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S. Alfonso Maria de Liguori
Selva di materie predicabili

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§. 3. Quanto assicura la sua eterna salute un sacerdote che attende alla salute delle anime; quanto poi sarà premiato nel paradiso.

 

Difficilmente fa mala morte un sacerdote che in vita si è affaticato nella salute delle anime: Cum effuderis esurienti animam tuam, et animam afflictam repleveris, orietur in tenebris lux tua… Et requiem tibi dabit Dominus, et implebit splendoribus animam tuam, et ossa tua liberabit2. Se hai impiegata la tua vita, dice il profeta, in aiutare un'anima bisognosa e l'hai consolata nelle sue afflizioni; nelle tenebre della tua morte temporale il Signore ti riempirà di luce e ti libererà dalla morte eterna. Ciò era quel che dicea s. Agostino: Animam salvasti, animam tuam praedestinasti. E prima lo disse l'apostolo s. Giacomo: Qui converti fecerit peccatorem ab errore viae suae, salvabit animam eius (cioè suam d'esso convertente, come parla il testo greco) a morte et operiet multitudinem peccatorum3. Moriva un sacerdote della compagnia di Gesù il quale si era in vita sua molto impiegato nel convertire i peccatori (come si legge ne' menologj della compagnia) e moriva con tanta allegrezza e confidenza della sua salvazione che sembrava eccessiva; onde gli fu detto che in morte bisognava confidare, ma anche temere. Ma egli ammonito di ciò rispose: «E che? ho forse servito a Maometto? Io ho servito ad un Dio ch'è così grato e fedele; e perché ho da temere?» S. Ignazio di Loiola, avendo detta quella proposizione, come di sopra si è riferito, che per aiutare le anime sarebbesi rimasto in terra incerto di sua salute, ancorché sapesse che morendo certamente si salverebbe, vi fu un altro che gli disse: «Ma, padre mio, non è prudenza per la salute degli altri mettere a rischio la propria». Ma rispose il santo: «E che? forse Dio è qualche tiranno che, vedendomi mettere a pericolo la mia salvazione affin di guadagnargli anime, voglia poi mandarmi all'inferno

 

Gionata avendo salvati gli ebrei dalle mani de' filistei con quella vittoria che loro ottenne con tanto suo


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rischio, fu egli poi condannato a morte da Saulle suo padre per essersi cibato del mele contro l'ordine fatto dal padre. Ma il popolo si pose a gridare: Ergone Ionathas morietur, qui fecit salutem hanc magnam in Israel1? Come, diceano, signore, vuoi far morire Gionata, dopo ch'egli ci ha salvati tutti dalla morte? E ciò dicendo gli ottennero il perdono. Or questo appunto ben può sperare un sacerdote che colle sue fatiche ha salvate anime; verranno quelle nel giorno della sua morte e diranno a Gesù Cristo: Che? forse volete, Signore, mandare all'inferno colui che ci ha liberate dall'inferno! E se Saulle perdonò la morte a Gionata per le preghiere di quel popolo, certamente Iddio non negherà il perdono a tal sacerdote per le preghiere di quelle anime amiche. I sacerdoti che han faticato per le anime sentiranno in morte annunziarsi da Dio medesimo il riposo eterno: Amodo iam dicit Spiritus, ut requiescant a laboribus suis; opera enim illorum sequuntur illos2. Oh qual consolazione apporterà in morte e qual confidenza il ricordarsi di aver guadagnata qualche anima a Gesù Cristo! Siccome è dolce il riposo a chi ha faticato: Dulcis est somnus operanti3; così è dolce la morte ad un sacerdote che ha faticato per Dio.

 

Dice s. Gregorio che un peccatore tanto più presto sarà assoluto dalle sue colpe, quanto più per suo mezzo saranno state liberate da' peccati le anime degli altri: Tanto celerius quisque a suis peccatis absolvitur, quanto per eius vitam et linguam aliorum animae solvuntur4. Chi ha la sorte d'impiegarsi in convertir peccatori ha un gran segno di predestinazione e d'essere scritto nel libro della vita. Ciò significò l'apostolo allorché parlando di coloro che l'aiutavano nella conversione dei popoli, scrisse: Etiam rogo et te, germane compar; adiuva illas quae mecum laboraverunt in evangelio cum Clemente et caeteris adiutoribus meis, quorum nomina, si noti, sunt in libro vitae5.

 

In quanto poi al gran premio che avranno i sacerdoti operaj, disse Daniele: Fulgebunt… qui ad iustitiam erudiunt multos quasi stellae in perpetuas aeternitates6. Siccome al presente nel nostro cielo vediam risplendere le stelle, così nell'empireo tra' beati risplenderanno con maggior luce di gloria quegli operaj che convertono anime a Dio. Se merita gran premio, dice s. Gregorio, chi libera un uomo dalla morte temporale, quanto più meriterà chi libera un'anima dalla morte eterna e le procura un'eterna vita? Si magna mercede est dignum a morte eripere carnem quandoque morituram, quanti est meriti a morte animam liberare sine fine victuram7? E prima lo disse già il nostro Salvatore: Qui autem fecerit et docuerit, hic magnus vocabitur in regno coelorum8. Se mai si danna un mal sacerdote che co' suoi scandali avrà pervertite molte anime, quanto sarà grande il suo castigo nell'inferno! Cosi all'incontro Iddio ch'è più liberale nel premiare che severo nel castigare, non darà poi un gran premio nel paradiso a quel buon sacerdote che colle sue fatiche gli avrà guadagnate molte anime?

