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S. Alfonso Maria de Liguori
Selva di materie predicabili

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CAP. VII. Della messa sacrilega.

 

Dice il sacro concilio di Trento: Necessario fatemur nullum aliud opus adeo sanctum a Christi fidelibus tractari posse, quam hoc tremendum mysterium1. Dio non può fare che vi sia un'azione più grande e più sacrosanta che il celebrarsi una messa. Oh quanto è più eccellente di tutti i sacrificj antichi il nostro sacrificio dell'altare, in cui non già si sacrifica qualche toro o agnello, ma lo stesso Figlio di Dio! Habuit bovem iudaeus, scrisse s. Pietro cluniacense, habet Christum christianus, cuius sacrificium tanto excellentius est, quanto Christus bove maior est2. E poi soggiungea lo stesso autore che a' servi non convenivasi altra vittima che servile, ma agli amici ed a' figli fu riserbato Gesù Cristo, vittima che ci libera da' peccati e dalla morte eterna: Congrua tunc fuit servilis hostia servis; servata est liberatrix victima iam filiis et amicis. Con ragione dunque disse s. Lorenzo Giustiniani non esservi offerta né più grande né più utile a noi né più cara a Dio che l'offerta che si fa nel sacrificio della messa: Sacra missae oblatione nulla maior, nulla utilior, nulla oculis divinae maiestatis est gratior3. Che pertanto scrisse s. Gio. Grisostomo, che, quando si celebra una messa, l'altare vien tutto circondato dagli angeli che assistono per onorare Gesù Cristo ch'è la vittima nel sacrificio offerta: Locus altari vicinus plenus est angelorum choris in honorem illius qui immolatur4. E s. Gregorio: Quis dubitat in ipsa immolationis hora ad sacerdotis vocem coelos aperiri, in illo Iesu Christi mysterio angelorum choros adesse5? Anzi dice s. Agostino che gli angioli giungono ad assistere quali servi al sacerdote che sacrifica: Sacerdos enim hic ineffabile conficit mysterium, et angeli conficienti sibi quasi famuli assistunt6.

 

Or di questo gran sacrificio del corpo e sangue di Gesù Cristo c'insegna il Tridentino che Gesù medesimo è il primo offerente; ma egli si offerisce poi per mano del sacerdote, eletto per suo ministro a rappresentar le sue veci sull'altare: Idem nunc offerens sacerdotum ministerio, qui seipsum tunc in cruce obtulit7. E prima s. Cipriano: Sacerdos vice Christi vere fungitur8. Che perciò consacrando dice: Hoc est corpus meum: hic est calix sanguinis mei. E Gesù stesso disse a' suoi discepoli: Qui vos audit, me audit; et qui vos spernit, me spernit9. Anche dai sacerdoti antichi il Signore esigea la mondezza, solo perché doveano portare i vasi sacri: Mundamini qui fertis vasa Domini10. Quanto mundiores, dice Pietro Blessense, esse oportet qui in manibus et in corpore portant Christum11! Quanto maggiormente richiederà Iddio la purità nei sacerdoti della nuova legge, che debbono rappresentar sull'altare la persona di Gesù Cristo, per offerire all'eterno Padre il suo medesimo Figlio! Con ragione dunque il concilio di Trento richiede che questo gran sacrificio si celebri da' sacerdoti colla maggior purità di coscienza che sia possibile: Satis apparet omnem operam et diligentiam in eo ponendam esse ut quanta maxima fieri potest interiori cordis


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munditia (hoc mysterium) peragatur1. Ciò appunto significa, dice Ruperto abate, il camice candido con cui ordina la Chiesa che si vesta il sacerdote e si cuopra da capo a piedi allorché va a celebrare: Candorem significat vitae innocentis, quae a sacerdote debet incipere.

