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S. Alfonso Maria de Liguori
Selva di materie predicabili

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CAP. X. Della vocazione al sacerdozio.

 

Per entrare in qualunque stato di vita è necessaria la divina vocazione; poiché senza questa, se non è impossibile, almeno è difficilissimo il soddisfare agli obblighi di quello stato e salvarsi. Ma se per tutti gli stati è necessaria la vocazione, massimamente è necessaria per assumere lo stato ecclesiastico: Qui non intrat per ostium in ovile ovium, sed ascendit aliunde, ille fur est et latro8. Sicché colui che prende gli ordini sacri non chiamato da Dio, è convinto di furto, per rapirsi egli quella grazia che Dio non gli vuol dare: Latrones et fures appellat eos qui se ultro, et non sibi datam desuper gratiam, obtrudunt9. E lo disse prima s. Paolo, scrivendo: Nec quisquam sumat sibi honorem, sed qui vocatur a Deo tanquam Aaron. Sic et Christus non semetipsum clarificavit ut pontifex fieret;


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sed qui locutus est ad eum: Filius meus es tu1. Niuno dunque, quantunque dotto, prudente e santo, può da sé intromettersi nel santuario, se prima non vi è chiamato ed introdotto da Dio. Gesù Cristo medesimo, che fu certamente fra gli uomini il più dotto e il più santo, plenus gratiae et veritatis, in quo sunt omnes thesauri sapientiae et scientiae absconditi2, Gesù Cristo stesso, dico, volle la divina chiamata per assumere la dignità di sacerdote. I santi anche dopo la divina chiamata han tremato in prendere il sacerdozio. S. Agostino per la sua umiltà attribuiva al demerito de' suoi peccati l'essere stato sforzato dal suo vescovo a farsi sacerdote: Vis mihi facta est merito peccatorum meorum3. S. Efrem siro, per non esser costretto a prendere il sacerdozio, affettò d'esser pazzo, e s. Ambrogio d'esser crudele. S. Ammonio monaco, per non esser sacerdote, si tagliò le orecchie; e minacciò di troncarsi anche la lingua, se avessero seguito in ciò a molestarlo. In somma dice s. Cirillo alessandrino: Omnes sanctos reperio divini ministerii ingentem veluti molem formidantes4. Han temuto d'addossarsi la dignità di sacerdote come una carica d'immenso peso. Posto ciò, dice s. Cipriano, può trovarsi alcun sì audace che voglia da sé e senza la divina chiamata assumere il sacerdozio: Ita est aliquis sacrilegae temeritatis ac perditae mentis ut putet sine Dei iudicio fieri sacerdotem5?

 

Chi s'intromette nel santuario senza la vocazione offende l'autorità di Dio, siccome offenderebbe l'autorità del principe un vassallo che volesse mettersi da se stesso a farsi suo ministro. Qual temerità sarebbe d'un suddito che senza, anzi contro la volontà del re, si ponesse ad amministrare il regal patrimonio, a giudicar le cause, a comandar l'esercito, ad esser in somma il viceré del regno? Auderetne aliquis vestrum, dice s. Bernardo, terreni alicuius reguli, non praecipiente aut etiam prohibente eo, accipere ministeria, negotia dispensare? E quali sono mai gli officj de' sacerdoti, se non essere dispensatores regiae domus, come dice s. Prospero; duces et rectores gregis Christi, s. Ambrogio; interpretes divinorum iudiciorum, s. Dionisio; vicarii Christi, s. Gio. Grisostomo? E sapendo ciò, vi sarà mai taluno che voglia farsi ministro di Dio senza esservi chiamato? Il solo pensiero di voler dominare nel regno ad un suddito è delitto, dice s. Pier Grisologo: Regnum velle servum, crimen est6. Anche il volersi ingerire nella casa d'un semplice privato a disporre de' suoi beni e de' suoi negozj è temerità: perché, anche parlando de' privati, spetta al padrone lo scegliere e destinare gli amministratori de' suoi affari. E tu, dice s. Bernardo, senza esser chiamatointrodotto da Dio, vuoi intrometterti nella sua casa a trattare i suoi interessi e a disporre de' suoi beni? Quid istud temeritatis est, imo quid insaniae est? tu irreverenter irruis, nec vocatus nec introductus7. Per tanto dice il concilio di Trento che chi s'ingerisce audacemente a far l'officio di sacerdote senza vocazione, la chiesa non lo tiene per suo ministro, ma per ladro: Decernit sancta synodus eos qui ea (ministeria) propria temeritate sibi tribuunt,


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omnes non ecclesiae ministros, sed fures et latrones per ostium non ingressos habendos esse1. Faticherà questo sacerdote, ma le sue fatiche poco gli varranno avanti a Dio: anzi quelle opere che in altri son meriti, per lui diverranno demeriti. Se un servo fosse comandato dal padrone a guardar la casa, e quegli volesse di capriccio suo coltivar la vigna; faticherà egli, suderà, ma, in vece di mercede riporterà più presto castigo dal padrone. E così, parlando di coloro che non chiamati s'ingeriscono a fare i sacerdoti, per prima il Signore non accetterà le loro fatiche, perché fatte senza la sua volontà: Non est mihi voluntas in vobis, dicit DominusMunus non suscipiam de manu vestra2. Ed in fine, in vece di dar loro premio, li punirà: Quisquis externorum (ad tabernaculum) accesserit occidetur3.

