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S. Alfonso Maria de Liguori
Selva di materie predicabili

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CAP. VIII. Del peccato di scandalo.

 

Il demonio prima procurò d'inventare viziosi dei; indi si adoprò che tali dei fossero venerati da' gentili, acciocché così gli uomini si facessero lecito di peccare a loro voglia, perdendo anche l'orrore a quei vizj de' quali vedeano investiti i loro dei. Ciò lo confessò un gentile medesimo, che fu Seneca, dicendo: Ut pudor peccandi ab hominibus demeretur; quid enim est aliud auctores vitiorum facere eos (idest divos),


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quam dare exemplo divinitatis excusatam licentiam1? Ond'era poi che quei miserabili accecati diceano, come si legge appresso lo stesso Seneca: Quod divos decuit, cur mihi turpe putem? Or quello che ottenne il demonio da' gentili per mezzo di queste deità che propose ad imitare, l'ottiene oggi da' cristiani per mezzo de' sacerdoti cattivi, i quali coi loro scandali fanno che i poveri secolari si persuadano esser lecito ad essi, o almeno non esser gran male ciò che vedono praticarsi dai loro pastori: Persuadent sibi, id licere quod a suis pastoribus fieri conspiciunt, et ardentius perpetrant2. Iddio ha posti nel mondo i sacerdoti, affinché sieno essi l'esempio degli altri, siccome esso nostro Salvatore fu mandato dal Padre per esser l'esempio di tutti: Sicut misit me Pater, et ego mitto vos3. Quindi scrisse s. Girolamo ad un vescovo, che si guardasse di far quelle azioni che chi volesse imitarlo fosse costretto a peccare: Cave ne committas quod qui volunt imitari, cogantur delinquere4.

 

Il peccato dello scandalo non consiste solamente nel consigliare altri direttamente a far il male, ma anche nell'indurre indirettamente col fatto il prossimo a peccare: Dictum, vel factum minus rectum, praebens alteri ruinam; così da s. Tommaso e da altri comunemente si definisce lo scandalo. Per conoscer poi quanto sia grande la malizia dello scandalo, basta sapere quel che ne scrisse s. Paolo, cioè che chi offende il suo fratello, con farlo cadere in peccato, offende propriamente Gesù Cristo: Peccantes enim in fratres, et percutientes conscientiam eorum infirmam, in Christum peccatis5. E s. Bernardo ne assegna la ragione, dicendo, che lo scandaloso fa perdere a Gesù Cristo l'anime ch'egli ha redente col suo sangue; anzi dice il santo, che Gesù Cristo patisce maggior persecuzione dagli scandalosi, che da coloro che lo crocifissero: Si Dominus proprium sanguinem dedit in pretium redemptionis animarum, non videtur graviorem sustinere persecutionem ab illo qui scandali occasione avertit ab eo animas quas redemit, quam ab illo qui sanguinem suum fudit6?

 

Or se lo scandalo in tutti, anche nei secolari, è così detestabile, di quanta maggior malizia sarà in un sacerdote, ch'è posto sulla terra da Dio per salvare le anime e condurle al paradiso? Il sacerdote è chiamato sale della terra e luce del mondo: Vos estis sal terrae: vos estis lux mundi7. L'officio del sale è di conservare le cose: questo appunto è l'officio del sacerdote, conservare le anime in grazia di Dio.

Che sarà degli altri, dice s. Agostino, se i sacerdoti non fanno l'officio di sale: Itaque si sal infatuatum fuerit, in quo salietur? Qui erunt homines, per quos a vobis error auferatur, cum vos elegerit Deus, per quos errorem auferat ceterorum8? Dunque, siegue a dire il santo, questo sale non varrà se non per esser discacciato dalla chiesa e calpestato da tutti: Ergo ad nihilum valet ultra, nisi ut mittatur foras, et calcetur ab hominibus9. E se è poi questo sale in vece di conservare s'impiegasse a corrompere? voglio dire, se questo sacerdote in vece di salvare, s'impiegasse a far perdere le anime, che pena meriterebbe?


