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S. Alfonso Maria de Liguori
Selva di materie predicabili

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§. I. Del predicare.

 

Per la predicazione si è propagata la fede, e per la medesima vuole il Signore che si conservi: Fides ex auditu, auditus autem per verbum Christi1. Ma non basta al cristiano il sapere quel che ha da fare; è necessario ancora che, col sentire la divina parola di quando in quando, ricordi a se stesso l'importanza della sua eterna salute ed i mezzi che dee usare per conseguirla. Perciò ordinò l'apostolo a s. Timoteo: Praedica verbum, insta opportune, importune; argue, obsecra, increpa in omni patientia et doctrina2. E prima l'ordinò Iddio a' santi profeti Isaia e Geremia, dicendo al primo: Clama, ne cesses; quasi tuba exalta vocem tuam et annuntia populo meo scelera eorum3. Ed al secondo: Ecce dedi verba mea in ore tuo; ecce constitui te hodie super gentes et super regna, ut evellas et destruas... et aedifices et plantes4. E lo stesso impone il Signore a' sacerdoti, mentre il predicare è uno de' loro officj principali: Euntes in mundum docete omnes gentes... servare omnia quaecumque mandavi vobis5. E se mai si perde un peccatore per difetto di chi gli annunzi la divina parola, Iddio dal sacerdote che potea


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annunziargliela, ne vuol conto: Si dicente me ad impium: morte morieris, non annuntiaveris ei..., ipse impius in iniquitate sua morietur, sanguinem autem eius de manu tua requiram1.

 

Ma per salvare le anime non basta predicare: bisogna, come sul principio abbiamo detto, predicar come si dee. Per ben predicare, in primo luogo è necessaria la dottrina e lo studio di quella. Chi predica a caso ed alla balorda farà più danno, che utile all'anima. In secondo luogo è necessaria la buona vita. Son disprezzate le prediche di quel predicatore del quale è disprezzata la vita: Cuius vita despicitur, quid restat nisi ut praedicatio contemnatur? scrisse s. Gregorio. E il Grisostomo dice: Denegastis in opere quod videmini profiteri in verbo. Come mai può persuadersi agli altri colle parole quel che loro si dissuade coi fatti? Ciò non servirà ad altro che a condannare chi predica; poiché, secondo s. Paolo, condanna se stesso chi rimprovera agli altri quel ch'egli pratica: Inexcusabilis es... in quo... iudicas alterum, teipsum condemnas2. Ben dunque disse il p.m. Avila ad uno che gli domandò qual regola dovea tenere per ben predicare: gli rispose che la miglior regola per predicare bene era l'amare assai Gesù Cristo. Qui non ardet non incendit, dice s. Gregorio. Bisogna prima ardere in se stesso di divino amore, per poi infiammarne gli altri. Dicea s. Francesco di Sales: Il cuore parla al cuore. E volea dire che le sole parole parlano alle orecchie e non entrano nel cuore: solamente chi parla di cuore, cioè che sente e pratica quel che dice, questi parlerà al cuore degli altri e non muoverà ad amare Dio. E perciò chi predica bisogna che sia amante dell'orazione, da cui prenda i sentimenti che poi dee comunicare agli altri, secondo disse il Redentore: Quod in aure auditis praedicate super tecta3. L'orazione è quella beata fornace dove s'infiammano i sacri oratori di divino amore: In meditatione mea exardescet ignis4. E quivi formansi quelle saette infocate che poi feriscono i cuori degli ascoltanti.

 

Per 3. è necessario predicare col retto fine, cioè non per interesse temporale, ma per la gloria di Dio; non per ritrarre vane lodi, ma per procurare la salute delle anime. E perciò bisogna predicare secondo la capacità della gente che ascolta, siccome ordina il concilio di Trento: Archipresbyteri... per se vel alios idoneos plebes sibi commissas, pro eorum capacitate, pascant salutaribus verbis5. Le parole vane e i periodi sonanti, dicea s. Francesco di Sales, sono la peste della predica. Primieramente, perché col predicar vano Iddio non vi concorre. Secondariamente, perché quelli che assistono alle prediche per ordinario sono rozzi, e il parlar fiorito poco l'intendono. Che compassione è alle volte il vedere tanta povera gente che va alla predica per cavarne qualche profitto, e poi se ne esce dalla chiesa afflitta e tediata, senza aver capito ciò che si è predicato! Con ragione il maestro Avila chiamava quei che predicano con istile sublime, non capito da quei che sentono, traditori di Gesù Cristo e che mandati da esso per procurar la di lui gloria, attendono a procacciarsi la gloria propria. E giustamente diceva


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ancora il p. Gaspare Sanzio che questi predicatori oggidì sono i maggiori persecutori della chiesa, poiché essi col predicar così son causa che si perdono molte anime, le quali colle prediche fatte all'apostolica e con semplicità si salverebbero. Praedicatio mea, diceva l'apostolo, che predicava col vero spirito di Dio, non in persuasibilibus humanae sapientiae verbis, sed in ostensione spiritus et virtutis1. Nelle vite dei santi impiegati nella salute delle anime io trovo molti lodati per aver predicato con modo semplice e popolare, ma non ho trovato mai lodato alcuno per aver predicato con istile ingegnoso e fiorito.