 

Chi dunque aspira a prendere gli ordini sacri bisogna che prima bene esamini se la vocazione è da Dio: Quoniam dignitas magna est, revera divina sententia comprobanda est, ut quis ea dignus adducatur in medium4. Or, per vedere se la vocazione è da Dio, dee esaminare i segni. Chi vuole fabbricare una torre, dice s. Luca, prima fa i conti se ha il modo di spendere ciò che è necessario per condurla a perfezione: Quis enim ex vobis, volens turrim aedificare, non prius sedens computat sumptus qui necessarii sunt, si habeat ad perficiendum5? Vediamo ora quali sono i segni della divina chiamata allo stato sacerdotale. Non è segno già la nobiltà de' natali. Dice s. Girolamo che, per esser taluno fatto duce de' popoli circa la loro eterna salute, non si ha da riguardare la nobiltà del sangue, ma la bontà della vita: Principatum in populos non sanguini deferendum esse, sed vitae6. Lo stesso dice s. Gregorio: Quos dignos divina probet electio secundum vitae, non generis, meritum. Inoltre non è segno la volontà de' genitori, i quali nell'indurre i figli a prendere il sacerdozio non mirano già il profitto delle loro anime, ma solamente il proprio interesse e il bene della famiglia: Matres, dice il Grisostomo, o chi sia l'autore, corpora natorum amant, animas contemnunt: desiderant illos valere in saeculo isto, et non curant quid sint passuri in alio7. Bisogna persuadersi che noi circa l'elezione dello stato non abbiamo peggiori nemici che i nostri parenti, siccome disse Gesù Cristo: Et inimici hominis domestici eius8. E quindi soggiunge: Qui amat patrem aut matrem plus quam me, non est me dignus. Oh quanti sacerdoti nel giorno del giudizio vedremo miseramente dannati per essersi voluti ordinare affin di compiacere i loro parenti!

 

Gran cosa! se si tratta che un figlio vuol farsi religioso per divina vocazione, che non fanno i parenti per distoglierlo dalla vocazione, o per passione o per l'interesse della casa? Il che (bisogna intendere) non può scusarsi da peccato mortale, siccome insegnano comunemente i dottori: si veda ciò che abbiamo scritto su questo punto nella nostra opera morale9. Anzi a rispetto de' genitori ciò è doppio peccato: uno contro la carità per ragione del grave danno che si cagiona al chiamato; onde ognuno


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anche estraneo, che lo distoglie dalla vocazione religiosa, pecca gravemente: l'altro peccato de' padri è contro la pietà; poiché i padri son tenuti per obbligo dell'educazione a procurare il maggior profitto spirituale de' figli. Alcuni confessori ignoranti dicono a' lor penitenti i quali voglion farsi religiosi che in ciò debbono ubbidire a' genitori e lasciar la vocazione se quelli ripugnano. Costoro si uniformano al sentimento di Lutero, il quale dicea che peccano i figli entrando in religione senza il consenso de' loro padri. Ma contraddicono a Lutero tutti i santi padri, col concilio toletano X. dove si decise esser ben lecito a' figli, sempreché han passati i quattordici anni, il farsi religiosi, anche contro la volontà de' genitori. I figli son ben tenuti di ubbidire ai genitori in tutto ciò che s'appartiene alla loro educazione ed al governo della casa; ma in quanto all'elezione dello stato debbono ubbidire a Dio, in elegger quello al quale Iddio li chiama. Quando in ciò pretendono i genitori d'esser ubbiditi bisogna ad essi risponder ciò che gli apostoli risposero ai principi de' giudei: Si iustum est in conspectu Dei vos potius audire quam Deum, iudicate1.