 

È giusto che il sacerdote coll'innocenza della sua vita onori Dio, giacché Iddio l'ha onorato tanto con sublimarlo sopra tutti gli altri, facendolo ministro di questo gran ministero: Videte, sacerdotes, dicea s. Francesco d'Assisi, dignitatem vestram; et sicut super omnes propter hoc mysterium honoravit vos Dominus, ita et vos diligite eum et honorate. Ma come il sacerdote dee onorare Dio? forse colle vesti preziose, colla chioma arricciata e co' manichetti a' polsi? No, dice s. Bernardo, ma colla buona vita, collo studio delle scienze sacre e colle sante fatiche: Honorabitis autem non in cultu vestium, sed ornatis moribus, studiis spiritualibus, operibus bonis2. Ma se mai un sacerdote celebra in peccato mortale, questi onore a Dio? Onore a Dio? questi, in quanto spetta a sé, gli fa il maggior disonore che mai possa fargli, disprezzandolo nella sua medesima persona, mentre col suo sacrilegio dal canto suo par che imbratti lo stesso agnello immacolato che offerisce nel pane consacrato. Et nunc ad vos, o sacerdotes, qui despicitis nomen meum… Offertis super altare meum panem pollutum, et dicitis: In quo polluimus te3? Polluimus panem, commenta s. Girolamo, idest corpus Christi, quando indigni accedimus ad altare4. Iddio non può innalzare più un uomo che col conferirgli la dignità sacerdotale. Quante scelte ha dovuto fare il Signore per fare un sacerdote! prima ha dovuto sceglierlo tra il numero innumerabile di tante creature possibili; indi ha dovuto segregarlo da tanti milioni di gentili e di eretici; dopo ha dovuto separarlo dal numero di tanti fedeli secolari. Ed a quest'uomo poi qual potestà ha egli data? Se Iddio ad un sol uomo concedesse la potestà di far discendere in terra colle sue parole il suo medesimo Figlio, quanto obbligato e quanto grato dovrebb'essere questo uomo a Dio! Questa potestà egli concede ad ogni sacerdote: De stercore erigens pauperem, ut collocet eum cum principibus populi sui5. Né importa che lo stesso potere abbia concesso a molti: il numero de' sacerdoti non diminuisce la lor dignità e la loro obbligazione. Ma oh Dio! che fa un sacerdote quando celebra in peccato? lo disonora e lo disprezza, dichiarando che un tal sacrificio non è degno di tanto riguardo che debba temersi di celebrarlo sacrilegamente: Qui non adhibet honorem altari sancto factis testatur illud esse contemptibile6.

 

Quella mano che tocca le sacrosante carni di Gesù Cristo, e quella lingua che divien rossa del suo divino sangue, dice il Grisostomo, ella dovrebbe essere più pura de' raggi del sole: Quo igitur solari radio non puriorem esse oportet manum carnem hanc dividentem? linguam quae tremendo nimis sanguine erubescit7? In altro luogo poi aggiunge che un sacerdote salendo all'altare dovrebbe ritrovarsi così puro e santo che meritasse


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d'esser collocato in mezzo agli angeli: Nonne accedentem ad altare sacerdotem sic purum esse oportet ac si in ipsis coelis collocatus inter coelestes illas virtutes medius staret1? Quale orrore dunque farà agli angeli il vedere che un sacerdote, stando nemico di Dio, stende le mani sacrileghe a toccare ed a cibarsi dell'agnello immacolato! Chi mai sarà così iniquo, esclama s. Agostino, che colle mani imbrattate di fango ardisca di toccare il ss. Sacramento? Quis adeo impius erit qui lutosis manibus sacratissimum sacramentum tractare praesumat2? Ma peggio fa quel sacerdote che dice messa coll'anima imbrattata di colpa grave. Volta gli occhi allora Iddio per non vedere una scelleraggine così orrenda: Cum extenderitis manus vestras, avertam oculos meos a vobis3. Allora, dice il Signore, per dichiarar la nausea che sente di tali sacerdoti sacrileghi, spargerò sulla loro faccia lo sterco de' loro sacrificj: Dispergam super vultum vestrum stercus solemnitatum vestrarum4. È vero che il sacrosanto sacrificio, come insegna il concilio di Trento, non può restar contaminato dalla malizia del sacerdote: Haec quidem illa munda oblatio est quae nulla malitia offerentium inquinari potest5. Nulladimeno i sacerdoti che celebrano in peccato non lasciano dal canto loro di sporcare il santo mistero per quanto possono: onde dichiarasi Dio quasi imbrattato dalle loro sozzure: Coinquinabar in medio eorum6.