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Il sacerdote è ancora luce del mondo, onde dice s. Gio. Grisostomo, che il sacerdote dee talmente risplendere colla sua vita virtuosa, che illumini tutti gli altri ad imitarlo: Splendore vitae totum illuminantis orbem splendere debet animus sacerdotis. Ma se questa luce diventasse tenebra, che ne sarebbe del mondo, non ne diverrebbe egli la ruina? Causae sunt ruinae populi sacerdotes mali: s. Greg.1. Lo stesso scrisse il santo ai vescovi di Francia, esortandoli a castigare i sacerdoti scandalosi: Ne paucorum facinus multorum posset esse perditio, nam ruina populi sacerdotes mali2. E ciò è secondo quel che già disse il profeta Osea: Et erit sicut populus, sic sacerdos3. Disse il Signore per Geremia: Et inebriabo animam sacerdotum pinguedine, et populus meus meus bonis meis adimplebitur4. Quindi dicea s. Carlo Borromeo, che se i sacerdoti sono pingui e ricchi di virtù, anche ricchi saranno i popoli; ma se i sacerdoti saran poveri, più poveri saranno i popoli: Si sint pingues sacerdotes, erunt populi pingues; si sint inanes, magna imminebit populis paupertas.

 

Scrive Tommaso da Cantimplano che in Parigi un demonio disse ad un ecclesiastico che predicasse a quel clero e dicesse che i capi dell'inferno li salutavano e ringraziavano che per causa loro moltissimi si dannavano: Principes tenebrarum principes ecclesiae salutant et laeti gratias referunt, quia per eorum negligentiam ad nos devolvitur fere totus mundus5. Di ciò appunto si lamenta il Signore per Geremia: Grex perditus factus est populus meus: pastores eorum seduxerunt eos6. Non vi è rimedio, dice s. Gregorio; quando il pastore cammina al precipizio, anche le. pecorelle a precipizio vanno: Cum pastor per abrupta graditur, consequens est ut ad praecipitium grex feratur7. Il mal esempio de' sacerdoti porta seco necessariamente la mala vita del popolo: Misera sacerdotum conversatio plebis subversio est8. Se un secolare erra la via, si perderà esso solo; ma se la erra un sacerdote, farà che si perdano molti, specialmente se quelli gli son sudditi: Si quis de populo deviat, solus perit; verum principis error multos involvit et tantis obest, quantis praeest9. Il Signore ordinò nel Levitico c. 3., che tanto si offerisse un vitello per lo peccato d'un solo sacerdote, quanto per li peccati di tutto il popolo. Da ciò inferisce Innocenzo III. papa che il peccato del sacerdote pesa quanto i peccati di tutto popolo; e questa è la ragione, perché peccando il sacerdote, induce tutto il popolo a peccare: Unde coniicitur quia peccatum sacerdotis totius multitudinis peccato coaequatur; quia sacerdos in suo peccato totam facit delinquere multitudinem. E ciò ben prima lo disse Dio nel Levitico c. 4: Si Sacerdos qui unctus est, peccaverit, delinquere faciet populum. Quindi parlando s. Agostino a' sacerdoti, loro dicea: Nolite coelum claudere; clauditis dum male vivere ostenditis. Disse un giorno il Signore a s. Brigida che i peccatori, vedendo il cattivo esempio de' sacerdoti, prendono animo a peccare, anzi cominciano anche a gloriarsi di quei vizj di cui prima si vergognano: Viso exemplo pravo sacerdotum, peccator fiduciam peccandi sumit, et incipit de peccato, quod prius reputabat erubescibile, gloriari10.


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Onde soggiunse che i sacerdoti saranno maledetti più degli altri, poiché essi colla loro mala vita precipitano se stessi e gli altri: Ideo ipsis erit maior maledictio prae aliis, quia se vita sua perdunt et alios1.