 

Insegna espressamente s. Tommaso2 che i figli circa l'elezione dello stato non sono obbligati di ubbidire ai genitori: e quando si tratta di vocazione religiosa, dice il santo3 che non sono tenuti i figli neppure a consigliarsi coi loro parenti; poiché essi in tal materia, per ragion del loro interesse, da parenti si cangiano in nemici: Propinqui enim carnis in hoc negotio amici non sunt, sed inimici, iuxta sententiam Domini: Inimici hominis domestici eius: contentandosi più presto, come scrisse s. Bernardo, che i figli si dannino con essi, che si salvino uscendo dalla casa: O durum patrem! o saevam matrem! quorum consolatio mors filii est: qui malunt nos perire cum eis quam regnare sine eis4. All'incontro quando si tratta poi che il figlio, facendosi prete, può apportare qualche utile alla casa, quali impegni non fanno i padri acciocché sieno ordinati, o per fas o per nefas, o ch'essi sieno chiamati o non chiamati da Dio? e quali fracassi e minacce non fanno a' figli, se questi, mossi da rimorso di coscienza, non vogliono ordinarsi? Padri barbari! Chiamiamoli con s. Bernardo non genitori, ma omicidi: Non parentes, sed peremptores. Ma poveri padri e poveri figli! torno a dire: quanti nella valle di Giosafatte ne vedremo dannati per questo punto della vocazione! Poiché, siccome appresso dimostreremo, dal seguire la divina vocazione dipende la salute eterna di ciascuno.

 

Sicché torniamo a noi: non sono segni di vocazione al sacerdozio né la nobiltà della nascita né la volontà dei parenti: e neppure è segno il talento e l'abilità che forse avesse già taluno per gli officj di sacerdote; perché, oltre il talento, vi vuole la bontà della vita unitamente colla divina chiamata. E quali dunque sono i segni per conoscere la vocazione di Dio allo stato ecclesiastico? Il primo segno è il retto fine. Bisogna entrar nel santuario per la porta e questa non è altra che Gesù Cristo: Ego sum ostium ovium etc. Per me si quis introierit salvabitur5. Non è la porta dunque


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il voler compiacere i parenti né l'avanzamento della casa né l'interesse o la stima propria, ma il retto fine di servire a Dio, per propagar la sua gloria e salvar anime: Si enim quis, dice un dotto autore, liber ab omni vitioso affectu, ad clerum, Deo deserviendi causa et salutis populi gratia solum, se conferat, iste vocari a Deo praesumitur1. Chi è spinto dall'ambizione, dall'interesse o dal proprio onore, dice un altro autore, questi non è chiamato da Dio, ma dal demonio: Ambitione duceris vel avaritia? inhias honori? Non te vocat Deus, sed diabolus tentat2. Ma ordinandosi costui per tali indegni fini, soggiunge s. Anselmo che egli non riceverà la benedizione, ma la maledizione da Dio: Qui enim se ingerit et propriam gloriam quaerit, gratiae Dei rapinam facit; et ideo non accipit benedictionem, sed maledictionem3.

 

Il secondo segno è l'avere il talento e la scienza conveniente agli officj di sacerdote. I sacerdoti hanno da essere i maestri che insegnino a' popoli la divina legge: Labiasacerdotis custodient scientiam; et legem requirent ex ore eius4. Dicea Sidonio Apollinare: Medici parum docti multos occidunt. Un sacerdote ignorante, e specialmente s'è confessore, che insegna dottrine false e mali consigli, sarà la ruina di molte anime; poiché, essendo sacerdote, egli facilmente è creduto. Onde scrisse Ivone carnotense: Nulli ad sacros ordines sunt promovendi, nisi quos vita et doctrina idoneos probat5. Il sacerdote, oltre la scienza che deve avere di tutte le rubriche del messale per ben celebrare la messa, dee sapere ancora le cose principali spettanti al sacramento della penitenza. È vero che non ogni sacerdote è obbligato ad esser confessore, se non quando ve ne fosse grave necessità nel suo paese, come dicemmo nel capo precedente al num. 5.: nulladimeno ogni sacerdote semplice è tenuto almeno a sapere quelle cose che comunemente debbon sapersi per poter prendere le confessioni de' moribondi: cioè quando abbia egli facoltà d'assolvere; quando e come debba dar l'assoluzione, se condizionata o assoluta all'infermo; qual peso debba imporgli, se quegli sta legato da qualche censura. E dee sapere ancora almeno i principj universali della morale.

 

Il terzo segno della vocazione ecclesiastica è la bontà positiva della vita. Ond'è per prima che l'ordinando dee essere di vita innocente, non imbrattata da peccati. L'apostolo richiede che il sacerdote il quale si ha da ordinare sia esente da ogni delitto, come scrisse a Tito: Et constituas per civitates presbyteros, sicut et ego disposui tibi. Si quis sine crimine est etc.6. Anticamente uno il quale avesse commesso un solo peccato mortale non potea più ordinarsi, come prescrisse il concilio niceno I. al can. 9.: Qui confessi sunt peccata ecclesiasticus ordo non recipit. E s. Girolamo scrisse che non basta esser taluno senza peccato nel tempo dell'ordinazione per ordinarsi, ma bisogna di più ch'egli non abbia commesso peccato grave dal tempo ch'è stato battezzato: Ex eo tempore quo in Christo renatus est nulla peccati conscientia remordeatur7. È vero che