 

Oimè! esclama s. Bernardo: come va, Signore, che coloro i quali sono i capi della tua chiesa sono poi i primi a perseguitarti? Heu, Domine Deus, quia ipsi sunt in persecutione tua primi qui videntur in ecclesia tua gerere principatum7! Ciò purtroppo è vero, dice s. Cipriano: un sacerdote che celebra in peccato ingiuria colla bocca e colle mani lo stesso corpo di Gesù Cristo: Vis infertur corpori Domini, et ore et manibus in Dominum delinquimus8. Aggiunge un altro autore che chi proferisce le parole della consecrazione in disgrazia di Dio, allora quasi sputa in faccia di Gesù Cristo; e quando prende colla bocca indegna il ss. sacramento è come lo gittasse nel loto: Qui sacra illa verba ore immundo profert, in faciem Salvatoris spuit; et cum in os immundum sanctissimam carnem ponit, eum quasi in lutum proiicit9. Ma che dico loto? Il sacerdote in peccato è peggior del loto; non è tanto indegno il loto, dice Teofilatto, di ricevere quelle carni divine, quanto n'è indegno il petto d'un sacerdote sacrilego: Lutum non adeo indignum est corpore divino quam indigna est carnis tuae impuritas10. Egli allora, dice s. Vincenzo Ferreri, commette un maggior male che se buttasse il ss. Sacramento in una cloaca: Maius peccatum est quam si proiiceret corpus Christi in cloacam. Lo stesso dice s. Tommaso da Villanova: Quantum flagitium in spurcissimam tui corporis cloacam Christi sanguinem proiicere11!

 

Il peccato del sacerdote è sempre gravissimo per l'ingiuria che fa a Dio, che l'ha eletto per suo ministro e colmato di tante grazie: ma altro è, dice s. Pier Damiani, trasgredire le leggi del principe, altro


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è ferire il principe colle proprie mani; e questo fa il sacerdote allorché sacrifica in peccato mortale: Aliud est promulgata edicta negligere, aliud ipsum regem propriae manus iaculo sauciare. Deterius nemo peccat quam sacerdos qui indigne sacrificat. Aliter in quocumque modo peccantes, quasi dominum in rebus eius offendimus; indigne vero sacrificantes, velut in personam eius manus iniicere non timemus1. Tale fu il peccato de' giudei, ch'ebbero l'ardire di metter le mani contro la persona di Gesù Cristo; ma dice s. Agostino esser più grave di quello il peccato de' sacerdoti che celebrano indegnamente: Gravius peccant indigne offerentes Christum regnantem in coelis, quam qui eum crucifixerunt ambulantem in terris2. I giudei non conoscevano già il Redentore, come lo conoscono i sacerdoti. Oltreché, dice Tertulliano, una sola volta i giudei posero le mani sopra Gesù Cristo: ma i sacerdoti ardiscono di rinnovargli quest'ingiuria frequentemente: Semel iudaei Christo manus intulerunt; isti quotidie manus lacessunt. O manus praecidendae3. Ed avvertasi quel che insegnano i dottori, che il sacerdote sacrilego celebrando commette quattro peccati mortali: 1. perché consacra in peccato; 2. perché si comunica in peccato; 3. perché ministra il sacramento in peccato; 4. perché ministra il sacramento ad un indegno, qual è egli stesso ritrovandosi in peccato. Si osservi ciò nella nostra opera morale4.

 