 

Scrive l'autore dell'opera imperfetta che ognun che vede un albero colle frondi pallide e smorte, subito intende che quello patisce nelle radici. E così dove si vede un popolo corrotto, giustamente dee argomentarsi, senza pericolo di far giudizio temerario, che i sacerdoti son cattivi: Vidit arborem pallentibus foliis marcidam, et intellexit agricola quia laesuram in radicibus habet; ita cum videris populum irreligiosum, sine dubio cognoscis quia sacerdotium eius non est sanum2. Sì, dice il Grisostomo, la vita de' sacerdoti è la radice, donde partecipano i fedeli, che sono i rami. Dice similmente s. Ambrogio che i sacerdoti sono il capo da cui scorre poi lo spirito alle membra, che sono i secolari: Omne caput languidum… A planta pedis usque ad verticem non est in eo sanitas3. Spiega a nostro proposito s. Isidoro: Caput... languidum est doctor agens peccatum, cuius malum ad corpus pervenit4. Lo stesso piange s. Leone, dicendo: come vuol trovarsi la buona sanità nel corpo, se non si trova nel capo? Totius familiae ordo nutabit, dum quod requiritur in corpore non invenitur in capite. Chi mai, dice per altra via s. Bernardo, si metterà a cercare nel fango l'acqua limpida del fonte? Forse, soggiunge il santo, io stimerò buono per darmi consiglio colui che non sa darlo a se stesso? Quis in coeno fontem requirat? An idoneum putabo qui mihi det consilium, qui non dat sibi5? Dice Plutarco, parlando del mal esempio de' principi, che costoro pongono il veleno non già nel bicchiere, ma nel fonte; del quale servendosi poi tutti, tutti restano avvelenati: Hi non in unum calicem venenum mittunt, sed in fontem, quo videntur omnes uti. Ciò corre maggiormente del mal esempio de' sacerdoti; onde disse Eugenio III. che de' peccati dei sudditi la maggior causa ne sono i mali superiori: Inferiorum culpae ad nullos magis referendae sunt quam ad desides rectores6.

 

I sacerdoti son chiamati da s. Gregorio patres christianorum. Così anche li chiama il Grisostomo, il quale dice che il sacerdote, come vicario di Dio, è tenuto ad aver la cura di tutti gli uomini, mentr'egli è il padre di tutto il mondo: Quasi totius orbis pater sacerdos est; dignum igitur est ut omnium curam agat, sicut et Deus, cuius fungitur vice7. Siccome dunque i padri doppiamente peccano allorché danno mal esempio ai figli, così, in certo modo, pecca doppiamente il sacerdote che mal esempio a' secolari: Quid faciet laicus, dice Pietro Blessense, nisi quod patrem suum spiritualem viderit facientem8? E lo stesso appunto fece osservare s. Girolamo ad un vescovo: Quidquid feceris, id sibi omnes faciendum putant9. Dicono i laici, come notò il b. Cesario10, allorché peccano a vista de' mali esempj degli ecclesiastici: Quid? non talia clerici et maioris ordinis faciunt? E s. Agostino fa parimente parlare un secolare così: Quid mihi loqueris? Ipsi clerici non illud faciunt? Et me cogis ut non faciam11? Dice s. Gregorio che quando i sacerdoti,


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in vece di dare edificazione, danno scandalo, in certo modo fanno che venga ad essere non abborrito, ma onorato il peccato: Pro reverentia ordinis peccatum honoratur.

