minimis quidem1.

 

Ond'è che il sacerdote, se non è santo, sta in gran pericolo di dannarsi. Alcuni sacerdoti, diciamo meglio, la maggior parte de' sacerdoti che fanno per farsi santi? Officio e messa e niente più; senza orazione, senza mortificazione, senza raccoglimento. Dice taluno: Basta che mi salvi. No, non basta, dice s. Agostino; tu dici che basta e ti dannerai: Ubi dixisti sufficit, ibi periisti2. Il sacerdote per esser santo bisogna che viva staccato da tutto, conversazioni di mondo, onori vani ec. e specialmente dall'affetto immoderato a' parenti. Allorché questi, vedendo ch'egli non attende troppo ad avanzar la casa, ma solamente alle cose di Dio, gli dicono: Quid facis nobis sic? Bisogna che egli lor risponda come rispose Gesù fanciullo quando fu ritrovato dalla sua madre nel tempio: Quid est quod me quaerebatis? Nesciebatis quia in his quae Patris mei sunt oportet me esse3? Così ha da rispondere il sacerdote a' parenti: M'avete fatto sacerdote? Non lo sapevate che il sacerdote ha da attendere solo a Dio? A Dio solo voglio attendere.

 




3 S. Laur. Iust. de instit. prael. c. 11.



4 Serm. 24. de pass.



5 Matth. 5. 48.



6 S. Ambr. epist. 6. ad Iren.



7 L. 3. epist. 25.



8 Lib. 2. ep. 205.



9 Serm. 83. de divers.



10 Lib. 2. de eccl. cath.



1 Qu. 3. in Levit.



2 De Abel. c. 6.



3 Lev. 20. 26.



4 2 Tim. 2. 4.



5 Epist. 58.



6 Epist. 253. ad abb. Guarin.



7 Apoc. 1. 6.



8. Past. part. 1. c. 10.



9. Io. 17. 22.



1 Tim. 3. 2.



2 Ibid. v. 8.



3 S. Hieron. epist. 83.



4 Vedi nella dist. 88. dal can. 3. sino al 13.



5 Sess. 22. c. 1. de ref.



6 Hom. 10. In Tim. 3.



7 In ps. 66.



8 S. Ambr. l. 2. de fuga saec. c. 2.



9 Hebr. 5. 1.



1 1. Timot. 6. 11.



2 Psal. 23. 6.



3 Lev. 20. 26.



4 Hom. 10. in c. 1. Tim.



5 Lev. 10. 3.



6 2. 2. q. 184. a. 8.



7 Malach. 3. 3.



8 21. 6.



9 In ps. 1. 31.



1 Isa. 52. 11.



2 Petr. Bles. ep. 123. ad Rich.



3 Hom. 6. ad pop. ant.



4 Sess. 22. Decr. de observ. fest.



5 Apud. Molin. Instr. sac.



6. Lev. 21. 17.



7 In ps. 10. v. 9.



8. Suppl. qu. 36. a. 1.



9 Lev. 21. v. 18. et 20.



1 2. Petr. 2. 22.



2 Lev. 21. 23.



3 Tit. 1. 7.



4 Hom. 5 in Io.



5 Io. 3. 3.



6 Io. 6. 54.



7 Lib. 3. de sacerd. c. 4.



8 Lev. 19. 22.



9 Suppl. q. 36. a. 1. ad 2.



1 Pastor. part. 1.



2 Ep. 25.



3 Saal. hier. c. 3.



4 Hom. 12. in evang.



5 S. Greg. Past. part. 1. c. 9.



6 1. Cor. 4. 9.



1 Ses. 22. c. 1.



2 Suppl. q. 35. a. 1. ad. 3.



3 In. 4. sent. dist. 24. q. 3. art. 1.



4 2. 2. q. 184. a. 6.



5 Lev. 21. 6.



6 2. Cor. 6. 4.



7 Lev 11 44.

 



8 Io. 10 11.



1 Lucae 12. 49.



2 Ps. 131. 9.



3 Coloss. 3. 12.



4 Ep. 22. alias 148.



5 Hom. 9. in evang.



6 Declam. in verba. Ecce nos etc.



1 Lib. 3. epist. 25.



2 Serm. 169.



3 Lucae 2. 49.






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