Ciò faceva fremere di zelo s. Girolamo contro il diacono Sabiniano. Misero! gli scrisse; come gli occhi tuoi non si oscurarono? come la lingua non ti si stravolse? come non ti caddero a terra le braccia quando ardisti di assistere all'altare in peccato? Miser! nonne caligaverunt oculi tui, lingua torcuit, conciderunt brachia5? Dicea il Grisostomo che il sacerdote il quale si accosta all'altare con coscienza macchiata di colpa grave è assai peggiore del demonio: Multo daemonio peior est qui peccati conscius accedit ad altare. Poiché i demoni tremano alla presenza di Gesù Cristo, come vide s. Teresa (secondo si legge nella sua vita), che, andando un giorno a comunicarsi, rimirò con ispavento il sacerdote celebrante che stava in peccato, afferrato a' lati da due demonj, i quali alla presenza del ss. sacramento tremavano e facevan segno di voler fuggire; ed allora Gesù dalla particola consacrata disse alla santa: Vedi la forza che hanno le parole della consacrazione; e vedi, o Teresa, la mia bontà, che per bene tuo e d'ognuno io mi contento di venire a pormi nelle mani di un mio nemico. Tremano dunque i demonj alla presenza di Gesù sacramentato: ma il sacerdote sacrilego non solo non trema, ma ardisce, secondo parla s. Gio. Grisostomo, di calpestare nella propria persona il Figlio di Dio: Quando quis in ministeriis peccatum fecerit, non eum conculcavit6? Avverandosi allora quel che dice l'Apostolo: Quanto magis putatis deteriora mereri supplicia qui filium Dei conculcaverit, et sanguinem testamenti pollutum duxerit, in quo sanctificatus est7? Dunque alla presenza di quel Dio ad cuius adspectum, dice Giobbe8, columnae


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coeli contremiscunt… et universa terra et omnia quae in ea sunt commoventur ardisce un verme di terra calpestare il sangue del Figlio di Dio?

 

Ma oimè! e qual maggior ruina può avvenire al sacerdote che cangiare la sua salute in dannazione, il sacrificio in sacrilegio e la sua vita in morte? Empj furono i giudei, dice Pietro blessense, che estrassero il sangue dal fianco di Gesù Cristo; ma più empio è quel sacerdote che dal calice prende questo medesimo sangue e lo maltratta: Quam perditus ergo est qui redemptionem in perditionem, qui sacrificium in sacrilegium, qui vitam convertit in mortem! Verbum b. Hieronymi est: perfidus iudaeus, perfidus christianus: ille de latere, iste de calice sanguinem Christi fundit. Di tali sacerdoti un giorno si lagnò il Signore con s. Brigida dicendo: Corpus meum amarius hi crucifigunt quam iudaei1. Dice un autore che il sacerdote il quale celebra in peccato giunge quasi ad uccidere avanti gli occhi dell'eterno Padre il suo medesimo Figlio: Ne, si peccatis obnoxii offerant, eorum oblatio fiat quasi qua victimat filium in conspectu Patris2.

 

Oh il gran tradimento! Ecco come per bocca di Davide si lamenta Gesù Cristo del sacerdote sacrilego: Quoniam, si inimicus meus maledixisset mihi, sustinuissem utique… Tu vero, homo unanimis, dux meus et notus meus qui simul mecum dulces capiebas cibos3. Ecco appunto descritto il sacerdote che dice messa in peccato. Se un mio nemico, dice il Signore, mi avesse offeso, l'avrei sofferto con minor pena: ma tu, fatto da me mio familiare, mio ministro, principe tra il popolo, tu, a cui tante volte ho date in cibo le mie carni, tu vendermi al demonio per un capriccio, per una soddisfazione da bestia, per un poco di terra? E più particolarmente lo dichiarò a s. Brigida: Tales sacerdotes non sunt mei sacerdotes, sed veri proditores; ipsi enim et me vendunt, quasi Iudas, et me produnt4. Anzi dice s. Bernardo che questi sacerdoti son peggiori di Giuda: poiché Giuda consegnò il Salvatore a' giudei, ma questi lo consegnano ai demonj; giacché lo mettono in luogo che è soggetto alla loro potestà, qual è il petto di un sacerdote sacrilego: Iuda traditore deteriores effecti, eo quod sicut ille tradidit Iesum iudaeis, ita isti tradunt diabolis, eo quod illum ponunt in loco sub potestate diaboli constituto5. Riflette Pietro Comestore che quando il sacerdote sacrilego sale all'altare, comincia l'orazione: Aufer a nobis quaesumus, Domine, iniquitates nostras etc. e bacia l'altare, allora, dice quest'autore, par che Gesù gli rinfacci e gli dica: Giuda, tu mi baci e così mi tradisci? Nonne Christus potest stare et dicere: Iuda, osculo filium hominis tradis6? E quando il sacerdote stende poi la mano per comunicarsi: Ecco, dice s. Gregorio, parmi già di sentire il Redentore che dica quel che disse a Giuda, ecco la mano che mi tradisce, sta meco nell'altare: Christus, dum traditur, dicat: Ecce manus tradentis me mecum est in mensa. Che perciò disse s. Isidoro che il sacerdote sacrilego resta, come Giuda, tutto posseduto dal demonio: In eis qui peccant nec


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sacrosancta mysteria contingere verentur, totus daemon se insinuat…; quod et in proditore quoque fecit1.