 

Dunque tali sacerdoti, nello stesso tempo che son padri, son parricidi, perché son causa della morte de' figli, siccome se ne lagnò s. Gregorio: Quibus quotidie percussionibus intereat populus videtis: cuius hoc, nisi sacerdotum peccato, agitur? Nos populo auctores mortis existimus, cui esse debuimus duces ad vitam1. Dicono alcuni accecati: Io ho da dar conto de' peccati miei; che m'importa de' peccati degli altri? Dicano quel che vogliono. Ma sentano costoro ciò che scrive s. Girolamo: Si dixeris: sufficit mihi conscientia mea, non curo quae loquantur homines; audi apostolum scribentem: Providentes bona, non solum coram Deo, sed etiam coram hominibus2. Dice s. Bernardo che i sacerdoti scandalosi, nello stesso tempo che uccidono sé stessi, uccidono anche gli altri: Non parcunt suis qui non parcunt sibi, perimentes pariter et pereuntes3. E come scrive il santo in altro luogo, non trovasi peste più nociva per i popoli, che l'ignoranza unita colla vita scorretta de' sacerdoti: Post indoctos praelatos malosque, in sancta ecclesia nulla pestis ad nocendum infirmis valentior invenitur4. Scrive in un altro luogo il medesimo santo che molti sacerdoti son cattolici nel predicare, ma sono eretici nel vivere; mentr'essi col mal esempio cagionano più danno che non fanno gli eretici coll'insegnare falsi dogmi, poiché le opere hanno più forza delle parole: Multi sunt catholici praedicando, qui sunt haeretici operando. Quod haeretici faciebant per prava dogmata, hoc faciunt plures hodie per mala exempla; et tanto graviores sunt haereticis, quanto praevalent opera verbis5.

 

Dicea Seneca che, per apprendere i vizj o le virtù, la via degl'insegnamenti è lunga, ma quella degli esempj è corta ed efficace: Longum iter per praecepta, breve et efficax per exempla. Onde poi scrisse s. Agostino, parlando specialmente della castità de' sacerdoti: Omnibus castitas pernecessaria est, sed maxime ministris Christi, quorum vita aliorum debet esse salutis praedicatio6. Come vuol predicar la castità chi è schiavo dell'impudicizia? Qui praedicator es castitatis, non te pudet servum esse libidinis7? Dice s. Girolamo che il medesimo stato di ecclesiastico, la stessa veste grida santità: Clamat vestis clericalis, clamat status professi animi sanctitatem8. Qual danno dunque non sarà nella chiesa il vedere che chi ha il nome e l'ordine di santo esempio di vizj? Nemo amplius in ecclesia nocet quam qui, perverse agens, nomen vel ordinem sanctitatis habet; dice s. Gregorio. E qual maggior errore, soggiunge s. Isidoro, sarà il vedere che un sacerdote si valga della sua dignità, come di arme per peccare: Sacerdotis dignitate, velut armis, ad vitium abuti9. Al dire di Ezechiele, un tal sacerdote rende abbominevole la stessa nobiltà del suo stato: Abominabilem fecisti decorem tuum10. Dice s. Bernardo che i sacerdoti che non danno buon esempio son la favola di tutto il popolo: Aut honestiores, aut fabula omnibus sunt11. È disordine il vedere vivere i sacerdoti come


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i secolari; ma qual disordine sarà poi vedere i sacerdoti vivere peggio de' secolari: Quomodo non sit confusio esse sacerdotes inferiores laicis, quos etiam esse aequales magna confusio est1? E qual esempio, dice s. Ambrogio, può il popolo prender da te, se gli altri osservano in te, stimato santo, quelle azioni delle quali essi si vergognano? Si quae in se erubescit, in te, quem reverendum arbitratur, offendat.

 

Audite hoc, sacerdotes…quia vobis iudicium est, quoniam laqueus facti estis speculatione et rete expansum2. I cacciatori di rete per prendervi gli uccelli si servono de' richiami, che sono altri uccelli tenuti in quel luogo legati. Così il demonio si serve degli scandalosi per prendere gli altri nella sua rete. Dice s. Efrem: Cum primum fuerit capta anima, ad alias decipiendas fit quasi laqueus. Di questi scandalosi appunto lagnossi Dio per Geremia, dicendo: Quia inventi sunt in populo meo impii insidiantes, quasi aucupes, laqueos ponentes et pedicas ad capiendos viros3. Ma, sovra tutti, dice Cesario arelatense che i demoni procurano di avere per tali richiami a questa caccia i sacerdoti scandalosi: onde egli li chiama columbas quas aucupes, cioè i demoni, excitare solent ad alias capiendas.