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in appresso cessò una disciplina così rigorosa nella chiesa, ma sempre è stato necessario almeno che chi è caduto in peccati gravi e poi vuol prendere gli ordini sacri abbia per qualche tempo notabile ben purgata la coscienza, come si ha dal cap. 1. de diacono, Qui cler. vel vov. etc.: dove Alessandro III. scrisse all'arcivescovo di Reims, trattandosi d'un diacono il quale avea ferito un altro diacono, che se colui si fosse veramente pentito del suo delitto, dopo l'assoluzione ricevuta e la penitenza soddisfatta, avesse potuto riammetterlo ad esercitar l'ordine; ed inoltre, se quegli avesse dato poi esempio di vita perfetta, avesse anche potuto conferirgli il sacerdozio: Et si perfectae vitae, son le parole del pontefice, et conversionis fuerit, eum in presbyterum (poteris) ordinare. Chi dunque ancora si vede avvinto dal mal abito contratto in qualche vizio non può senza grave colpa presumere di prendere alcun ordine sacro: Horreo, dicea s. Bernardo, considerans unde et quo vocaris, praesertim cum nullum incurrerit poenitentiae tempus. Et quidem rectus ordo requirit ut prius propriam, deinde alienas curare studeas conscientias1. Un autore antico parlando di quei temerarj che pieni di mali abiti vanno a prendere il sacerdozio, dice: Multo digniores erant ad catastam poenalem quam ad sacerdotium trahi2. Coloro dunque che ancora soggiacciono all'abito di qualche vizio non debbono affatto ordinarsi, come scrisse s. Isidoro: Non sunt promovendi ad regimen ecclesiae qui adhuc vitiis subiacent3.

 

Ma chi aspira a salir sull'altare non solo ha da essere esente da' peccati, ma inoltre dee avere la bontà positiva, sicché già cammini per la via della perfezione con possedere qualche abito di virtù. Bastantemente nella nostra opera morale in una distinta dissertazione4 abbiam provato colla sentenza comune de' dottori che l'ordinando abituato in qualche vizio, se vuol ricevere alcun ordine sacro, non basta che sia disposto solamente per ricevere il sacramento della penitenza, ma bisogna ancora che sia disposto per ricevere il sacramento dell'ordine; altrimenti egli sarà indisposto per l'uno e per l'altro, e peccherà gravemente così l'ordinando che riceve l'assoluzione con intenzione di voler ordinarsi senza la dovuta disposizione per ricever l'ordine, come il confessore che l'assolve: poiché colui che vuol prendere gli ordini sacri non basta che sia uscito dallo stato di peccato, ma inoltre dee avere, come si è detto, la bontà positiva necessaria allo stato ecclesiastico, come scrisse Alessandro III., secondo il testo riferito nel numero antecedente: si perfectae vitae et conversionis fuerit. Dal che impariamo che la sola penitenza basta per esercitare l'ordine già preso, ma non basta per prendere gli ordini superiori. E lo stesso insegna l'angelico, dicendo: Ordines sacri praeexigunt sanctitatem: unde pondus ordinum imponendum parietibus iam per sanctitatem desiccatis, idest ab humore vitiorum5. Secondo quel che già prima scrisse anche s. Dionigi: In divino omni non audendum aliis ducem fieri, nisi secundum omnem habitum suum factus sit deiformissimus et Deo simillimus6. E le ragioni


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che ne adduce s. Tomaso son due: la prima, perché chi prende l'ordine siccome è fatto superiore ai secolari nel grado, così dee esser superiore nella santità: Ad idoneam executionem ordinum non sufficit bonitas qualiscumque, sed requiritur bonitas excellens, ut sicut illi qui ordinem suscipiunt super plebem constituuntur gradu ordinis, ita et superiores sint merito sanctitatis... Et ideo praeexigitur gratia quae sufficiat ad hoc quod digne connumeretur in plebem Christi1. La seconda ragione si è, perché costui coll'ordinazione vien deputato ad esercitare altissimi ministeri sull'altare, per li quali richiedesi una santità maggiore che non ricerca lo stato religioso: Quia per sacrum ordinem aliquis deputatur ad dignissima ministeria, quibus ipsi Christo servitur in sacramento altaris; ad quod requiritur maior sanctitas interior quam requirat etiam religionis status2.