 

Ah che allora il sangue di Gesù Cristo cosi maltrattato grida vendetta contro quel sacerdote indegno, molto più che il sangue innocente d'Abele contro Caino! Così disse Gesù stesso a s. Brigida: Sanguis meus plus clamat vindictam quam sanguis Abel. Oh l'orrore che fa a Dio e agli angeli una messa detta in peccato! Diede appunto il Signore ad intendere un giorno dell'anno 1688. quell'orrore alla serva di Dio suor Maria Crocifissa di Palma in Sicilia, come si legge nella sua vita2, nel seguente modo. A principio intese la serva di Dio una tromba funesta che a guisa di tuono facea udire per tutto il mondo queste parole: Ultio, poena, dolor. Vide poi molti ecclesiastici sacrileghi che con voci confuse disordinatamente salmeggiavano. Indi vide alzarsi uno di loro per andare a dir la messa. Comincia questi a vestirsi; e mentre egli si copre colle sacre vesti, si ricopre la chiesa di tenebre e di lutto. Si appressa all'altare, e nel dire: Introibo ad altare Dei, ecco di nuovo suona la tromba e ripete: Ultio, poena, dolor; ed in un subito si videro accese intorno all'altare molte fiamme, che dinotavano il giusto furor del Signore contro quell'indegno; e si videro insieme molti angeli colle spade in mano, in segno di vendetta per quella messa sacrilega che stava per celebrarsi. Accostandosi poi quel mostro all'atto della consecrazione, scagliaronsi da quelle fiamme molti tiri per ributtarlo dall'altare; erano questi tiri i timori e gli stimoli della coscienza: ma invano, perché l'indegno anteponea la propria stima a tutti quei rimorsi. Onde finalmente proferì le parole della consecrazione; ed allora intese la serva di Dio un tremuoto universale, il quale parea che facesse tremare il cielo, la terra e l'inferno. Fatta la consecrazione, si mutò la scena, e vide Gesù Cristo che qual mansueto agnello lasciavasi maltrattare tra le branche di quel lupo. Venutosi all'atto della comunione, vide oscurarsi tutto il cielo e con un nuovo tremuoto cader quasi la chiesa. Vide che piangevano d'intorno gli angeli amaramente, ma più amaramente rimirò pianger la divina Madre afflitta per la morte d'un suo figlio innocente e per la perdita d'un figlio peccatore. Dopo una vista così tremenda e lagrimevole restò la serva di Dio così atterrita e addolorala che altro non avrebbe fatto che piangere. E riflette l'autor della vita che appunto nello stesso anno 1688. accadde quel gran terremoto che apportò tanta ruina nella città di Napoli e ne' luoghi circonvicini; onde può argomentarsi che un tal castigo fu effetto di quella messa sacrilegamente celebrata.

 

Ma quale scelleragine più orrenda può vedersi nel mondo, dice s. Agostino, che veder quella lingua che fa scendere dal cielo in terra il Figlio di Dio voltarsi ad oltraggiarlo nello stesso tempo che lo chiama? Veder quelle mani che si bagnano nel sangue di Gesù Cristo, imbrattarsi nello stesso tempo nel sangue del peccato? Lingua quae vocat de coelo filium Dei, contra Dominum loquitur! et manus quae intinguntur sanguine Christi, polluuntur sanguine