 

Attesta un autore che anticamente quando passava per qualche via un semplice chierico tutti si alzavano e andavano a pregarlo che li raccomandasse a Dio. Avviene ora lo stesso? Oimè! piange Geremia: Quomodo obscuratum est aurum, mutatus est color optimus, dispersi sunt lapides sanctuarii in capite omnium platearum4? L'oro (cioè gli ecclesiastici, siccome spiega Ugon cardinale) ha perduto il suo buon colore, cioè rubicondo di santa carità; ed è oscurato, cioè non più splendore di buoni esempi. Le pietre del santuario, cioè i sacerdoti (commenta s. Girolamo), son disperse per le vie, sicché non servono ad altro che a fare inciampare ne' vizi i poveri secolari. Tutto così appunto commenta s. Gregorio: Aurum quippe obscuratum, quia sacerdotum vita per actiones ostenditur reproba. Color optimus est mutatus, quia sanctitatis habitus per abiecta opera ad ignominiam despectionis venit. Dispersi sunt lapides sanctuarii in capite omnium platearum: ecce iam pene nulla est saeculi actio, quam non sacerdotes administrent!

 

Filii matris meae pugnaverunt contra me5. Origene l'applica a' sacerdoti che s'armano co' loro scandali contro la stessa loro madre, ch'è la chiesa. Dice s. Girolamo che la chiesa è devastata per la mala vita de' sacerdoti: Propter vitia sacerdotum Dei sanctuarium destitutum est6. Onde s. Bernardo su quel passo d'Ezechia: Ecce in pace amaritudo mea amarissima7, parla in persona della chiesa e dice: Pax a paganis, pax ab haereticis, et non pax a filiis8. Al presente, dice la chiesa, io non son perseguitata da' gentili, perché son cessati i tiranni; non dagli eretici, perché non vi sono nuove eresie: ma son perseguitata dagli stessi miei figli, che sono i sacerdoti, i quali colla loro mala vita mi rubano tante anime: Nullum ab aliis, puto, maius praeiudicium tolerat Deus quam quod eos, quos ad aliorum correptionem posuit, dare exempla


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pravitatis cernit1. I sacerdoti col loro mal esempio son causa che si vituperi anche il lor ministero, cioè lo prediche, le messe e tutt'i loro esercizi. Ciò appunto avvertiva l'apostolo a' sacerdoti: Nemini dantes ullam offensionem, ut non vituperetur ministerium nostrum; sed in omnibus exhibeamus nosmetipsos sicut Dei ministros2.

Scrive Salviano che per noi sacerdoti vien disonorata la legge di Gesù Cristo:In nobis lex christiana maledicitur3. Aggiunge s. Bernardo che molti, in vedere i mali esempi degli ecclesiastici, giungono anche a vacillar nella fede, e perciò si abbandonano ai vizi, disprezzando i sacramenti, l'inferno e il paradiso: Plurimi, considerantes clerici sceleratam vitam et ex hoc vacillantes, imo multoties deficientes in fide, vitia non evitant, sacramenta despiciunt, non horrent inferos, coelestia minime concupiscunt4.

 