 

Quindi l'apostolo3 proibì di ordinare i neofiti, cioè, come spiega il medesimo s. Tomaso nel detto luogo di s. Paolo, qui non solum aetate neophyti sunt, sed et qui neophyti sunt perfectione. Per tanto il concilio di Trento scrisse: Sciant episcopi debere ad hos (sacros) ordines assumi dignos dumtaxat, et quorum probata vita senectus sit, giusta il detto della scrittura: Aetas senectutis vita immaculata4. E di questa bontà positiva, dice s. Tomaso, debbe aversene una notizia non dubbia, ma certa: Sed etiam habeatur certitudo de qualitate promovendorum5. E specialmente circa la virtù della castità, secondo quel che prescrisse s. Gregorio: Nullus debet ad ministerium altaris accedere, nisi cuius castitas ante susceptum ministerium fuerit approbata6. E questa prova volle il pontefice che si avesse per più anni: Ne unquam ii qui ordinati sunt pereant, prius aspiciatur si vita eorum continens ab annis plurimis fuit7. Or qui si giudichi poi qual conto avran da rendere a Dio que' parrochi che fan le fedi agli ordinandi d'aver frequentati i sacramenti e d'esser di buoni costumi, sapendo che quelli né han frequentati i sacramenti né han dato buon esempio, ma più presto scandalo. Tali parrochi con queste fedi false (fatte, non per carità, come si scusano, ma contro la carità dovuta a Dio ed alla chiesa) si fan rei di tutti i peccati che poi commetteranno quei male ordinati: giacché i vescovi in ciò si fidano delle attestazioni de' parrochi e restano ingannati. Né il parroco in far tali fedi dee fidarsi del testimonio d'altri: egli non può farle, se non è certo di ciò che attesta, cioè che il cherico veramente ha fatta vita esemplare ed ha frequentati i sacramenti. Parlando poi del confessore di tali ordinandi, siccome il vescovo non può ordinare alcuno, se prima non è ben provato nella castità, così parimente il confessore non può permettere l'ordinarsi al suo penitente incontinente, se prima non si assicura moralmente che quegli sia libero dal mal abito contratto ed abbia acquistato l'abito della virtù della continenza.

 

Chi prende pertanto gli ordini sacri senza i segni della vocazione non può essere scusato da colpa grave, come dicono molti dd. Habert8 Natal.


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Aless.1 Iuvenin.2 e il Contin. di Tournely3. E prima di tutti ben l'insegnò s. Agostino, allorché parlando del castigo dato da Dio a Core, Datan ed Abiron, che non chiamati si posero a far l'officio di sacerdote, disse: Condemnati sunt ut daretur exemplum ne quis non sibi a Deo datum pontificatus munus invaderet etc. Hoc patiuntur quicumque se in episcopatus aut presbyteratus aut diaconatus officium conantur incedere4. E la ragione è sì perché non può scusarsi da grave presunzione l'intromettersi nel santuario senza la divina chiamata, sì perché egli resterà allora privo degli aiuti congrui e convenienti, senza i quali, assolutamente parlando, potrà sì bene adempire gli obblighi dello stato, ma con molta difficoltà gli adempirà, come scrive Habert: Absolute quidem, sed non sine magnis difficultatibus poterit saluti suae consulere. E resterà come un membro fuori del suo luogo, che non potrà servire senza pena e deformità: Manebitque in corpore ecclesiae veluti membrum in corpore humano suis sedibus motum; servire utcumque potest, sed aegre admodum et cum quadam deformitate.

 

E quindi si esporrà ad un gran pericolo della sua dannazione: Qui sciens et volens, scrive il vescovo Abelly, nulla divinae vocationis habita rutione, se in sacerdotium intruderet, haud dubie se ipsum in apertissimum salutis discrimen iniiceret, peccando scilicet in Spiritum sanctum; quod quidem peccatum vix aut rarissime dimitti ex evangelio discimus5. Il Signore ben si dichiara sdegnato con coloro che vogliono regnar nella chiesa senza la sua chiamata: Ipsi regnaverunt, et non ex me... Iratus est furor meus in eos6. Commenta s. Gregorio: Ex se, et non ex arbitrio summi rectoris, regnant; nequaquam divinitus vocati, sed sua cupidine accensi culmen regiminis rapiunt potius quam assequuntur7. Quanti impegni, corteggi, mezzi, preghiere mettono alcuni per essere ordinati! ma senza vocazione, solo per fini di terra. Ma guai a questi infelici! dice il Signore per Isaia: Vae, filii desertores... ut faceretis consilium, et non ex me8! Costoro nel giorno del giudizio pretenderanno premio, ma Gesù Cristo li discaccerà da sé: Multi dicent in illa die: Domine, nonne in nomine tuo prophetavimus (predicando, insegnando) et in nomine tuo daemonia eiecimus (assolvendo i penitenti) et virtutes multas fecimus (correggendo, aggiustando liti, convertendo peccatori)? Et tunc confitebor illis: quia nunquam novi vos; discedite a me qui operamini iniquitatem9. I sacerdoti non chiamati sono sì operai e ministri di Dio, perché han ricevuto il carattere; ma ministri d'iniquità e di rapina, poiché da per loro senza vocazione si sono intrusi nell'ovile. Non han ricevute le chiavi, al dire di s. Bernardo, ma le han rapite: Tollitis, non accipitis claves; de quibus Dominus queritur: Ipsi regnaverunt, et non ex me10. Faticheranno costoro; le loro fatiche però non saranno da Dio rimunerate, ma più presto punite, perché non sono entrati nel santuario per la retta via: Labor stultorum affliget eos qui nesciunt in urbem pergere11. La chiesa, dice s. Leone, non riceve se non coloro che il