 

Giova qui a tal proposito riferire in ristretto ciò che scrisse il dotto e celebre Lodovico Muratori in quel suo aureo libretto dell'Eloquenza popolare. Dice egli così: Vi sono due sorte di eloquenza: una sublime, l'altra popolare. Colla sublime formansi le prediche con dottrine alte, argomenti ingegnosi, parole scelte e periodi contornati. Colla popolare poi si espongono schiettamente le verità eterne, e si dicono dottrine facili con istile familiare e semplice, talmente che ciascuno degli uditori comprenda tutto ciò che si predica. Nelle prediche non si parla solo a' dotti, ma anche a' rozzi, i quali ordinariamente compongono la maggior parte dell'uditorio. Che perciò sempre è spediente che si predichi alla semplice e popolare; e non solo nelle missioni e negli esercizj spirituali, ma in tutte le prediche che si fanno al popolo. Avanti a Dio tanto son care le anime de' letterati, quanto dei rozzi; e il predicatore è tenuto a cercare il profitto così degli uni come degli altri, secondo dicea l'apostolo: Sapientibus et insipientibus debitor sum2. Oltreché, ancora a' dotti giovano più le prediche dette con istile semplice e familiare che col sublime ed ornato: poiché nelle prediche alte facilmente la mente si ferma a pascersi in ammirarle o criticarle (il che succede più spesso); e frattanto la volontà resta digiuna e niuno o poco frutto ne ricava. Il p. Paolo Segneri iuniore, predicando con modo popolare, rapiva (parole del Muratori) anche il cuore dei dotti. Lo stesso avveniva nelle prediche di s. Giovan Francesco Regis. Pertanto chi vuol predicare non per esser lodato, ma per guadagnare anime a Dio, non dee andar cercando di sentire: Oh che bei pensieri! che bel dicitore! che uomo grande! Ma ha da procurare che tutti colla testa bassa se ne vadan piangendo i loro peccati, risoluti di mutar vita e di darsi a Dio. Questo è l'intento della vera rettorica, il persuadere e il muovere gli uditori a risolversi di eseguire ciò a cui si esortano. Ben anche nell'eloquenza popolare entra l'arte oratoria, entrano le figure, la distribuzione delle ragioni, l'investitura, la perorazione: ma tutto alla semplice e senza farlo apparire, affine non di ricavar applausi, ma frutto. Se gli ascoltanti non troveranno diletto in tali prediche per la bella dicitura e per le riflessioni ingegnose, ben lo troveranno in vedersi illuminati e mossi ad attendere a quel che solo importa, ch'è la salute eterna.

 

E ciò corre, dice il Muratori, per le prediche fatte in città, dove l'uditorio è composto d'ignoranti e di letterati: ma soggiunge poi che quando si predica alla sola plebe o alle genti delle ville si ha da usare allora l'eloquenza


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più popolare, anzi, dice, la più infima che possa usarsi, affin di proporzionare ciò che si predica al grossolano intendimento di que' poveri villani che sentono. Bisogna che il predicatore si figuri d'essere come uno di loro, a cui altri voglia insegnare o persuadere qualche cosa che ha da fare. Perciò le parole debbon essere popolari ed usuali, i periodi corti e sciolti, imitando lo stesso modo di ragionare che sogliono praticare tali sorte di persone tra di loro. In somma tutto lo studio del predicatore ha da essere in far capire quanto dice ed in muovere a far ciò che esorta, in quella forma che faccia più breccia a tal genere di gente. E siccome dee esser facile lo stile, così debbon esser facili anche le dottrine, lasciando di rapportare punti scolastici ed interpretazioni ingegnose di scrittura, le quali, benché si faccian capire, saran sempre inutili per lo profitto di tali persone. L'ingegno sta in esporre a queste schiettamente le verità eterne, l'importanza di salvarsi, ed a scoprire loro gl'inganni del demonio, i pericoli di perdersi ed i mezzi da usare ne' casi particolari che occorrono, in modo che capiscano tutto. Questo è quello spezzar di pane che domanda il Signore da' predicatori, e si lamenta che non vi sia chi lo faccia: Parvuli petierunt panem, et non erat qui frangeret eis1. Giova molto ancora al profitto di questi rozzi il frammettere di quando in quando nella predica interrogazioni e risposte. Giova l'addurre loro gli esempj dei santi o pure esempj di castighi mandati da Dio a' peccatori. Giova sovra tutto insinuar loro cose di pratica, ripetendole più volte, acciocché restino impresse in quelle teste di legno.

Questo scrive, ma più diffusamente, il nominato Muratori, ch'io ho voluto qui addurre succintamente per fare intendere a tutti il biasimo che anche da' letterati, in vece di lodi, conciliansi quei che predicano con istile alto ed ornato alla povera gente, della quale ordinariamente nelle chiese l'uditorio è composto. Ciò basta aver detto qui circa la predicazione. Appresso spero di soggiungere, parlando degli esercizj di missioni, altre riflessioni circa il modo di predicar nelle missioni e circa il modo di ordinare le prediche. Passiamo ora a parlare dell'amministrazione del sacramento della penitenza.

 




1 Rom. 10. 17.



2 2. Tim. 4. 2.



3 58. 1.



4 1. 9. et. 10.



5 Matth. 28. 19. et 20.



1 Ezech. 3. 18.



2 Rom. 2. 1.



3 Matth. 10. 27.



4 Ps. 38. 4.



5 Sess. 5. c. 2. de reform.



1 1. Cor. 2. 4



2 Rom. 1. 14.



1 Thren. 4. 4.






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