Scrive il Grisostomo che gl'infedeli, vedendo la mala vita de' sacerdoti, diceano che il Dio de' cristiani o non era vero o era cattivo; perché se fosse buono, diceano, come potrebbe sopportar i lor peccati? Qualis est eorum Deus qui talia agunt? nunquid sustineret eos, cioè i sacerdoti, talia facientes, nisi consentiret operibus eorum? Riferiremo più a lungo nell'istruzione per la messa il fatto di quell'eretico il quale stava per abiurare, ma poi, vedendo in Roma una messa strapazzatamente detta da un sacerdote, non volle più abiurare, dicendo che neppure il papa ci credea, perché, se ci avesse creduto, sapendo tali sacerdoti, li avrebbe fatti bruciar vivi. Dice s. Girolamo di non aver ritrovatiti nelle istorie altri che avessero infettata la chiesa d'eresie e pervertiti i popoli, che i sacerdoti: Veteres scrutans historias invenire non possum scidisse ecclesiam et populos seduxisse, praeter eos qui sacerdotes a Deo positi sunt5. E Pietro Blessense dice che propter negligentiam sacerdotum haereses pullularunt6. Ed in altro luogo: Propter peccata sacerdotum data est in conculcationem et in opprobrium sancta Dei ecclesia7. Giudica s. Bernardo che fanno più danno i sacerdoti scandalosi che gli stessi eretici: perché dagli eretici, come dice, possiamo guardarci; ma come ci guarderemo da' sacerdoti, da cui necessariamente dobbiamo essere assistiti? Serpit hodie putida tabes per omne corpus ecclesiae, et quo latius, eo desperatius, quo inimicus est interius. Nam si insurgeret apertus haereticus, mitteretur foras; si violentus inimicus, absconderet se ab eo. Nunc vero quem eiiciet aut quo abscondet se? omnes necessarii et omnes adversarii8.

 

Oh il gran castigo che sta apparecchiato a' sacerdoti scandalosi! Se ad ogni secolare che scandalo sta minacciata una gran rovina: Vae homini illi per quem scandalum venit9! qual maggior flagello toccherà a colui che da Dio è stato scelto fra tutti gli altri per suo ministro? Elegit eum ex omni carne10. Gesù Cristo l'ha eletto per portargli frutto d'anime: Elegi vos et posui vos ut eatis et fructum afferatis11. Ed egli co' mali esempi gliele ruba! Dice s. Gregorio che questi tali meritano tante morti, quanti sono i mali esempi che danno: Si perversa perpetrant, tot mortibus


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digni sunt, quot ad subditos exempla transmittunt1. Il Signore parlando specialmente de' sacerdoti, disse a s. Brigida: Ipsis erit maior maledictio; quia se vita sua perdunt et alios. I sacerdoti hanno l'officio di coltivare la vigna del Signore: ma il Signore ne discaccia i sacerdoti scandalosi e vi sostituisce altri che gli procaccino buon frutto: Malos male perdet; et vineam suam locabit aliis agricolis, qui reddant ei fructum temporibus suis2. Oimè! che sarà de' sacerdoti scandalosi nel giorno del giudizio? Occurram eis quasi ursa raptis catulis3. Con qual ira va l'orsa contro quel cacciatore che gli ha rubati ed uccisi i figli? Così dichiarasi Iddio che andrà in quel giorno contro quei sacerdoti che, in vece di salvare, gli han fatto perdere le anime. E se, dice s. Agostino, in quel giorno appena ciascuno potrà dar conto di se stesso, che sarà di quei sacerdoti i quali avranno da render conto di tante anime che avran fatte perdere? Si pro se unusquisque vix poterit in die iudicii rationem reddere, quid de sacerdotibus futurum est, a quibus omnium animae requirendae4? E s. Gio. Grisostomo: Si sacerdotes fuerint in peccatis, totus populus convertitur ad peccandum. Ideo unusquisque pro suo peccato reddet rationem, sacerdotes autem pro omnium peccatis5. Oh quanti secolari, quanti poveri villanelli e quante femminucce nella valle di Giosafatte faranno scorno a' sacerdoti! Dice il Grisostomo: Laicus in die iudicii stolam sacerdotalem accipiet; sacerdos autem peccator spoliabitur sacerdotii dignitate quam habuit et erit inter infideles et hypocritas6.