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Signore elegge; e con eleggerli li rende suoi idonei ministri: Eos ecclesia accipit quos Spiritus sanctus praeparaverit; et dignatio coelestis gratiae gignit1. All'incontro ributta i non chiamati da Dio; poiché costoro non portano profitto, ma ruine, e in vece di edificarla, l'imbrattano e la dissipano, come scrisse s. Pier Damiani: Nemo deterius ecclesiam laedit, cum non eos vocet Dominus2.

 

Quos elegerit (Dominus) appropinquabunt ei3. Quei che sono eletti da Dio al sacerdozio saranno da lui accolti; dunque i non eletti saranno discacciati. S. Efrem pertanto per dannato chi ha l'ardire di farsi sacerdote senza vocazione: Obstupesco ad ea quae soliti sunt quidam insipientium audere; qui temere se conantur ingerere ad munus sacerdotii assumendum, licet non adsciti a gratia Christi: ignorantes, miseri, quod ignem aeternum sibi accumulant4. E Pietro Blessense scrisse: Usurpati ausus sacerdotii sacrificium in sacrilegium, vitam convertit in mortem. Chi erra nella vocazione si mette in maggior pericolo di dannazione che chi trasgredisce i precetti particolari; perché costui può rialzarsi dalla caduta e ripigliar la buona via, ma chi erra nella vocazione, erra la stessa via; onde quanto più per quella cammina, più s'allontana dalla patria. A costui andrà ben detto ciò che disse s. Agostino: Bene curris, sed extra viam. Bisogna persuadersi di quel che dicea s. Gregorio, che la nostra salute eterna principalmente dipende dal prender quello stato a cui ci chiama Iddio: A vocatione pendet aeternitas. E la ragione è chiara, perché Dio è quello che, secondo l'ordine della sua provvidenza, destina a ciascuno lo stato di vita, e, secondo lo stato a cui lo chiama, prepara poi le grazie e gli aiuti convenienti: Ordine suo, non nostro, Spiritus sancti gratia ministratur, scrisse s. Cipriano; e questo è l'ordine della predestinazione di ciascuno, secondo quel che scrisse l'Apostolo: Quos... praedestinavit, hos et vocavit; et quos vocavit, hos et iustificavit etc. illos et glorificavit5. Sicché alla vocazione siegue la giustificazione ed alla giustificazione la glorificazione, cioè l'acquisto della vita eterna. Chi non ubbidisce dunque alla divina vocazione non sarà né giustificatoglorificato. Ben dicea pertanto il p.m. Granata che la vocazione è la ruota maestra di tutta la vita: siccome nell'orologio, guastata la ruota maestra, è guastato tutto l'orologio; così, dice s. Gregorio nazianzeno, se uno erra la vocazione, andrà errata tutta la sua vita; perché in quello stato, a cui non l'ha chiamato Dio, rimarrà egli privo degli aiuti opportuni per ben vivere.

 

Uniquisque proprium donum habet... alius quidem sic, alius vero sic; scrisse l'apostolo6. Ciò significa, come spiegano gl'interpreti con s. Tomaso, che il Signore a ciascuno le grazie per ben adempire gli obblighi di quello stato a cui lo chiama: Cuicumque datur, insegna l'angelico, potentia aliqua divinitus, dantur omnia ea, per quae executio illius possit congrue fieri7. Ed in altro luogo scrive: Illos quos Deus ad aliquid eligit, ita praeparat et disponit ut ad id ad quod eliguntur inveniantur idonei, secundum illud 2. Cor. 3.: Sufficientia nostra


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ex Deo est, qui et idoneos nos fecit ministros novi testamenti1. Ciascuno dunque siccome sarà ben atto per adempire quell'officio a cui l'elegge Dio, così all'incontro sarà inetto per quell'officio a cui Dio non l'elegge. Il piede ch'è dato per camminare, è certamente inetto per guardare: l'occhio ch'è dato per guardare, è inetto per udire. Come potrà pertanto esser atto a ben soddisfare le parti di sacerdote chi non è stato da Dio eletto al sacerdozio? Il Signore è quello che elegge gli operaj che hanno da coltivar la sua vigna: Ego elegi vos... ut fructum afferatis2. E perciò non disse già il Redentore: pregate gli uomini che vadano a raccorre la messe; ma pregate il padron della messe che mandi operaj a raccoglierla: Rogate dominum messis ut mittat operarios in messem suam3. Perciò disse ancora: Sicut misit me Pater, et ego mitto vos4. Quando Dio chiama, egli stesso dona gli ajuti, dice s. Leone: Qui mihi honoris est auctor, ipse mihi fiet administrationum adiutor; dabit virtutem qui contulit dignitatem5. E questo è quel che disse Gesù Cristo: Ego sum ostium: per me si quis introierit, ingredietur et egredietur et pascua inveniet6. Ingredietur: ciò che intraprende il sacerdote chiamato da Dio ben l'adempirà senza colpa e con merito. Et egredietur: si troverà in mezzo alle occasioni e pericoli, ma ben ne uscirà salvo col divino aiuto. Et pascua inveniet: in somma in tutti i suoi ministerj sarà assistito da grazie speciali, che lo faranno avanzar nello spirito, per ritrovarsi in quello stato in cui l'ha collocato Iddio; onde potrà dir con confidenza: Dominus regit me, et nihil mihi deerit: in loco pascuae me collocavit7.