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peccati1! Almeno, dice s. Bernardo parlando al sacerdote sacrilego, almeno, indegno, quando vuoi commettere questo eccesso di celebrare in peccato, procurati un'altra lingua, fuori di quella che si bagna nel sangue di Gesù Cristo: procurati altre mani, fuori di quelle che si stendono a toccare le sue carni sacrosante: Quando ergo peccare volueris, quaere aliam linguam quam eam quae rubescit sanguine Christi; alias manus, praeter eas quae Christum suscipiunt2. Almeno questi tali sacerdoti che voglion vivere nemici di quel Dio che tanto li ha sublimati, almeno si astenessero dal sacrificarlo indegnamente sull'altare. Ma no, dice s. Bonaventura, per non perdere quel misero stipendio della messa, quel giulio, vanno a commettere un eccesso così orribile: Accedunt non vocati a Deo, sed impulsi ab avaritia3. E che? forse, al dir di Geremia le sacre carni di Gesù Cristo che vai ad offerire ti libereranno dalle tue iniquità? Nunquid carnes sanctae auferent a te malitias tuas in quibus gloriata es4? No, ma il contatto di quel corpo sacrosanto, stando tu in peccato, ti renderà più reo e più degno di castigo. Non è più degno di alcuna scusa, dice s. Pier Grisologo, chi commette il delitto alla presenza del medesimo suo giudice: Excusatione caret qui facinus, ipso iudice teste committit5.

 

E specialmente di qual castigo non è degno quel sacerdote che, dovendo condurre seco sull'altare fiamme di divino amore, vi porta fuoco puzzolente d'amore impudico? S. Pier Damiani, considerando il castigo dei figli d'Aronne, che introdussero nel sacrificio fuoco alieno, come si narra nel Levitico al capo 10., dice: Cavendum est ne alienum ignem, hoc est libidinis flammam, inter salutares hostias deferamus6. Chi avrà quest'ardire, soggiunge il santo, resterà senza meno consumato poi dal fuoco della divina vendetta: Quisquis carnali concupiscentiae flamma aestuat et assistere altaribus non formidat, ille procul dubio divinae ultionis igne consumitur7. Dio ci guardi dunque, scrive il santo in altro luogo, che sull'altare avessimo a venerare l'idolo dell'impurità e collocare il Figlio della Vergine nel tempio di Venere, qual è appunto un cuore disonesto: Absit ut aliquis huic idolo substernatur, et Filium Virginis in Veneris templo suscipiat8. Se quell'uomo del vangelo9, siegue a parlare lo stesso s. Pier Damiani, per non esser venuto al convito colla veste nuziale, fu condannato alle tenebre, quanto maggior castigo toccherà a colui che, introdotto già nella divina mensa, non solo non si ritrova ornato della veste decente, ma di più puzza d'impudicizia! Quid illi sperandum qui, coelestibus tricliniis intromissus, non modo non est spiritualis indumenti decore conspicuus, sed ultro etiam foetet sordentis luxuriae squallore perfusus10? Guai, dicea s. Bernardo, a chi s'allontana da Dio; ma più guai a quel sacerdote che s'accosta all'altare colla coscienza imbrattata! Vae ei qui se alienum fecerit ab eo; et multum vae ei qui immundus accesserit11! Il Signore parlando un giorno a s. Brigida d'un prete che celebrava la messa sacrilegamente


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disse che nell'anima di colui egli entrava da sposo per desiderio di santificarlo, ma poi era costretto ad uscirne da giudice per castigarlo secondo meritava il disprezzo che ne faceva quell'indegno prendendolo in peccato: Ingredior ad sacerdotem istum ut sponsus, egredior ut iudex, iudicaturus contemptus a sumente1.

 