 

S. Paolo riponea la speranza della sua corona eterna nella salvazione


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di coloro che egli avea convertiti a Dio, sperando che essi gli avrebbero procurato un gran premio nell'altra vita: Quae est enim, dicea, nostra spes aut gaudium aut corona gloriae? Nonne vos ante Dominum nostrum Iesum Christum estis in adventu eius1? Dice s. Gregorio che un sacerdote operaio tante corone si guadagna quante sono le anime che acquista a Dio: Tot coronas sibi multiplicat quot Deo animas lucrifacit. Dicesi ne' sacri cantici: Veni de Libano, sponsa mea, veni de Libano, veni coronaberis,… de cubilibus leonum, de montibus pardorum2. Ecco la bella promessa che fa il Signore a chi s'impiega nella conversione de' peccatori: quelle anime che un tempo erano fiere e mostri d'inferno, e dopo convertite son divenute care a Dio, quelle diverranno poi tutte gemme che orneranno la corona di quel sacerdote che l'ha ridotte a buona vita. Un sacerdote che si danna non si danna solo: e un sacerdote che si salva, certamente non si salva solo. Quando morì s. Filippo Neri e andò al paradiso, il Signore gli fe' andare all'incontro tutte le anime salvate per suo mezzo. Lo stesso narrasi del gran servo di Dio fra Cherubino da Spoleti; poiché fu veduto entrare alla gloria accompagnato da molte migliaia d'anime salvate colle sue fatiche. Narrasi ancora del ven. p. Luigi La-Nuza che fu veduto in cielo assiso sovra d'un alto trono, a' scalini del quale stavano assise tutte le anime da lui convertite

 

Patiscono i poveri agricoltori, stentano, sudano in seminare i campi, in coltivarli, ed in mietere le biade; ma tutte queste loro fatiche vengon poi soprabbondantemente ricompensate dal gaudio della raccolta: Euntes ibant et flebant mittentes semina sua: venientes autem venient cum exultatione portantes manipulos suos3. È vero che in quest'officio di portare anime a Dio si patiscono molti affanni e fatiche; ma a' sacerdoti operaj tutto sarà ricompensato con immensa soprabbondanza col gaudio che avranno di presentare a Gesù Cristo nella valle di Giosafatte tutte le anime salvate per loro mezzo.

 

dee avvilirsi ed arrestarsi da un tal grande officio quel sacerdote che si affatica per ridurre taluni a Dio, e forse poi non gli riesce di convertirli. Sacerdote mio, gli fa animo s. Bernardo, ciò non ostante non diffidare, e sta sicuro del premio che t'aspetta. Dio non richiede da te la cura di queste anime: tu procura solo di curarle; ed egli ti rimunererà, non secondo l'effetto che ne avverrà, ma secondo l'opera che tu v'hai posta: Noli diffidere: curam exigeris, non curationem. Audisti? curam illius habe, et non sana illum… Unusquisque secundum suum laborem accipiet, non secundum proventum; dicente Scriptura4: Reddet Deus mercedem laborum: unusquisque autem propriam mercedem accipit secundum suum laborem5. Lo conferma s. Bonaventura, dicendo che il sacerdote non meriterà meno per coloro che niuno o poco profitto ricavano dalle di lui fatiche, che per coloro che molto se ne approfittano: Non minus meretur in illis qui deficiunt vel modicum proficiunt quam in his qui maxime proficiunt. Non enim dicit apostolus: unusquisque propriam mercedem accipiet secundum suum profectum, sed


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secundum laborem1. Soggiunge il medesimo santo che l'agricoltore il quale lavora la terra arida e pietrosa, benché ne ricavi minor frutto, nulladimeno merita più mercede: In terra sterili et saxosa, etsi fructus paucior, sed pretium maius2. E vuol dire che un sacerdote che fatica per ridurre a Dio un ostinato, quantunque non lo riduca, nulladimeno, perché la fatica è maggiore, maggiore sarà il suo premio.

 




2 Isa. 58. 10. et 11.



3 Epist. 5. 20



1 1. Reg. 14. 45.



2 Apoc. 14. 13.



3 Eccl. 5. 11.



4 P. 2. stim. pastor. c. 7.



5 Phil. 4. 3.



6 Dan. 12. 3.



7 Mor. l. 19. c. 16.



8 Matth. 5. 19.



1 1. Thess. 2. 19.



2 4. 8.



3 Ps. 125. 6.



4 1. Cor. 3. 8.



5 L. 4. de cons. c. 2.



1 De sex alis etc. c. 5.



2 Ibid.






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