 

Guardiamoci dunque, sacerdoti miei, di far perdere le anime co' nostri mali esempi noi che nel mondo siamo posti da Dio a salvarle. E perciò bisogna che ci guardiamo non solamente dalle azioni in se stesse illecite, ma, secondo dice s. Paolo, anche da quelle che hanno specie di male: Ab omni specie mala abstinete vos7. Pertanto impose il concilio agatense ut ancillae a mansione in qua clericus manet removeantur. L'abitare con serve giovani, ancorché non fosse occasione di male (il che è impossibile), almeno ha sembianza di male, potendo ciò essere di scandalo agli altri. Che perciò l'apostolo scrisse che talvolta dobbiamo astenerci anche da certe cose lecite, ne offendiculum fiat infirmis8. Bisogna astenersi ancora con molta attenzione dal dir certe massime di mondo, come sarebbe il dire: Non bisogna lasciarsi mettere i piedi avanti: bisogna valersi bene di questa vita: beato chi ha danari! Dio è pieno di misericordia e ci compatisce, parlando de' peccatori che persistono in peccato. Qual alto scandalo poi sarebbe il lodare taluno che fa male, per esempio che si vendica, che tiene qualche amicizia pericolosa! Dice s. Gio. Grisostomo: Longe peius est collaudare delinquentes quam delinquere9. E chi mai per disgrazia per lo passato avesse dato qualche scandalo o pure occasione di scandalo, già sa ch'è tenuto con obbligo grave a risarcirlo co' buoni esempi esterni.

 




1 De vita beata cap. 26.



2 S. Greg. pastor. p. 1. c. 2.



3 Io. 20. 21.



4 Epist. ad Eliodor.



5 1. Cor. 8. 12.



6 S. Bern. serm. in. convers. s. Pauli.



7 Matt. 5. 13. et 14.



8 Lib. 1. de serm. dom. c. 6.



9 Ibid.



1 L. 14. ep. 64.



2 Epist. 48.



3 5. 9.



4 Ier. 31. 14.



5 L. 1. c. 29. n. 9.



6 50. 6.



7 Past. p. 1. l. 2.



8 S. Bern. in conv. s. Pauli.



9 S. Bern. epist. 127.



10 Rev. lib. 4. c. 32.



1 Ibid.



2 Hom. 38. in Matth.



3 Isa. 1. 5.



4 Lib. 3. c. 38.



5 Ad Caecil. c. 20.



6 Apud. s. Bern. l. 5. de consid. c. 434.



7 Hom. 6. in ep. 2. ad Tim. 1.



8 Serm. 57. ad sacerd.



9 Ad Eliod. ep. 3.



10 Serm. 15.



11 De verb. Dom. serm. 49.



1 Hom. 17. in ev.



2 2. Cor. 8. 4.



3 Serm. 77 in Cant.



4 De ordine vitae c. 1



5 Ad pastor in synodo.



6 Serm. 249 de tempor.



7 S. Petr. Dam. op. 17. c. 3.



8 Ep. 58.



9 Lib. 2. epist. 21



10 Ez. 16. 25.



11 De cons. l. 4. c. 6.



1 Auct. op. imperf. hom. 3.



2 Osee 5. 1.



3 5. 26.



4 Thren. 4. 1.



5 Cant. 1. 5.



6 Epist. 48.



7 Ap. Isa. 38. 17.



8 Serm. 3. in Cant.



1 S. Greg. hom. 17.



2 2. Cor. 6. 3. et 4.



3 Lib. 4. ad eccl. cath.



4 De duod. poen. imped. serm. 19.



5 In. can. Transferunt 33. 24. q. 3.



6 Serm. 50. ad sacerd.



7 Serm. 60. in c. 5. Oseae.



8 Serm. 33. in Cant.



9 Matth. 18. 7.



10 Eccli. 45. 4.



11 Io. 15. 16.



1 Past. p. 3. admon. 5.



2 Matth. 21. 41.



3 Osee 13. 8.



4 Hom. 7. alias serm. 15. in app. de div.



5 Hom. 38. in Matth.



6 Chrys. sive auct. op. imp., vide hom. 40.



7 1. Thess. 5. 22.



8 1. Cor. 8. 9.



9 Hom. 2. de Saule et Davide.






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