 

All'incontro que' sacerdoti che non son mandati da Dio ad operar nella chiesa resteranno da lui abbandonati con eterna loro ignominia e rovina: Non mittebam prophetas, dice il Signore per Geremia, et ipsi currebant. E poi soggiunge: Propterea ecce ego tollam vos portans, et derelinquam vos... Et dabo vos in opprobrium sempiternum et ignominiam aeternam quae numquam oblivione delebitur8. Un uomo, per esser sollevato all'altezza del sacerdozio, bisogna, dice s. Tommaso, ut divina virtute evehatur et transmittatur supra naturalem rerum ordinem; giacché vien constituito santificatore de' popoli e vicario di Gesù Cristo. Ma a colui che da sé vuol sollevarsi a tanta dignità avverrà ciò che dice il savio: Postquam elevatus est in sublimi, stultus apparuit9. Egli, se fosse restato nel secolo, sarebbe stato forse un buon secolare; ma essendosi fatto sacerdote senza vocazione, sarà un mal sacerdote, e in vece d'utile apporterà molto danno alla chiesa, come scrisse di tali sacerdoti il catechismo romano10: Huiusmodi hominum genere nihil infelicius, nihil calamitosius ecclesiae esse potest. E che bene potrà far mai, se egli è entrato nella chiesa non chiamato? Impossibile est. disse s. Leone, ut bono peragantur exitu quae sunt malo inchoata principio. E s. Lorenzo Giustiniani parimente scrisse: Qualem, oro, fructum potest producere corrupta radix11? Disse il nostro Salvatore: Omnis plantatio, quam non plantavit Pater meus


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coelestis, eradicabitur1. Onde scrisse Pietro Blessense che la permissione del Signore, che taluno di costoro non chiamati giunga a prendere il sacerdozio non è grazia, ma castigo; poiché quell'albero ch'è poco radicato nella terra ed è esposto al vento, facilmente cadrà e sarà mandato al fuoco: Ira est, non gratia, cum quis ponitur super ventum, nullas habens radices in soliditate virtutum. E s. Bernardo dice che chi non è entrato fedelmente nel santuario, infedelmente seguirà a portarsi; ed in vece di procurar la salute delle anime, sarà più presto causa della loro perdizione e morte: Qui non fideliter introivit, quidni infideliter agat et contra Christum faciat, ad quod venit, ut mactet utique et disperdat2? Secondo quel che già prima disse Gesù Cristo3: Qui non intrat per ostium... ille fur est et latro: fur non venit nisi ut furetur et mactet et perdat.

 

Ma dirà taluno: In questo modo se avessero ad ordinarsi solamente i sacerdoti che hanno tutti i segni di sopra mentovati e richiesti, pochi sacerdoti vi sarebbero nella chiesa, e mancherebbe l'aiuto. Ma a ciò rispose già il concilio lateranense IV.: Satius est maxime in ordinatione sacerdotum paucos bonos quam multos malos habere. E s. Tomaso dice che Iddio non mai abbandona talmente la chiesa che faccia mancare ministri idonei, secondo la necessità de' popoli: Deus ita numquam deserit ecclesiam quin inveniantur idonei ministri sufficientes ad necessitatem plebis4. Il voler provvedere alla necessità de' popoli co' mali ministri, ben dice s. Leone, non è voler salvarli, ma perderli: Non est hoc consulere populis, sed nocere5.