Ma se questi tali sacerdoti non vogliono astenersi da celebrare in peccato per l'orrore dell'ingiuria o, per meglio dire, di tante ingiurie che si fanno a Dio colla messa sacrilega, almeno dovrebbe spaventarli il gran castigo che loro sta apparecchiato. Dice s. Tomaso da Villanova che non v'è castigo che basti a punire un eccesso così orrendo d'una messa detta in peccato: Vae sacrilegis manibus! vae pectoribus immundis impiorum sacerdotum! Omne supplicium minus est delicto quo Christus contemnitur in hoc sacrificio2. Disse il Signore a s. Brigida che tali sacerdoti sono maledetti da tutte le creature in cielo ed in terra: Maledicti sunt in coelo et in terra et ab omnibus creaturis; quia ipsae obediunt Deo, et ipsi spreverunt3. Il sacerdote, come dicemmo altrove, è vaso consacrato a Dio. Siccome dunque fu castigato Baldassarre per aver profanati vasi del tempio, così, dice s. Pier Damiani, sarà castigato il sacerdote che indegnamente sacrifica: Videmus sacerdotes abutentes vasis Deo consecratis, sed prope est manus illa et scriptura terribilis: Mane, Thekel, Phares, numeratum, appensum, divisum4. Dice numeratum; un sol sacrilegio basta a far terminare il numero delle divine grazie: appensum; un tale eccesso basta a far traboccare la bilancia della divina giustizia in ruina eterna del sacerdote sacrilego: divisum; Dio sdegnato per un delitto così grande lo discaccerà e lo separerà da sé in eterno. Sicché allora si avvererà quel che dice Davide: Fiet mensa eorum coram ipsis in laqueum5. L'altare diventerà per quell'infelice il luogo del suo supplicio e della catena con cui resterà fatto perpetuo schiavo del demonio, restando ostinato nel male; poiché secondo dice s. Lorenzo Giustiniani, tutti coloro che si comunicano in peccato mortale rimangono più pertinaci nella loro malizia: Sumentes indigne prae caeteris delicta graviora committunt et pertinaciores in malo sunt6. E ciò è secondo quel che già prima dichiarò l'apostolo: Qui manducat et bibit indigne, iudicium sibi manducat et bibit7. Quindi esclama s. Pier Damiani: O sacerdote che vai a sacrificare all'eterno Padre il suo medesimo Figlio, non voler prima sacrificar te stesso per vittima al demonio: O sacerdos qui debes offerre, noli prius temetipsum maligno spiritui victimam immolare8.

 




1 Sess. 22. decr. de observ. in cel. miss.



2 Epist. contra Petrobusian. ap. bibl. pp. t. 22.



3 Serm. de corp. Christi.



4 L. 6. de sacerd. c. 4.



5 Dial. l. 4. c. 5.



6 In ps. 77.



7 Sess. 22. c. 2.



8 Epist. 66. ad Caecil.



9 Luc. 10. 16.



10 Isa. 52. 11.



11 Epist. 123.



1 Sess. 22. cit. decr. de observ. etc.



2 Ep. 42.



3 Malach. 1. 6. et 7.



4 In Malach. cap. 1.



5 Ps. 112. 7. et 8.



6. S. Cyrill. ap. Mol. instr. etc. tr. 2. c. 18.



7 Hom. 83. in Matth.



1 De sacerd. l. 6. c. 4.



2 Serm. 244. de temp.



3 Is. 1. 15.



4 Malach. 2. 3.



5 Sess. 22. c. 4.



6 Ezech. 22. 26.



7 Serm. in convers. s. Pauli.



8 Serm. de lapsis.



9 Petrus Comestor, come si giudica, apud biblioth. pp. tom. 24.



10 In Heb. 20. 16.



11 In conc. de corp. Christi.



1 Ep. 26. cap. 2.



2 In ps. 67. 22.



3 De Ioel. c. 7.



4 L. 6. n 35. v Hinc dicimus



5 Ep. ad Sab.



6 Hom. 20. in Liturg.



7 Hebr. 10. 29.



8 C. 26. v. 11.



1 Rev. l. 4 c. 133.



2 Durandus de rit. l. 2 c. 42 § 4.



3 Ps 54 13 14 et 15.



4 Rev. l. 1 c. 47.



5 Serm. 55 §. 1. c. 3.



6 Serm. 12 in synod.



1 Ep. 364. ad Himmalmon.



2 Lib. 3. cap. 5.



1 Serm. 39. tract. ad Erem.



2 Serm. in die passion.



3 De praep. ad miss. c. 8.



4 Serm. 1. c. 14.



5 Serm. 26.



6 Op. 26. cap. 1.



7 Ibid. c. 3



8 Serm. 61. in vig. nat. Dom.



9 Matth. 11. 12.



10 Op. 18. diss. 1. c. 4.



11 Lib. de ord. vit.



1 Rev. lib. 4. c. 92.



2 S. Thomas de Vill. conc. 3. de sanct. alt.



3 Apud Mansi.



4 S. P. Dam. de cael. sacr. c. 3.



5 Psal. 68. 23. 25.



6 Serm. de euchar. n. 9



7 1. Cor. 11. 29.



8 S. P. Dam. de cael. sac. cap. 3.






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