 

Dunque se v'è un sacerdote ch'è stato ordinato senza vocazione, che ha da fare? ha da tenersi per dannato e disperarsi? No. La stessa domanda si fa da s. Gregorio: Sacerdos sum non vocatus: quid faciendum? E risponde: Ingemiscendum. Ecco quel che ha da fare questo sacerdote, se vuol salvarsi: ingemiscendum; ha da piangere e colle lagrime e colla penitenza placare Dio e muoverlo a perdonargli questo suo gran peccato d'essersi intruso nel santuario senza la divina chiamata. Dee di più, come esorta s. Bernardo, procurare che quella bontà di vita la quale non è preceduta al sacerdozio, almeno la siegua: Si quidem vitae sanctitas non praecesserit, saltem sequatur6. E perciò bisogna che muti portamenti, muti conversazioni, muti studj: Bonas fac, siegue a parlare il santo, de caetero vias tuas et studia tua7. S'è ignorante, bisogna che studii; se sta divertito nelle conversazioni e passatempi del secolo, bisogna che tutto muti in orazioni, lezioni spirituali, visite di chiese. Ma è necessario che in ciò facciasi violenza: mentre, come si è detto di sopra, essendo egli entrato nella chiesa senza vocazione, è bensì suo membro, ma membro slogato che sta fuori della sua sede; onde ha da procurar la sua salute, ma con molta pena e fatica. Ma se egli, posto che siasi fatto sacerdote non chiamato, è restato privo, secondo si è dimostrato, degli aiuti opportuni a soddisfare gli obblighi del sacerdozio, come li adempirà mancandogli questi aiuti? come farà? Dicono Habert e il


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Continuatore di Tournely: preghi, e colle preghiere otterrà ciò che non merita; poiché, come parlano, Deus tunc ex misericordia ea homini largitur auxilia quae legitime vocatis ex qualicumque iustitia debet. E ciò è secondo quel che dice il concilio di Trento: Deus impossibilia non iubet, sed iubendo monet et facere quod possis et petere quod non possis, et adiuvat ut possis1.

 




8 Io. 10. 1. et 2.



9 S. Cyrill. alex. vel alius in Io. 10. 10.



1 Hebr. 5. 4. et 5.



2 Coloss. 2. 3.



3 Ep. 21. alias 148.



4 Hom. 1. de fest. pasch.



5 Ep. 55. ad Cornel.



6 Serm. 25.



7 De vita cler. c. 3.



1 Sess. 25. cap. 4.



2 Malach. 1. 10.



3 Num. 1. 51.



4 Hom. 5. in 1. ad Tim. 1.



5 Lucae 14. 28.



6 In. epist. ad Tit. 1. 5.



7 Hom. 35. op. imp. in Matth.



8 Matth. 10. 36.



9 Lib. 4. n. 77.



1 Actor. 4. 19.



2 2. 2. q. 10. a. 5.



3 2. 2. q. 189. a. 10.



4 Epist. 111.



5 Io. 10. 7. 9.



1 Continuat. Tournely de sacr. ord. q. 4. a. 4.



2 Hallerius ap. 1. sect. 3. cap. 2. § 4.



3 In c. 5. ad Hebr.



4 Malach. 2. 7.



5 Ep. 213.



6 Ad Tit. 1. 5. et 6.



7 In ep. ad Tit. 1.



1 Ep. 8. ad Brunon.



2 Gyldas sapiens t. 5. bibl. PP.



3 L. 3. de summo bono cap. 34.



4 Nel l. 6. al n. 63.



5 2. 2. q. 189. a. 1. ad 3.



6 Cap. 3. de eccl. hier.



1 Suppl. q. 35. a. 1. ad 3.



2 2. 2. q. 100. 84. a. 8.



3 1. ad Tim. 3. 6.



4 Sap. 4. 9.



5 Suppl. q. 36. a. 4. ad 3.



6 Lib. 1. epist. 42.



7 Ibid.



8 De ord p. 3. c. 1. §. 2.



1 De sacr. ord.



2 Disp. 8. q. 7. c. 1.



3 De oblig. cler. tom. 3. c. 1. a. 1. concl. 3.



4 Serm. 98.



5 Sac. Christ. p. 1. c. 4.



6 Oseae 8. 4.



7 Pastor. p. 1. c. 1.



8 Isa. 30. 1.



9 Matth. 7. 22. et. 23.



10 De cont. ad cler.



11 Eccl. 10. 15.



1 In die assumpt. suae.



2 Opusc. 2. contra cler. c. 2.



3 Num. 16. 5.



4 De sacerdot.



5 Rom. 8. 30.



6 1. Cor. 7. 7.



7 Suppl. q. 33. a. 1.



1 3. q. 27. a. 4.



2 Io. 15. 16.



3 Lucae 10. 2.



4 Io. 20. 21.



5 Serm. 1. in die assumpt. suae.



6 Io. 10. 9.



7 Ps. 22. 2.



8 23. v. 21. 39. et 40.



9 Prov. 30. 32.



10 De sacr. ord.



11 Apud chatech. rom. de ord.



1 Matth. 15. 13.



2 Declam. c. 7.



3 Io. 10. 1. et 10.



4 Suppl. q. 36. a. 4. ad 1.



5 Ep. 1. alias 87. ad Afric. episc.



6 Ep. 27. ad Ardut.



7 Ibid.



1 Trid. sess. 6. c. 13.






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